L’Isola Misteriosa Jules Verne Questo straordinario romanzo presenta non poche analogie con Robinson Crusoe, dello scrittore inglese Defoe, di cui Verne era un grande ammiratore. Anche qui, la situazione è press’a poco la stessa: alcuni naufraghi approdano fortunosamente su un’isola deserta e lottano disperatamente per sopravvivere. Ma se Robinson, di fronte alla natura selvaggia, incarnava l’uomo del ‘700, che si industria come può, ricorrendo ai piccoli espedienti suggeritigli dalla ragione, senza altri strumenti che le proprie mani, i cinque naufraghi protagonisti di questo libro incarnano la nuova idea dell’uomo «scientifico» qual era concepito nella seconda metà dell’800, l’uomo che domina ormai la natura in virtù di una tecnologia progredita che gli permette di trasformare rapidamente un’isola selvaggia in una colonia civile. Non a caso Robinson è un uomo comune, un marinaio, ed è solo, a lottare contro le forze cieche della natura, mentre qui siamo dì fronte a una vera e propria équipe, composta da persone di estrazione e di competenze diverse, ma guidata da un ingegnere e scienziato, Cyrus Smith… Jules Verne L’Isola Misteriosa Titolo originale dell’opera: L’ILE MISTÉRIEUSE Romanzo(1875) Traduzione integrale dal francese di Lorenza Ester Aghito Printed in Italy — 1964 U. Mursia editore S.p.A. U. Mursia editore — Milano PRESENTAZIONE Questo straordinario romanzo presenta non poche analogie con Robinson Crusoe, dello scrittore inglese Defoe, di cui Verne era un grande ammiratore. Anche qui, la situazione è press’a poco la stessa: alcuni naufraghi approdano fortunosamente su un’isola deserta e lottano disperatamente per sopravvivere. Ma se Robinson, di fronte alla natura selvaggia, incarnava l’uomo del ‘700, che si industria come può, ricorrendo ai piccoli espedienti suggeritigli dalla ragione, senza altri strumenti che le proprie mani, i cinque naufraghi protagonisti di questo libro incarnano la nuova idea dell’uomo «scientifico» qual era concepito nella seconda metà dell’800, l’uomo che domina ormai la natura in virtù di una tecnologia progredita che gli permette di trasformare rapidamente un’isola selvaggia in una colonia civile. Non a caso Robinson è un uomo comune, un marinaio, ed è solo, a lottare contro le forze cieche della natura, mentre qui siamo dì fronte a una vera e propria équipe, composta da persone di estrazione e di competenze diverse, ma guidata da un ingegnere e scienziato, Cyrus Smith. Il punto di partenza della grande avventura è Richmond, una cittadina americana degli Stati del Sud, durante il periodo della guerra di Secessione. Di qui, realizzando un audacissimo progetto, cinque prigionieri dei sudisti riescono ad evadere, servendosi di un pallone aerostatico; giunto sull’oceano, l’aerostato viene investito da una tromba marina e i cinque vengono sbattuti su un’isola sconosciuta. Sono soli, senza mezzi, esposti a tutti i pericoli. Come Robinson. Ma li guida un ingegnere, un tecnico, il quale, sfruttando le proprie conoscenze scientifiche, li aiuta a rifarsi una vita il più possibile confortevole, fabbricando addirittura la nitroglicerina e costruendo un telegrafo elettrico… Eppure, su quell’isola selvaggia, che i naufraghi hanno ormai battezzato con il nome di Lincoln, avvengono alcuni fatti misteriosi, quasi che una invisibile «presenza» sorvegliasse momento per momento la vita di quegli infelici. E il primo segno inquietante è la scoperta in mare di una bottiglia con un messaggio. «Sull’isola Tabor, a qualche centinaia di miglia» dice il messaggio «c’è un altro naufrago…» È a questo punto che la vicenda si salda ai due libri precedenti, I figli del capitano Grant e Ventimila leghe sotto i mari, i quali, insieme con questo, compongono una specie di «trilogia del mare». Quel naufrago, ch’essi trovano sull’isola Tabor, è Ayrton, il pericoloso evaso che lord Glenarvan — come appunto si narra ne I figli del capitano Grant — ha abbandonato sull’isola, per punirlo d’aver tentato d’impossessarsi del Duncan. I nostri protagonisti lo trovano ormai abbrutito e ridotto allo stato selvaggio e durano non poca fatica per ricondurlo a condizioni di vita umana e civile. Ma c’è un’altra sorpresa, ancora più strana e affascinante. In un luogo remoto dell’isola, in cupe grotte basaltiche dove il mare si insinua spumeggiando, essi scorgono la scura sagoma del Nautilus e fanno conoscenza con il capitano Nemo. Così, finalmente, sono in grado di dare un corpo a quella «presenza» benefica e invisibile che avevano più volte avvertita sull’isola. Il capitano Nemo, l’enigmatico protagonista di Ventimila leghe sotto i mari, è ormai allo stremo delle forze. Essi ne ascoltano in silenzio le ultime volontà, assistono alla sua morte, quindi lo seppelliscono, com’è suo desiderio, nel mostro d’acciaio, il Nautilus, che lentamente sprofonda negli abissi. Siamo ormai alle ultime battute del grande e complesso romanzo. Il Duncan, che appare nelle prime pagine de I figli del capitano Grant, si profila veloce all’orizzonte e riporta finalmente in patria, dopo lunghi anni di esilio, i poveri naufraghi. Apparso la prima volta nel 1875, il romanzo conclude la «trilogia del mare», spiegando motivi e personaggi che nei due precedenti volumi erano rimasti per così dire allo stato di abbozzo, in un drammatico e contrastato chiaroscuro. E tale spiegazione non ha soltanto valore sul piano della vicenda romanzesca, ma, assai più a fondo, acquista valore sul piano psicologico e morale. Si direbbe che Verne abbia voluto qui dissipare ogni ombra sui protagonisti più enigmatici dell’intera vicenda. Primo fra tutti il capitano Nemo, che nelle pagine finali di questo libro si riscatta del proprio operato. Ormai vecchio, prossimo alla morte, egli rievoca la sua tragica storia e vi dà un senso. E persino dopo la sua morte, i naufraghi beneficiano di un suo ultimo gesto di pietà e di bontà. Si deve infatti a lui se il Duncan riesce a rintracciarli e a condurli in salvo. L’altro personaggio che si illumina di una luce nuova e positiva è Ayrton. L’avevamo conosciuto come un pericoloso avventuriero, capace di tutto, senza scrupoli. Giustamente lord Glenarvan si era disfatto di lui, abbandonandolo tutto solo sull’isolotto sperduto nell’oceano. Qui lo incontriamo come un essere abbrutito dall’isolamento, un essere che ha persino perduto la coscienza della propria umanità. Ma avviene il miracolo. A contatto con i naufraghi, la sua coscienza affiora lentamente dalla barbarie ed egli ritorna uomo attraverso il rimorso. Le lacrime che riempiono i suoi occhi, al ricordo del male che ha commesso, lo restituiscono, puro e redento, alla società dei vivi. Questo romanzo non è solo il nuovo «Robinson» che vede il trionfo della scienza, ma è anche il nuovo «Robinson» che vede il trionfo della morale, secondo un concetto ottimistico in cui scienza e morale non sono che due momenti diversi di un’unica realtà: la realtà dell’uomo. Un romanzo, dunque, non solo grandioso e avvincente per la sua trama avventurosa, ma anche conclusivo e significativo per gli alti ideali che lo ispirano e che gettano una luce tutta particolare sullo scrittore e sulla sua epoca. Sarebbe assai curioso e interessante, a questo proposito, prendere in considerazione anche due altri romanzi verniani che, pur non avendo nulla a che fare con la già citata «trilogia del mare», sono in diretto contatto con il fecondo filone dei Robinson. Ricordiamo prima di tutto La scuola dei Robinson (1882) dove sull’avventura prevale insolitamente lo spirito umoristico e grottesco di Verne; ma in modo del tutto particolare ricordiamo Seconda patria (1900), l’ideale continuazione de Il Robinson svizzero di Johann David Wyss, passato alla storia anche per il film che «prendendosi non poche libertà» ne trasse quel mago dei cartoni animati che fu Walt Disney, Robinson nell’isola dei corsari. Senza dubbio L’isola misteriosa costituisce di per sé un modello unico, del tutto autonomo, superiore ad ogni esempio precedente; tuttavia, pur nella sua singolare bellezza, appartiene anch’essa alla «famiglia» dei Robinson, alla famiglia di quegli avventurosi pionieri che dalla solitudine hanno tratto vigore e speranza per un mondo nuovo. JULES VERNE nacque a Nantes, l’8 febbraio 1828. A undici anni, tentato dallo spirito d’avventura, cercò di imbarcarsi clandestinamente sulla nave La Coralie, ma fu scoperto per tempo e ricondotto dal padre. A vent’anni si trasferì a Parigi per studiare legge, e nella capitale entrò in contatto con il miglior mondo intellettuale dell’epoca. Frequentò soprattutto la casa di Dumas padre, dal quale venne incoraggiato nei suoi primi tentativi letterari. Intraprese dapprima la carriera teatrale, scrivendo commedie e libretti d’opera; ma lo scarso successo lo costrinse nel 1856 a cercare un’occupazione più redditizia presso un agente di cambio a Parigi. Un anno dopo sposava Honorine Morel. Nel frattempo entrava in contatto con l’editore Hetzel di Parigi e, nel 1863, pubblicava il romanzo Cinque settimane in pallone. La fama e il successo giunsero fulminei. Lasciato l’impiego, si dedicò esclusivamente alla letteratura e un anno dopo l’altro — in base a un contratto stipulato con l’editore Hetzel — venne via via pubblicando i romanzi che compongono l’imponente collana dei «Viaggi straordinari — I mondi conosciuti e sconosciuti» e che costituiscono il filone più avventuroso della sua narrativa. Viaggio al centro della Terra, Dalla Terra alla Luna, Ventimila leghe sotto i mari, L’isola misteriosa, Il giro del mondo in 80 giorni, Michele Strogoff sono i titoli di alcuni fra i suoi libri più famosi. La sua opera completa comprende un’ottantina di romanzi o racconti lunghi, e numerose altre opere di divulgazione storica e scientifica. Con il successo era giunta anche l’agiatezza economica, e Verne, nel 1872, si stabilì definitivamente ad Amiens, dove continuò il suo lavoro di scrittore, conducendo, nonostante la celebrità acquistata, una vita semplice e metodica. La sua produzione letteraria ebbe termine solo poco prima della morte, sopravvenuta a settantasette anni, il 24 marzo 1905. L’ISOLA MISTERIOSA Parte Prima I NAUFRAGHI DELL’ARIA CAPITOLO I «RISALIAMO?» «No! Al contrario! Scendiamo!» «Peggio ancora, signor Cyrus! Precipitiamo!»— Mio Dio! Gettate zavorra! «Ecco vuotato l’ultimo sacco!» «Il pallone si rialza?» «No!» «Sento un rumoreggiare di onde!» «Sfido! Abbiamo il mare sotto la navicella!» «L’acqua dev’essere a meno di cinquecento piedi sotto di noi! Allora una voce possente lacerò l’aria, e risuonarono queste parole:» «Via tutto quello che pesa! Via tutto!… E affidiamoci alla Provvidenza divina!» Queste parole echeggiavano seccamente nell’aria al di sopra di quel vasto deserto d’acqua che è il Pacifico, verso le quattro del pomeriggio del 23 marzo 1865. Nessuno ha certamente dimenticato il terribile uragano di nordest, che si scatenò nel periodo dell’equinozio di quell’anno, durante il quale il barometro scese a settecentodieci millimetri. Esso durò ininterrottamente dal 18 al 26 marzo. I disastri ch’esso produsse furono immensi in America, in Europa, in Asia, su una zona di 1800 miglia di larghezza, intersecante obliquamente l’Equatore, dal trentacinquesimo parallelo nord fino al quarantesimo parallelo sud! Città sconvolte, intere foreste sradicate, spiagge devastate da montagne d’acqua che si precipitavano come controcorrenti di marea, bastimenti gettati sulla costa, che, dai rilievi del Bureau Veritas, si contarono a centinaia; territori interi furono spianati da cicloni che spazzavano tutto sul loro passaggio, parecchie migliaia di persone vennero sepolte dalle rovine in terra o inghiottite dal mare: tali furono le testimonianze che quell’uragano formidabile lasciò della sua furia. Esso superò per i suoi disastrosi effetti gli uragani che devastarono spaventosamente l’Avana e la Guadalupa, l’uno il 25 ottobre 1810, l’altro il 26 luglio 1825. Mentre sulla terra e sul mare avvenivano tante catastrofi, un dramma, non meno emozionante, si svolgeva nell’aria sconvolta. Infatti, un pallone, portato come una palla al vertice di una tromba e preso nel movimento circolare della colonna d’aria, percorreva lo spazio con una velocità di novanta miglia all’ora, (Nota: Ossia, 46 m al secondo, o 165 chilometri all’ora (circa quarantadue leghe di 4 chilometri). Fine nota) girando su se stesso, come se fosse stato afferrato da qualche maelström aereo. Sotto l’appendice inferiore di questo pallone oscillava una navicella, che conteneva cinque passeggeri, appena visibili in mezzo agli spessi vapori, misti ad acqua polverizzata, che si trascinavano fin sulla superficie dell’oceano. Da dove veniva questo aerostato, vero balocco in balia della spaventosa tempesta? Da quale punto del pianeta si era sollevato? Evidentemente, era impossibile che fosse partito mentre imperversava l’uragano. Ora, l’uragano durava già da cinque giorni, poiché i suoi primi sintomi s’erano manifestati il 18 marzo. Si poteva dunque pensare che quel pallone venisse da molto lontano, giacché non aveva certo dovuto percorrere meno di duemila miglia ogni ventiquattro ore. A ogni modo, i passeggeri non avevano potuto avere a loro disposizione alcun mezzo per valutare il cammino percorso dalla loro partenza, perché mancava loro ogni punto di riferimento. E doveva pure verificarsi il fatto curioso che, travolti dalla violenza della tempesta, essi non la subivano. Si spostavano, giravano su se stessi, senza nulla risentire di questa rotazione, né del loro spostamento in senso orizzontale. I loro occhi non potevano penetrare la fitta nebbia che s’accumulava sotto la navicella. Attorno a essi tutto era bruma. L’opacità delle nubi era tale ch’essi non avrebbero potuto dire se fosse giorno o notte. Nessun riflesso di luce, nessun segno di terre abitate, nessun mugghio dell’oceano doveva essere pervenuto sino a loro in quell’immensità oscura, finché s’erano tenuti nelle zone alte. Soltanto la rapida discesa li aveva resi consapevoli dei pericoli che correvano al di sopra dei flutti. Intanto il pallone, alleggerito degli oggetti pesanti, come munizioni, armi, provviste, s’era rialzato sino agli strati superiori dell’atmosfera, a un’altezza di quattromilacinquecentopiedi. I passeggeri, avendo constatato che sotto la navicella c’era il mare, e giudicando esservi meno pericoli da temere in alto che in basso, non avevano esitato a gettar via tutti gli oggetti, compresi i più utili; essi si sforzavano di non perdere nulla di quel gas, anima del loro apparecchio, che ancora li sosteneva sopra l’abisso. La notte passò fra inquietudini che sarebbero state mortali per anime meno energiche. Poi si fece giorno e, col giorno, l’uragano sembrò moderarsi alquanto. Fin dall’inizio di quella giornata del 24 marzo, si ebbe qualche sintomo che la situazione andava migliorando. All’alba, le nubi, più rarefatte, erano risalite nel cielo. In poche ore la tromba d’aria si dilatò e s’infranse. Il vento passò dall’uragano al «vento forte», vale a dire la velocità di traslazione degli strati atmosferici si ridusse della metà. Restava ancora quello che i marinai chiamano «una brezza da tre mani di terzarolo»; ma il miglioramento verificatosi nella perturbazione degli elementi non fu perciò meno considerevole. Verso le undici la parte più bassa dell’atmosfera si era alquanto schiarita. L’aria era di una limpidità umida, come quella che si vede, e anche si sente, dopo il passaggio dei grandi fenomeni atmosferici. Non pareva che la tempesta si fosse allontanata verso ovest. Sembrava che si fosse esaurita da sola. Forse, dopo la rottura della tromba, si era sfaldata in strati elettrici, così come accade talvolta ai tifoni dell’Oceano Indiano. Ma, verso quella medesima ora, si sarebbe potuto constatare che il pallone scendeva di nuovo lentamente, ma continuamente, negli strati inferiori dell’aria. Sembrava, inoltre, che si sgonfiasse a poco a poco e che il suo involucro si allungasse distendendosi, passando, cioè, dalla forma sferica alla forma ovoidale. Verso mezzogiorno, l’aerostato si librava a soli duemila piedi sul mare. Esso stazzava cinquantamila piedi cubi (Nota: Circa 1.700 metri cubi. Fine nota) e, grazie a questa sua capacità, aveva evidentemente potuto mantenersi a lungo nell’aria, sia che avesse raggiunto grandi altezze, sia che si fosse spostato seguendo una direzione orizzontale. I passeggeri gettarono gli ultimi oggetti, che appesantivano ancora la navicella, i pochi viveri che avevano conservati, tutto insomma, persino i minuscoli utensili di cui erano piene le loro tasche e uno di loro, issandosi sul cerchio in cui si riunivano tutte le funi della rete, cercò di legare solidamente l’appendice inferiore dell’aerostato. Era evidente che i passeggeri non potevano più mantenere il pallone nelle regioni elevate dell’aria e che mancava loro il gas! Erano dunque perduti! Infatti, quel che si stendeva sotto di essi non era né un continente né un’isola. Lo spazio non offriva un solo punto d’atterraggio, una sola superficie solida sulla quale la loro àncora potesse prendere. Era il mare immenso, le cui onde si urtavano ancora con incomparabile violenza! Era l’oceano senza limiti visibili, anche per loro che lo dominavano dall’alto e i cui sguardi si estendevano per un raggio di quaranta miglia! Era una pianura liquida, battuta senza pietà, sferzata dall’uragano, che doveva loro apparire come una cavalcata di onde scapigliate, sulle quali fosse stata gettata una vasta rete di creste bianche! Non una terra in vista, non un’imbarcazione! Bisognava, dunque, arrestare a ogni costo il movimento discendente, per impedire che l’aerostato venisse inghiottito dai flutti. Evidentemente, i passeggeri della navicella erano appunto impegnati in questa urgente operazione. Ma, nonostante i loro sforzi, il pallone s’abbassava sempre più, muovendosi contemporaneamente, con estrema celerità, secondo la direzione del vento, cioè da nordest a sudovest. Che terribile situazione per quei disgraziati! Essi, evidentemente, non riuscivano più a comandare l’aerostato. Tutti i loro tentativi rimanevano vani. L’involucro del pallone si sgonfiava sempre più. Il gas ne usciva, senza che fosse possibile trattenerlo in alcun modo. La discesa si accelerava visibilmente e, un’ora dopo mezzogiorno, la navicella era sospesa a non più di seicento piedi sopra l’oceano. Tutto questo accadeva perché era impossibile impedire la fuga del gas, che fuorusciva liberamente da una spaccatura dell’involucro. Alleggerendo la navicella di tutto quanto conteneva, i passeggeri avevano potuto prolungare per alcune ore la loro sospensione nell’aria. Ma la catastrofe inevitabile non poteva così che essere ritardata, e se non fosse apparsa qualche terra prima che sopraggiungesse la notte, passeggeri, navicella e pallone sarebbero definitivamente scomparsi nelle onde. La sola manovra che ancora restasse da fare fu eseguita. I passeggeri dell’aerostato erano, evidentemente, gente energica, che sapeva guardare in faccia la morte. Non si sarebbe udito un solo lamento sfuggire dalle loro labbra. Erano decisi a lottare fino all’ultimo istante, e a fare tutto il possibile per ritardare la caduta. La navicella non era che una specie di grande paniere di vimini, inadatta a galleggiare, e non vi era alcuna possibilità di mantenerla sulla superficie del mare, se vi fosse caduta. Alle due dopo mezzogiorno l’aerostato era appena a quattrocento piedi sopra le onde. In quel momento una voce maschia — la voce di un uomo dal cuore inaccessibile alla paura — si fece udire. A quella voce risposero altre voci non meno energiche. «È stato gettato tutto?» «No! Ci sono ancora diecimila franchi d’oro! Un pesante sacco cadde subito in mare.» «Il pallone si rialza?» «Un poco, ma non tarderà a ricadere!» «Che cosa resta da gettar fuori?» «Niente!» «Sì… la navicella!» «Appendiamoci alla rete! E a mare la navicella!» Questo era veramente il solo e ultimo mezzo per alleggerire l’aerostato. Le funi che tenevano sospesa la navicella al cerchio vennero tagliate e l’aerostato si rialzò di duemila piedi. I cinque passeggeri s’erano issati sulla rete, sopra il cerchio, e si tenevano aggrappati al reticolato delle maglie, guardando l’abisso. Si sa di quale sensibilità statica sono dotati gli aerostati. Basta sbarazzarli del più piccolo oggetto per provocarne lo spostamento in senso verticale. L’apparecchio, ondeggiando nell’aria, si comporta come una bilancia di matematica precisione. Si capisce, quindi, che quando esso viene liberato da un peso relativamente notevole, il suo movimento è notevole e brusco. Così accadde infatti in questa occasione. Ma, dopo essersi un istante librato nelle regioni superiori dell’aria, il pallone cominciò a ridiscendere. Il gas sfuggiva attraverso lo squarcio che era impossibile riparare. I passeggeri avevano fatto tutto quanto avevano potuto. Nessuna forza umana poteva salvarli ormai. Dovevano solo sperare nell’aiuto di Dio. Alle quattro il pallone non era che a cinquecento piedi dalla superficie delle acque. Un latrato si fece sentire. Un cane accompagnava i passeggeri e si teneva aggrappato, vicino al suo padrone, alle maglie della rete. «Top ha visto qualcosa» gridò uno dei passeggeri. Subito dopo si sentì gridare ad alta voce: «Terra! Terra!» Il pallone, che il vento non cessava di trascinare verso sudovest, aveva percorso, dall’alba, una distanza considerevole, che si poteva calcolare a centinaia di miglia, e una terra piuttosto elevata stava, infatti, apparendo in quella direzione. Ma quella terra si trovava ancora a trenta miglia sotto vento. Non ci voleva meno di un’ora abbondante per raggiungerla, a condizione di non derivare. Un’ora! Il pallone non si sarebbe vuotato prima di tutto il gas che ancora conteneva? Questa era la terribile domanda che i passeggeri si rivolgevano! Essi vedevano distintamente quel punto solido che bisognava raggiungere a ogni costo. Ignoravano bensì se esso fosse isola/o continente, giacché era molto se sapevano verso quale parte del mondo l’uragano li aveva trascinati. Ma a quella terra, fosse abitata o no, dovesse essere ospitale o no, bisognava arrivare! Ora, alle quattro, era evidente che il pallone non poteva più sostenersi. Sfiorava la superficie del mare. Già la cresta delle enormi onde aveva più volte lambito la parte inferiore della rete, appesantendola ancor più, e l’aerostato non si sollevava che a metà, come un uccello colpito nell’ala da una scarica di piombo. Mezz’ora più tardi, la terra non era che a un miglio di distanza, ma il pallone, esaurito, floscio, allungato e tutto pieghe, conservava ancora un po’ di gas solo nella parte superiore. I passeggeri, aggrappati alla rete, pesavano troppo, e ben presto, a metà immersi nel mare, furono sferzati dalle onde furiose. L’involucro dell’aerostato prese allora la forma di una borsa e il vento, penetrando con violenza nelle pieghe, lo spinse come una nave che abbia il vento in poppa. Forse quell’impeto lo avrebbe avvicinato alla costa! L’apparecchio non distava dalla costa che due gomene, quando risuonarono grida terribili, uscite da quattro petti contemporaneamente. Il pallone, che sembrava non doversi più rialzare, aveva fatto ancora un balzo inatteso, dopo essere stato colpito da una violentissima ondata. Come se fosse stato sbarazzato improvvisamente di una parte del suo peso, risalì a un’altezza di millecinquecento piedi, dove incontrò una specie di risucchio, che, invece di portarlo direttamente sulla costa, gli fece seguire una direzione quasi parallela. Infine, due minuti dopo, il pallone si riavvicinò alla costa obliquamente e ricadde finalmente sulla sabbia del lido, fuori della portata delle onde. I passeggeri, aiutandosi a vicenda, riuscirono a liberarsi dalle maglie della rete. Il pallone, alleggerito del loro peso, fu riafferrato dal vento e, come un uccello ferito che ritrova un attimo di vita, disparve nello spazio. La navicella aveva contenuto cinque passeggeri, più un cane, e il pallone non ne gettava che quattro sulla spiaggia. Il passeggero mancante era stato evidentemente portato via dall’ultima ondata, che aveva colpito la rete permettendo all’aerostato così alleggerito di risalire un’ultima volta, e di raggiungere, qualche istante dopo, la terra. Appena i quattro naufraghi — si può dar loro questo nome — ebbero posto piede sulla terra, pensando all’assente, gridarono tutti: «Forse tenta di approdare a nuoto! Salviamolo! Salviamolo!» CAPITOLO II NON ERANO aeronauti di professione, né dilettanti di spedizioni aeree, coloro che l’uragano aveva gettato su quella costa. Erano dei prigionieri di guerra, che l’audacia aveva spinti a fuggire in circostanze straordinarie! Cento volte avrebbero dovuto perire! Cento volte il loro pallone lacerato avrebbe dovuto precipitarli nell’abisso! Ma il cielo li serbava a uno strano destino; e il 20 marzo, dopo essere fuggiti da Richmond, assediata dalle truppe del generale Ulysses Grant, essi si trovavano a settemila miglia da questa capitale della Virginia, la principale piazzaforte dei separatisti, durante la terribile guerra di Secessione. La loro navigazione aerea era durata cinque giorni. Ecco, d’altronde, in quali curiose circostanze aveva avuto luogo l’evasione dei prigionieri, che sarebbe finita, come sappiamo, in modo così catastrofico. In quello stesso anno 1865, nel mese di febbraio, in uno dei colpi di mano che il generale Grant tentò — ma inutilmente — per impadronirsi di Richmond, parecchi suoi ufficiali caddero nelle mani del nemico e vennero internati nella città. Uno dei più ragguardevoli fra coloro che furono presi apparteneva allo stato maggiore federale e si chiamava Cyrus Smith. Cyrus Smith, originario del Massachusetts, era un ingegnere, uno scienziato di prim’ordine, al quale il Governo dell’Unione aveva affidato, durante la guerra, la direzione delle ferrovie, il cui compito strategico fu considerevole. Vero americano del nord, magro, ossuto, stretto di fianchi, quarantacinquenne, circa, egli era già grigio; aveva barba e capelli rasati, e baffi molto folti. Aveva una di quelle belle teste «numismatiche», che sembrano fatte apposta per essere coniate in medaglie; gli occhi ardenti, la bocca seria, la fisionomia di uno scienziato della scuola militare. Era uno di quegli ingegneri che avevan voluto cominciare maneggiando il martello e il piccone, come quei generali che hanno voluto esordire da semplici soldati. Così, pari alle risorse dell’intelletto, egli possedeva la suprema abilità della mano. I suoi muscoli erano ben allenati. Vero uomo d’azione e, nello stesso tempo, uomo di pensiero, agiva senza alcuno sforzo, sotto l’impulso di una grande vitalità, avendo quella vivace pertinacia che sfida ogni avversità della fortuna. Istruitissimo, praticissimo, pieno di risorse, era un temperamento fiero, giacché, pur restando padrone di sé, in qualsiasi circostanza, egli soddisfaceva al massimo grado a quelle tre condizioni che insieme determinano l’energia umana: attività di mente e di corpo, impetuosità di desideri, potenza di volontà. E suo motto avrebbe potuto essere quello di Guglielmo d’Orange nel XVII secolo: «Non ho bisogno di sperare per tentare, né di riuscire per perseverare». Inoltre, Cyrus Smith era il coraggio personificato. Aveva partecipato a tutte le battaglie durante la guerra di Secessione. Dopo aver esordito sotto Ulysses Grant nei volontari dell’Illinois, s’era battuto a Paducah, a Belmont, a PittsburgLanding, all’assedio di Corinth, a PortGibson, al Black River, a Chattanoga, a Wilderness, sul Potomac, ovunque e valorosamente, da soldato degno di un generale, che rispondeva: «Non conto mai i miei morti». E cento volte Cyrus Smith avrebbe dovuto essere nel numero di quelli che il terribile Grant non contava, ma in tutti quei combattimenti, ove egli non si risparmiava certo, la sorte lo aveva sempre favorito, fino al momento in cui fu ferito e preso sul campo di battaglia di Richmond. Contemporaneamente a Cyrus Smith, nello stesso giorno, un altro personaggio importante cadeva nelle mani dei sudisti. Era niente meno che l’onorevole Gedeon Spilett, corrispondente del «New York Herald», che era stato incaricato di seguire le peripezie della guerra con gli eserciti del Nord. Gedeon Spilett era della razza di quei meravigliosi cronisti inglesi o americani, degli Stanley e altri simili, che non indietreggiano davanti a nulla pur di ottenere un’informazione esatta, da trasmettere al loro giornale nel più breve tempo. I giornali dell’Unione, come per esempio il «New York Herald», costituiscono delle vere e proprie potenze e i loro delegati sono rappresentanti con i quali bisogna fare i conti. Gedeon Spilett era in prima fila fra questi. Uomo di grande merito, pronto e preparato a tutto, ricco d’idee, uomo che aveva girato il mondo intero, soldato e artista, energico nei giudizi, risoluto nell’azione, noncurante di dolori, fatiche e pericoli, quando si trattava di sapere, per sé prima, per il suo giornale poi, vero eroe della curiosità, dell’informazione, dell’inedito, dello sconosciuto, dell’impossibile, egli era uno di quegli intrepidi osservatori che scrivono sotto il fuoco, fanno la cronaca in mezzo al fragore delle cannonate e per i quali tutti i pericoli sono buone fortune. Egli pure aveva preso parte a tutte le battaglie, in prima fila sempre, con la rivoltella in una mano e il taccuino nell’altra, e la mitraglia non faceva tremare la sua matita. Non stancava i fili con lunghi telegrammi, come chi si sforza di parlare pur non avendo nulla da dire, ma ciascuno dei suoi appunti, brevi, netti, chiari, faceva luce su di un punto importante. D’altronde, l’humour non gli mancava. Fu lui che, dopo l’affare del Black River, volendo a ogni costo conservare il suo posto allo sportello dell’ufficio telegrafico per poter annunciare per primo al suo giornale il risultato della battaglia, telegrafò per due ore di seguito i primi capitoli della Bibbia. Il «New York Herald» spese duemila dollari, ma il primo a essere informato fu il «New York Herald». Gedeon Spilett era di alta statura. Aveva quarant’anni al massimo. Delle fedine biondorossicce inquadravano il suo viso. Il suo occhio era calmo, vivo, rapido nei movimenti. Era l’occhio di un uomo che ha l’abitudine di percepire rapidamente tutti i minimi particolari di un orizzonte. Solidamente costrutto, il suo fisico s’era temprato a tutti i climi, come una sbarra d’acciaio si tempra nell’acqua fredda. Da dieci anni, Gedeon Spilett era il reporter titolare del «New York Herald», che arricchiva delle sue cronache e dei suoi disegni, giacché egli maneggiava altrettanto bene la matita quanto la penna. Quando fu preso, stava facendo la descrizione e lo schizzo della battaglia. Le ultime parole scritte sul suo taccuino furono queste: «Un sudista mi prende di mira col fucile e…». Gedeon Spilett non fu colpito, e, secondo la sua invariabile abitudine, uscì da quell’avventura senza nemmeno un graffio. Cyrus Smith e Gedeon Spilett, che si conoscevano solo di fama, erano stati entrambi trasportati a Richmond. L’ingegnere guarì rapidamente della sua ferita e fu durante la convalescenza che conobbe il reporter. Questi due uomini si piacquero e impararono a stimarsi reciprocamente. Ben presto la loro vita comune non ebbe più che uno scopo: fuggire, raggiungere l’esercito di Grant e combattere ancora nelle sue file per l’unità federale. I due americani erano dunque decisi a profittare di qualsiasi occasione; ma, benché fossero lasciati liberi nella città, Richmond era così severamente sorvegliata che un’evasione doveva essere considerata impossibile. Frattanto Cyrus Smith fu raggiunto da un servo, che gli era devoto per la vita e per la morte. Questo valoroso era un negro, nato nei possedimenti dell’ingegnere da genitori schiavi, ma che da gran tempo Cyrus Smith, abolizionista per convinzione e per sentimento, aveva reso libero. Lo schiavo, divenuto libero, non aveva voluto abbandonare il suo padrone. Lo amava tanto che sarebbe morto per lui, se fosse stato necessario. Era un giovane di trent’anni, vigoroso, agile, scaltro, intelligente, dolce e calmo, talvolta ingenuo, sempre sorridente, servizievole e buono. Si chiamava Nabuchodonosor, ma rispondeva solo al diminutivo familiare di Nab. Quando Nab seppe che il suo padrone era stato fatto prigioniero, lasciò il Massachusetts senza esitare, arrivò davanti a Richmond, e, a forza di astuzia e scaltrezza, dopo avere rischiato venti volte la vita, riuscì a penetrare nella città assediata. Il piacere di Cyrus Smith nel rivedere il suo servitore e la gioia di Nab nel ritrovare il suo padrone, non si possono esprimere con parole. Ma se Nab aveva potuto penetrare in Richmond, era però ben difficile uscirne, perché i prigionieri federali vi erano strettamente sorvegliati. Occorreva un’occasione straordinaria per poter tentare un’evasione con qualche probabilità di successo, e questa occasione non solo non si presentava, ma era altresì difficile farla nascere. Intanto, Grant continuava le sue energiche operazioni. La vittoria di Petersburg gli era stata disputata a ben caro prezzo. Le sue forze, riunite a quelle di Butler, non avevano ancora ottenuto nessun risultato concreto davanti a Richmond, e nulla faceva ancora presagire che la liberazione dei prigionieri dovesse essere prossima. Il reporter, cui la fastidiosa prigionia non procurava nessun particolare interessante da notare, non poteva più resistere. Non aveva che una sola idea: uscire da Richmond a qualunque costo. Parecchie volte egli tentò la fuga, ma ne fu sempre impedito da ostacoli insormontabili. Intanto, l’assedio continuava, e se i prigionieri avevano fretta di fuggire per raggiungere l’esercito di Grant, alcuni fra gli assediati avevano una premura non minore di fuggire per raggiungere l’esercito separatista: fra questi era un certo Jonathan Forster, sudista arrabbiato. Fatto sta che, se i prigionieri federali non potevano uscire dalla città, nemmeno i separatisti potevano farlo, perché l’esercito del Nord li stringeva da ogni parte. Il governatore di Richmond già da lungo tempo non poteva più comunicare con il generale Lee, mentre sarebbe stato del più alto interesse fargli conoscere la situazione della città, allo scopo di affrettare la marcia dell’esercito di soccorso. Jonathan Forster ebbe allora l’idea di alzarsi in pallone, per attraversare le linee assediami e arrivare così al campo dei separatisti. Il governatore autorizzò il tentativo. Un aerostato fu costruito e messo a disposizione di Jonathan Forster, che doveva essere accompagnato nel viaggio aereo da cinque altri uomini. Erano muniti di armi, in caso che avessero dovuto difendersi atterrando, e di viveri, per l’eventualità che il loro viaggio aereo si prolungasse. La partenza del pallone era stata fissata per il 18 marzo: doveva aver luogo di notte e, con un vento di nordovest di media forza, gli aeronauti contavano di arrivare in poche ore al quartiere generale di Lee. Ma questo vento di nordovest non fu proprio una semplice brezza. Fin dal giorno 18 fu evidente ch’esso tendeva a mutarsi in uragano. Ben presto la tempesta divenne così violenta che la partenza di Forster dovette essere differita, giacché era impossibile arrischiare l’aerostato e gli uomini, avventurandosi fra gli elementi scatenati. Il pallone, gonfiato sulla piazza principale di Richmond, era dunque là, pronto a partire alla prima tregua del vento e in città l’impazienza era grande, alla vista dello stato dell’atmosfera che non si modificava. Il 18 e il 19 marzo passarono senza che alcun mutamento si verificasse nel maltempo. Si faticava, inoltre, non poco per preservare il pallone, attaccato al suolo, perché le raffiche lo schiacciavano fino a terra. Anche la notte dal 19 al 20 trascorse; ma la mattina del 20 l’uragano si era manifestato con maggiore violenza. La partenza era impossibile. Quel giorno, l’ingegnere Cyrus Smith fu avvicinato, in una via di Richmond, da un uomo che non conosceva. Era un marinaio di nome Pencroff, fra i trentacinque e i quarant’anni, di costituzione vigorosa, molto abbronzato, con gli occhi vivaci, dalle palpebre mobilissime, e una faccia simpatica. Questo Pencroff era un americano del nord, che aveva viaggiato su tutti i mari del globo, e al quale era accaduto, in fatto d’avventure, tutto ciò che può capitare di straordinario a un bipede implume. È inutile dire che era una natura intraprendente, pronta a tutto, e che non si meravigliava di nulla. Pencroff, al principio di quell’anno, si era recato per affari a Richmond con un giovinetto quindicenne, Harbert Brown, del NewJersey, figlio del suo capitano; un orfano che amava come se fosse stato suo figlio. Non avendo potuto lasciare la città prima dell’inizio dell’assedio, egli vi si trovò dunque bloccato, con suo immenso dispiacere, e non ebbe da allora che una sola idea: fuggire, approfittando di tutti i mezzi disponibili. Conosceva di fama l’ingegnere Cyrus Smith. Sapeva con quale impazienza quest’uomo risoluto mordeva il freno. Quel giorno egli non esitò, dunque, ad avvicinarlo, dicendogli senza preliminari di sorta: «Signor Smith, ne avete abbastanza di Richmond?» L’ingegnere guardò intensamente l’uomo che gli parlava così e che aggiunse subito, a bassa voce: «Signor Smith, volete fuggire?» «Quando?» rispose vivamente l’ingegnere. E si può affermare che questa risposta gli scappò proprio di bocca, giacché non aveva ancora osservato lo sconosciuto che gli rivolgeva la parola. Ma dopo avere osservato con occhio penetrante il volto leale del marinaio, egli non ebbe più dubbi: comprese di trovarsi in presenza di un uomo onesto. «Chi siete?» domandò brevemente. Pencroff si fece conoscere. «Bene» rispose Cyrus Smith. «E con quale mezzo mi proponete di fuggire?» «Con quello sfaticato d’un pallone, lasciato lì a far niente, e che mi sembra aspetti proprio noi!…» Il marinaio non ebbe bisogno di completare la frase. L’ingegnere aveva compreso al volo. Afferrò Pencroff per un braccio e lo condusse a casa sua. Là il marinaio spiegò il suo progetto, semplicissimo in verità. A metterlo in esecuzione non si rischiava che la vita. L’uragano era al massimo della sua violenza, è vero, ma un ingegnere abile e audace come Cyrus Smith avrebbe saputo certo guidare un aerostato. Se avesse saputo pilotare, lui, Pencroff, non avrebbe esitato a partire, con Harbert, naturalmente. Egli aveva visto molte altre cose e assai peggiori: non era certo uomo da spaventarsi per una tempesta! Cyrus Smith aveva ascoltato il marinaio senza proferire parola, ma il suo sguardo brillava. L’occasione era là, pronta. Egli non era uomo da lasciarsela sfuggire. Il disegno era soltanto molto pericoloso, ma era attuabile. Nella notte, malgrado la sorveglianza, si poteva avvicinare il pallone, insinuarsi nella navicella e poi tagliare i legami che trattenevano l’apparecchio! Certamente, si rischiava di venire uccisi, ma si poteva anche riuscire: se poi non ci fosse stata quella tempesta… Ma senza quella tempesta il pallone sarebbe già partito e l’occasione, tanto cercata, non si sarebbe presentata in quel momento! «Non sono solo!…» disse finalmente Cyrus Smith. «Quante persone volete condurre con voi?» chiese il marinaio. «Due: il mio amico Spilett e il mio servo Nab.» «Con voi, fanno tre,» rispose Pencroff «e, con Harbert e me, cinque. Il pallone ne doveva portare sei…» «Sta bene così! Partiremo!» disse Cyrus Smith. Smith aveva così impegnato nell’avventura anche il giornalista, ma questi, che non era tipo da indietreggiare davanti al pericolo, quando gli fu comunicata la proposta, l’approvò senza fare obiezioni. Solo si meravigliò che un’idea così semplice non fosse già venuta a lui. Quanto a Nab, egli seguiva il suo padrone ovunque volesse andare. «A questa sera, allora» disse Pencroff. «Noi andremo a zonzo, tutt’e cinque, nei paraggi, da semplici curiosi!» «A stasera, alle dieci,» rispose Cyrus Smith «e voglia il cielo che questa tempesta non si calmi prima della nostra partenza!» Pencroff s’accomiatò dall’ingegnere, e tornò al suo alloggio, ove era rimasto il giovane Harbert Brown. Quel coraggioso ragazzo conosceva il piano del marinaio e attendeva, non senza una certa ansietà, il risultato del tentativo fatto presso l’ingegnere. Come si vede, erano cinque uomini risoluti che andavano così a gettarsi nella tormenta, in pieno uragano! No. L’uragano non si acquietò, e né Jonathan Forster, né i suoi compagni potevano pensare ad affrontarlo in quella fragile navicella! La giornata fu terribile! L’ingegnere non temeva che una sola cosa: che l’aerostato, trattenuto al suolo e coricato dal vento, si lacerasse in mille pezzi. Durante parecchie ore si aggirò per la piazza quasi deserta, sorvegliando l’apparecchio. Pencroff, con le mani in tasca, faceva altrettanto dal canto suo, sbadigliando di tanto in tanto, come uno che non sa come ammazzare il tempo, ma temendo egli pure che il pallone si squarciasse o spezzasse i legami cui era avvinto e se ne fuggisse nell’aria. Giunse la sera. La notte si fece scurissima. Dense ondate di nebbia passavano come nuvole sfiorando la terra. Cadeva una pioggia mista a neve. Il tempo era freddo. Una specie di nebbia pesava su Richmond. Sembrava che la violenta tempesta avesse provocato una tregua fra gli assediami e gli assediati e che il cannone avesse voluto tacere di fronte alle formidabili detonazioni dell’uragano. Le vie della città erano deserte. Non era nemmeno sembrato necessario, dato il tempo orribile, vigilare la piazza, in mezzo alla quale si dibatteva l’aerostato. Tutto evidentemente favoriva la partenza dei prigionieri, ma quel viaggio, in mezzo alle raffiche scatenate… «Cattivo tempo!» si diceva Pencroff, assicurandosi sul capo, con un pugno, il cappello, che il vento gli disputava. «Ma ne verremo a capo ugualmente!» Alle nove e mezzo, Cyrus Smith e i suoi compagni sgattaiolavano da vari lati sulla piazza, che le lanterne a gas, spente dal vento, lasciavano in un’oscurità profonda. Non si vedeva nemmeno l’enorme aerostato, quasi interamente coricato e schiacciato al suolo. Indipendentemente dai sacchi di zavorra, che trattenevano le funi della rete, la navicella era assicurata con un robusto cavo infilato in un anello infisso nel selciato, che tornava a bordo con l’altro capo. I cinque prigionieri si riunirono presso la navicella. Nessuno li aveva veduti: l’oscurità era tale, che non potevano vedersi nemmeno fra loro. Senza pronunciare una parola, Cyrus Smith, Gedeon Spilett, Nab e Harbert presero posto nella navicella, mentre Pencroff, dietro ordine dell’ingegnere, staccava l’uno dopo l’altro i sacchetti di zavorra. Fu questione di alcuni istanti, poi il marinaio raggiunse i suoi compagni. L’aerostato non fu allora trattenuto che dal cavo: Cyrus Smith non aveva che da dare l’ordine di partenza. In quel momento, un cane diede d’un salto la scalata alla navicella. Era Top, il cane dell’ingegnere, che, avendo spezzato i lacci, aveva seguito il padrone. Cyrus Smith, temendo un eccesso di peso, voleva lasciare a terra la povera bestia. «Peuh! Uno di più!…» disse Pencroff, alleggerendo la navicella di altri due sacchi di sabbia. Poi, egli mollò il doppino di cavo, e il pallone, prendendo una direzione obliqua, disparve, dopo avere urtato e abbattuto con la navicella due comignoli, nella furia della partenza. L’uragano si scatenava allora con una spaventosa violenza. L’ingegnere, durante la notte, non poté certo pensare a discendere, e quando si fece giorno, la vista della terra gli era totalmente impedita dai vapori dell’atmosfera. Soltanto cinque giorni dopo una specie di chiarore diffuso lasciò indovinare il mare immenso al di sotto dell’aerostato, che il vento trascinava con una velocità spaventevole! Già sappiamo come, dei cinque uomini partiti il 20 marzo, quattro erano stati gettati, il 24 marzo, su una costa deserta, a più di seimila miglia dal loro Paese! (Nota: Il 5 aprile, Richmond cadeva nelle mani di Grant, la rivolta dei separatisti era soffocata, Lee si ritirava nell’Ovest, e la causa dell’unità americana trionfava. Fine nota) Colui che mancava all’appello, colui che i quattro superstiti si apprestavano senz’indugio a rintracciare e a soccorrere era il loro capo: l’ingegnere Cyrus Smith! CAPITOLO III L’INGEGNERE, attraverso le maglie della rete che avevano ceduto, era stato portato via da un colpo di mare. Anche il suo cane era scomparso. Il fedele animale si era volontariamente precipitato in soccorso del padrone. «Avanti!» gridò il giornalista. E tutt’e quattro, Gedeon Spilett, Harbert, Pencroff e Nab, dimenticando spossatezza e fatiche, incominciarono le ricerche. Il povero Nab piangeva di rabbia e di disperazione a un tempo, al pensiero di avere perso tutto ciò ch’egli amava al mondo. Non erano trascorsi due minuti tra la scomparsa di Cyrus Smith e l’istante in cui i suoi compagni avevano toccato terra. Essi potevano, dunque, sperare d’arrivare in tempo a salvarlo. «Cerchiamo! Cerchiamo!» gridò Nab. «Sì, Nab,» rispose Gedeon Spilett «e lo ritroveremo!» «Vivo?» «Vivo!» «Sa nuotare?» domandò Pencroff. «Sì,» rispose Nab «e, d’altronde, Top è con lui!… Il marinaio, sentendo il mare mugghiare, scosse la testa. L’ingegnere era sparito a nord della costa, a mezzo miglio circa dal punto» ove i naufraghi avevano atterrato. Se egli aveva potuto raggiungere il punto più vicino del litorale, questo non doveva distare più di mezzo miglio dal punto dell’atterraggio. Erano quasi le sei. La nebbia si era levata da poco e rendeva la notte scurissima. I naufraghi camminavano verso nord seguendo la costa est di quella terra sulla quale il caso li aveva gettati, terra sconosciuta, di cui essi non potevano nemmeno supporre la posizione geografica. Calpestavano un suolo sabbioso, misto di sassi, che pareva privo di ogni vegetazione. Quel suolo, molto ineguale, tutto a ciottoli, sembrava in certi punti crivellato di piccole buche, che rendevano il cammino penosissimo. Da queste buche uscivano a ogni momento grossi uccelli dal volo pesante, fuggenti in tutte le direzioni; ma l’oscurità impediva di vederli. Altri, più agili, si levavano a stormi e passavano come nembi. Il marinaio credeva di riconoscere in essi dei gabbiani, e delle procellarie, le cui acute strida parevano fare a gara con i ruggiti del mare. Di tanto in tanto i naufraghi si fermavano, chiamavano ad altissima voce, e ascoltavano se per caso venisse una qualche risposta dalla parte dell’oceano. Essi pensavano, infatti, che se fossero stati in prossimità del luogo ove l’ingegnere aveva potuto toccar terra, i latrati di Top sarebbero arrivati fino a loro, nel caso che Cyrus Smith fosse stato nell’impossibilità di dar segno di vita. Ma nessun grido si elevava sul brontolio delle onde e il rumore della risacca. Allora, la piccola comitiva riprendeva la marcia in avanti, frugando anche le più insignificanti anfrattuosità del litorale. Dopo una corsa di venti minuti, i quattro naufraghi vennero arrestati improvvisamente da una schiumante barriera di onde. Il terreno solido mancava loro sotto i piedi. Essi erano giunti all’estremità di una punta sottilissima, contro la quale il mare si frangeva con furore. «È un promontorio» disse il marinaio. «Bisogna ritornare sui nostri passi tenendo la destra, e arriveremo così alla terraferma.» «Ma egli è là!» rispose Nab, indicando l’oceano, le cui onde enormi biancheggiavano nell’ombra. «Ebbene, chiamiamolo!» E tutti, unendo le loro voci, lanciarono un vigoroso richiamo; ma nulla e nessuno rispose. Attesero che si facesse una tregua nel fragore degli elementi e rinnovarono la chiamata. Ancora nulla. I naufraghi ritornarono, seguendo il rilievo opposto del promontorio, trovando un suolo ugualmente sabbioso e pietroso. Tuttavia, Pencroff osservò che il terreno saliva, e suppose che doveva raggiungere, mediante un tratto assai lungo in salita, un’alta costa, la cui massa si profilava confusamente nell’ombra. Gli uccelli erano meno numerosi in questa parte della spiaggia. Anche il mare vi si mostrava meno agitato, meno fragoroso, e si poteva inoltre osservare che l’agitazione delle onde diminuiva sensibilmente. Si udiva appena il rumore della risacca. Indubbiamente, quel fianco del promontorio formava un’ansa semicircolare che, dalla punta sporgente del promontorio stesso, era protetta contro le ondate del mare aperto. Ma, seguendo questa direzione, si andava verso il sud: si andava, cioè, all’opposto di quella parte della costa ove, eventualmente, Cyrus Smith poteva aver preso terra. Dopo un percorso di un miglio e mezzo, il litorale non presentava ancora alcuna curva che permettesse di ripiegare verso il nord. Però, il promontorio, del quale avevano girato la punta, non poteva non riunirsi alla terraferma. Benché allo stremo delle forze, i naufraghi camminavano decisi, con la speranza di trovare a ogni momento qualche svolta improvvisa che li riconducesse nella primitiva direzione. Grande fu, dunque, la loro delusione, quando, dopo aver percorso due miglia circa, si videro ancora una volta arrestati dal mare su una punta assai elevata, fatta di rocce sdrucciolevoli. «Siamo su un isolotto!» disse Pencroff. «E l’abbiamo ormai percorso da un’estremità all’altra!» L’osservazione del marinaio era giusta. I naufraghi erano stati gettati, non su di un continente, e nemmeno su di un’isola, ma su un isolotto, che non misurava più di due miglia di lunghezza e la cui larghezza era evidentemente poco considerevole. Quell’arido isolotto, sparso di pietre, senza vegetazione, apparteneva forse a un arcipelago più importante? Non era possibile dirlo. Gli aeronauti, quando dalla loro navicella avevano intravisto la terra attraverso le nebbie, non avevano potuto rendersi esatto conto dell’ampiezza di essa. Ma Pencroff, con i suoi occhi di marinaio abituati a penetrare l’ombra, credette, in quel momento, di distinguere a ovest delle masse confuse, indizio di una costa elevata. Ma non si poteva, data l’oscurità, determinare a quale sistema, semplice o complesso, appartenesse l’isolotto. Nemmeno si poteva uscirne, giacché il mare lo circondava. Bisognava, dunque, rimandare all’indomani la ricerca dell’ingegnere, che non aveva, ahimè! segnalato la sua presenza con alcun grido. «Il silenzio di Cyrus non prova niente» disse il giornalista. «Può essere svenuto, ferito, in uno stato tale da non potere per il momento rispondere: non dobbiamo disperare.» Il giornalista manifestò allora l’idea di accendere, su un punto dell’isolotto, qualche fuoco che potesse servire di segnale all’ingegnere. Ma invano si cercò della legna o degli sterpi secchi. Sabbia e pietre, non c’era altro. Si può comprendere il dolore di Nab e quello dei suoi compagni, che si erano vivamente affezionati all’intrepido Cyrus Smith. Era fin troppo evidente ch’essi erano, per allora almeno, impotenti a soccorrerlo. Bisognava aspettare il nuovo giorno. O l’ingegnere aveva potuto salvarsi da sé, e già aveva trovato rifugio in un punto della costa, o era ormai perduto per sempre! Quelle ore furono lunghe e penose da passare. Il freddo era acuto. I naufraghi soffrivano crudelmente, ma se ne accorgevano appena. Essi non pensarono nemmeno a prendere un breve riposo. Dimenticando se stessi per il loro capo, sperando, volendo sperare sempre, andavano e venivano su quell’isolotto arido, ritornando incessantemente sulla punta nord, là dove supponevano di essere più vicini al luogo della catastrofe. Ascoltavano, gridavano, cercavano di sorprendere qualche appello estremo, e le loro voci dovevano anche trasmettersi in lontananza, giacché una certa calma regnava ormai nell’atmosfera, e i rumori del mare cominciavano ad attenuarsi con la stessa mareggiata. A un certo momento, un grido di Nab sembrò persino ripetersi: era l’eco. Harbert fece osservare il fenomeno a Pencroff, aggiungendo: «Questo proverebbe che esiste a ovest una costa abbastanza vicina.» Il marinaio fece un segno affermativo. D’altronde, i suoi occhi non potevano ingannarsi. Se egli aveva, sia pure vagamente, veduto terra, là una terra esisteva senza dubbio. Ma questa eco lontana fu la sola risposta alle grida di Nab, e su tutta la parte est dell’isolotto l’immensità rimase silenziosa. Nondimeno il cielo, a poco a poco, si liberava dai vapori. Verso mezzanotte alcune stelle brillarono, e se l’ingegnere fosse stato là, vicino ai suoi compagni, avrebbe potuto notare che non erano più le stelle dell’emisfero boreale. Infatti, la Stella Polare non appariva su questo nuovo orizzonte, le costellazioni dello zenit non erano più quelle che egli abitualmente osservava nella parte nord del nuovo continente, e la Croce del Sud risplendeva al polo australe. Anche quella notte passò. Verso le cinque del mattino — era il 25 di marzo — le regioni più elevate del cielo presero qualche leggera sfumatura di colore. L’orizzonte restava ancora oscuro, ma, con i primi chiarori del giorno, una nebbia opaca si alzò dal mare, per modo che il raggio visivo non poteva estendersi più di una ventina di passi. La nebbia si snodava in larghe volute, che si muovevano pesantemente. Era un contrattempo. I naufraghi nulla potevano distinguere attorno a se stessi. Mentre gli sguardi di Nab e del giornalista si rivolgevano sull’oceano, il marinaio e Harbert cercavano la costa all’ovest. Ma nemmeno un lembo di terra era visibile. «Non importa,» disse Pencroff «anche se non vedo la costa, la sento… È là… là… Ne sono così sicuro com’è sicuro che non siamo più a Richmond!» Ma la nebbia non avrebbe tardato a diradarsi. Non era che una foschia, indizio di bel tempo. Un buon sole ne scaldava gli strati superiori e quel calore, filtrando attraverso di essa, giungeva sino alla superficie dell’isolotto. Infatti, verso le sei e mezzo, tre quarti d’ora dopo il levar del sole, la bruma divenne più trasparente: si condensava in alto, ma si scioglieva in basso. Poco dopo, l’intero isolotto apparve, come fosse disceso da una nuvola; poi, il mare si mostrò, simile a un piano circolare: infinito verso est, ma limitato verso ovest da una costa elevata e rocciosa. Sì! La terra era là. Là, la salvezza, assicurata per lo meno provvisoriamente. Fra l’isolotto e la costa, separati da un canale largo un mezzo miglio, una corrente estremamente rapida si propagava rumorosamente. Tuttavia, uno dei naufraghi, non consultando che il cuore, si precipitò tosto nella corrente, senza consigliarsi con i compagni, senza nemmeno dire una parola. Era Nab. Egli aveva fretta di raggiungere quella costa e di risalirla in direzione nord. Nessuno avrebbe potuto trattenerlo. Pencroff lo richiamò, ma invano. Il giornalista si accingeva a seguire Nab. Pencroff, allora, avvicinandosi a lui: «Volete attraversare questo canale?» domandò. «Sì» rispose Gedeon Spilett. «Orbene, aspettate, date retta a me» disse il marinaio. «Nab basterà a soccorrere il suo padrone. Se ci gettassimo in questo canale, rischieremmo di essere trascinati al largo dalla corrente, che è di una violenza straordinaria. Ora, se non m’inganno, si tratta di una corrente di riflusso. Osservate: la marea si abbassa sulla sabbia. Pazientiamo, dunque, e con la bassa marea è probabile che troviamo un punto guadabile…» «Avete ragione» rispose il giornalista. «Dobbiamo separarci il meno possibile…» Frattanto, Nab lottava vigorosamente contro la corrente. L’attraversava in direzione obliqua. Si vedevano le sue spalle nere emergere a ogni spinta. Egli cedeva alla deriva assai rapida, ma guadagnava strada anche verso la costa. Impiegò più di mezz’ora a percorrere il mezzo miglio che separava l’isolotto dalla terra, e poté toccare il lido solo a parecchie miglia di piedi dal luogo situato di fronte al punto donde era partito. Nab prese terra ai piedi di un’alta muraglia di granito e si scrollò vigorosamente; poi, sempre correndo, scomparve subito dietro una punta rocciosa, che si protendeva in mare, press’a poco all’altezza dell’estremità settentrionale dell’isolotto. I compagni di Nab avevano seguito con angoscia il suo audace tentativo, e, quando non lo videro più, sollevarono gli occhi su quella terra alla quale stavano per domandare rifugio, mentre mangiavano alcuni frutti di mare di cui la sabbia era seminata: era un magro pasto, ma, insomma, era pur sempre qualche cosa. La costa di fronte formava una vasta baia, terminante, a sud, con una punta sottilissima, spoglia di qualsiasi vegetazione e di aspetto molto selvaggio. Questa punta veniva a congiungersi al litorale in modo abbastanza capriccioso e si appoggiava ad alte rocce granitiche. Verso nord, invece, la baia, allargandosi, formava una costa più arrotondata, che correva da sudovest a nordest e terminava con uno snello promontorio. Fra questi due punti estremi, sui quali si appoggiava l’arco della baia, la distanza poteva essere di otto miglia. A mezzo miglio dalla spiaggia, l’isolotto occupava una stretta striscia di mare e somigliava a un enorme cetaceo, di cui rappresentava la carcassa molto ingrandita. La sua larghezza massima non oltrepassava un quarto di miglio. Davanti all’isolotto, il litorale si componeva, in basso, di una spiaggia sabbiosa, sparsa di rocce nerastre, che in quel momento riaffioravano a poco a poco, per la marea discendente. Più in su, si staccava una specie di cortina granitica, tagliata a picco, coronata, a una altezza di trecento piedi almeno, da una cresta capricciosa. Essa si profilava così per una lunghezza di tre miglia, e finiva bruscamente a destra con un ripiano che si sarebbe creduto tagliato dalla mano dell’uomo. Sulla sinistra, invece, sopra il promontorio, questa specie di scogliera irregolare, che si sgretolava in schegge prismatiche ed era composta di agglomerati e detriti, declinava a mo’ di rampa allungata, che andava a confondersi a poco a poco con le rocce della punta meridionale. Sull’altipiano sovrastante la costa, nessun albero. Era una specie di tavola rasa come quella che domina CapeTown, al capo di Buona Speranza, ma di proporzioni più ridotte. Per lo meno sembrava tale, vista dall’isolotto. Tuttavia, la verzura non mancava a destra, dietro quell’alto pianoro. Si distingueva facilmente la massa confusa dei grandi alberi, che si stendeva a perdita d’occhio. Quel verde rallegrava la vista, profondamente rattristata dalle aspre linee della parete di granito. Infine, sullo sfondo del panorama e al di sopra dell’altipiano, in direzione di nordovest, a una distanza di almeno sette miglia, risplendeva una cima bianca che i raggi del sole colpivano in pieno. Era il cappuccio nevoso di qualche monte lontano. Non era dunque possibile pronunciarsi circa la natura di quella terra: sapere, cioè, se formava un’isola o se apparteneva a un continente. Ma vedendo le rocce tormentate sulla sinistra, un geologo non avrebbe esitato ad attribuir loro un’origine vulcanica. Esse erano incontestabilmente il prodotto di un’attività plutonica. Gedeon Spilett, Pencroff e Harbert osservavano attentamente quella terra, sulla quale stavano per andare a vivere forse per lunghi anni, sulla quale sarebbero fors’anche morti, se non si trovava sulla rotta delle navi! «Ebbene,» domandò Harbert «che ne dici, Pencroff?» «Bah,» rispose il marinaio «c’è del buono e c’è del gramo, come in ogni cosa. Vedremo. Ma ecco il riflusso che si fa sentire. Fra tre ore tenteremo il passaggio e, una volta arrivati là, cercheremo di trarci d’impaccio e di ritrovare il signor Smith!» Pencroff non si era ingannato nelle sue previsioni. Tre ore dopo, a marea bassa, la maggior parte delle sabbie, formanti il letto del canale, era scoperta. Non restava tra l’isolotto e la costa che uno stretto canale, indubbiamente agevole da passare. Infatti, verso le dieci, Gedeon Spilett e i suoi due compagni si spogliarono dei loro abiti, ne fecero un involto che misero sulla testa, e s’avventurarono nel canale, la cui profondità non oltrepassava i cinque piedi. Harbert, per il quale l’acqua sarebbe stata troppo alta, nuotava come un pesce e se la cavò a meraviglia. Tutt’e tre arrivarono senza difficoltà sull’opposta sponda. Là, avendoli il sole asciugati rapidamente, rimisero i loro vestiti, che avevano, come s’è visto, salvato dal contatto dell’acqua, e tennero consiglio. CAPITOLO IV PRIMA DI TUTTO, il giornalista disse al marinaio di aspettarlo in quel medesimo luogo, ove egli lo avrebbe raggiunto più tardi; e, senza perdere un istante, risalì il litorale, nella direzione seguita dal negro Nab qualche ora prima. Poi scomparve rapidamente dietro un angolo della costa, tanto gli premeva di aver notizie dell’ingegnere. Harbert avrebbe voluto accompagnarlo. «Resta qui, ragazzo mio» gli aveva detto il marinaio. «Dobbiamo preparare un accampamento e vedere se sia possibile trovare qualcosa di più sostanzioso che i frutti di mare da mettere sotto i denti. I nostri amici avranno bisogno di rifocillarsi al loro ritorno. A ciascuno il suo compito.» «Sono pronto, Pencroff» rispose Harbert. «Bene!» riprese il marinaio «così va bene. Procediamo con metodo. Siamo stanchi, abbiamo freddo, abbiamo fame. Si tratta, dunque, di trovare ricovero, fuoco e nutrimento. La foresta ha legna, i nidi hanno uova: resta, quindi, da cercare la casa.» «Cercherò io» rispose Harbert «una grotta in queste rocce, e finirò, spero, per scoprire qualche buco, entro il quale poterci cacciare!» «Proprio quello che ci vuole!» disse Pencroff. «In cammino, in cammino, ragazzo mio.» Ed eccoli procedere entrambi ai piedi dell’enorme muraglia, sulla spiaggia che la marea calante aveva scoperto per largo tratto. Ma, invece di risalire verso il nord, discesero a sud. Pencroff aveva osservato che la costa, a qualche centinaio di passi dal luogo dove erano sbarcati, offriva una stretta apertura che, secondo lui, doveva servire di sbocco a un fiume o a un ruscello. Ora, mentre era utile stabilirsi nelle vicinanze di un corso d’acqua bevibile, non era anche impossibile che la corrente avesse spinto Cyrus Smith da quella parte. Come si è già detto, l’alta muraglia si drizzava fino a un’altezza di trecento piedi, ma quell’enorme massa era compatta ovunque e, anche alla base, — appena lambita dal mare — essa non presentava la minima fessura che potesse servire di ricovero provvisorio. Era un muro verticale, fatto di granito durissimo, che l’onda non aveva mai corroso. Intorno alla sua cima volteggiava tutto un mondo di uccelli acquatici, e particolarmente diverse specie dell’ordine dei palmipedi, dal lungo becco schiacciato e appuntito; volatili dalle alte e continue strida, poco impauriti dalla presenza dell’uomo, che per la prima volta, indubbiamente, turbava la loro solitudine. Fra quei palmipedi, Pencroff riconobbe parecchi individui di una specie di gabbiani, ai quali si dà qualche volta il nome di stercorari, e anche delle piccole procellarie voraci che nidificavano nelle anfrattuosita del granito. Un colpo di fucile sparato in mezzo a quella moltitudine di uccelli ne avrebbe abbattuti un gran numero; ma per tirare un colpo di fucile, occorreva un fucile, e né Pencroff né Harbert ne avevano uno. D’altronde, procellarie e stercorari sono a malapena mangiabili e anche le loro uova sono disgustose. Ma Harbert, che si era spinto un po’ più a sinistra, segnalò poco dopo alcuni scogli tappezzati d’alghe, che l’alta marea avrebbe certamente ricoperti qualche ora dopo. Su questi scogli, in mezzo a delle alghe viscide, pullulavano delle conchiglie bivalvi, che gente affamata non poteva certo sdegnare. Harbert chiamò, dunque, Pencroff, che si affrettò ad accorrere. «Eh! sono mitili!» gridò il marinaio. «Ecco di che sostituire le uova che ci mancano!» «Non sono mitili,» rispose il giovane Harbert, che stava esaminando attentamente i molluschi attaccati alle rocce «sono dei litodomi.» «E si mangiano?» chiese Pencroff. «Certamente.» «Allora, mangiamo i litodomi.» Il marinaio poteva rimettersi fiduciosamente al giudizio di Harbert. Il giovanetto era molto forte in storia naturale e aveva sempre avuto una vera passione per questa scienza. Suo padre lo aveva incoraggiato, facendogli frequentare i corsi dei migliori professori di Boston, i quali si erano affezionati al ragazzo intelligente e laborioso. I suoi istinti di naturalista sarebbero poi stati utilizzati più d’una volta, e già da questo inizio egli non si ingannò. Questi litodomi erano delle conchiglie oblunghe, riunite in grappoli e assai aderenti alle rocce. Appartenevano a quella specie di molluschi perforatori che scavano buchi nelle pietre più dure e che hanno la conchiglia arrotondata alle due estremità, particolarità che non si riscontra nel mitilo ordinario. Pencroff ed Harbert fecero una buona scorpacciata di questi litodomi, che si socchiudevano allora al sole. Essi li mangiarono come ostriche e li trovarono di sapore fortemente pepato; ciò tolse loro ogni rammarico di non avere né pepe, né altro condimento di nessun genere. La loro fame fu dunque momentaneamente saziata, ma non la loro sete, che si accrebbe, anzi, dopo quel pasto di molluschi, per natura molto saporiti. Si trattava, dunque, di trovare dell’acqua dolce, e non era verosimile ch’essa mancasse in una regione capricciosamente accidentata come quella. Pencroff e Harbert, dopo aver avuto la precauzione di fare un’ampia provvista di litodomi, di cui riempirono tasche e fazzoletti, tornarono ai piedi dell’alta muraglia. Duecento passi più oltre, arrivarono a quell’apertura dalla quale, secondo il presentimento di Pencroff, un piccolo fiume doveva fluire abbondantemente. In quel punto, la muraglia sembrava essere stata scissa da qualche violento moto plutonico. Alla sua base si apriva una piccola ansa, il cui fondo formava un angolo abbastanza acuto. Il corso d’acqua misurava in quel punto cento piedi di larghezza e le sue sponde, da ciascun lato, venti piedi appena. Il fiume sprofondava tra i due muri di granito, che tendevano ad abbassarsi a monte dell’imboccatura; poi voltava bruscamente e spariva sotto un bosco ceduo a circa mezzo miglio di distanza. «Qui l’acqua! Laggiù, il legno!» disse Pencroff. «Ora, Harbert, non manca che la casa!» L’acqua del fiume era limpida. Il marinaio costatò che, in quella fase della marea, cioè a bassa marea, quando il flusso non vi si mescolava, l’acqua era dolce. Assodato questo particolare importante, Harbert cercò qualche cavità che potesse servire di rifugio; ma inutilmente. Dovunque la muraglia era liscia, piana e a piombo. Tuttavia, alla foce stessa del corso d’acqua, e al di sopra del livello dell’alta marea, gli avanzi delle frane avevano formato, non proprio una grotta, ma un cumulo di enormi massi, come se ne vedono spesso nei paesi granitici, e che si chiamano «Camini». Pencroff e Harbert si cacciarono abbastanza a fondo fra le rocce, in quei corridoi sabbiosi, dove la luce penetrava dalle fessure aperte tra i blocchi di granito, alcuni dei quali si tenevano sospesi per un miracolo di equilibrio. Ma con la luce entrava pure il vento — la corrente dei corridoi — e con il vento, il freddo acuto dell’esterno. Tuttavia, il marinaio pensò che, ostruendo certe parti di quei corridoi, tappando alcune aperture con un miscuglio di pietre e sabbia, si poteva forse rendere abitabili quei camini. Il piano geometrico di questi, infatti, rappresentava il segno tipografico &, che significa et cætera abbreviato. Ora, isolando la parte superiore del segno, dalla quale entrava il vento di sud e di ovest, si sarebbe potuto utilizzare la porzione inferiore. «Ecco quello che fa per noi,» disse Pencroff «e, se ci sarà dato di rivedere il signor Smith, egli saprà trar partito da questo labirinto.» «Lo rivedremo, Pencroff» esclamò Harbert. «E quando ritornerà bisogna che trovi qui una dimora possibile. Questa potrà essere tollerabile se riusciremo a installare un focolare nel corridoio di sinistra conservandovi un’apertura per il fumo.» «Noi potremo far tutto questo, ragazzo mio,» rispose Pencroff «e questi Camini — così Pencroff chiamò quella dimora provvisoria — faranno al caso nostro. Ma, prima di tutto, andiamo a fare provvista di combustibile. Ci occorre parecchio legname anche per chiudere le aperture attraverso le quali il diavolo suona la trombetta!» Harbert e Pencroff lasciarono quel luogo e, svoltando l’angolo, cominciarono a risalire la riva sinistra del fiume. La corrente era abbastanza rapida e trascinava qualche ramo d’albero. La marea montante, che già si faceva sentire in quel momento, doveva, con tutta probabilità, ricacciare indietro con forza quei rami per un tratto considerevole. Il marinaio pensò, dunque, che si poteva utilizzare quel flusso e riflusso per il trasporto degli oggetti pesanti. Dopo aver camminato per un quarto d’ora, il marinaio e il giovanetto giunsero al brusco gomito, che il fiume faceva sparendo verso sinistra. A partire da quel punto, il suo corso proseguiva attraverso una foresta di magnifici alberi, che avevano conservato il bel fogliame verde, nonostante la stagione avanzata, perché appartenevano alla famiglia delle conifere, che si propaga su tutte le regioni del globo, dai climi settentrionali fino alle contrade tropicali. Il giovane naturalista riconobbe più particolarmente dei deodara, esistenti in grande quantità nella zona dell’Himalaia ed esalanti un grato aroma. Tra quei begli alberi spuntavano gruppi di pini, dall’opaco ombrello che si apriva largamente all’intorno. In mezzo alle alte erbe, Pencroff sentì che il suo piede schiacciava dei rami secchi, crepitanti come fuochi d’artificio. «Bene, ragazzo mio,» disse ad Harbert «se anche ignoro il nome di questi alberi, so per lo meno collocarli nella categoria della «legna da bruciare» e, per il momento, questa è proprio quella che ci occorre!» «Facciamone provvista!» rispose Harbert mettendosi all’opera. La raccolta fu facile. Non era nemmeno necessario staccare i rami dagli alberi, giacché enormi quantità di rami morti giacevano ai loro piedi. Ma, se il combustibile non mancava, i mezzi di trasporto lasciavano a desiderare. La legna, essendo molto secca, doveva bruciare rapidamente: di qui la necessità di portarne ai Camini una quantità considerevole, per cui non sarebbe bastato il carico di due uomini. Questo appunto fece osservare Harbert. «Eh, ragazzo mio,» rispose il marinaio «deve pur esserci un mezzo per trasportare questa legna. C’è sempre modo di far tutto! Se avessimo un carretto o un’imbarcazione, sarebbe troppo facile.» «Ma abbiamo il fiume!» disse Harbert. «Giusto» rispose Pencroff. «Il fiume sarà per noi una strada che cammina da sé, e i traini di legna non sono stati inventati per niente.» «Solamente» fece notare Harbert «la nostra strada cammina in questo momento in una direzione opposta, poiché la marea sta salendo!» «Basterà che aspettiamo la bassa marea» rispose il marinaio; «e sarà proprio quella che s’incaricherà di trasportare il nostro combustibile ai Camini. Prepariamo, intanto, il nostro traino.» Il marinaio, seguito da Harbert, si diresse verso l’angolo formato dall’estremo limite della foresta con il fiume. Entrambi portavano, ciascuno in proporzione alle proprie forze, un carico di legna, legato in fascio. Sulla riva del fiume si trovava anche una grande quantità di rami secchi, in mezzo alle erbe, fra le quali il piede di un uomo non s’era probabilmente mai avventurato. Pencroff cominciò subito a costruire il suo traino. In una specie di mulinello, prodotto da un’acuta sporgenza della riva che rompeva la corrente, il marinaio e il ragazzo collocarono dei pezzi di legno abbastanza grossi, legati insieme per mezzo di liane secche. Formarono così una specie di zattera sulla quale fu poi gradatamente ammucchiata tutta la raccolta, cioè il carico di venti uomini almeno. In un’ora il lavoro fu terminato, e il traino, ormeggiato alla riva, dovette attendere l’invertirsi della marea. V’era qualche ora da occupare e, di comune accordo, Pencroff e Harbert decisero di raggiungere l’altipiano, per esplorare quei luoghi da un più vasto orizzonte. Esattamente duecento passi prima del gomito formato dal fiume, la muraglia, terminante con uno scoscendimento di rocce, veniva a morire in dolce pendio sul margine della foresta. Era come una scala naturale. Harbert e il marinaio cominciarono a salirla. Grazie al vigore dei loro garretti, essi raggiunsero la cresta in pochi minuti e vennero a porsi sull’angolo ch’essa faceva con l’imboccatura del fiume. Arrivando lassù il loro primo sguardo fu per quell’oceano che avevano da poco attraversato in così terribili condizioni! Osservarono con emozione tutta quella parte della costa nord, sulla quale era avvenuta la sciagura. Là Cyrus Smith era scomparso. Cercarono con lo sguardo se qualche rottame del loro pallone, al quale un uomo avesse potuto aggrapparsi, galleggiasse ancora. Nulla! Il mare non era che un vasto deserto d’acqua. Quanto alla costa, anch’essa era deserta. Non vi si vedevano né il giornalista né Nab; ma era probabile che in quel momento fossero a una distanza tale da non poter essere scorti. «Qualche cosa mi dice,» esclamò Harbert «che un uomo così energico come il signor Cyrus non può essersi lasciato sopraffare dalle onde come il primo venuto. Egli deve aver raggiunto sicuramente la riva. Non ti pare, Pencroff?» Il marinaio scrollò tristemente il capo. Egli non sperava più di rivedere Cyrus Smith; ma, volendo lasciare qualche speranza ad Harbert: «Certo, certo,» disse «il nostro ingegnere è uomo capace di trarsi d’impaccio là dove ogni altro soccomberebbe!…» Intanto, egli osservava la costa con estrema attenzione. Sotto i suoi occhi si stendeva la spiaggia di sabbia, limitata, sulla destra dell’imboccatura, da file di scogli. Queste rocce, ancora emergenti dall’acqua, assomigliavano a gruppi di animali anfibi adagiati nella risacca. Oltre la fila di scogli, il mare scintillava sotto i raggi del sole. A sud una punta sottile chiudeva l’orizzonte, e non si poteva capire se la terra si prolungasse in quella direzione, o se si orientasse a sudest e a sudovest, il che avrebbe fatto di quella costa una specie di penisola allungata. All’estremità settentrionale della baia, la forma del litorale proseguiva spingendosi a grande distanza, e secondo una linea più arrotondata. Là, la riva era più bassa, piatta, senza scogli, con larghi banchi di sabbia, che il riflusso lasciava scoperti. Pencroff e Harbert si volsero allora verso ovest. Il loro sguardo fu dapprima fermato dalla montagna con la cima nevosa, che si drizzava a una distanza di sei o sette miglia. Dalle prime pendici di essa fino a due miglia dalla costa, si stendevano vaste masse boscose, chiazzate da grandi macchie verdi, dovute alla presenza di alberi a fogliame perenne. Poi, dall’estremo limite di quella foresta sino alla costa, verdeggiava una larga spianata, sparsa di gruppi d’alberi capricciosamente distribuiti. Sulla sinistra, si vedevano a tratti sfavillare, attraverso qualche radura, le acque del fiumicello, e sembrava che il suo corso assai sinuoso lo riconducesse verso i contrafforti della montagna, fra i quali esso doveva avere la sua sorgente. Nel punto in cui il marinaio aveva lasciato il suo traino di legna, il fiume stesso cominciava a scorrere tra le due alte muraglie di granito; ma, se sulla sua sponda sinistra le pareti erano ritte e scoscese, sulla sponda destra, invece, si abbassavano a poco a poco, gli enormi massi si mutavano in rocce isolate, le rocce in ciottoloni, i ciottoloni in sassi più piccoli, fino all’estremità della punta. «Siamo su un’isola?» mormorò il marinaio. «A ogni modo, essa sembrerebbe abbastanza vasta!» rispose il giovanetto. «Un’isola, per vasta che sia, è sempre un’isola!» disse Pencroff. Ma questo importante problema non poteva ancora essere risolto. Bisognava rimandarne la soluzione a un altro momento. Quanto alla terra di per se stessa, isola o continente che fosse, sembrava fertile, gradevole nei suoi aspetti, varia nei prodotti. «Tutto questo è ottimo,» fece osservare Pencroff «e, nella nostra disgrazia, bisogna ringraziarne la Provvidenza.» «Dio sia dunque lodato!» rispose Harbert, con il cuore pieno di riconoscenza per l’Autore di tutte le cose. Lungamente Pencroff e Harbert osservarono quella contrada sulla quale il loro destino li aveva gettati, ma era difficile immaginare, dopo un’ispezione così sommaria, quanto riserbava loro l’avvenire. Poi ritornarono, seguendo la cresta meridionale dell’altipiano di granito, formata da un lungo festone di rocce capricciose, che prendevano le forme più bizzarre. Là vivevano alcune centinaia d’uccelli, annidati nei buchi della pietra. Harbert, saltando sulle rocce, fece volar via un intero stormo di volatili. «Ah!» gridò «quelli non sono né gabbiani né procellarie!» «Che uccelli sono?» chiese Pencroff. «Si direbbero piccioni!» «Infatti, ma sono piccioni selvatici, o piccioni di roccia» rispose Harbert. «Li riconosco dalla doppia fascia nera dell’ala, dal dorso bianco e dalle piume azzurrocenere. Ora, se il piccione di roccia è buono da mangiare, le sue uova devono essere eccellenti, e, per poche che ne abbiano lasciate nei nidi…» «Non lasceremo loro il tempo di schiudersi, se non sotto forma di frittata» disse gaiamente Pencroff. «Ma dove la farai la frittata?» domandò Harbert. «Nel cappello?» «Beh!» rispose il marinaio «non sono uno stregone per poter fare questo. Ci accontenteremo dunque delle uova al guscio, ragazzo mio, e io m’incarico di sbarazzarti delle più sode!» Pencroff e il ragazzo esaminarono attentamente le anfrattuosità del granito e in certe cavità trovarono, infatti, delle uova. Ne furono raccolte alcune dozzine, che vennero poi messe nel fazzoletto del marinaio, e avvicinandosi il momento in cui il mare doveva seguire la corrente favorevole ai loro disegni, Harbert e Pencroff cominciarono a ridiscendere verso il corso d’acqua. Quando giunsero al gomito del fiume, era la una dopo mezzogiorno. La corrente già s’invertiva. Bisognava, quindi, approfittare del riflusso per condurre il traino di legna all’imboccatura del fiume. Pencroff non aveva intenzione di lasciar andare il traino alla deriva, senza direzione, e nemmeno intendeva imbarcarvisi per guidarlo. Ma un marinaio non è mai imbarazzato quando si tratta di cavi o di cordame, e Pencroff intrecciò rapidamente, con liane secche, una corda lunga parecchie braccia. Questo cavo vegetale fu attaccato alla parte posteriore della zattera e il marinaio lo tenne in mano, mentre Harbert, spingendo il convoglio con una lunga pertica, lo manteneva nella corrente. Il procedimento riuscì a meraviglia. L’enorme carico di legna, che il marinaio tratteneva camminando lungo la riva, seguì il corso dell’acqua. La riva era molto a picco, non v’era da temere che il traino si incagliasse, e, prima delle due del pomeriggio, era arrivato alla foce del fiume, a pochi passi dai Camini. CAPITOLO V SCARICATO il traino di legna, prima cura di Pencroff fu quella di rendere i Camini abitabili, chiudendo i corridoi attraverso i quali passava la corrente d’aria. Sabbia, sassi, rami intrecciati, terra umida e sterpaglia tapparono ermeticamente le gallerie a forma di &, aperte ai venti del sud e ne isolarono la parte superiore. Un solo cunicolo, stretto e sinuoso, che s’apriva sulla parete laterale, fu messo in condizione di portar fuori il fumo e di provocare il tiraggio del focolare. I Camini si trovarono così divisi in tre o quattro camere, se si può dare questo nome ad altrettante tane oscure, di cui appena un animale selvaggio si sarebbe accontentato. Ma vi si stava all’asciutto e vi si poteva rimanere in piedi, almeno nella principale di quelle camere, che occupava il centro. Una sabbia fine copriva il suolo, e tutto considerato, ci si poteva accontentare, in attesa di meglio. Lavorando, Harbert e Pencroff conversavano. «Che i nostri compagni abbiano trovato una dimora migliore della nostra?» diceva Harbert. «Può darsi,» rispondeva il marinaio «ma, nel dubbio, non ti esimere dal lavoro! Meglio avere una corda di più al proprio arco che esserne privi completamente!» «Ah!» ripeteva Harbert «se essi ritroveranno e ci ricondurranno il signor Smith noi non potremo che ringraziare il Cielo!» «Sì!» mormorava Pencroff. «Quello era un uomo, un vero uomo!» «Era…» disse Harbert. «Disperi, dunque, di rivederlo?» «Dio me ne guardi!» rispose il marinaio. Il lavoro di adattamento fu rapidamente compiuto e Pencroff se ne dichiarò soddisfattissimo. «Ora» disse «i nostri amici possono ritornare: troveranno un ricovero sufficiente.» Rimaneva da sistemare il focolare, da preparare il pasto. Mestiere facile e semplice, in verità. Larghe pietre piatte furono disposte in fondo al primo corridoio di sinistra, al foro dello stretto condotto che era stato all’uopo riservato. Il calore, che il fumo non avrebbe trascinato fuori con sé, sarebbe bastato evidentemente a mantenere una temperatura discreta nell’interno. La provvista di legna fu immagazzinata in uno dei vani e il marinaio mise sulle pietre alcuni ceppi, insieme con legna minuta. Il marinaio era intento a questo lavoro, quando Harbert gli chiese se avesse fiammiferi. «Certo,» rispose Pencroff «e dirò: fortunatamente, giacché, senza fiammiferi o senza esca, ci troveremmo davvero a mal partito!» «Potremmo sempre avere il fuoco come i selvaggi,» rispose Harbert «sfregando due pezzi di legno secco l’uno contro l’altro.» «Ebbene! prova, ragazzo mio, e vedremo se ti riuscirà di non romperti le braccia inutilmente!» «Eppure è un procedimento semplicissimo, e molto usato nelle isole del Pacifico.» «Non dico di no,» rispose Pencroff «ma bisogna supporre che i selvaggi conoscano bene questo procedimento, o che lo facciano con un legno speciale, poiché già più d’una volta ho voluto procurarmi del fuoco in tal modo, ma non vi sono mai riuscito! Confesso dunque che preferisco i fiammiferi. Dove sono i miei fiammiferi?» Pencroff cercò nella sua giacca la scatola che non lo abbandonava mai, poiché egli era un fumatore accanito. Non la trovò. Frugò le tasche dei pantaloni, e, con sua grande meraviglia, la scatola non c’era più. «Ah, questo è curioso e più che curioso!» disse guardando Harbert. «La scatola mi sarà caduta di tasca e l’avrò perduta! Ma tu, non hai proprio nulla? Un acciarino, un oggetto qualunque che possa servire a far fuoco?» «No, Pencroff!» Il marinaio uscì all’aperto, seguito dal ragazzo e si grattò vivacemente la fronte. Sulla sabbia, fra le rocce, vicino alla riva del fiume, entrambi cercarono con la massima cura, ma inutilmente. La scatola era di rame e non sarebbe sfuggita ai loro occhi. «Pencroff,» domandò Harbert, «non l’avrai per caso gettata dalla navicella?» «Me ne sono guardato bene!» rispose il marinaio. «Ma, quando si è stati scrollati come lo siamo stati noi, un oggetto così minuscolo può facilmente essere andato smarrito. Anche la mia pipa è sparita! Scatola indiavolata! Dove può essere?» «Presto, il mare si ritira,» disse Harbert «corriamo al luogo ove abbiamo atterrato.» Era poco probabile ritrovar la scatola, che le onde avevano certo rotolato fra i sassi della spiaggia, durante l’alta marea, ma era bene, a ogni modo, tener presente questa circostanza. Harbert e Pencroff si diressero rapidamente verso il punto dove erano atterrati il giorno prima, a duecento passi dai Camini. Là, in mezzo ai ciottoli, nella cavità delle rocce, furono fatte minuziose ricerche: risultato negativo. Se la scatola era caduta in quel punto, doveva essere stata travolta dai flutti. Appena il mare si ritraeva, il marinaio frugava tutti gli interstizi delle rocce, ma senza trovar nulla. La perdita era grave in quella circostanza e, almeno per il momento, irreparabile. Pencroff non nascose la sua vivissima costernazione. La fronte gli si era corrugata. Egli non pronunciava parola. Harbert volle consolarlo facendogli osservare che, molto probabilmente, i fiammiferi sarebbero stati bagnati dall’acqua marina e che sarebbe stato impossibile servirsene. «Ma no, caro mio» disse il marinaio. «Erano in una scatola di rame che chiudeva bene! E adesso, come faremo?» «Troveremo certamente modo di procurarci del fuoco» disse Harbert. «Il signor Smith o il signor Spilett non saranno sprovvisti di fiammiferi come noi!» «Sì,» rispose Pencroff «ma intanto, per ora, siamo senza fuoco e i nostri compagni troveranno un ben triste desinare al loro ritorno!» «Ma,» esclamò Harbert «non è possibile che essi non abbiano né esca, né fiammiferi!» «Ne dubito» rispose il marinaio scrollando il capo. «Prima di tutto, Nab e il signor Smith non fumano; quanto al signor Spilett, credo che egli abbia conservato piuttosto il taccuino che la scatola dei fiammiferi!» Harbert non rispose. La perdita della scatola era evidentemente assai sgradevole. Tuttavia, il giovane era convinto che, in un modo o nell’altro, sarebbero riusciti a procurarsi del fuoco. Pencroff, dotato di maggiore esperienza, benché non fosse certo uomo da rimanere imbarazzato di fronte alle piccole, né alle grandi avversità, non la pensava così. A ogni modo, non c’era che una decisione da prendere: aspettare il ritorno di Nab e del giornalista. Ma bisognava rinunciare al pasto di uova sode ch’egli avrebbe voluto preparare; e una cenetta a base di soli molluschi crudi non gli pareva, né per sé, né per loro, una prospettiva gradevole. Prima di tornare ai Camini, il marinaio e Harbert fecero una nuova raccolta di litodomi, per il caso che il fuoco mancasse loro definitivamente, e ripresero in silenzio la via verso il loro rifugio. Pencroff, con gli occhi a terra, cercava sempre la sua introvabile scatola. Risalì anche la riva sinistra del fiume, dalla foce sino all’angolo dove il traino di legna era stato ormeggiato. Fece ritorno sull’altipiano, lo percorse in ogni senso, cercò fra le alte erbe sul margine della foresta: invano. Erano le cinque di sera, quando Harbert e lui rientrarono ai Camini. È inutile dire che i lunghi corridoi furono frugati fino negli angoli più oscuri, e che bisognò rinunciare a ogni altra ricerca. Verso le sei, mentre il sole scompariva dietro le alte terre dell’ovest, Harbert, che andava e veniva sull’arenile, segnalò il ritorno di Nab e di Gedeon Spilett. Ritornavano soli!… Il giovane provò una inesprimibile stretta al cuore. Il marinaio non si era proprio ingannato nei suoi presentimenti. L’ingegnere Cyrus Smith non era stato ritrovato! Appena arrivato, il giornalista si sedette su di una roccia, senza far parola. Sfinito dalla fatica e per la fame, egli non aveva la forza di parlare. Quanto a Nab, i suoi occhi arrossati provavano quanto avesse pianto, e nuove lacrime, che il bravo giovane non poté trattenere, dissero fin troppo chiaramente che aveva perduto ogni speranza! Il giornalista fece il racconto delle ricerche tentate per ritrovare Cyrus Smith. Nab e lui avevano percorso la costa lungo un tratto di più di otto miglia e si erano spinti assai più in là del punto dove era avvenuta la penultima caduta del pallone, seguita dalla scomparsa dell’ingegnere e di Top. L’arenile era deserto. Nessuna traccia, nessuna impronta. Non un ciottolo smosso di fresco, non un indizio sulla sabbia, non un’impronta umana su tutta quella parte del litorale. Evidentemente quella parte di costa non era frequentata da nessuno. Il mare era deserto come la spiaggia, ed era là, a qualche centinaio di piedi dalla costa, che l’ingegnere doveva aver trovato la sua tomba. In quel momento Nab si alzò e con una voce che diceva quanto resistesse in lui la speranza: «No!» gridò «no! Non è morto! No! non può essere! Lui! Ma no, via! Io, un altro qualunque, sarebbe possibile! ma lui! mai! È uomo capace di trarsi da qualunque impaccio!» Poi, le forze lo abbandonarono. «Ah! Non ne posso più!» mormorò. Harbert corse da lui. «Nab!» disse il giovinetto «lo ritroveremo! Dio ce lo renderà. Ma, intanto, voi avete fame! Mangiate, mangiate qualche cosa, vi prego!» E così dicendo, offriva al povero negro una manciata di frutti di mare, magro e insufficiente nutrimento. Nab non aveva mangiato da molte ore, ma rifiutò. Senza il suo padrone, Nab non poteva e non voleva più vivere! Gedeon Spilett divorò quei molluschi; poi si coricò sulla sabbia ai piedi di una roccia. Era estenuato, ma calmo. Allora Harbert gli si avvicinò, e prendendogli la mano: «Signore,» disse «abbiamo scoperto un rifugio dove starete meglio di qui. La notte sopraggiunge. Venite a riposarvi. Domani vedremo!…» Il cronista si alzò e, guidato dal ragazzo, si diresse verso i Camini. In quel momento, Pencroff si avvicinò a lui, e, con il tono più naturale, gli chiese se, per caso, avesse un fiammifero. Il giornalista si fermò, cercò nelle tasche, non vi trovò nulla e disse: «Ne avevo, ma devo aver buttato via tutto…» Il marinaio chiamò allora Nab; gli fece la medesima domanda, ricevendone la medesima risposta. «Maledizione!» esclamò, non potendo trattenere questa parola. Spilett la sentì e, andando verso Pencroff: «Nemmeno un fiammifero?» disse. «Nemmeno uno, e quindi niente fuoco!» «Ah!» esclamò Nab «se il mio padrone fosse qui, lui si che saprebbe che cosa fare!» I quattro naufraghi rimasero immobili e si guardarono, non senza inquietudine. Harbert ruppe per primo il silenzio, dicendo: «Signor Spilett, siete fumatore, avete sempre fiammiferi indosso. Forse non avete cercato bene. Cercate ancora! Un solo fiammifero ci basterà!» Il cronista frugò di nuovo nelle tasche dei pantaloni, del panciotto, del pastrano e, alla fine, con gran gioia di Pencroff e con sua grande sorpresa, scoperse un pezzettino di legno imprigionato nella fodera del panciotto. Le sue dita avevano afferrato il pezzettino di legno attraverso la stoffa, ma non potevano estrarlo. Siccome doveva proprio essere un fiammifero, e uno solo, si trattava di non sciuparne il fosforo. «Volete lasciar fare a me?» disse il ragazzo. E molto destramente, senza romperlo, egli riuscì a estrarre il piccolo pezzo di legno, meschina e preziosa festuca, che, per quella povera gente, aveva così grande importanza! Era intatto. «Un fiammifero!» gridò Pencroff. «Ah! È come se ne avessimo un carico intero!» Prese il fiammifero, e seguito dai suoi compagni, ritornò ai Camini. Quel minuscolo pezzo di legno, che da noi si usa con tanta prodigalità e indifferenza, e che non ha nessun valore, qui doveva essere adoperato con estrema precauzione. Il marinaio si assicurò che fosse ben secco, poi: «Ci vorrebbe della carta» disse. «Eccola» rispose Gedeon Spilett, strappando, dopo qualche esitazione, un foglio dal suo taccuino. Pencroff prese il pezzo di carta che il giornalista gli porgeva, e s’accoccolò davanti al focolare. Alcune manciate d’erba, delle foglie e dei muschi secchi furono messi sotto le fascine e il tutto disposto in modo che l’aria potesse circolare agevolmente e infiammare con rapidità la legna secca. Allora, Pencroff piegò il pezzo di carta a forma d’imbuto, come fanno i fumatori di pipa quando tira il vento, poi l’introdusse tra i muschi, prese un sasso leggermente ruvido, lo asciugò con cura e, non senza che il cuore gli battesse, vi strofinò dolcemente il fiammifero, trattenendo il respiro. Il primo sfregamento non produsse alcun effetto. Pencroff non aveva premuto abbastanza energicamente temendo di guastare il fosforo. «No, non posso,» disse «la mia mano trema. Sprecherei il fiammifero… Non posso… Non voglio!» e, alzandosi, incaricò Harbert di sostituirlo. Il giovinetto non era mai stato certamente tanto impressionato in vita sua. Il cuore gli batteva forte. Prometeo, quando involò il fuoco del cielo, non doveva essere più commosso! Ma non esitò, e fregò rapidamente il sasso. Un piccolo crepitio si fece sentire e una leggera fiamma bluastra scaturì, producendo un fumo acre. Harbert girò dolcemente il fiammifero, in modo da alimentarne la fiammella, poi lo insinuò nell’imbuto di carta. La carta prese fuoco in un attimo e i muschi bruciarono subito. Alcuni istanti dopo, il legno secco scricchiolava, e un’allegra fiamma, attivata dal vigoroso soffio del marinaio, si sviluppava in mezzo all’oscurità. «Finalmente,» esclamò Pencroff rialzandosi «non sono mai stato tanto commosso in vita mia!» Certo il fuoco s’accendeva assai bene sul focolare di pietre piatte. Il fumo saliva facilmente per lo stretto condotto, il camino tirava, e un piacevole calore non tardò a diffondersi. Ora bisognava stare attenti a non lasciar spegnere il fuoco e a conservare sempre qualche brace sotto la cenere. Ma era solo questione di diligenza e di attenzione, giacché la legna non mancava, e la provvista poteva sempre essere rinnovata in tempo utile. Pencroff pensò prima di tutto a utilizzare il focolare, preparando una cena più nutriente che un piatto di litodomi. Due dozzine d’uova apparvero, recate da Harbert. Il giornalista, appoggiato in un angolo, guardava quei preparativi senza dir nulla. Il suo spirito era occupato da un triplice pensiero. Cyrus vive ancora? Se vive, dove può essere? Se è sopravvissuto alla caduta, come spiegare che non abbia trovato il mezzo di far conoscere la sua esistenza? Quanto a Nab, camminava avanti e indietro sull’arenile. Ormai era un corpo senz’anima. Pencroff, che conosceva cinquantadue modi di cucinare le uova, non aveva possibilità di scelta in quel momento. Dovette accontentarsi di introdurle nelle ceneri calde e di cuocerle a fuoco lento. In pochi minuti la cottura fu compiuta, e il marinaio invitò il giornalista a prendere la sua porzione. Fu il primo pasto dei naufraghi su quella terra sconosciuta. Le uova sode erano eccellenti e, poiché l’uovo contiene tutti gli elementi indispensabili alla nutrizione dell’uomo, quella povera gente se ne trovò molto bene e si sentì riconfortata. Ah! Se uno di loro non fosse mancato a quel pasto! Se i cinque prigionieri fuggiti da Richmond fossero stati tutti là, sotto quelle rocce ammonticchiate, davanti a quel fuoco scoppiettante e chiaro, su quella sabbia asciutta, forse non avrebbero avuto che pensieri di ringraziamento da rivolgere al Cielo! Ma il più geniale, il più dotto, quello che era il loro capo incontestato, Cyrus Smith, ahimè! era assente e il suo corpo non aveva neppure potuto ricevere sepoltura! Così trascorse quella giornata del 25 marzo. La notte era giunta. Si udiva fuori il vento fischiare e la risacca monotona battere la costa. I sassi, gettati lontano e poi ripresi dalle onde, rotolavano con un fracasso assordante. Il giornalista si era ritirato in fondo a un oscuro corridoio, dopo aver annotato sommariamente gli incidenti di quel giorno: la prima apparizione di quella nuova terra, la scomparsa dell’ingegnere, l’esplorazione della costa, l’incidente dei fiammiferi, ecc.; e, abbattuto dalla fatica, riuscì a trovare un po’ di riposo nel sonno. Harbert si addormentò subito. Quanto al marinaio, passò la notte in dormiveglia vicino al focolare, non risparmiando il combustibile. Uno solo dei naufraghi non riposò nei Camini. Fu l’inconsolabile, il disperato Nab, che per tutta la notte, nonostante le esortazioni dei compagni per indurlo a prendere riposo, errò sulla spiaggia chiamando il suo padrone! CAPITOLO VI L’INVENTARIO degli oggetti posseduti da quei naufraghi dell’aria, gettati su di una terra che sembrava disabitata, è presto fatto. Essi non avevano nulla, salvo i vestiti che indossavano al momento della sciagura. Bisogna nondimeno ricordare un taccuino e un orologio che Gedeon Spilett aveva conservato inavvertitamente, senza dubbio; ma non un’arma, né un utensile; nemmeno un coltello da tasca. I passeggeri della navicella avevano gettato via tutto per alleggerire l’aerostato. Gli eroi immaginari di Daniel de Foe o di Wyss, come pure i Selkirk e i Raynal, naufragati a JuanFernandez o all’arcipelago delle Auckland, non si trovarono mai in una miseria così assoluta. O essi traevano abbondanti risorse dalla loro nave naufragata, sia in granaglie o in bestiame, arnesi vari, munizioni, oppure giungeva sempre sulla costa un qualche relitto che permetteva loro di provvedere alle prime necessità della vita. Prima di tutto, essi non si trovavano assolutamente disarmati davanti alla natura. Ma i nostri amici non avevano né uno strumento qualsiasi, né un utensile. Dal nulla, bisognava che arrivassero a tutto! Se almeno Cyrus Smith fosse stato con loro, se l’ingegnere avesse potuto mettere a profitto la sua scienza pratica, il suo spirito inventivo, in quella situazione: forse ogni speranza non sarebbe stata perduta! Ahimè! Non bisognava più contare su Cyrus Smith. I naufraghi dovevano attendere tutto da se stessi e da quella Provvidenza che non abbandona mai coloro che sinceramente vi credono. Ma, prima di tutto, dovevano prender dimora su quella parte della costa, senza cercar di sapere a quale continente apparteneva, se era abitata o se era un’isola deserta? Era un problema importante da risolvere e nel più breve tempo possibile. Dalla sua soluzione sarebbero dipesi i provvedimenti da prendere. Tuttavia, secondo il parere di Pencroff, parve conveniente aspettare qualche giorno, prima d’intraprendere un’esplorazione. Bisognava, infatti, preparare dei viveri per un’alimentazione più sostanziosa di quella fatta unicamente di uova o di molluschi. Gli esploratori, esposti a lunghe fatiche, senza un rifugio ove potersi riposare dovevano anzitutto rimettersi in forze. I Camini offrivano un rifugio, per il momento, sufficiente. Il fuoco era acceso, e sarebbe stato facile conservare un po’ di brace. Per il momento, le conchiglie e le uova non mancavano fra le rocce e sull’arenile. Si sarebbe certo trovato il modo di uccidere qualcuno di quei piccioni, che volavano a centinaia sulla cresta dell’altipiano, magari a colpi di bastone o di pietra. Forse gli alberi della vicina foresta avrebbero offerto dei frutti commestibili. Infine, l’acqua dolce non mancava. I naufraghi si accordarono di restare per alcuni giorni ai Camini allo scopo di prepararsi a un’esplorazione, sia del litorale, che dell’interno del paese. Questo disegno conveniva particolarmente a Nab. Ostinato nelle sue idee, come nei suoi presentimenti, egli non aveva alcuna fretta di abbandonare quella parte della costa, teatro della sciagura. Non credeva, non voleva credere alla perdita di Cyrus Smith. No, non gli sembrava possibile che un uomo simile fosse finito in quel modo banale, travolto da un colpo di mare, annegato nei flutti, a qualche centinaio di passi dalla spiaggia! Finché le onde non avessero rigettato il corpo dell’ingegnere, finché lui, Nab, non avesse visto con gli occhi, toccato con le mani, il cadavere del suo padrone, egli non avrebbe creduto alla sua morte! E questa idea si radicò più che mai nel suo cuore ostinato! Illusione forse, ma illusione rispettabile tuttavia, che il marinaio non volle distruggere! Per lui, non c’era più speranza e l’ingegnere era realmente perito nelle onde; ma con Nab non c’era da discutere. Era come il cane, che non può abbandonare il luogo ove è caduto il suo padrone; e il suo dolore era così grande che, forse, egli non sarebbe sopravvissuto. Quella mattina, 26 marzo, all’alba Nab aveva ripreso sulla costa la direzione del nord, ed era ritornato là dove il mare s’era richiuso senza dubbio sullo sfortunato Smith. La colazione di quel giorno fu unicamente di uova di piccione e di litodomi. Harbert aveva trovato del sale nelle spaccature delle rocce, ivi deposto dall’evaporazione, e questa sostanza minerale giunse molto opportuna. Finito il pasto, Pencroff domandò al giornalista se voleva accompagnarli nella foresta, dove Harbert e lui sarebbero andati a caccia! Ma, riflettendo bene, era necessario che qualcuno restasse, allo scopo di mantener vivo il fuoco, e per il caso, molto improbabile, in cui Nab avesse avuto bisogno di aiuto. Spilett, dunque, rimase. «A caccia, Harbert!» disse il marinaio. «Troveremo munizioni per via, e taglieremo il nostro fucile nella foresta.» Ma al momento di partire, Harbert fece osservare che, mancando l’esca, sarebbe stato forse prudente sostituirla con qualcosa d’altro. «E con che cosa?» domandò Pencroff. «Con della tela bruciacchiata» rispose il ragazzo. «All’occorrenza potrà servirci da esca.» Il marinaio trovò il consiglio molto sensato. Soltanto c’era l’inconveniente di dover sacrificare un pezzo di fazzoletto. Nondimeno il fine lo meritava e una parte del fazzoletto a grandi quadri di Pencroff fu subito ridotta allo stato di cencio bruciacchiato. Questa materia infiammabile fu deposta nel vano centrale, in fondo a una piccola cavità della roccia, al riparo dal vento e dall’umidità. Erano le nove del mattino. Il tempo minacciava, e la brezza soffiava da sudest. Harbert e Pencroff voltarono l’angolo dei Camini, non senza aver gettato uno sguardo sul fumo che si avvolgeva attorno a una punta di roccia; poi, risalirono la riva sinistra del fiume. Arrivato nella foresta, Pencroff spezzò dal primo albero due solidi rami, che trasformò in randelli. Harbert ne acuminò la punta su di una roccia. Ah! Che cosa non avrebbe dato per avere un coltello! Poi i due cacciatori avanzarono fra le erbe alte, seguendo l’argine del fiume. Dal gomito che riconduceva il suo corso verso sudovest, il fiume si restringeva a poco a poco, e le sue rive formavano un letto molto incassato coperto dalla doppia volta degli alberi. Pencroff, per non smarrirsi, risolse di seguire il corso d’acqua, che l’avrebbe sempre ricondotto al punto di partenza. Ma l’argine non era privo di ostacoli: qui alberi dai rami flessibili che si curvavano sino a livello della corrente, più oltre liane o pruni che bisognava rompere a colpi di bastone. Spesso Harbert si cacciava fra i tronchi spezzati con l’agilità di un giovane gatto, e spariva nel bosco ceduo. Ma Pencroff lo richiamava subito, pregandolo di non allontanarsi. Il marinaio osservava però attentamente la disposizione e la natura dei luoghi. Sulla riva sinistra il suolo era piano e si innalzava insensibilmente verso l’interno. Talvolta umido, esso prendeva allora un aspetto paludoso. Si sentiva un mormorio sottostante di fili d’acqua che, attraverso qualche fessura sotterranea, dovevano sfociare nel fiume. Talora un ruscello scorreva attraverso il bosco ceduo, e si poteva attraversare senza fatica. La sponda opposta pareva essere più accidentata e la valle, di cui il fiume occupava il fondo, vi si disegnava più nettamente. La collina, coperta d’alberi scaglionati lungo il pendio, formava una cortina che impediva la vista. Sulla riva destra, sarebbe stato più difficile camminare, perché i pendii precipitavano bruscamente e gli alberi, curvi sull’acqua, non si sostenevano che per la forza delle loro radici. Inutile aggiungere che la foresta, come pure la costa già percorsa, era vergine di ogni impronta umana. Pencroff vi notò solo tracce di quadrupedi, piste fresche d’animali, di cui non poté riconoscere la specie. Con molta probabilità — e questa fu pure l’opinione di Harbert — alcune erano state lasciate da animali feroci formidabili, con i quali vi sarebbe stato, senza dubbio, poco da scherzare; ma non il segno di un’ascia su un tronco d’albero, né le ceneri di un fuoco spento, né l’orma di un passo umano; della qual cosa, del resto, si doveva forse esser lieti, poiché su quella terra, in pieno Pacifico, la presenza dell’uomo sarebbe stata probabilmente più temibile che desiderabile. Harbert e Pencroff, parlando appena, poiché le difficoltà del cammino erano grandi, avanzavano lentissimamente, e, dopo un’ora di marcia, avevano appena percorso un miglio. Sino allora la caccia non era stata fruttuosa. Però, alcuni uccelli cantavano e svolazzavano sotto le fronde, ma si mostravano molto selvatici, come se l’uomo avesse loro istintivamente ispirato una giusta paura. Fra altri volatili, Harbert segnalò, in una parte paludosa della foresta, un uccello dal becco appuntito e lungo, che assomigliava anatomicamente al martin pescatore. Ma si distingueva da quest’ultimo per un violento colore delle penne, che avevano uno splendore metallico. «Dev’essere uno jacamar» disse Harbert, tentando di avvicinare l’animale. «Sarebbe proprio il caso di assaggiare un po’ di jacamar,» rispose il marinaio «se quest’uccello fosse disposto a lasciarsi arrostire!» In quel momento un sasso, accortamente e vigorosamente lanciato dal giovanetto, andò a colpire il volatile all’attaccatura dell’ala; ma il colpo non fu sufficiente, perché l’animale fuggì con tutta la velocità delle sue gambe e scomparve in un baleno. «Ho fallito il colpo!» esclamò Harbert. «Eh, no, ragazzo mio!» rispose il marinaio. «Il colpo era bene aggiustato, mentre più di un cacciatore avrebbe mancato l’uccello! Andiamo! non indispettirti! Lo prenderemo un altro giorno!» L’esplorazione continuò. Via via che i cacciatori avanzavano, gli alberi, più distanziati fra loro, diventavano magnifici; nessuno però produceva frutti commestibili. Pencroff cercava invano qualcuno di quei preziosi palmizi che si prestano a tanti usi della vita domestica, e la cui presenza è stata segnalata fino al quarantesimo parallelo nell’emisfero boreale e solo fino al trentacinquesimo nell’emisfero australe. Ma quella foresta si componeva solo di conifere, come i deodara, già riconosciuti da Harbert, i pini Douglas, simili a quelli che crescono sulla costa nordovest dell’America, e magnifici abeti, di circa centocinquanta piedi di altezza. Improvvisamente uno stormo di uccelli di piccola corporatura e di penne leggiadre, dalla coda lunga e cangiante, si sparpagliarono tra i rami, seminando le loro piume, debolmente attaccate, coprendo il suolo come di una leggera peluria. Harbert raccolse qualcuna di quelle piume e, dopo averle esaminate: «Sono curucù» disse. «Preferirei una gallina faraona o un gallo di montagna,» rispose Pencroff; «ma, insomma, sono buoni da mangiare?» «Sono buoni da mangiare, e anzi la loro carne è delicatissima» riprese Harbert. «D’altronde, è facile avvicinarli e ucciderli a bastonate.» Il marinaio e il ragazzo insinuandosi fra le erbe giunsero ai piedi di un albero, dai rami bassi coperti di quegli uccelletti. I curucù aspettavano al passaggio gli insetti che servono loro di alimento. Si vedevano le loro zampe rivestite di piume stringere forte i rami novelli che servivano loro come punti d’appoggio. I cacciatori allora si raddrizzarono e, manovrando i loro bastoni come falci, abbatterono intere file di curucù, che non pensavano affatto a fuggirsene lasciandosi scioccamente atterrare. Già un centinaio di essi erano sparsi al suolo, quando gli altri si decisero a fuggire. «Bene!» disse Pencroff. «Questa è selvaggina perfettamente degna di cacciatori come noi! La si prenderebbe con le mani!» Il marinaio infilò i curucù, come allodole, su una bacchetta flessibile, e l’esplorazione continuò. Fu notato che il corso d’acqua girava leggermente, in modo da formare una svolta verso il sud, ma questo gomito non doveva prolungarsi, giacché il fiume doveva avere la sorgente nella montagna ed essere alimentato dallo scioglimento delle nevi, che coprivano i fianchi del cono centrale. Lo scopo principale dell’escursione era, come si sa, di procurare agli ospiti dei Camini la più grande quantità possibile di selvaggina. Non si poteva dire che lo scopo fosse già stato raggiunto; per cui il marinaio proseguiva attivamente le ricerche e imprecava quando qualche animale, di cui egli non faceva nemmeno in tempo a distinguere la specie, fuggiva tra le erbe alte. Se almeno avesse avuto Top! Ma Top era sparito contemporaneamente al suo padrone e probabilmente perito con lui! Verso le tre del pomeriggio altri stormi di uccelli furono intravisti attraverso certi alberi, di cui beccavano le bacche aromatiche, come quelle dei ginepri. D’improvviso, un vero squillo di tromba risuonò nella foresta. Quella strana fanfara era prodotta da una specie di gallinacei, che negli Stati Uniti si chiamano tetraoni. Poco dopo se ne vide qualche coppia, dalle piume miste di fulvo e di bruno e con la coda scura. Harbert riconobbe i maschi dai due ciuffi aguzzi, formati dalle penne rialzate del collo. Pencroff stimò indispensabile impadronirsi di uno di quei gallinacei grossi come una gallina e dalla carne che sta alla pari con quella della starna; ma era difficile, perché non si lasciavano avvicinare. Dopo parecchi tentativi infruttuosi, che non ebbero altro risultato che di spaventare i tetraoni, il marinaio disse al ragazzo: «Poiché non si può ucciderli a volo, bisogna tentare di prenderli con la lenza.» «Come i carpioni?» esclamò Harbert, molto sorpreso della proposta. «Come i carpioni» rispose seriamente il marinaio. Pencroff aveva trovato fra le erbe una mezza dozzina di nidi di tetraoni contenenti ciascuno due o tre uova. Egli ebbe gran cura di non toccare quei nidi, ai quali i proprietari dovevano inevitabilmente ritornare. Attorno a essi il marinaio pensò di tendere le sue lenze, e non lenze a cappio, ma vere e proprie lenze con l’amo. Condusse Harbert a una certa distanza dai nidi, e là preparò i suoi singolari congegni con la medesima cura che ci avrebbe messo un discepolo di Isaac Walton. (Nota: Celebre autore di un trattato sulla pesca con la lenza. Fine nota) Harbert seguiva quel lavoro con un interessamento facile a comprendersi, benché dubitasse della riuscita. Le lenze furono fatte di sottili liane, unite le une alle altre, e lunghe dai quindici ai venti piedi. Grosse e fortissime spine, a punte ricurve, tolte a un cespuglio di acacie nane, vennero legate alle estremità delle liane a guisa d’amo. Grossi vermi rossi, che strisciavano sul terreno, servirono da esca. Fatto questo, Pencroff, passando fra le erbe e nascondendosi abilmente, andò a collocare l’estremità delle sue lenze, munite d’amo, presso i nidi dei tetraoni; poi, tenendo in mano l’altra estremità, si nascose con Harbert dietro un grosso albero. Entrambi si misero ad attendere pazientemente. Harbert, bisogna dirlo, non sperava molto nel successo dell’ingegnoso Pencroff. Una mezz’ora abbondante trascorse, e, come il marinaio aveva preveduto, numerose coppie di tetraoni ritornarono ai loro nidi. Essi saltellavano, beccavano il suolo, non presentendo affatto la presenza dei cacciatori che, d’altronde, avevano avuto cura di appostarsi in modo da non esser visti dai gallinacei. Certo, il ragazzo, in quel momento, si sentiva vivamente interessato: tratteneva il respiro, e anche Pencroff, con gli occhi spalancati, la bocca aperta, le labbra sporgenti come se stesse per assaporare un pezzo di tetraone, respirava appena. Intanto, i gallinacei passeggiavano fra gli ami senza preoccuparsene troppo. Allora Pencroff diede delle piccole scosse, che agitarono le esche, come se i vermi fossero stati ancora vivi. Senza dubbio, il marinaio in quel momento provava un’emozione diversa e più forte di quella del comune pescatore con la lenza: questi non vede venire la sua preda attraverso le acque. Le scosse risvegliarono subito l’attenzione dei gallinacei, e le esche furono attaccate a colpi di becco. Tre tetraoni, certo voracissimi, ingoiarono l’esca e l’amo contemporaneamente. Subito, con un colpo secco, Pencroff fece agire il suo congegno, e uno sbattere d’ali gli indicò che gli uccelli erano presi. «Urrà!» gridò precipitandosi su quella selvaggina, di cui si impadronì in un attimo. Harbert aveva applaudito. Era la prima volta che vedeva prendere degli uccelli con la lenza; ma il marinaio, modestissimo, disse che non era alla sua prima prova del genere, e che, d’altra parte, il merito dell’invenzione non era suo. «In ogni modo,» aggiunse «nella situazione in cui siamo bisogna che ci aspettiamo di vedere cose anche più strane.» I tetraoni vennero appesi per le zampe e Pencroff, lieto di non ritornare a mani vuote, vedendo che il sole cominciava a calare, giudicò conveniente riprender la via dei Camini. La direzione da seguire era indicata dal fiume e non si trattava che di ridiscenderne il corso. Verso le sei, molto stanchi della loro escursione, Harbert e Pencroff rientravano ai Camini. CAPITOLO VII GEDEON SPILETT, immobile, con le braccia incrociate, stava sulla spiaggia a guardare il mare, il cui orizzonte si confondeva a est con una grossa nube nera, che saliva rapidamente verso lo zenit. Il vento era già forte e diventava più fresco per l’avvicinarsi della sera. Tutto il cielo aveva un cattivo aspetto e i primi sintomi di un ciclone si manifestavano visibilmente. Harbert entrò nei Camini e Pencroff si diresse verso il giornalista. Questi, molto assorto, non lo vide giungere. «Stiamo per avere una cattiva notte, signor Spilett» disse il marinaio. «Pioggia e vento da fare la gioia delle procellarie. (Nota: Uccelli marini che si trovano a loro agio nella tempesta. Fine nota) Solo allora il giornalista si volse, e scorgendo Pencroff, le sue prime parole furono queste: «A quale distanza dalla costa la navicella ha ricevuto, secondo voi, il colpo di mare che travolse il nostro compagno?» Il marinaio non aveva previsto la domanda. Rifletté un istante e rispose: «A due gomene, al massimo.» «Ma quanto è lunga una gomena?» domandò Spilett. «Centoventi braccia circa o seicento piedi.» «Dunque,» disse il giornalista «Cyrus Smith sarebbe scomparso a milleduecento piedi tutt’al più dalla riva?» «Press’a poco» rispose Pencroff. «E il suo cane anche?» «Anche.» «Ciò che stupisce soprattutto,» aggiunse il cronista «pur ammettendo che il nostro compagno sia perito, è che Top abbia ugualmente trovato la morte e che né il corpo del cane, né quello del suo padrone siano stati rigettati sulla riva!» «Non c’è da meravigliarsi con un mare tanto agitato» rispose il marinaio. «Può darsi che le correnti li abbiano portati a riva più lontano.» «Dunque, il vostro parere è proprio che il nostro compagno sia perito nei flutti?» chiese ancora una volta il giornalista. «È la mia opinione.» «E il parere mio,» disse Gedeon Spilett «con rispetto per la vostra esperienza, Pencroff, è che il duplice fatto della scomparsa assoluta di Cyrus e di Top, vivi o morti, ha qualche cosa d’inesplicabile e di inverosimile.» «Vorrei pensare come voi, signor Spilett» rispose Pencroff. «Disgraziatamente, la mia convinzione è ormai ben salda!» Detto questo, il marinaio tornò verso i Camini. Un buon fuoco crepitava sul focolare. Harbert vi aveva appena gettato una bracciata di legna secca, e la fiamma proiettava vivi bagliori nell’oscurità del corridoio. Pencroff si diede subito a preparare la cena. Gli sembrò conveniente introdurre nella lista delle vivande qualche pietanza di una certa consistenza, giacché tutti avevano bisogno di rimettersi in forze. I curucù furono conservati per l’indomani, ma si spiumarono due tetraoni, e poco dopo, infilzati su una bacchetta, i due gallinacei arrostivano sul fuoco fiammeggiante. Alle sette di sera, Nab non era ancora tornato. Questa assenza prolungata non poteva che inquietare Pencroff sul conto del negro. Egli temeva o che gli fosse capitata qualche disgrazia su quella terra sconosciuta, o che il poveretto avesse commesso qualche atto disperato. Ma Harbert trasse da quell’assenza ipotesi affatto diverse. Per lui, se Nab non ritornava, voleva dire che s’era verificata qualche circostanza nuova, per cui era stato obbligato a prolungare le ricerche. Ora, tutto quel che di nuovo poteva accadere non poteva che essere a vantaggio di Cyrus Smith. Perché Nab sarebbe rimasto fuori se non ve lo avesse trattenuto una speranza qualsiasi? Aveva forse trovato qualche indizio, un’impronta di passi, un rottame rigettato dal mare, che l’aveva messo sulla buona via? Seguiva forse in quel momento una pista sicura? Era forse già vicino al suo padrone?… Così ragionava il giovinetto. Così parlò. I suoi compagni lo lasciarono dire. Solo il giornalista fece gesti d’approvazione; ma per Pencroff la cosa più probabile era che Nab, quel giorno, avesse spinto più lontano le sue ricerche sul litorale e che quindi non potesse ancora essere di ritorno. Intanto, Harbert, agitatissimo e in preda a vaghi presentimenti, espresse parecchie volte l’idea di andare incontro a Nab. Pencroff gli fece comprendere che sarebbe stato inutile, perché in quell’oscurità e con quel tempo deplorevole, non avrebbe potuto ritrovare le tracce di Nab e che era quindi meglio aspettare. Se all’indomani Nab non fosse ancora riapparso, Pencroff stesso non avrebbe esitato ad unirsi ad Harbert per andare in cerca di lui. Gedeon Spilett approvò l’opinione del marinaio su questo punto, che, cioè, non bisognava dividersi, e Harbert dovette rinunciare al suo piano: ma due lacrimoni gli caddero dagli occhi. Il giornalista non poté fare a meno d’abbracciare il generoso ragazzo. Il cattivo tempo, intanto, si era manifestato in pieno. Raffiche di vento di sudest passavano sulla costa con una violenza inaudita. Si sentiva il mare, che cominciava allora a decrescere, mugghiare contro i primi frangenti, lungi dal litorale, verso il largo. La pioggia, polverizzata dal turbine, si sollevava come una nebbia liquida, simile a velari di vapori striscianti sulla costa, dove i sassi rumoreggiavano violentemente, come carrette di ciottoli che vengono scaricati. La sabbia, sollevata dal vento, si mescolava ai rovesci d’acqua e ne rendeva insostenibili gli assalti. C’era nell’aria tanta polvere minerale quanta polvere d’acqua. Tra la foce del fiume e l’ala della muraglia rocciosa, grandi mulinelli turbinavano, e gli strati d’aria che sfuggivano a questo maelström, non trovando altra via d’uscita che la stretta valle in fondo alla quale si trovava il corso d’acqua, vi si ingolfavano con irresistibile violenza. Anche il fumo del focolare, ricacciato per la stretta apertura, tornava spesso in giù, riempiendo i corridoi e rendendoli inabitabili. Perciò, dopo che gli uccelli furono cotti, Pencroff lasciò spegnere il fuoco, conservando soltanto della brace sotto la cenere. Alle otto Nab non era ancora ricomparso; adesso, però, si poteva ammettere che soltanto quel tempo spaventevole gli aveva impedito di tornare, e che aveva dovuto cercare rifugio in qualche cavità, per attendere la fine della bufera o per lo meno il sorgere del nuovo giorno. Quanto ad andargli incontro per tentare di ritrovarlo, era impossibile. La selvaggina costituì l’unico piatto della cena. Mangiarono volentieri quella carne eccellente. Pencroff e Harbert, ai quali la lunga escursione aveva stuzzicato l’appetito, la divorarono addirittura. Poi, ciascuno si ritirò nell’angolo dove aveva già riposato la notte precedente, e Harbert non tardò ad addormentarsi accanto al marinaio, che s’era steso lungo il focolare. Fuori, con l’avanzar della notte, la tempesta prendeva proporzioni formidabili. Era un uragano di vento paragonabile a quello che aveva trasportato i prigionieri da Richmond fino a quella terra del Pacifico. Tempeste frequenti durante la stagione dell’equinozio, che provocano catastrofi, terribili soprattutto su quelle zone vaste, che non oppongono ostacoli alla loro furia! Si comprende, dunque, come una costa così esposta all’est, cioè direttamente ai colpi dell’uragano, e sferzata in pieno dal vento, fosse battuta con una forza di cui nessuna descrizione può dare un’idea esatta. Fortunatamente l’ammasso di rocce che formava i Camini era solido. Erano enormi blocchi di granito, alcuni dei quali, però, insufficientemente equilibrati, sembravano tremare sulla loro base. Pencroff lo sentiva, e la sua mano, appoggiata alle pareti, era percorsa da forti fremiti. Ma alla fine egli si ripeteva, e con ragione, che non c’era niente da temere e che il suo improvvisato rifugio non sarebbe crollato. Tuttavia, sentiva il rumore delle pietre che, divelte dalla sommità dell’altopiano e prese nei vortici del vento, cadevano sull’arenile. Alcune rotolavano anche sulla parte superiore dei Camini, o vi volavano in schegge, quando erano proiettate perpendicolarmente. Due volte il marinaio si alzò e si arrampicò fino all’apertura del camino, allo scopo di osservare al di fuori; ma quei franamenti, poco considerevoli, non costituivano alcun pericolo, ed egli riprese il suo posto davanti al focolare, dove la brace crepitava sotto la cenere. Malgrado i furori dell’uragano, il frastuono della tempesta e dei tuoni, Harbert dormiva profondamente. Il sonno finì per impadronirsi anche di Pencroff, che la vita di marinaio aveva abituato a tutte quelle violenze della natura. Solo Gedeon Spilett era tenuto sveglio dall’inquietudine. Si rimproverava di non aver accompagnato Nab. Come abbiamo visto, egli nutriva ancora qualche speranza. I presentimenti da cui era agitato Harbert continuavano ad agitare anche Spilett. Pensava sempre a Nab. Perché Nab non era tornato? Egli si rigirava sul suo letto di sabbia, concedendo appena una vaga attenzione a tutta quella lotta degli elementi. Talvolta, i suoi occhi, appesantiti dalla stanchezza, si chiudevano un momento, ma il lampo di un pensiero li faceva riaprire quasi subito. Intanto, la notte progrediva, e potevano essere le due del mattino, quando Pencroff, allora profondamente addormentato, fu scosso vigorosamente. «Che cosa c’è?» esclamò, svegliandosi e riprendendo il filo delle sue idee con la prontezza particolare della gente di mare. Il giornalista era chino su di lui e gli diceva: «Ascoltate, Pencroff, ascoltate!» Il marinaio tese l’orecchio, ma non distinse alcun rumore, all’infuori di quello delle raffiche. «È il vento» disse. «No,» rispose Gedeon Spilett, ponendosi nuovamente in ascolto «mi è sembrato di udire…» «Che cosa?» «Abbaiare un cane!» «Un cane!» gridò Pencroff, e si alzò di colpo. «Sì… dei latrati…» «Non è possibile!» rispose il marinaio. «E, d’altronde, con il mugghiare della tempesta…» «Ecco… ascoltate!…» disse il giornalista. Pencroff ascoltò più attentamente, e credette, infatti, in un istante di tregua della bufera, di sentire dei latrati lontani. «Ebbene?…» disse il cronista, stringendo la mano del marinaio. «Sì… Sì!» rispose Pencroff. «È Top! È Top!…» gridò Harbert, che s’era appena svegliato, e tutti e tre si slanciarono verso l’apertura dei Camini. Fecero molta fatica a uscirne. Il vento li respingeva; ma alla fine vi riuscirono, e poterono tenersi in piedi solo appoggiandosi contro le rocce. Guardarono, ma non potevano parlare. L’oscurità era assoluta. Il mare, il cielo, la terra, si confondevano in una tenebra d’uniforme intensità. Pareva che non vi fosse un atomo di luce diffuso nell’atmosfera. Per alcuni minuti, il giornalista e i suoi due compagni restarono così, come disorientati dalla raffica, inzuppati dalla pioggia, accecati dalla sabbia. Poi, sentirono ancora una volta quei latrati in una sosta della bufera, e constatarono che dovevano provenire da assai lontano. Non poteva essere che Top ad abbaiare così! Ma era solo o accompagnato? Era più probabile che fosse solo, giacché, ammettendo che Nab fosse con lui, si sarebbe diretto in tutta fretta verso i Camini. Il marinaio strinse la mano del giornalista, che non poteva udirlo, in un modo che significava: «Aspettate!» poi rientrò nel corridoio. Un istante dopo, ne tornò fuori con un fastello acceso, e lo proiettò nelle tenebre, emettendo acuti fischi. A quel segnale, che sembrava atteso, risposero dei latrati più vicini e poco dopo un cane si precipitò nel Camino. Pencroff, Harbert e Spilett vi rientrarono dopo di lui. Una bracciata di legna secca fu gettata sui carboni. Il corridoio si illuminò di una viva fiamma. «È Top!» gridò Harbert. Era Top, infatti, un magnifico anglonormanno, che aveva di queste due razze incrociate la sveltezza delle gambe e la finezza dell’odorato, le due qualità per eccellenza del cane da corsa. Era il cane dell’ingegnere Cyrus Smith. Ma era solo! Né il suo padrone, né Nab lo accompagnavano! Ma, come aveva potuto il suo istinto condurlo fino ai Camini, che non conosceva? Questo pareva inesplicabile, soprattutto nel cuore di quella notte buia e con una simile tempesta! Ma, particolare anche più inspiegabile, Top non era sfinito né stanco, e nemmeno imbrattato di fango o di sabbia!… Harbert l’aveva attirato a sé e gli stringeva la testa fra le mani. Il cane lasciava fare e strofinava il collo sulle mani del ragazzo. «Ritrovato il cane, si ritroverà anche il padrone!» disse il giornalista. «Dio lo voglia!» rispose Harbert. «Andiamo! Top ci guiderà. Pencroff non fece obiezioni. Egli capiva che l’arrivo di Top poteva dare una smentita alle sue congetture.» «In cammino!» disse. Pencroff ricoperse con cura i carboni del focolare. Mise qualche pezzo di legna sotto la cenere, in modo da poter ritrovare del fuoco al ritorno; poi, preceduto dal cane, che sembrava invitarlo a uscire con piccoli latrati, e seguito dal cronista e dal giovinetto, si slanciò fuori, dopo aver preso i resti della cena. La tempesta si scatenava allora in tutta la sua violenza, ed era forse al massimo della sua intensità. La luna, nuova allora, e, per conseguenza, in congiunzione con il sole, non lasciava filtrare la minima luce attraverso le nubi. Seguire una via rettilinea era difficile. Meglio era rimettersi all’istinto di Top. Così fu fatto. Il giornalista e il ragazzo camminavano dietro il cane e il marinaio chiudeva la marcia. Non sarebbe stato possibile scambiarsi parole. La pioggia non cadeva molto abbondante, perché si polverizzava al soffio dell’uragano; ma l’uragano era terribile. Tuttavia, una circostanza favorì molto felicemente il marinaio e i suoi due compagni. Infatti, il vento soffiava da sudest e, conseguentemente, li spingeva alle spalle. Quella sabbia che il vento proiettava violentemente e che non sarebbe stata sopportabile, essi la ricevevano a tergo, e non voltandosi, non potevano esserne molestati in modo da averne ostacolata la marcia. Insomma, procedevano, a tratti, più presto di quanto volessero e affrettavano il passo per non essere rovesciati; ma un’immensa speranza raddoppiava le loro forze; e questa volta non risalivano più la spiaggia alla ventura. Erano certi che Nab aveva ritrovato il padrone, e che egli aveva loro mandato il cane fedele. Ma l’ingegnere era vivo, oppure Nab mandava a cercare i compagni soltanto per rendere l’estremo omaggio al cadavere dello sventurato Smith? Dopo aver oltrepassato le falde del pianoro, da cui s’erano prudentemente allontanati, Harbert, il giornalista e Pencroff si fermarono per riprendere fiato. La sporgenza della roccia li proteggeva contro il vento, ed essi respirarono un poco, dopo quella marcia d’un quarto d’ora, ch’era stata piuttosto una corsa. In quel momento potevano ascoltarsi a vicenda e rispondersi; e il ragazzo avendo pronunciato il nome di Cyrus Smith, Top emise dei piccoli latrati, come se avesse voluto dire che il suo padrone era salvo. «Salvo, vero?» ripeteva Harbert «Salvo, Top?» E il cane abbaiava, come per rispondere. Ripresero il cammino. Erano circa le due e mezzo del mattino. La marea cominciava a salire, e, spinta dal vento, minacciava di essere molto forte. Era una marea sizigiale. Le grandi onde battevano contro la scogliera e s’infrangevano con tanta violenza, che, molto probabilmente, dovevano arrivare, in altezza, al di sopra dell’isolotto, allora assolutamente invisibile. La lunga diga di scogli non riparava dunque più la costa, che era esposta direttamente agli urti provenienti dal largo. Da quando il marinaio e i suoi compagni si erano staccati dalla sporgenza rocciosa, il vento li aveva nuovamente investiti, con estrema furia. Curvi, tendendo la schiena alla raffica, camminavano molto rapidamente, seguendo Top, che non esitava sulla direzione da prendere. Risalivano a nord, avendo alla destra una interminabile cresta d’onde, che si accavallavano con fragore assordante, e alla sinistra una zona oscura, di cui era impossibile scorgere l’aspetto. Ma sentivano ch’essa doveva essere relativamente piana, poiché l’uragano passava adesso al disopra di essi senza prenderli di rimbalzo, come invece accadeva quando percuoteva la muraglia di granito. Alle quattro del mattino si poteva calcolare di avere percorso una distanza di cinque miglia. Le nubi si erano alquanto sollevate e non strisciavano più sul suolo. La raffica, meno umida adesso, si allargava in correnti d’aria molto pungenti, più secche e più fredde di prima. Non abbastanza protetti dai loro vestiti, Pencroff, Harbert e il giornalista dovevano soffrire crudelmente, ma non un lamento sfuggiva dalle loro labbra. Erano decisi a seguire Top fin dove l’intelligente animale voleva condurli. Verso le cinque, cominciò a farsi un po’ di luce. Allo zenit dapprima, dove i vapori erano meno densi, alcune sfumature grigiastre tagliarono l’orlo delle nubi, e subito dopo, sotto una fascia opaca, un tratto più luminoso disegnò nettamente l’orizzonte del mare. La cresta delle onde si punteggiò leggermente di bagliori fulvi, e la schiuma si rifece bianca. Contemporaneamente, a sinistra, le parti accidentate del litorale cominciavano a delinearsi confusamente, ma non era ancora che del grigio sul nero. Alle sei del mattino era giorno fatto. Le nuvole correvano con rapidità estrema in una zona relativamente alta. Il marinaio e i suoi compagni si trovavano allora a circa sei miglia dai Camini. Andavano lungo un arenile molto pianeggiante, orlato al largo da una fila di rocce, di cui emergevano solo le cime perché si era al massimo della marea. A sinistra, una vasta distesa uguale, interrotta da alcune dune irte di cardi, offriva l’aspetto abbastanza selvaggio di un’ampia regione sabbiosa. Il litorale era poco frastagliato e non offriva all’oceano altra barriera che una catena assai irregolare di monticelli. Qua e là, uno o due alberi si contorcevano, piegati verso ovest, con i rami tesi in quella direzione. Molto indietro, a sudovest, si stendeva il margine dell’ultima foresta. A quel punto Top diede segni assai palesi di agitazione. Andava avanti, ritornava verso il marinaio e sembrava volerlo obbligare ad affrettare il passo. Il cane aveva allora lasciato la spiaggia, e, spinto dal suo mirabile istinto, senza la più piccola esitazione, s’era cacciato in mezzo alle dune. Lo seguirono. Il luogo pareva assolutamente deserto. Non un essere vivente lo animava. La vasta distesa di dune era costituita di monticelli, e anche di colline, distribuite molto bizzarramente. Era come una piccola Svizzera di sabbia e occorreva proprio un istinto prodigioso per potervisi orizzontare. Cinque minuti dopo aver lasciato l’arenile, il giornalista e i suoi compagni arrivavano davanti a una specie di grotta scavata nella parte posteriore di un’alta duna. Là, Top si fermò e lanciò un latrato alto e forte. Spilett, Harbert e Pencroff penetrarono in quella grotta. Nab era là, inginocchiato vicino a un corpo disteso su di un letto d’erbe… Il corpo era quello dell’ingegnere Cyrus Smith. CAPITOLO VIII NAB NON SI mosse. Il marinaio gli disse una sola parola. «Vivo?» Nab non rispose. Gedeon Spilett e Pencroff impallidirono. Harbert giunse le mani e restò immobile. Ma era evidente che il povero negro, assorto nel suo dolore, non aveva visto i compagni, né sentito la domanda del marinaio. Il giornalista s’inginocchiò vicino a quel corpo immoto, e posò l’orecchio sul petto dell’ingegnere, dopo avergli aperte le vesti. Un minuto — un secolo! trascorse, mentre egli cercava di sorprendere qualche battito del cuore. Nab s’era sollevato un poco e guardava, ma senza vedere. La disperazione non avrebbe potuto alterare maggiormente un viso d’uomo. Nab era irriconoscibile, estenuato dalla fatica, spezzato dal dolore. Egli credeva il suo padrone morto. Gedeon Spilett, dopo una lunga e attenta osservazione, si rialzò. «Vive!» disse. Pencroff, a sua volta, si mise in ginocchio vicino a Cyrus Smith; anche il suo orecchio afferrò qualche battito, e le sue labbra qualche soffio, che sfuggiva dalla bocca dell’ingegnere. Harbert, a una parola del giornalista, si slanciò fuori per cercare dell’acqua. A cento passi di là trovò un ruscello limpido, evidentemente molto ingrossato dalle piogge della notte precedente, che filtrava attraverso la sabbia. Ma non aveva nulla per mettervi l’acqua; non v’era nemmeno una conchiglia fra quelle dune! Il ragazzo dovette accontentarsi d’inzuppare il fazzoletto nel ruscello, e ritornò correndo verso la grotta. Fortunatamente, quel fazzoletto imbevuto bastò a Gedeon Spilett, che voleva soltanto inumidire le labbra dell’ingegnere. Quelle poche gocce d’acqua fresca produssero un effetto quasi immediato. Un sospiro sfuggì dalle labbra di Cyrus Smith, e parve ch’egli tentasse di articolare alcune parole. «Lo salveremo!» disse il giornalista. Nab aveva ripreso speranza a queste parole. Spogliò il suo padrone, per vedere se il corpo presentasse qualche ferita. Né la testa, né il busto, né le membra avevano contusioni, e nemmeno scorticature: cosa sorprendente, poiché il corpo di Cyrus Smith era stato di certo sbattuto sugli scogli. Persino le mani erano intatte. Era veramente difficile spiegare come l’ingegnere non portasse alcuna traccia degli sforzi, che aveva dovuto fare per oltrepassare la linea di scogli. Ma la spiegazione di questa circostanza sarebbe venuta più tardi. Quando Cyrus Smith avrebbe potuto parlare, avrebbe detto ciò che era avvenuto. Per il momento, si trattava di richiamarlo in vita: forse un po’ di massaggio poteva ottenere questo risultato. E il massaggio fu fatto con la casacca del marinaio. L’ingegnere, riscaldato da quel rude massaggio, mosse lievemente le braccia e la sua respirazione cominciò ad avvenire in modo più regolare. Egli stava morendo di sfinimento, e, certo, senza l’arrivo del giornalista e dei suoi compagni, sarebbe stata la fine per Cyrus Smith. «L’avete dunque creduto morto il vostro padrone?» domandò il marinaio a Nab. «Sì! Morto!» rispose Nab. «E se Top non vi avesse trovati, se voi non foste venuti, io avrei sotterrato il mio padrone e sarei morto vicino a lui!» Da ciò si può capire a che debole filo era stata attaccata la vita di Cyrus Smith! Nab raccontò allora l’accaduto. Il giorno innanzi, dopo aver lasciato i Camini all’alba, egli aveva risalito la costa, in direzione nord, raggiungendo la parte del litorale che aveva già visitata. Là, senza speranza alcuna, — egli lo confessava — Nab aveva cercato lungo il lido, in mezzo agli scogli, sulla sabbia, ogni più piccolo indizio che avesse potuto guidarlo. Soprattutto, aveva esaminato la parte del greto non raggiunto dall’alta marea, perché sul margine del greto il flusso e il riflusso dovevano aver cancellato ogni traccia. Nab non sperava più di ritrovare vivo il suo padrone. Egli andava alla ricerca di un cadavere, che voleva seppellire con le sue proprie mani. Nab aveva cercato a lungo. I suoi sforzi restarono infruttuosi. Non sembrava che quella costa deserta fosse mai stata toccata da un essere umano. Le conchiglie, quelle che il mare non poteva raggiungere e che si trovavano a milioni oltre la linea delle maree, erano intatte. Non una conchiglia schiacciata. Su di uno spazio da due a trecento iarde, (Nota: La iarda è una misura di lunghezza americana che equivale a m 0,9144. Fine nota) non esisteva segno di approdo, né remoto, né recente. Nab s’era dunque deciso a risalire la costa ancora per alcune miglia. Poteva darsi che le correnti avessero portato il corpo più lontano. Quando un cadavere galleggia a poca distanza da una riva piatta, è molto raro che l’onda non ve lo rigetti, presto o tardi. Nab lo sapeva e voleva rivedere il suo padrone un’ultima volta. «Percorsi la costa ancora per due miglia, visitai tutta la linea degli scogli con la bassa marea, tutto l’arenile con l’alta marea, e già disperavo di poter trovare qualche cosa, quando ieri, verso le cinque della sera, notai delle orme sulla sabbia.» «Delle orme?» esclamò Pencroff. «Sì» rispose Nab. «E quelle impronte cominciavano dagli scogli stessi?» domandò il giornalista. «No,» rispose Nab «dalla linea dell’alta marea solamente, giacché fra la linea e gli scogli le altre orme erano state certo cancellate.» «Continua, Nab» disse Gedeon Spilett. «Quando vidi quelle impronte, divenni come pazzo. Esse erano nettamente riconoscibili e si dirigevano verso le dune. Le seguii per un quarto di miglio, correndo, ma avendo cura di non cancellarle. Cinque minuti dopo, quando la notte ormai era imminente, udii i latrati di un cane. Era Top, e Top mi condusse proprio qui, vicino al mio padrone!» Nab finì la narrazione dicendo quale era stato il suo dolore nel ritrovare quel corpo inanimato! Aveva cercato di sorprendere in esso qualche resto di vita. Ora che l’aveva ritrovato morto, egli lo voleva vivo! Tutti i suoi sforzi erano stati inutili! Non gli restava ormai che rendere le onoranze estreme a chi aveva tanto amato! Nab aveva allora pensato ai suoi compagni, che avrebbero voluto, indubbiamente, rivedere un’ultima volta lo sventurato! Top era là. Non poteva egli affidarsi alla sagacia di quell’animale fedele? Nab pronunciò a più riprese il nome del giornalista, quello dei compagni dell’ingegnere che Top già conosceva; poi gli mostrò la costa a sud e il cane si slanciò nella direzione indicatagli. E sappiamo come, guidato da un istinto che si può considerare quasi soprannaturale (la bestia non era mai stata ai Camini), Top vi era tuttavia giunto. I compagni di Nab avevano ascoltato il racconto con la massima attenzione. Era per loro inesplicabile che Cyrus Smith, dopo gli sforzi» che aveva dovuto fare per sfuggire ai flutti attraverso gli scogli, non serbasse traccia nemmeno di una graffiatura. Altrettanto strano appariva, inoltre, che l’ingegnere avesse potuto raggiungere, a più di un miglio dalla costa, quella grotta sperduta in mezzo alle dune. «Così, Nab,» disse il cronista «non sei stato tu a trasportare il tuo padrone sin qui?» «No, non sono stato io!» rispose Nab. «È evidente che il signor Smith vi è venuto da sé» disse Pencroff. «È evidente, infatti,» fece osservare Gedeon Spilett «ma non è credibile!» La spiegazione del fatto non si poteva avere che dalla bocca dell’ingegnere. Bisognava, quindi, aspettare che la parola gli tornasse. Fortunatamente, la vita già riprendeva in lui il suo corso. Le frizioni avevano ristabilito la circolazione del sangue. Cyrus Smith mosse di nuovo le braccia, poi la testa, e alcune parole incomprensibili sfuggirono ancora una volta dalle sue labbra. Nab, chino su di lui, lo chiamava, ma l’ingegnere non pareva sentire, e i suoi occhi erano sempre chiusi. La vita non si manifestava in lui che attraverso i movimenti: i sensi non vi avevano ancora nessuna parte. Pencroff si dolse molto di non poter accendere il fuoco, poiché egli aveva disgraziatamente dimenticato di portar seco la tela bruciata, che si sarebbe facilmente accesa all’urto di due ciottoli. Le tasche dell’ingegnere erano completamente vuote, salvo quella del panciotto, che conteneva il suo orologio. Bisognava dunque trasportare Cyrus Smith ai Camini e al più presto possibile. Questo fu il parere generale. Tuttavia, le cure prodigate all’ingegnere dovevano rendergli la conoscenza più presto di quanto si potesse sperare. L’acqua con cui gli venivano inumidite le labbra lo rianimava a poco a poco. Pencroff ebbe pure l’idea di mescolare all’acqua un po’ di sugo della carne di tetraone che aveva portato con sé. Harbert, essendo corso fino alla spiaggia, ne ritornò con due grandi conchiglie bivalvi. Il marinaio compose una specie di miscela e l’introdusse tra le labbra dell’ingegnere, che parve succhiarla avidamente. Allora i suoi occhi si aprirono. Nab e il giornalista erano chini su di lui. «Padrone! Padrone!» gridò Nab. L’ingegnere lo udì. Riconobbe Nab e Spilett, poi gli altri due compagni, Harbert e il marinaio, e la sua mano strinse leggermente le loro. Alcune parole sfuggirono ancora dalle sue labbra, parole ch’egli indubbiamente aveva già pronunciate, e che indicavano quali pensieri tormentassero tuttavia la sua mente. Ma questa volta, le sue parole furono comprese. «Isola o continente?» egli mormorò. «Ah!» gridò Pencroff, che non poté trattenere questa esclamazione. «Per tutti i diavoli, noi ce ne infischiamo, purché voi viviate, signor Cyrus! Isola o continente? Più tardi si vedrà!» L’ingegnere fece un leggero segno affermativo, e parve addormentarsi. Quel sonno fu rispettato, e il giornalista prese immediatamente i provvedimenti necessari, perché il trasporto dell’ingegnere avvenisse nelle migliori condizioni. Nab, Harbert e Pencroff lasciarono la grotta e si diressero verso un’alta duna coronata da alcuni alberi rachitici. Strada facendo, il marinaio non poteva fare a meno di ripetere: «Isola o continente! Pensare a questo, quando si tira appena il fiato! Che uomo!» Giunti alla sommità della duna, Pencroff e i suoi due compagni, senz’altro aiuto che quello delle loro braccia, spogliarono dei rami principali un albero assai gracile, una specie di pino marittimo strapazzato dal vento; poi con questi rami fecero una barella, la quale, ricoperta di foglie e d’erbe, avrebbe permesso di trasportare l’ingegnere. L’operazione richiese circa quaranta minuti; erano le dieci quando il marinaio, Nab ed Harbert ritornarono presso Cyrus Smith, che Gedeon Spilett non aveva abbandonato un istante. L’ingegnere si svegliava allora dal sonno, o meglio dall’assopimento, in cui era immerso quando l’avevano ritrovato. Il colorito ritornava sulle sue guance, che avevano avuto fino allora il pallore della morte. Si sollevò un poco, si guardò intorno, e parve domandare dove si trovava. «Potete ascoltarmi senza stancarvi, Cyrus?» disse il giornalista. «Sì» rispose l’ingegnere. «È mia opinione,» disse allora il marinaio «che il signor Smith vi ascolterà assai meglio se prenderà ancora un po’ di questa gelatina di tetraone, giacché si tratta di tetraoni, signor Cyrus» aggiunse, presentandogli un poco di quella gelatina, alla quale mescolò, questa volta, dei pezzetti di carne. Cyrus Smith ne masticò alcuni pezzi e la rimanenza fu divisa fra i suoi tre compagni che, avendo fame, trovarono la colazione piuttosto magra. «Bene!» fece il marinaio «i viveri ci aspettano ai Camini; poiché, è bene che lo sappiate, signor Cyrus, noi abbiamo laggiù, a sud, una casa con camere, letti e focolare; e in dispensa anche alcune dozzine di uccelli che il nostro Harbert chiama curucù. La barella è pronta e, quando ve ne sentirete la forza-, vi trasporteremo alla nostra dimora.» «Grazie, amico mio,» rispose l’ingegnere «ancora un’ora o due, e poi potremo partire… E ora parlate, Spilett.» Il giornalista narrò allora tutto quanto era successo. Raccontò gli avvenimenti che Cyrus Smith non poteva conoscere: l’ultima caduta del pallone, la discesa su quella terra sconosciuta, che sembrava deserta, isola o continente che fosse; la scoperta dei Camini, le ricerche intraprese, la devozione di Nab, tutto quel che si doveva all’intelligenza del fedele Top, ecc. «Ma,» chiese Cyrus Smith, con voce ancora debole «non mi avete, dunque, raccolto sul greto?» «No» rispose il cronista. «E non siete stati voi a portarmi in questa grotta?» «No.» «Quanto dista dagli scogli questa grotta?» «Un mezzo miglio circa,» rispose Pencroff «e se voi ne siete meravigliato, signor Cyrus, noi stessi non lo siamo meno di voi.» «Infatti,» rispose l’ingegnere che si rianimava a poco a poco e s’interessava a quei particolari «infatti, è strano!» «Ma,» riprese il marinaio «potete dirci quel che è avvenuto dopo che siete stato travolto dal colpo di mare?» Cyrus Smith richiamò alla mente i suoi ricordi. Sapeva poco. Il colpo di mare l’aveva strappato dalla rete dell’aerostato. S’immerse dapprima ad alcune braccia di profondità. Ritornato alla superficie del mare, nella semioscurità sentì un essere vivente agitarsi vicino a lui. Era Top, che s’era precipitato in suo soccorso. Alzando gli occhi, non scorse più il pallone, che liberato dal peso suo e da quello del cane era ripartito come una freccia. Egli si vide in mezzo ai flutti irati, a una distanza dalla costa che non doveva essere inferiore a un mezzo miglio. Tentò di lottare contro le onde, nuotando vigorosamente. Top lo sosteneva per i vestiti; ma una corrente fulminea lo afferrò, lo spinse verso il nord, e, dopo mezz’ora di sforzi, egli affondò, trascinando Top con sé, nell’abisso. Da allora sino al momento in cui s’era ritrovato nelle braccia dei suoi amici, non si rammentava più di nulla. «Eppure» riprese Pencroff «bisogna che voi siate stato lanciato sulla spiaggia, e che abbiate anche avuto la forza di camminare fin qui, poiché Nab ha ritrovato le impronte dei vostri passi!» «Sì… bisogna che sia stato così…» rispose l’ingegnere, riflettendo. «E voi, non avete visto traccia di esseri umani su questa costa?» «Nessuna traccia» rispose il giornalista. «D’altronde, se per caso un salvatore si fosse trovato là, proprio al momento giusto, perché vi avrebbe abbandonato, dopo avervi strappato alla furia delle onde?» «Avete ragione, mio caro Spilett. Dimmi, Nab,» aggiunse l’ingegnere rivolgendosi al servo «non sei forse tu che… non avrai avuto un momento di assenza… durante il quale… No, è assurdo!… Esiste ancora qualcuna di quelle impronte?» domandò Cyrus Smith. «Sì, padrone,» rispose Nab «all’entrata, dalla parte posteriore di questa duna stessa, in un punto riparato dal vento e dalla pioggia. Le altre sono state cancellate dalla tempesta.» «Pencroff,» disse Cyrus Smith «volete prendere le mie scarpe e vedere se combaciano perfettamente con quelle impronte?» Il marinaio fece quanto chiedeva l’ingegnere. Harbert e lui, guidati da Nab, si recarono al punto ove si trovavano le impronte, mentre Cyrus Smith diceva al giornalista: «Sono accadute cose inesplicabili!» «Inesplicabili, infatti!» rispose Gedeon Spilett. «Ma non stiamo a insistervi adesso, mio caro Spilett, ne riparleremo più tardi.» Un istante dopo, il marinaio, Nab e Harbert rientravano. Non era possibile alcun dubbio. Le scarpe dell’ingegnere combaciavano esattamente con le impronte rimaste. Dunque, era proprio Cyrus Smith che le aveva lasciate sulla sabbia. «Dunque,» diss’egli «sarò stato io che avrò avuto quell’allucinazione, quell’assenza che attribuivo a Nab! Avrò camminato come un sonnambulo, senza avere coscienza dei miei passi e sarà stato Top, che con il suo istinto, m’avrà condotto qui, dopo avermi strappato ai flutti… Vieni, Top! Vieni, amico mio!» Il bellissimo cane balzò vicino al padrone, abbaiando, e le carezze non gli furono risparmiate. Si converrà che non c’era altra spiegazione da dare ai fatti che avevano condotto al salvataggio di Cyrus Smith, e che a Top spettava tutto l’onore dell’impresa. Verso mezzogiorno, avendo Pencroff chiesto a Cyrus Smith se si poteva trasportarlo, questi, per tutta risposta, si alzò con uno sforzo che attestava la più energica volontà. Ma dovette appoggiarsi al marinaio, perché altrimenti sarebbe caduto. «Piano, piano!» fece Pencroff. «La barella del signor ingegnere. La barella venne portata. I rami trasversali erano stati ricoperti di muschi» e di lunghe erbe. Cyrus Smith vi fu disteso e la comitiva si diresse verso la costa, Pencroff a una estremità delle stanghe, Nab all’altra. Erano otto miglia da percorrere, ma poiché non si poteva andare in fretta e sarebbe forse stato necessario fermarsi spesso, bisognava calcolare almeno sei ore di tempo per giungere ai Camini. Il vento era sempre violento, ma, per fortuna, non pioveva più. Benché coricato, l’ingegnere, sorreggendosi il capo con il gomito, osservava la costa, soprattutto dalla parte opposta al mare. Egli non parlava, ma guardava, e certamente le caratteristiche di quel paese, con le disuguaglianze di terreno, le foreste, si impressero nel suo cervello. Dopo due ore di cammino, però, la fatica lo vinse, ed egli si addormentò sulla barella. Alle cinque e mezzo del pomeriggio, la piccola comitiva arrivava alla sporgenza rocciosa e poco dopo dinanzi ai Camini. Tutti si fermarono e la barella venne deposta sulla sabbia. Cyrus Smith dormiva profondamente e non si svegliò. Pencroff, con sua estrema sorpresa, constatò allora che la spaventosa tempesta della vigilia aveva modificato l’aspetto dei luoghi. Delle frane assai notevoli s’erano verificate qua e là. Grossi massi di roccia giacevano sul greto, e un folto tappeto d’erbe marine, di goemoni e d’alghe di ogni genere copriva tutta la spiaggia. Evidentemente, il mare, passando sopra l’isolotto, s’era spinto sino ai piedi dell’enorme parete di granito. Davanti all’apertura dei Camini il suolo, profondamente devastato, aveva subito un violento assalto delle onde. Una specie di presentimento attraversò la mente di Pencroff, che si precipitò nel corridoio. Quasi subito egli ne usciva e restava immobile, guardando, costernato, i suoi compagni… Il fuoco era spento. Le ceneri, invase dalle acque, non erano che melma. La tela bruciata, che doveva servire da esca, era sparita. Il mare era penetrato fino in fondo ai corridoi e aveva sconvolto e distrutto tutto nell’interno dei Camini! CAPITOLO IX IN POCHE PAROLE, Gedeon Spilett, Harbert e Nab furono messi al corrente della situazione. Quella disgrazia, che poteva avere conseguenze gravissime (Pencroff, per lo meno, la pensava così) produsse effetti diversi sui compagni del buon marinaio. Nab, tutto preso dalla gioia di aver ritrovato il suo padrone, non ascoltò, o piuttosto non volle nemmeno preoccuparsi di quel che diceva Pencroff. Harbert, invece, parve dividere in certa misura le apprensioni del marinaio. Il giornalista, alle parole di Pencroff, rispose semplicemente: «In fede mia, Pencroff, non me ne importa niente!» «Ma, vi ripeto che non abbiamo più fuoco!» «Peuh!» «Né alcun mezzo per riaccenderlo!» «Ohibò!» «Però, signor Spilett…» «Cyrus non è forse con noi?» rispose il cronista. «Forse che non è vivo, il nostro ingegnere? Troverà bene il modo di accendere il fuoco, lui!» «E con che cosa?» «Con niente.» Che cosa avrebbe potuto rispondere Pencroff? Non avrebbe potuto, giacché, in fondo, condivideva la fiducia che i suoi compagni avevano in Cyrus Smith. L’ingegnere era per essi un microcosmo, un composto di tutta la scienza e di tutta l’intelligenza umana! Tanto valeva trovarsi con Cyrus in un’isola deserta, quanto senza Cyrus nella più industriosa città dell’Unione. Con lui non sarebbe mancato niente. Con lui, non si poteva disperare. Si sarebbe potuto dire a queste brave persone che un’eruzione vulcanica stava per annientare quella terra, che quella terra stava per sprofondare negli abissi del Pacifico, ed essi avrebbero risposto imperturbati: «Cyrus è con noi! Seguite Cyrus!» Intanto, l’ingegnere era piombato in un nuovo stato di prostrazione, cagionato dal disagio del trasporto, e in quel momento non si poteva ricorrere alla sua ingegnosità. La cena doveva forzatamente essere magrissima. Infatti, tutta la carne di tetraone era stata consumata e non si aveva alcun mezzo per far cuocere della selvaggina. D’altronde, i curucù, che dovevano servire di riserva, erano scomparsi. Bisognava prenderne atto. Prima di tutto, Cyrus Smith fu trasportato nel corridoio centrale. Là si poté preparargli un giaciglio d’alghe e di erbe, rimaste quasi asciutte. Il profondo sonno che s’era impadronito di lui non poteva che reintegrare rapidamente le sue forze, ancor meglio, senza dubbio, che un cibo abbondante. La notte era venuta e con essa la temperatura, modificata da un salto di vento girato, si raffreddò seriamente. Ora, siccome il mare aveva distrutto i ripari applicati da Pencroff in alcuni punti dei corridoi, si produssero delle correnti d’aria, che resero i Camini poco abitabili. L’ingegnere si sarebbe, quindi, trovato in condizioni pessime, se i suoi compagni, spogliandosi delle loro giacche, non l’avessero accuratamente coperto. La cena quella sera fu composta soltanto dagli inevitabili litodomi, di cui Harbert e Nab fecero ampia raccolta sul greto. Però, il ragazzo aggiunse a quei molluschi una certa quantità di alghe commestibili, che raccolse su scogli emergenti, di cui il mare non doveva bagnare le pareti che all’epoca delle grandi maree. Quelle alghe, appartenenti alla famiglia delle fucacee, erano una specie di sargassi che, asciutti, forniscono una materia gelatinosa, abbastanza ricca di elementi nutritivi. Il giornalista e i suoi compagni, dopo avere mangiato una quantità considerevole di litodomi, succhiarono anche questi sargassi, trovandoli di un sapore tollerabilissimo: bisogna dire, a questo proposito, che sulle coste asiatiche simili vegetali hanno una parte notevole nell’alimentazione degli indigeni. «Bene» disse il marinaio. «È ormai tempo che il signor Cyrus ci venga in aiuto.» Intanto, il freddo si era fatto intenso, e, disgraziatamente, non c’era nessun modo di combatterlo. Il marinaio, veramente contrariato, cercò di accendere il fuoco con tutti i mezzi possibili. Nab lo aiutò in quest’operazione: aveva trovato alcuni muschi secchi, e, battendo due sassi, ottenne delle scintille; ma il muschio, non essendo abbastanza infiammabile, non prese fuoco, e d’altronde, le scintille, che non erano che silice incandescente, non avevano la consistenza di quelle che sprizzano dall’acciarino. L’operazione, quindi, non riuscì. Pencroff, benché non avesse alcuna fiducia in questo metodo, provò poi a sfregare due pezzi di legno secco uno contro l’altro, alla maniera dei selvaggi. Certamente, se il moto che fecero, Nab e lui, si fosse — secondo le nuove teorie — trasformato in calore, sarebbe bastato a far bollire una caldaia da piroscafo! Ma il risultato fu negativo. I pezzi di legno si riscaldarono semplicemente, e forse assai meno degli uomini stessi. Dopo un’ora di lavoro, Pencroff, grondante di sudore, gettò via i pezzi di legno, indispettito. «Quando mi si convincerà che i selvaggi accendono il fuoco in questo modo,» diss’egli «farà caldo anche d’inverno! Si accenderebbero piuttosto le mie braccia, sfregandole insieme!» Il marinaio aveva torto nel negare quel procedimento. È noto che i selvaggi accendono il legno per mezzo di un rapido sfregamento. Ma non tutte le qualità di legno sono adatte a questa operazione, e poi, bisogna conoscere il segreto del mestiere, e probabilmente Pencroff non lo conosceva. Il cattivo umore di Pencroff non durò a lungo. I due pezzi di legno gettati via da lui erano stati ripresi da Harbert, che s’ingegnava a strofinarli con la massima buona volontà. Il robusto marinaio non poté frenare uno scoppio di risa, vedendo gli sforzi dell’adolescente per riuscire là dove nemmeno lui era riuscito. «Frega, ragazzo mio, frega!» disse. «Frego,» rispose Harbert, ridendo; «ma non ho altra pretesa che di scaldarmi a mia volta, invece che tremare di freddo; e fra poco anch’io avrò caldo come te, Pencroff!» E questo accadde, infatti. Per quella notte, bisognò rinunciare ad accendere il fuoco. Gedeon Spilett ripeté per la ventesima volta che Cyrus Smith non si sarebbe trovato imbarazzato per così poco. E in attesa del risveglio dell’ingegnere, si stese su di un letto di sabbia, in uno dei corridoi. Harbert, Nab e Pencroff lo imitarono, mentre Top dormiva ai piedi del suo padrone. L’indomani, 28 marzo, quando l’ingegnere si svegliò, verso le otto del mattino, vide i suoi compagni presso di lui, che spiavano il suo risveglio; e, come il giorno precedente, le sue prime parole furono: «Isola o continente?» Come si vede, era la sua idea fissa. «Bene!» rispose Pencroff «non ne sappiamo niente, signor Smith!» «Non lo sapete ancora?…» «Ma lo sapremo quando voi ci avrete guidati in questo paese.» «Credo di essere in grado di tentarlo» rispose l’ingegnere, che, senza troppo sforzo, si alzò e si tenne in piedi. «Ecco, andiamo bene!» esclamò il marinaio. «Morivo soprattutto di sfinimento» disse Cyrus Smith. «Amici miei, un po’ di cibo, e tutto passerà. Avete fuoco, vero?» Questa domanda non ebbe risposta immediata. Ma, dopo alcuni minuti: «Ahimè! Non abbiamo fuoco,» disse Pencroff «o piuttosto, signor Cyrus, non ne abbiamo più!» E il marinaio narrò quanto era accaduto il giorno prima. Diverti l’ingegnere raccontandogli la storia del loro unico fiammifero, e poi il suo vano tentativo per accendere il fuoco secondo l’usanza dei selvaggi. «Provvederemo» rispose l’ingegnere «e se non troveremo una sostanza analoga all’esca…» «Ebbene?» domandò il marinaio. «Ebbene, faremo dei fiammiferi.» «Chimici?» «Chimici!» «Non è poi così difficile» esclamò il giornalista, battendo la mano sulla spalla del marinaio. Questi non trovava la cosa tanto semplice, però non protestò. Tutti uscirono. Il tempo si era rimesso al bello. Un sole sfolgorante si levava sull’orizzonte del mare e cospargeva di pagliuzze d’oro le asperità prismatiche dell’enorme muraglia. Dopo aver gettato un rapido sguardo intorno a sé, l’ingegnere si sedette su di un blocco di roccia. Harbert gli offrì alcune manciate di conchiglie e di sargassi, dicendo: «È tutto quello che abbiamo, signor Cyrus.» «Grazie, ragazzo mio,» rispose Smith «questo basterà, per stamane, almeno.» E mangiò con appetito quel modesto cibo, che inaffiò con un po’ d’acqua fresca, attinta al fiume, in una grande conchiglia. I suoi compagni lo guardavano silenziosi. Poi, dopo essersi così saziato alla meglio, Cyrus Smith, incrociando le braccia, disse: «E così, amici miei, voi non sapete ancora se la sorte ci ha gettati su di un continente o su di un’isola?» «No, signor Cyrus» rispose il ragazzo. «Lo sapremo domani» replicò l’ingegnere. «Fino ad allora non c’è niente da fare.» «E invece sì» ribatté Pencroff. «Che cosa, dunque?» «Accendere il fuoco» disse il marinaio, che aveva, anche lui, la sua brava idea fissa. «Lo accenderemo, Pencroff» rispose Cyrus Smith. «Ma» riprese, «mentre voi mi trasportavate, ieri, ho scorto, a ovest, una montagna che domina questa località.» «Sì,» rispose Gedeon Spilett «una montagna che dev’essere abbastanza alta…» «Bene,» riprese l’ingegnere «domani saliremo sulla sua cima e vedremo se questa terra è un’isola o un continente. Fino ad allora, ripeto, niente da fare.» «Sì, accendere il fuoco!» disse ancora l’ostinato marinaio. «Ma lo accenderemo, il fuoco!» replicò Gedeon Spilett. «Un po’ di pazienza, Pencroff!» Il marinaio guardò Spilett con un’aria che pareva dire: «Se non ci siete che voi a farlo, non gusteremo dell’arrosto tanto presto!». Ma tacque. Cyrus Smith non aveva risposto. Egli sembrava assai poco preoccupato del problema del fuoco. Per alcuni minuti rimase assorto nelle sue riflessioni. Poi, riprendendo la parola: «Amici miei,» disse «la nostra situazione è forse spiacevole, ma, in ogni modo, è molto semplice. O siamo su di un continente, e allora, a prezzo di fatiche più o meno grandi, raggiungeremo qualche punto abitato; oppure siamo su di un’isola. In quest’ultimo caso, delle due una: se l’isola è abitata, riusciremo a trarci d’impaccio con l’ausilio dei suoi abitanti; se è deserta, ce la caveremo da soli.» «Sicuro, non c’è nulla di più semplice!» rispose Pencroff. «Ma, che si tratti di un continente o di un’isola,» domandò Gedeon Spilett «dove supponete, Cyrus, che l’uragano ci abbia gettati?» «Non posso saperlo esattamente,» rispose l’ingegnere «ma suppongo trattarsi di una terra del Pacifico. Infatti, quando abbiamo lasciato Richmond, il vento soffiava da nordest, e anche adesso la sua violenza stessa prova che non ha variato direzione. Se questa direzione s’è mantenuta da nordest a sudovest, noi abbiamo attraversato gli stati della Carolina del Nord, della Carolina del Sud, della Georgia, il golfo del Messico, il Messico stesso nella sua parte stretta, e poi una parte dell’Oceano Pacifico. Valuto a sei o settemila miglia, non meno, la distanza percorsa dal pallone, e, per poco che il vento abbia girato anche solo di una mezza quarta, ci ha portato o sull’arcipelago di Mendana, o sulle Paumotu, e fors’anche, se aveva una velocità maggiore a quella da me supposta, fino alle terre della NuovaZelanda. Se quest’ultima ipotesi fosse vera, il nostro rimpatrio sarebbe facile. Inglesi o Maori, troveremo sempre a chi parlare. Se, invece, questa costa appartiene a qualche isola deserta di un arcipelago della Micronesia, probabilmente potremo saperlo dall’alto di quella cima che domina il territorio, e allora provvederemo a installarci qui, come se non ne dovessimo uscire mai più!» «Mai più!» gridò il giornalista. «Voi dite: mai più! mio caro Cyrus?» «È meglio pensar subito al peggio» rispose l’ingegnere «e riservarsi il meglio solo come sorpresa.» «Ben detto!» ribatté Pencroff. «E bisogna anche sperare che l’isola, se isola è questa terra, non sia proprio situata fuori dalla rotta delle navi! Altrimenti vorrebbe dire essere proprio disgraziati!» «Sapremo come regolarci solo dopo aver fatto l’ascensione della montagna» rispose l’ingegnere. «Ma domani, signor Cyrus,» domandò Harbert «sarete in grado di sopportare le fatiche dell’ascensione?» «Spero,» rispose l’ingegnere «ma a patto che mastro Pencroff e tu, ragazzo mio, vi mostriate cacciatori intelligenti e accorti.» «Signor Cyrus,» rispose il marinaio «poiché parlate di selvaggina, se al mio ritorno fossi sicuro di poterla arrostire, come sono sicuro di portarla…» «Portatela ugualmente, portatela, Pencroff» rispose Cyrus Smith. Fu dunque convenuto che l’ingegnere e il giornalista avrebbero passato la giornata ai Camini allo scopo di esaminare il litorale e l’altipiano sovrastante. Nel frattempo, Nab, Harbert e il marinaio sarebbero ritornati nella foresta, vi avrebbero rinnovato la provvista di legna, e avrebbero fatto man bassa di ogni bestia piumata o pelosa che fosse loro giunta a portata di mano. Essi partirono, dunque, verso le dieci del mattino, Harbert fiducioso, Nab allegro, Pencroff mormorando fra sé: «Se al ritorno, trovo del fuoco in casa, vorrà dire che il fulmine in persona sarà venuto ad accenderlo!» Tutt’e tre risalirono l’argine, e arrivati al gomito che formava il fiume, il marinaio, fermandosi, disse ai suoi due compagni: «Cominciamo con il fare i cacciatori o i taglialegna?» «I cacciatori» rispose Harbert. «Ecco Top, già alla ricerca.» «Cacciamo, dunque,» rispose il marinaio «poi ritorneremo qui a fare la provvista di legna.» Detto questo, Harbert, Nab e Pencroff, dopo essersi procurati tre bastoni a scapito di un giovane abete, seguirono Top, che saltellava fra le alte erbe. Questa volta i cacciatori, invece di costeggiare il corso del fiume, si addentrarono più direttamente nel cuore stesso della foresta. Erano sempre gli stessi alberi, appartenenti, per la maggior parte, alla famiglia dei pini. In certi punti questi pini, meno fitti, isolati per gruppi, presentavano dimensioni considerevoli e con il loro notevole sviluppo sembravano indicare che quella terra si trovava a una latitudine più elevata di quanto supponesse l’ingegnere. Alcune radure, irte di ceppi rosi dal tempo, erano coperte di legna secca e formavano così inesauribili riserve di combustibile. Poi, passata la radura, il bosco ceduo si rinfittiva e diveniva quasi impenetrabile. Procedere in mezzo a quelle folte macchie d’alberi, senza alcun sentiero tracciato, era cosa assai difficile. Perciò il marinaio di tanto in tanto segnava la via percorsa con tracce che dovevano essere facilmente riconoscibili. Ma probabilmente egli aveva avuto torto di non risalire il corso d’acqua, come Harbert e lui avevano fatto durante la loro prima escursione, giacché dopo un’ora di marcia, non s’era ancora vista alcuna specie di selvaggina. Top, correndo sotto le fronde basse, non faceva che metter sull’avviso uccelli che non si potevano avvicinare. Persino i curucù erano del tutto assentì, e appariva quindi probabile che il marinaio sarebbe stato costretto a tornare in quella parte paludosa della foresta, nella quale aveva così felicemente esperimentato la pesca dei tetraoni. «Eh! Pencroff,» disse Nab con tono un po’ sarcastico «se questa è tutta la selvaggina che avete promesso di portare al mio padrone, non occorrerà un gran fuoco per farla arrostire!» «Pazienza, Nab,» rispose il marinaio «non sarà la selvaggina che mancherà al ritorno!» «Non avete, dunque, fiducia nel signor Smith?» «Sì.» «Ma non credete che riuscirà ad accendere il fuoco?» «Crederò quando la legna arderà sul focolare.» «Arderà, poiché il mio padrone l’ha detto!» «Vedremo!.» Frattanto, non avendo il sole ancora raggiunto il punto più alto del suo tragitto sull’orizzonte, l’esplorazione continuò e divenne più fortunata per la scoperta fatta da Harbert di un albero i cui frutti erano commestibili. Era il pino pinaiolo, che produce una pigna eccellente, molto apprezzata nelle regioni temperate dell’America e dell’Europa. Queste pigne erano mature e Harbert le indicò ai compagni, che ne fecero abbondante provvista. «Via,» disse Pencroff «alghe al posto del pane, mitili crudi invece di carne, pigne per frutta… Ecco il pranzo di persone che non hanno più un solo fiammifero in tasca!» «Inutile lagnarsi» rispose Harbert. «Io non mi lagno, ragazzo mio,» rispose Pencroff «solamente osservo che la carne manca un po’ troppo nei nostri pasti!» «Non è il parere di Top!» esclamò Nab, che corse verso una folta macchia, in mezzo alla quale il cane era scomparso abbaiando. Ai latrati di Top si mescolavano strani grugniti. Il marinaio e Harbert avevano seguito Nab. Se là c’era della selvaggina, non era certo quello il momento di discutere sul modo di cucinarla, ma piuttosto sul modo di impadronirsene. I cacciatori, appena entrati nel bosco, videro Top alle prese con un animale che aveva afferrato per un orecchio. Quel quadrupede era una specie di maiale, lungo due piedi e mezzo circa, di un bruno nerastro, un po’ meno scuro sul ventre, con pelo duro e rado, e le cui unghie, tenacemente piantate nel suolo, sembravano riunite da membrane. Harbert credette di poter riconoscere in quell’animale un capibara, uno dei maggiori esemplari dell’ordine dei roditori. L’animale non si difendeva contro il cane: girava stupidamente i grossi occhi affondati in uno spesso strato di grasso. Probabilmente, era la prima volta che vedeva degli uomini. Frattanto Nab, impugnato più saldamente il bastone, si accingeva a uccidere il roditore, quando questi sfuggendo ai denti di Top, lasciandogli solo un pezzo d’orecchio in bocca, cacciò un rabbioso grugnito, si precipitò su Harbert, per poco non lo fece cadere, e disparve attraverso il bosco. «Ah! Il miserabile!» esclamò Pencroff. Subito tutt’e tre si slanciarono sulle tracce di Top, e mentre stavano per raggiungere la preda, l’animale sparì, tuffandosi in un vasto stagno, ombreggiato da grandi pini secolari. Nab, Harbert e Pencroff si fermarono, immobili. Top s’era gettato in acqua, ma il capibara, nascosto in fondo allo stagno, non si lasciava più vedere. «Aspettiamo,» disse il giovinetto «la bestia verrà fra poco a respirare in superficie.» «Non annegherà?» chiese Nab. «No,» rispose Harbert «ha i piedi palmati ed è quasi un anfibio. Ma appostiamolo.» Top nuotava sempre. Pencroff e i suoi compagni andarono a occupare ciascuno un punto della riva, allo scopo di tagliare ovunque la ritirata alla bestia, che il cane cercava nuotando alla superficie dello stagno. Harbert non s’ingannava. Dopo alcuni minuti l’animale tornò a galla. Top d’un balzo fu su di lui e gli impedì di tuffarsi nuovamente. Un istante più tardi il capibara, trascinato da Top fino alla riva, veniva ucciso da una bastonata vibrata da Nab. «Urrà!» gridò Pencroff, che usava volentieri quel grido di trionfo. «Un po’ di fuoco e questo roditore sarà rosicchiato fino all’osso!» Pencroff si caricò la preda sulle spalle, e, calcolando dall’altezza del sole che dovevano essere circa le due del pomeriggio, diede il segnale del ritorno. L’istinto di Top non fu inutile ai cacciatori, che, grazie all’intelligente animale, poterono ritrovare il cammino già percorso. Mezz’ora dopo, arrivavano alla svolta del fiume. Come avevano fatto la prima volta, Pencroff preparò rapidamente una zattera di legna, benché, mancando il fuoco, quella gli sembrasse un’operazione inutile, e con la zattera che seguiva il corso della corrente, ritornarono verso i Camini. Ma, a cinquanta passi di distanza dalla dimora, il marinaio si fermò, gettò ancora un formidabile urrà, e tendendo la mano verso la punta della scogliera: «Harbert! Nab! Guardate!» gridò. Un filo di fumo usciva in vorticose spire al di sopra delle rocce! CAPITOLO X ALCUNI ISTANTI dopo i tre cacciatori si trovavano davanti a un fuoco scoppiettante, con Cyrus Smith e il giornalista. Pencroff li guardava entrambi, senza articolar parola, con il suo capibara fra le mani. «Ebbene, sì, mio bravo cacciatore» esclamò il giornalista. «È fuoco, vero fuoco, che arrostirà perfettamente questa magnifica bestia con la quale banchetteremo fra breve!» «Ma chi l’ha acceso?…» domandò Pencroff. «Il sole!» La risposta di Gedeon Spilett era esatta. Il sole aveva fornito il calore di cui Pencroff si meravigliava. Il marinaio non voleva credere ai propri occhi ed era così stupefatto, che non pensava nemmeno a interrogare l’ingegnere. «Avevate una lente, signore?» domandò Harbert a Cyrus Smith. «No, ragazzo mio,» rispose questi, «ma ne ho fatta una.» E mostrò l’apparecchio che gli era servito da lente. Si trattava molto semplicemente dei due vetri che egli aveva tolti all’orologio del giornalista e al proprio. Dopo averli riempiti d’acqua, rendendo aderenti i loro orli con un po’ d’argilla, s’era così fabbricato una vera e propria lente, la quale, concentrando i raggi solari su un po’ di muschio molto secco, ne aveva determinato la combustione. Il marinaio osservò l’apparecchio, poi guardò l’ingegnere senza pronunciar parola. Ma il suo sguardo era abbastanza eloquente! Per lui, se Cyrus Smith non era un dio, era però sicuramente più di un uomo. Finalmente riacquistò il dono della parola, ed esclamò: «Segnate questo, signor Spilett, segnate questo nel vostro taccuino!» «È già segnato» rispose il cronista. Poi, aiutato da Nab, il marinaio preparò lo spiedo, e il capibara, opportunamente ripulito e vuotato, poco dopo si arrostiva, come un semplice maialino di latte, davanti a una fiamma chiara e crepitante. I Camini erano ridivenuti più abitabili, non solo perché i loro vani si riscaldavano alla fiamma del focolare, ma anche perché i ripari di pietre e sabbia erano stati ripristinati. Come si vede, l’ingegnere e il suo compagno avevano impiegato bene la giornata. Cyrus Smith aveva quasi interamente ricuperato le proprie forze, e le aveva, anzi, provate, salendo sul pianoro superiore. Di là, il suo occhio, avvezzo a valutare altezze e distanze, s’era fermato a lungo su quel cono di cui egli voleva l’indomani raggiungere la vetta. Il monte, situato a sei miglia circa di distanza, in direzione di nordovest, gli parve misurare tremilacinquecento piedi sopra il livello del mare. Di conseguenza, lo sguardo di un osservatore dalla vetta di esso doveva poter dominare l’orizzonte per un raggio di almeno cinquanta miglia. Era quindi probabile che Cyrus Smith avrebbe risolto agevolmente il problema del «continente o isola», al quale dava, non senza ragione, la precedenza su tutti gli altri. Si cenò decentemente. La carne del capibara fu trovata eccellente. I sargassi e le pigne completarono la cena, durante la quale l’ingegnere parlò poco. Egli era preoccupato dei progetti per l’indomani. Un paio di volte Pencroff espresse alcune idee su quello che sarebbe stato conveniente fare, ma Cyrus Smith, ch’era evidentemente uno spirito metodico, si limitò a scrollare il capo: «Domani» ripeteva «sapremo a qual partito appigliarci, e agiremo in conformità.» Finita la cena, altre bracciate di legna vennero gettate sul fuoco, e gli ospiti dei Camini, compreso il fedele Top, si addormentarono d’un sonno profondo. Nessun incidente turbò quella notte tranquilla, e l’indomani — 29 marzo — essi si svegliarono agili e freschi, pronti a intraprendere l’escursione, che doveva stabilire definitivamente quale fosse la loro sorte. Tutto era pronto per la partenza. I resti del capibara potevano nutrire ancora per ventiquattro ore Cyrus Smith e i suoi compagni. D’altronde, essi speravano di trovare di che vettovagliarsi anche per via. Siccome i vetri erano stati rimessi agli orologi dell’ingegnere e del giornalista, Pencroff bruciò un frammento di tela, che doveva servire d’esca. Quanto alla selce non poteva mancare in quei terreni di origine plutonica. Alle sette e mezzo del mattino gli esploratori, armati di bastoni, lasciarono i Camini. Seguendo il consiglio di Pencroff, parve buona idea prender la via già percorsa nella foresta, riserbandosi di tornare per altra strada. Era la strada più diretta per raggiungere la montagna. Fecero, perciò, il giro dell’angolo sud e seguirono la sponda sinistra del fiume, fino al punto in cui s’incurvava verso sudovest. Trovarono il sentiero già aperto tra la verde ramaglia, e alle nove Cyrus Smith e i suoi compagni raggiungevano il limite occidentale della foresta. Il terreno, fino allora poco accidentato, prima paludoso, poi sabbioso e arido, formava un lieve declivio, che saliva dal litorale verso l’interno della regione. Qualche timido animale fu intravisto mentre fuggiva di gran corsa fra gli alberi d’alto fusto. Top li stanava dai loro nascondigli, ma il padrone lo richiamava subito, non essendo ancora il momento di dar loro la caccia. Più tardi si sarebbe provveduto. L’ingegnere non era uomo da lasciarsi distrarre dalla sua idea fissa. Né si poteva dire ch’egli osservasse il paese, la sua configurazione e i suoi prodotti naturali. Unico suo obiettivo era quel monte su cui voleva salire e verso il quale muoveva sicuro. Alle dieci, si fece una sosta di pochi minuti. Uscendo dalla foresta, il sistema orografico della regione apparve con evidenza. Il monte aveva due coni. Il primo, troncato a una altezza di duemilacinquecento piedi circa, era sostenuto da capricciosi contrafforti, che parevano ramificarsi, come le unghie di un immenso artiglio attaccato al suolo. Fra questi contrafforti si scavavano altrettante strette vallate, sparse d’alberi, le cui macchie si elevavano fino al sommo del primo cono. Tuttavia, la vegetazione pareva meno abbondante nella parte della montagna esposta a nordest, e vi si scorgevano delle strisce assai profonde, che dovevano essere colate laviche. Sopra il primo cono ne posava un secondo, leggermente arrotondato alla cima e situato un po’ obliquamente. Si sarebbe detto un ampio cappello rotondo messo sull’orecchio. Esso sembrava formato dalla terra nuda, da cui sbucavano in molti punti rocce rossastre. Era la sommità di quel secondo cono che conveniva raggiungere, e la cresta dei contrafforti doveva offrire la migliore strada per arrivarvi. «Siamo su un terreno vulcanico» aveva detto Cyrus Smith; e i suoi compagni, seguendolo, cominciarono ad arrampicarsi sul dorso di un contrafforte, che con una linea tortuosa, e quindi più facilmente valicabile, terminava al primo altipiano. Le gibbosità del suolo, che le forze plutoniche avevano evidentemente sconvolto, erano numerose. Qua e là si vedevano massi erratici, numerosi frammenti di basalto, pietre pomici, ossidiane. A gruppi isolati, vi si trovavano ancora quelle conifere, che alcune centinaia di piedi più in basso, nel fondo di strette gole, formavano invece folti boschi, quasi impenetrabili ai raggi del sole. Durante la prima parte dell’ascensione sulle pendici inferiori, Harbert fece notare delle impronte, che indicavano il passaggio recente di grandi animali, feroci o no. «Quelle bestie forse non ci cederanno troppo volentieri il loro dominio!» disse Pencroff. «Ebbene,» rispose il giornalista, che aveva già cacciato la tigre nelle Indie e il leone in Africa «vedremo di sbarazzarcene. Ma, intanto, stiamo in guardia!» Nel frattempo si continuava a salire. Il cammino, allungato da giri viziosi e da ostacoli che non potevano essere superati direttamente, era lungo. Talvolta il terreno mancava improvvisamente e ci si trovava sull’orlo di profondi crepacci, che bisognava aggirare. Tornare così sui propri passi, per seguire qualche passaggio praticabile, costava tempo e fatica. A mezzogiorno, quando la piccola comitiva sostò per far colazione all’ombra di un boschetto di abeti, vicino a un ruscelletto, che formava una cascatella, essa si trovava ancora a mezza via dalla vetta del primo cono, che quindi non sarebbe stato raggiunto, probabilmente, se non al cader della notte. Da quel luogo, l’orizzonte del mare si ampliava; ma, sulla destra, lo sguardo, impedito dall’acuto promontorio di sudest, non poteva rilevare se la costa si congiungesse, mediante una brusca svolta, a qualche terra più lontana. A sinistra, la vista spaziava si più liberamente per alcune miglia in direzione nord; ma da nordovest al punto in cui si trovavano gli esploratori, essa era nettamente troncata dalla cresta di un contrafforte bizzarramente tagliato, che formava come la vigorosa spalla del cono centrale. Non si poteva, dunque, prevedere ancor nulla circa il problema che Cyrus Smith voleva risolvere. Alla una, l’ascensione venne ripresa. Bisognò piegare verso sudovest e cacciarsi di nuovo nel ceduo abbastanza folto. All’ombra degli alberi svolazzavano molte coppie di gallinacei della famiglia dei fagiani. Erano dei «tragopani», adorni di bargigli carnosi, che pendevano loro dalla gola, e di due sottili corni cilindrici, piantati dietro gli occhi. Di queste coppie di volatili, grossi come galli, la femmina era uniformemente bruna, mentre il maschio sfoggiava splendide penne rosse, sparse di goccioline bianche. Gedeon Spilett, con una pietra, vigorosamente e abilmente lanciata, uccise uno di quegli uccelli, che Pencroff, messo in appetito dall’aria sottile, guardò non senza cupidigia. Finito il bosco ceduo, gli escursionisti, montando l’uno sulle spalle dell’altro, s’inerpicarono per un tratto di cento piedi su per una scarpata ripidissima e raggiunsero uno spiazzo superiore, poco alberato, dove il terreno presentava un aspetto vulcanico. Si trattava di girare a est, procedendo a zigzag, per rendere l’erta più praticabile, giacché essa era in quel punto molto ripida e ognuno doveva attentamente scegliere il punto dove posare il piede. Nab e Harbert procedevano in testa, Pencroff in coda; fra essi Cyrus e il giornalista. Gli animali che frequentavano quelle alture, e di cui non mancavano le tracce, dovevano necessariamente appartenere alla razza dei camosci, dal piede sicuro e dalla schiena flessuosa. Ne furono visti alcuni, ma Pencroff non diede loro quel nome; anzi, a un certo momento, gridò: «Ecco delle pecore!» Tutti si fermarono a cinquanta passi da una mezza dozzina di grandi animali, dalle robuste corna curvate all’indietro e schiacciate verso la punta, dal vello lanoso, nascosto sotto lunghi e setosi peli di color fulvo. Non erano affatto montoni ordinari, ma di un’altra specie, comunemente diffusa nelle regioni montagnose delle zone temperate, alla quale Harbert diede il nome di mufloni. «Hanno cosciotti e costolette?» domandò il marinaio. «Sì» rispose Harbert. «Ebbene, allora sono pecore!» disse Pencroff. Quegli animali, immobili tra i blocchi di basalto, guardavano con occhio stupito, come se vedessero per la prima volta dei bipedi umani. Poi, improvvisamente invasi dal timore, fuggirono a salti sulle rocce. «Arrivederci!» gridò loro Pencroff in tono così comico, che Cyrus Smith, Gedeon Spilett, Harbert e Nab non poterono trattenersi dal ridere. L’ascensione continuò. Si osservavano spesso, su certi declivi, tracce di lave, striate molto bizzarramente. Piccole solfatare tagliavano talvolta la strada agli ascensionisti, che dovevano costeggiarne gli orli. In alcuni punti lo zolfo si era depositato, sotto forma di concrezioni cristalline, in mezzo a quelle materie che precedono generalmente le colate laviche, pozzolane a grani irregolari e intensamente torrefatti, ceneri biancastre, fatte di un’infinità di piccoli cristalli feldspatici. In prossimità del primo altipiano, formato dal troncamento del cono inferiore, le difficoltà dell’ascensione si accentuarono molto. Verso le quattro, la zona estrema degli alberi era stata oltrepassata. Non restava più, qua e là, che qualche pino contorto e scarno, che doveva avere la vita ben dura per resistere, a quell’altezza, ai forti venti del mare aperto. Fortunatamente per l’ingegnere e i suoi compagni, il tempo era bello e l’atmosfera tranquilla: un vento impetuoso, a un’altitudine di tremila piedi, avrebbe rallentato i loro movimenti. La purezza del cielo allo zenit si avvertiva attraverso la trasparenza dell’aria. Una calma perfetta regnava intorno a essi. Non vedevano più il sole, celato ora dal vasto schermo del cono superiore, che mascherava un gran tratto d’orizzonte a ovest, e la cui ombra enorme, allungandosi fino al litorale, cresceva gradatamente quanto più l’astro radioso si abbassava nella sua corsa diurna. Alcuni vapori, nebbie piuttosto che nubi, cominciavano a mostrarsi a est, e si tingevano di tutti i colori dell’iride, sotto l’azione dei raggi solari. Cinquecento piedi soltanto separavano ancora gli esploratori dall’altipiano che volevano raggiungere, allo scopo di installarvi un accampamento per la notte; ma i cinquecento piedi si allungarono oltre due miglia, causa gli zigzag che bisognò compiere. Il suolo mancava, per così dire, sotto i piedi. Le chine presentavano spesso un angolo aperto in modo tale, che si scivolava sulle colate di lava, quando le loro striature, logorate dai venti, non offrivano un punto d’appoggio sufficiente. Insomma, si faceva sera a poco a poco, ed era quasi notte quando Cyrus Smith e i suoi compagni, stanchissimi per avere compiuto un’ascensione di sette ore, arrivarono alla sommità del primo cono. Si trattò allora di organizzare l’accampamento e di rinvigorire le forze esauste, cenando dapprima, dormendo poi. Quel secondo ripiano della montagna si elevava su una base di rupi, in mezzo alle quali si trovò facilmente un rifugio. Però, non v’era lassù abbondanza di combustibile. Ciò nonostante, si sarebbe forse potuto ottenere del fuoco con i muschi e gli sterpi secchi, che coprivano una parte del pianoro. Perciò, mentre il marinaio preparava il focolare con alcune pietre opportunamente collocate, Nab e Harbert si occuparono di provvederlo di combustibile, e ritornarono, poco dopo, con un carico di sterpi secchi. La pietra focaia fu battuta, la tela bruciata raccolse le scintille della silice, e, sotto i potenti soffi di Nab, un fuoco sfavillante si sviluppò in pochi istanti, al riparo delle rocce. Quel fuoco era solo destinato a combattere la temperatura un po’ fredda della notte e non fu adoperato per la cottura del fagiano, che Nab riservò per l’indomani. I resti del capibara e alcune dozzine di pigne costituirono gli elementi della cena. Non erano ancora le sei e mezzo pomeridiane che la cena era già finita. Cyrus Smith pensò allora di esplorare, nella semioscurità, quella larga superficie circolare di pietre, che sosteneva il cono superiore della montagna. Prima di concedersi un po’ di riposo, voleva sapere se quel cono avrebbe potuto essere aggirato alla base, nel caso in cui l’eccessiva ripidità dei fianchi ne avesse reso inaccessibile la cima. Questo problema non cessava di preoccuparlo, giacché era possibile che, dal lato ove il cappello s’inclinava, cioè verso il nord, l’altipiano non fosse praticabile. Ora, se la cima della montagna non fosse stata raggiungibile e se purtroppo non si fosse riusciti a girare attorno alla base del cono, sarebbe stato impossibile esaminare la parte occidentale della regione, e quindi lo scopo dell’ascensione sarebbe in parte fallito. Dunque, l’ingegnere, senza far caso alle fatiche già sopportate, lasciando Pencroff e Nab a organizzare l’accampamento per la notte e Gedeon Spilett ad annotare gli avvenimenti della giornata, cominciò a percorrere l’orlo circolare del pianoro, dirigendosi verso nord. Harbert lo accompagnava. La notte era bella e tranquilla e l’oscurità non ancora profonda. Cyrus Smith e il ragazzo camminavano l’uno vicino all’altro, senza parlare. In certi punti l’altipiano si apriva ampiamente dinanzi a loro, e passavano senza difficoltà. Altrove, invece, ingombrato da detriti di frane, esso non offriva che uno stretto passaggio, sul quale due persone non potevano camminare a lato. Accadde, inoltre, che dopo una marcia di venti minuti, Cyrus Smith e Harbert dovettero fermarsi. A cominciare da quel punto, il fianco ripido del cono inferiore diveniva una cosa sola col fianco ugualmente ripido del cono superiore; i due pendii così si pareggiavano e nulla più separava le due parti della montagna. Girarle attorno, quindi, su chine inclinate a quasi settanta gradi, diveniva impossibile. Ma, se l’ingegnere e il giovinetto dovettero rinunciare a seguire, una direzione circolare, si presentò loro, in compenso, la possibilità di riprendere direttamente l’ascensione del cono. Infatti, dinanzi a loro s’apriva nella montagna uno spacco profondo. Era lo sbocco del cratere superiore, la gola, il tubo, se così si vuol chiamare, per cui sfuggivano le materie eruttive liquide, all’epoca in cui il vulcano era ancora in attività. Le lave indurite, le scorie incrostate formavano una specie di scalinata naturale, dai gradini molto pronunciati e rilevati, che dovevano facilitare assai l’accesso alla vetta. Un colpo d’occhio bastò a Cyrus Smith per prendere conoscenza di tutto quell’insieme di cose, e senza esitare, seguito dal ragazzo, si cacciò nell’enorme crepaccio, in mezzo a un’oscurità sempre crescente. Rimaneva ancora da superare un’altezza di mille piedi. I declivi interni del cratere erano praticabili? È quanto si sarebbe visto. L’ingegnere avrebbe continuato il suo cammino ascensionale sino a che non ne fosse stato fermato da ostacoli insormontabili. Fortunatamente, quei declivi, poco erti e sinuosissimi, descrivevano una larga spirale a vite nell’interno del vulcano, e favorivano l’ascensione. Quanto al vulcano stesso, non si poteva dubitare che non fosse completamente spento. Non un filo di fumo sfuggiva dai suoi fianchi. Non una fiamma si svelava in quelle profonde cavità. Non un rombo, non un mormorio, non un sussulto usciva da quel pozzo oscuro, che sprofondava forse fin nelle viscere della terra. L’atmosfera stessa, nell’interno del cratere, non era satura di nessun vapore solforoso. Più che il sonno di un vulcano, era la sua completa estinzione. Il tentativo di Cyrus Smith era destinato a riuscire. A poco a poco, salendo lungo le pareti interne, lui e Harbert videro il cratere allargarsi al di sopra della loro testa. Il raggio di quel tratto circolare di cielo, inquadrato dagli orli del cono, aumentò sensibilmente. A ogni passo, per così dire, che Cyrus Smith e Harbert facevano, nuove stelle entravano nel campo della loro visibilità. Le magnifiche costellazioni di quel cielo australe risplendevano. Allo zenit brillavano di puro splendore la bellissima Antares dello Scorpione, e non lontano, quella Beta del Centauro, che si crede sia la stella più vicina al globo terrestre. Poi, man mano che il cratere s’allargava, apparvero Fomalhaut del Pesce australe, il Triangolo australe e, infine, quasi al polo antartico, la sfavillante Croce del Sud, che sostituisce la Polare dell’emisfero boreale. Erano quasi le otto, quando Cyrus Smith ed Harbert misero piede sulla cresta superiore del monte, alla sommità del cono. L’oscurità era completa, e non permetteva allo sguardo di spaziare per due miglia all’intorno. Quella terra sconosciuta era circondata dal mare, o si congiungeva, a ovest, a qualche continente del Pacifico? Non si poteva ancora saperlo. Verso l’ovest, una fascia nuvolosa, nettamente disegnata all’orizzonte, accresceva le tenebre, e l’occhio non poteva distinguere se il cielo e l’acqua si confondevano su di una medesima linea circolare. Ma in un punto di quell’orizzonte un vago chiarore apparve improvvisamente: esso discendeva lentamente, mentre le nuvole salivano verso lo zenit. Era la sottile falce della luna, già prossima a scomparire. Ma la sua luce bastò a disegnare nitidamente la linea dell’orizzonte, allora liberata dalla nube, e l’ingegnere poté vedere la sua immagine tremolante riflettersi un istante su di una superficie liquida. Cyrus Smith afferrò la mano del ragazzo, e con voce grave: «Un’isola!» disse, mentre la tenue falce di luna si spegneva nelle onde. CAPITOLO XI MEZZ’ORA dopo, Cyrus Smith e Harbert erano di ritorno all’accampamento. L’ingegnere si limitò a dire ai suoi compagni che la terra su cui il caso li aveva gettati era un’isola e che l’indomani si sarebbe tenuto consiglio e si sarebbe provveduto opportunamente. Poi, ognuno si sistemò alla meglio per poter dormire, e, in quella caverna di basalto, a un’altezza di duemilacinquecento piedi sul livello del mare, gli «isolani» assaporarono, data la dolce tranquillità di quella notte, un riposo profondo. L’indomani, 30 marzo, dopo una sommaria colazione, di cui il tragopane arrostito fece tutte le spese, l’ingegnere volle risalire alla sommità del vulcano, allo scopo di osservare con attenzione l’isola sulla quale, lui e i suoi, erano imprigionati forse per tutta la vita, se quell’isola era situata a una grande distanza da qualsiasi terra, o se non si trovava sulla rotta delle navi che visitano gli arcipelaghi dell’Oceano Pacifico. Questa volta i suoi compagni lo seguirono nella nuova esplorazione. Anch’essi volevano vedere l’isola alla quale avrebbero chiesto di provvedere a tutte le loro necessità. Dovevano essere circa le sette del mattino, quando Cyrus Smith, Harbert, Pencroff, Gedeon Spilett e Nab lasciarono l’accampamento. Nessuno sembrava inquieto per la situazione in cui si trovava. Essi avevano fede in se stessi, senza dubbio; ma bisogna osservare che il punto d’appoggio di questa fede non era per Cyrus Smith lo stesso di quello dei suoi compagni. L’ingegnere nutriva fiducia, perché si sentiva capace di strappare a quella natura selvaggia tutto ciò che sarebbe stato necessario alla vita dei compagni e alla sua, e questi non temevano nulla precisamente perché Cyrus Smith era con loro. Questa sfumatura si capirà facilmente. Pencroff soprattutto, dopo l’episodio del fuoco riacceso, non avrebbe disperato un istante, quand’anche si fosse trovato su una nuda roccia, se l’ingegnere fosse stato su quella roccia con lui. «Bah!» disse «siamo usciti da Richmond senza il permesso delle autorità! Bisognerebbe proprio che le cose prendessero la piega più disgraziata per non riuscire, un giorno o l’altro, a lasciare un luogo dove di certo nessuno ci trattiene.» Cyrus Smith seguì il medesimo cammino del giorno precedente. Girarono intorno al cono sull’altipiano, che formava il massiccio di sostegno, fino alla gola dell’enorme crepaccio. Il tempo era magnifico. Il sole saliva in un cielo puro e copriva con i suoi raggi tutto il fianco orientale della montagna. Giunsero presso il cratere ch’era proprio quale l’ingegnere l’aveva intravisto nell’ombra, cioè un vasto imbuto, che s’andava via via allargando sino a un’altezza di mille piedi al di sopra dell’altipiano. Sotto il crepaccio, larghe e dense colate di lava serpeggiavano sui fianchi del monte, segnando la via percorsa dalle materie eruttive, fino alle vallate inferiori che solcavano la parte settentrionale dell’isola. L’interno del cratere, la cui pendenza non oltrepassava i trentacinque o quaranta gradi, non presentava né difficoltà né ostacoli all’ascensione. Vi si notavano tracce di antichissime lave, che, probabilmente, prima che il crepaccio laterale avesse loro aperto un nuovo sfogo, uscivano dal vertice del cono. Quanto al focolare vulcanico, che metteva in comunicazione gli strati sotterranei con il cratere, non si poteva calcolarne a occhio la profondità, giacché si perdeva nelle tenebre. Ma, sull’estinzione completa del vulcano, non vi poteva essere dubbio. Prima delle otto, Cyrus Smith e i compagni erano riuniti alla sommità del cratere, su d’una protuberanza conica, che ne gonfiava il margine settentrionale. «Il mare! Il mare dappertutto!» esclamarono, come se le loro labbra non avessero potuto trattenere questa parola, che faceva di loro degli isolani. Il mare, infatti, formava un’immensa distesa d’acqua circolare intorno a essi. Forse, risalendo quella mattina al vertice del cono, Cyrus Smith aveva avuto la speranza di scoprire qualche costa, qualche isola vicina che non aveva potuto scorgere il giorno prima a causa dell’oscurità. Ma nulla apparve sino ai limiti dell’orizzonte, vale a dire per un raggio di più di cinquanta miglia. Nessuna terra in vista. Non una vela. Tutta quell’immensità era deserta e l’isola occupava il centro d’una circonferenza che sembrava essere infinita. L’ingegnere e i suoi compagni, muti, immobili, percorsero con lo sguardo, durante alcuni minuti, tutti i punti dell’oceano. Quell’oceano, i loro occhi lo frugarono sino ai suoi limiti estremi. Nemmeno Pencroff, che possedeva una potenza visiva tanto meravigliosa, vide nulla, mentre era certo che se una terra fosse emersa all’orizzonte, quand’anche fosse apparsa sotto la forma di un inafferrabile vapore, il marinaio l’avrebbe indubbiamente notata, giacché la natura gli aveva posto due veri telescopi sotto l’arco delle sopracciglia! Dall’oceano, gli sguardi ritornarono sull’isola ch’essi dominavano interamente, e il primo quesito fu posto da Gedeon Spilett, in questi termini: «Quale può essere la grandezza di quest’isola?» Veramente, essa non sembrava molto considerevole in mezzo a quell’immenso oceano. Cyrus Smith rifletté per alcuni istanti: osservò attentamente il perimetro dell’isola, tenendo conto dell’altezza alla quale si trovava, poi disse: «Amici miei, credo di non ingannarmi calcolando che il litorale dell’isola abbia un’estensione di più di cento miglia. (Nota: Circa 160 chilometri. Fine nota) «E di conseguenza, la sua superficie?…» «È difficile calcolarla,» rispose l’ingegnere «perché essa è troppo bizzarramente frastagliata.» Se Cyrus Smith non si sbagliava nella sua valutazione, l’isola aveva, press’a poco, l’estensione di Malta o di Zante, nel Mediterraneo; ma era molto più irregolare e meno ricca di capi, promontori, punte, baie, anse o insenature. La sua forma, veramente strana, sorprendeva lo sguardo, e quando Gedeon Spilett, per consiglio dell’ingegnere, ne ebbe disegnato i contorni, si trovò che assomigliava a qualche animale fantastico, una specie di pteropodo mostruoso, che si fosse addormentato sulla superficie del Pacifico. Ecco, infatti, la configurazione esatta dell’isola che importa far conoscere e la cui carta fu subito tracciata dal giornalista con sufficiente precisione. La parte est del litorale, cioè quella sulla quale i naufraghi avevano preso terra, s’incavava ampiamente e orlava una vasta baia, terminante a sudest in un capo aguzzo, che una punta aveva nascosto a Pencroff, durante la sua precedente esplorazione. A nordest, due altri capi chiudevano la baia e fra essi s’incavava uno stretto golfo, che assomigliava alle mascelle semiaperte di un qualche formidabile squalo. Da nordest a nordovest, la costa s’arrotondava come il cranio appiattito di una fiera, per risollevarsi poi in una specie di gibbosità, che non dava una forma ben determinata a quella parte dell’isola, il cui centro era occupato dalla montagna vulcanica. Da quel punto, il litorale procedeva piuttosto regolarmente sia verso nord che verso sud, incavato, a circa due terzi del suo perimetro, da una stretta insenatura, a partir dalla quale il litorale stesso terminava in una lunga coda, simile alla coda di un gigantesco alligatore. Questa coda formava una vera penisola, che si allungava in mare per più di trenta miglia, a partire dal capo di sudest, già accennato, e s’arrotondava descrivendo una rada foranea, largamente aperta, formata dal litorale inferiore di quella terra così stranamente frastagliata. Nella parte meno larga, cioè fra i Camini e l’insenatura osservata sulla costa occidentale, che si corrispondevano in latitudine, l’isola misurava dieci miglia; ma ove la sua lunghezza era maggiore, cioè dalle mascelle di nordest all’estremità della coda di sudovest, essa non contava meno di trenta miglia. Nell’interno, l’aspetto generale dell’isola era il seguente: molto boscosa in tutta la parte meridionale dalla montagna fino al litorale, arida e sabbiosa nella parte settentrionale. Tra il vulcano e la costa est, Cyrus Smith e i suoi compagni furono assai sorpresi di vedere un lago, incorniciato da verdi alberi, di cui non supponevano l’esistenza. Visto da quell’altezza, il lago sembrava allo stesso livello del mare, ma riflettendoci bene, l’ingegnere spiegò ai compagni che l’altitudine di quella piccola distesa d’acqua doveva essere di trecento piedi, giacché l’altipiano che gli serviva da bacino non era che il prolungamento di quello della costa. «È dunque un lago d’acqua dolce?» domandò Pencroff. «Certamente,» rispose l’ingegnere «poiché dev’essere alimentato dalle acque che scendono dalla montagna,» «Scorgo un fiumiciattolo che vi si getta» disse Harbert, indicando uno stretto ruscello, la cui sorgente doveva perdersi nei contrafforti dell’ovest. «Infatti,» rispose Cyrus Smith «e poiché il ruscello alimenta il lago, è probabile che vicino al mare esista uno scarico che porti a esso l’eccesso delle acque. Lo vedremo al nostro ritorno.» Quel piccolo corso d’acqua, abbastanza sinuoso, e il fiume già scoperto, costituivano tutto il sistema idrografico dell’isola, o almeno così appariva agli occhi degli esploratori. Però, era possibile che fra quei folti gruppi d’alberi, che facevano di due terzi dell’isola un’immensa foresta, altri rivi scorressero in direzione del mare. Anzi, si doveva supporlo, tanto quella regione si mostrava fertile e ricca dei più magnifici campioni della flora appartenente alle zone temperate. Nella parte settentrionale, nessun indizio d’acque correnti. Forse, ci potevano essere acque stagnanti nella zona paludosa di nordest, ma niente di più; insomma, dune, sabbie, un’aridità caratteristica, che contrastava vivamente con l’opulenza del suolo nella sua maggiore estensione. Il vulcano non occupava la parte centrale dell’isola. Esso si ergeva, invece, nella regione nordovest e pareva segnare il confine fra le due zone. A sudovest, a sud e a sudest i primi piani dei contrafforti sparivano sotto macchie di verzura. A nord, invece, si potevano seguire le loro ramificazioni, che andavano a morire sulle pianure di sabbia. Da questo stesso lato, al tempo delle eruzioni, gli scoli vulcanici si erano aperti un passaggio, cosicché un largo strato di lave si stendeva sino alle strette fauci che formavano il golfo a nordest. Cyrus Smith e i suoi compagni rimasero per un’ora in cima alla montagna. L’isola si spiegava sotto i loro occhi come una carta in rilievo, con le sue diverse colorazioni verdi per le foreste, gialle per le sabbie, azzurre per le acque. Essi la vedevano in tutto il suo complesso, e soltanto il suolo nascosto sotto l’immensa verzura, la linea d’impluvio delle vallate ombrose, l’interno delle strette gole scavate ai piedi del vulcano, sfuggivano alle loro investigazioni. Restava un grave problema da risolvere, un problema che doveva singolarmente influire sull’avvenire dei naufraghi. L’isola era abitata? Fu il giornalista che fece questa domanda, alla quale sembrava si potesse già rispondere negativamente, dopo il minuzioso esame ch’era stato fatto delle diverse regioni dell’isola. In nessuna parte si scorgeva l’opera della mano dell’uomo. Non un agglomerato di capanne, non una capanna isolata, non una peschiera sul litorale. Non un filo di fumo s’elevava nell’aria, che tradisse la presenza dell’uomo. Una distanza di circa trenta miglia separava, è vero, gli osservatori dal punto estremo dell’isola, vale a dire da quella coda che si proiettava a sudovest, e sarebbe quindi stato assai difficile, anche agli occhi acuti di Pencroff, scoprirvi un’abitazione. Inoltre, non si poteva sollevare la cortina di verzura che copriva i tre quarti dell’isola e vedere se essa nascondeva o no qualche borgata. Ma, generalmente, gli isolani, sulle ristrette superfici che emergono dalle onde del Pacifico, abitano di preferenza il litorale, e qui esso pareva del tutto deserto. Fino a una più completa esplorazione, si poteva dunque ammettere che l’isola fosse disabitata. Ma era frequentata, almeno temporaneamente, dagli indigeni delle isole vicine? A questa domanda era difficile rispondere. Nessuna terra si vedeva all’intorno per un tratto di circa cinquanta miglia. Ma cinquanta miglia possono essere facilmente superate, sia da prahos malesi, sia da grandi piroghe polinesiane. Tutto dipendeva, dunque, dalla situazione dell’isola, dal suo isolamento più o meno assoluto nel Pacifico, o dalla sua vicinanza agli arcipelaghi. Cyrus Smith sarebbe riuscito, senza strumenti adatti, ad accertare più tardi la posizione di quella terra in latitudine e in longitudine? Sarebbe stato certamente difficile. Nel dubbio, era quindi conveniente prendere certe precauzioni, contro una possibile invasione di vicini indigeni. L’esplorazione dell’isola era compiuta, la configurazione determinata, il rilievo tracciato, l’estensione calcolata, l’idrografia e l’orografia stabilite. La disposizione delle foreste e delle pianure era stata rilevata in modo approssimativo sulla carta disegnata dal giornalista. Non rimaneva che ridiscendere i pendii della montagna, ed esplorare il suolo dal triplice punto di vista delle risorse minerali, vegetali e animali. Ma, prima di dare ai compagni il segnale della partenza, Cyrus Smith disse, con voce calma e grave: «Ecco, amici miei, il piccolo angolo di terra su cui la mano dell’Onnipotente ci ha gettati. Qui, forse, dovremo vivere a lungo. Un soccorso inatteso ci potrà anche giungere, se qualche bastimento passerà per caso… Dico per caso, perché quest’isola è poco importante; non offre nemmeno un porto che possa servire di scalo alle navi, ed è da temere ch’essa sia situata fuori delle rotte ordinariamente seguite, cioè troppo a sud per le navi che frequentano gli arcipelaghi del Pacifico, troppo a nord per quelli che vanno in Australia, doppiando il capo Horn. Non voglio dissimularvi nulla della situazione…» «Avete ragione, mio caro Cyrus» rispose vivamente il cronista. «Voi avete a che fare con degli uomini. Essi hanno fiducia in voi, e voi potete contare su di loro. Non è vero, amici?» «Io vi obbedirò in tutto, signor Cyrus» disse Harbert, stringendo la mano dell’ingegnere. «Oh, padrone mio, sempre e ovunque» esclamò Nab. «Quanto a me,» disse il marinaio «ch’io perda il mio nome se mancherò al mio dovere, e, se volete, signor Smith, noi faremo di quest’isola una piccola America! Vi costruiremo delle città, vi creeremo ferrovie, vi installeremo il telegrafo, e un bel giorno, quando essa sarà trasformata, ben ordinata e incivilita, andremo a offrirla al governo dell’Unione! Soltanto, domando una cosa.» «Quale?» chiese il giornalista. «Di non considerarci più come naufraghi, bensì come coloni, qui venuti per colonizzare!» Cyrus Smith non poté fare a meno di sorridere, e la proposta del marinaio venne approvata. Poi l’ingegnere ringraziò i suoi compagni, e aggiunse che egli contava sulla loro energia e sull’aiuto del Cielo. «E ora, torniamo ai Camini» esclamò Pencroff. «Un momento, amici» rispose l’ingegnere. «Mi sembrerebbe conveniente dare un nome a quest’isola, e così pure ai capi, ai promontori, ai corsi d’acqua che abbiamo sott’occhio.» «Benissimo» disse il giornalista. «Ciò semplificherà in avvenire le istruzioni che dovremo dare o seguire.» «Infatti,» riprese il marinaio «è già qualche cosa poter dire dove si va e donde si viene. Almeno, si ha l’aria di essere in qualche luogo.» «I Camini, per esempio» disse Harbert. «Giusto!» rispose Pencroff. «Quel nome era già abbastanza comodo, e mi è venuto spontaneo. Conserveremo al nostro primo accampamento il nome di Camini, signor Cyrus?» «Sì, Pencroff, poiché così l’avete battezzato.» «Bene! Quanto agli altri, sarà facile» replicò il marinaio, ch’era in vena. «Diamo loro dei nomi come quelli dei Robinson, di cui Harbert mi ha letto la storia più d’uria volta: la «Baia Provvidenza», la «Punta dei capodogli», il «Capo della speranza delusa»!…» «O piuttosto i nomi del signor Smith,» aggiunse Harbert «del signor Spilett, di Nab!…» «Il mio nome!» esclamò Nab, mostrando i suoi denti splendenti di candore. «Perché no?» replicò Pencroff. «Il «porto Nab», starebbe molto bene! E il «Capo Gedeon»…» «Io preferirei dei nomi presi al nostro paese,» disse il cronista «e che ci ricorderebbero così l’America.» «Sì, per i principali,» disse allora Cyrus Smith «per le baie o i mari, l’ammetto volentieri. Che noi diamo a quella vasta baia dell’est il nome di baia dell’Unione, per esempio, a quella larga insenatura del sud, quello di baia Washington, al monte sul quale siamo in questo momento, quello di monte Franklin, al lago che si stende sotto i nostri occhi, quello di lago Grant, niente di meglio, amici miei. Questi nomi ci ricorderanno il nostro paese e i grandi cittadini che l’hanno onorato; ma per i fiumi, i golfi, i capi, i promontori che scorgiamo dall’alto di questa montagna, scegliamo denominazioni che rammentino piuttosto la loro particolare configurazione. Esse si imprimeranno meglio nella nostra mente e, in pari tempo, saranno più pratiche. La forma dell’isola è abbastanza strana perché non ci si trovi imbarazzati a immaginare dei nomi che facciano bella figura. Quanto ai corsi d’acqua che non conosciamo, alle diverse parti della foresta che esploreremo in seguito, alle cale che saranno scoperte in avvenire, li battezzeremo a mano a mano che ci si presenteranno. Che ne pensate, amici?» La proposta dell’ingegnere fu unanimemente approvata dai suoi compagni. L’isola era là, sotto i loro occhi, come una carta spiegata, e non c’era che da mettere un nome a tutti i suoi angoli rientranti o sporgenti, così come a tutte le sue parti rilevate. Gedeon Spilett avrebbe segnato i nomi via via che venivano stabiliti, e la nomenclatura geografica dell’isola sarebbe stata così definitivamente fissata. Prima di tutto furono chiamati baia dell’Unione, baia Washington e monte Franklin le due baie e la montagna, così come aveva proposto l’ingegnere. «Adesso,» disse il giornalista «a quella penisola che si protende a sudovest dell’isola, io proporrei di dare il nome di penisola Serpentine, e quello di promontorio del Rettile (Reptile End) alla coda incurvata in cui termina la penisola stessa, giacché pare veramente una coda di rettile.» «Approvato» disse l’ingegnere. «Adesso,» disse Harbert «all’altra estremità dell’isola, quel golfo che assomiglia così singolarmente a delle fauci aperte chiamiamolo golfo del Pescecane (Sharkgulf).» «Ben trovato!» esclamò Pencroff «e completeremo l’immagine indicando con il nome di capo Mandibola (Mandiblecape) le due rispettive mascelle.» «Ma i capi sono due» fece osservare il cronista. «Ebbene!» rispose Pencroff «avremo il capo MandibolaNord e il capo MandibolaSud.» «Eccoli segnati» disse Gedeon Spilett. «Resta da denominare la punta all’estremità sudest dell’isola» disse Pencroff. «Cioè l’estremità della baia dell’Unione?» domandò Harbert. «Capo dell’Artiglio (Clawcape)» gridò subito Nab, che voleva egli pure essere padrino di un pezzo qualunque del suo regno. E, veramente, Nab aveva trovato una denominazione eccellente, poiché quel capo rappresentava proprio il possente artiglio dell’animale fantastico, raffigurato da quell’isola di così bizzarra struttura. Pencroff era soddisfattissimo della piega che prendevano le cose, e la fantasia di tutti essendo un po’ sovreccitata, in breve fu dato: Il nome di Mercy al fiume che provvedeva l’acqua potabile ai coloni e presso il quale il pallone li aveva gettati; il nome era un vero e proprio ringraziamento alla Provvidenza. All’isolotto sul quale i naufraghi avevano posto piede la prima volta atterrando, il nome di isolotto della Salvezza (Safetyisland). All’altipiano che coronava l’alta muraglia di granito, al di sopra dei Camini e donde lo sguardo poteva abbracciare tutta la vasta baia, il nome di altipiano Bellavista. Infine, a tutto quel folto d’impenetrabili boschi che coprivano la penisola Serpentine, il nome di Foresta del Far West. La nomenclatura delle parti visibili e conosciute dell’isola era così terminata: in seguito essa sarebbe stata completata a mano a mano che si fossero fatte nuove scoperte. Quanto alla posizione dell’isola, l’ingegnere l’aveva determinata approssimativamente considerando l’altezza e il punto in cui si trovava il sole nel cielo: ne risultava che la baia dell’Unione e tutto l’altipiano di Bellavista si trovavano a est. Ma all’indomani, prendendo l’ora esatta al sorgere e al tramontare del sole e osservando la sua posizione a metà del tempo corrente tra l’alba e il tramonto, egli si riprometteva di stabilire esattamente il nord dell’isola, giacché, in conseguenza della sua ubicazione nell’emisfero australe, il sole, nel momento esatto in cui toccava il culmine della sua ascensione, passava al nord, e non a mezzogiorno, come, nel suo apparente movimento, sembra fare per i luoghi situati nell’emisfero boreale. Tutto era dunque finito, e i coloni non avevano che da ridiscendere il monte Franklin per ritornare ai Camini, quando Pencroff esclamò improvvisamente: «Oh, ma siamo proprio ben sbadati!» «E perché?» domandò Gedeon Spilett, che aveva chiuso il suo taccuino e si alzava per ritornare. «E la nostra isola? Come! Ci dimentichiamo di battezzarla? Harbert stava per proporre di dare all’isola il nome dell’ingegnere, e tutti i suoi compagni avrebbero certo applaudito la proposta, quando, invece, Cyrus Smith disse semplicemente:» «Chiamiamola con il nome d’un grande cittadino, amici, di chi lotta ora per difendere l’unità della Repubblica Americana! Chiamiamola Lincoln!» Un triplice evviva rispose alle parole dell’ingegnere. Quella sera, prima di addormentarsi, i nuovi coloni parlarono del loro Paese lontano; parlarono della terribile guerra che lo insanguinava; essi non dubitavano affatto che il Sud sarebbe stato vinto al più presto, e che la causa del Nord, la causa della giustizia, avrebbe trionfato, grazie a Grant e a Lincoln! Questo accadeva il 30 marzo 1865, ed essi non sapevano che, sedici giorni dopo, un orribile delitto sarebbe stato commesso a Washington e che il venerdì santo Abraham Lincoln sarebbe caduto sotto il colpo di un fanatico. CAPITOLO XII I COLONI dell’isola di Lincoln gettarono un ultimo sguardo intorno, fecero il giro del cratere percorrendone la stretta cresta, e mezz’ora dopo erano ridiscesi sul primo altipiano, al loro accampamento notturno. Pencroff pensò che era l’ora della colazione, e a questo proposito si ritenne opportuno di regolare i due orologi, quello di Cyrus Smith e quello del giornalista. È noto che l’orologio di Gedeon Spilett era stato rispettato dall’acqua di mare, poiché egli era stato gettato direttamente sulla sabbia, al sicuro dalle onde. Detto orologio era uno strumento in condizioni eccellenti, un vero cronometro da tasca, che Gedeon Spilett non aveva mai trascurato di ricaricare accuratamente ogni giorno. Quanto all’orologio dell’ingegnere, esso si era necessariamente fermato durante il tempo che Cyrus Smith aveva passato svenuto fra le dune. L’ingegnere dunque lo ricaricò, e, calcolando approssimativamente dall’altezza del sole che dovevano essere circa le nove del mattino, lo mise su quest’ora. Gedeon Spilett stava per imitarlo, quando l’ingegnere, fermandolo con la mano, gli disse: «No, caro Spilett, aspettate. Voi avete conservato l’ora di Richmond?» «Sì, Cyrus.» «Di conseguenza, il vostro orologio è regolato sul meridiano di quella città, meridiano che è press’a poco quello di Washington?» «Certo.» «Ebbene, conservatelo così. Accontentatevi di ricaricarlo regolarmente, ma non toccate le lancette. Questo potrà servirci.» «A che cosa?» pensò il marinaio. Mangiarono, e tanto abbondantemente, che la riserva di selvaggina e di pinoli fu completamente esaurita. Ma Pencroff non ne fu per nulla impensierito. Cammin facendo si sarebbero senza dubbio riforniti. Top, che aveva avuto una porzione assai lauta, avrebbe ben saputo scovare altra selvaggina nelle protettrici ombre dei boschi cedui. Inoltre, il marinaio pensava di chiedere, come se niente fosse, all’ingegnere di fabbricare della polvere da sparo, e uno o due fucili da caccia; nella sua ingenuità, egli non vedeva in questo alcuna grossa difficoltà. Lasciando l’altipiano, Cyrus Smith propose ai compagni di tornare ai Camini per una strada nuova. Egli desiderava vedere da vicino quel lago Grant, magnificamente incastonato nella sua cornice d’alberi. Seguirono, perciò, la cresta di uno dei contrafforti, tra i quali il creek (Nota: Nome che gli americani danno ai corsi d’acqua di scarsa importanza. Fine nota) che alimentava il lago aveva probabilmente la sua sorgente. Conversando, i coloni usavano già scrupolosamente i nomi propri, poco prima stabiliti, e questo facilitava singolarmente lo scambio delle idee. Harbert e Pencroff, l’uno giovane e l’altro ancora un po’ fanciullo, erano lietissimi, e, mentre camminava, il marinaio diceva: «Neh, Harbert! come tutto procede a meraviglia! Smarrirci è impossibile, ragazzo mio, poiché, sia che seguiamo la strada del lago Grant, sia che raggiungiamo il fiume Mercy attraverso i boschi del Far West, arriveremo sempre senz’altro all’altipiano di Bellavista e di conseguenza, alla baia dell’Unione.» Era stato deciso che, pur senza formare un gruppo compatto, i coloni non si sarebbero allontanati troppo gli uni dagli altri. Certamente, degli animali pericolosi abitavano le fitte foreste dell’isola, e perciò era prudente stare in guardia. Generalmente, Pencroff, Harbert e Nab marciavano in testa, preceduti da Top, che frugava ogni angolo. Il giornalista e l’ingegnere procedevano insieme, Gedeon Spilett pronto ad annotare ogni avvenimento; l’ingegnere quasi sempre silenzioso e senza mai scostarsi dalla propria strada se non per raccattare ora una cosa, ora un’altra, sostanze minerali o vegetali, che ficcava in tasca, senza fare nessuna riflessione. «Che cosa diavolo raccoglie?» mormorava Pencroff. «Ho un bel guardare, ma non vedo cose per cui valga la pena di chinarsi!» Verso le dieci, la piccola comitiva discendeva le ultime pendici del monte Franklin. Anche qui il suolo era sparso solamente di cespugli e di rari alberi. Si camminava su una terra giallastra e calcinata, formante una pianura lunga circa un miglio, che precedeva il limite dei boschi. Grossi blocchi di quel basalto, che, secondo le esperienze di Bischof, ha avuto bisogno, per raffreddarsi, di trecentocinquanta milioni d’anni, erano sparsi qua e là per la pianura, a tratti molto tormentata. Tuttavia, non c’era traccia di lava, la quale s’era più particolarmente riversata lungo i pendii settentrionali. Cyrus Smith era convinto, dunque, di raggiungere senza incidenti il corso del rivo che, secondo lui, doveva scorrere sotto gli alberi, al confine della pianura, quando vide corrergli incontro precipitosamente Harbert, mentre Nab e il marinaio si nascondevano dietro le rocce. «Che cosa c’è, ragazzo mio?» domandò Gedeon Spilett. «Fumo» rispose Harbert. «Abbiamo visto del fumo innalzarsi fra le rocce, a cento passi da noi.» «Uomini qui?» esclamò il cronista. «Evitiamo di mostrarci, prima di sapere con chi abbiamo a che fare» rispose Cyrus Smith. «Temo gli indigeni, se mai ce ne sono su quest’isola, più di quanto li desideri. Dov’è Top?» «Top è avanti.» «E non abbaia?» «No.» «È strano. Ma proviamo a richiamarlo.» In pochi istanti, l’ingegnere, Gedeon Spilett e Harbert raggiunsero i compagni, e, come loro, si nascosero dietro massi di basalto. Di là, essi scorsero una colonna di fumo, molto visibile, che s’elevava in spire vorticose nell’aria; fumo dal colore giallastro, molto caratteristico. Top, richiamato da un leggero fischio del padrone, tornò indietro, mentre l’ingegnere, facendo segno ai compagni di aspettarlo, s’insinuò tra le rocce. I coloni, immobili, aspettavano con una certa ansietà il risultato dell’esplorazione, quando una chiamata di Cyrus Smith li fece accorrere. Essi lo raggiunsero tosto, e per prima cosa furono colpiti dall’odore sgradevole che impregnava l’atmosfera. Quell’odore, facilmente riconoscibile, era bastato all’ingegnere per indovinare che cos’era quel fumo che, a tutta prima, l’aveva reso inquieto, e non senza ragione. «Quel fuoco» diss’egli «o piuttosto quel fumo, è la natura che lo produce. Si tratta di una sorgente solforosa, che ci permetterà di curare efficacemente le nostre laringiti.» «Bene!» esclamò Pencroff. «Peccato ch’io non sia raffreddato!» I coloni si diressero allora verso il luogo donde usciva il fumo. Là, videro una sorgente solforosa sodica, che sgorgava abbastanza abbondantemente fra le rocce, e le cui acque, dopo aver assorbito l’ossigeno dell’aria, emanavano un forte odore di acido solfidrico. Cyrus Smith, immergendovi una mano, trovò quelle acque untuose al tatto. Le assaggiò e constatò che il loro sapore era un po’ dolciastro. Quanto alla loro temperatura, egli la calcolò a 95 gradi Fahrenheit (35 centigradi). E avendogli domandato Harbert su che cosa basava quella valutazione: «È molto semplice, ragazzo mio» rispose. «Tuffando la mano in quest’acqua, io non ho provato sensazione né di freddo, né di caldo. Dunque, essa ha la medesima temperatura del corpo umano, che è appunto di circa novantacinque gradi.» Poi, non offrendo, per il momento, la sorgente solforosa alcuna utilità, i coloni si diressero verso il margine della fitta foresta che si stendeva ad alcune centinaia di passi. Là, come si presumeva, il ruscello scorreva con vive e limpide acque fra rive di terra rossa, dal colore che rivelava la presenza dell’ossido di ferro. Questo colore fece immediatamente dare al corso d’acqua il nome di Creek Rosso. Non era che un largo ruscello, profondo e chiaro, formato dalle acque della montagna, che metà rio, metà torrente, qui scorrendo lentamente e pacificamente sulla sabbia, là rumoreggiando nell’urtare contro punte di roccia o precipitando in cascata, correva verso il lago, con una lunghezza di un miglio e mezzo e una larghezza variabile da trenta a quaranta piedi. Le sue acque erano dolci, il che doveva far supporre che dolci fossero pure quelle del lago. Fortunata circostanza questa, nel caso che si trovasse in quei pressi una dimora più conveniente dei Camini. Gli alberi, che alcune centinaia di piedi più a valle ombreggiavano le rive del ruscello, appartenevano per la maggior parte alle specie che abbondano nella zona temperata dell’Australia o della Tasmania, e non più a quelle delle conifere che coprivano la parte dell’isola già esplorata, ad alcune miglia dall’altipiano di Bellavista. In quell’epoca dell’anno, al principio del mese di aprile, che in quell’emisfero corrisponde al mese di ottobre, vale a dire l’inizio dell’autunno, il fogliame era ancora intatto. Quegli alberi erano specialmente casuarine ed eucalipti, alcuni dei quali avrebbero fornito nella prossima primavera una manna zuccherina, in tutto simile alla manna dell’Oriente. Gruppi di cedri australiani sorgevano pure nelle radure, tappezzate da quell’alta erba che nella Nuova Olanda si chiama tussac, ma il cocco, così abbondante negli arcipelaghi del Pacifico, pareva mancare nell’isola, la cui latitudine era indubbiamente troppo bassa. «Che peccato!» disse Harbert «un albero così utile e che ha dei frutti così belli!» Quanto agli uccelli, essi pullulavano fra i rami alquanto spogli degli eucalipti e delle casuarine, che non ostacolavano l’apertura delle loro ali. Pappagalli d’ogni specie, di quelli australiani chiamati cacatoci neri, bianchi o grigi; pappagalli più piccoli, con le loro femmine, dalle piume a sfumature di tutti i colori; «re» d’un verde sgargiante e coronati di rosso; lorichetti azzurri, e «blues mountains» sembravano non lasciarsi vedere che attraverso un prisma, e svolazzando fra uno stridio assordante. Improvvisamente, un bizzarro concerto di voci discordanti risuonò nel folto di una macchia. I coloni udirono successivamente il canto degli uccelli, il grido dei quadrupedi e un verso, un specie di schiocco, che si sarebbe potuto credere sfuggito dalle labbra di un indigeno. Nab e Harbert si slanciarono verso il cespuglio, dimenticando ogni più elementare norma di prudenza. Fortunatamente, non v’erano né animali selvaggi temibili, né indigeni pericolosi, ma semplicemente una mezza dozzina di quegli uccelli burloni e canori, che sono i fagiani di montagna. Alcune bastonate abilmente assestate posero fine alla gazzarra, procurando, inoltre, una eccellente selvaggina per il pranzo della sera. Harbert osservò anche dei magnifici piccioni, dalle ali color bronzo, alcuni adorni di una cresta superba, altri con le penne screziate di verde, come i loro congeneri di PortMacquarie; ma fu impossibile raggiungerli, così come i corvi e le gazze, che fuggivano a stormi. Una fucilata a pallini avrebbe fatto un’ecatombe di quei volatili, ma i cacciatori dovevano ancora limitarsi, per le armi da getto, a sassi, e per le armi ad asta, al bastone, e questi arnesi primitivi si dimostravano sempre più insufficienti. La loro insufficienza si rese ancor più palese, quando un branco di quadrupedi, saltellanti, balzellanti, con salti di trenta piedi, veri mammiferi volanti, fuggirono scavalcando i cespugli, così presto e a siffatte altezze, che si sarebbe potuto credere passassero da un albero all’altro, come scoiattoli. «Canguri!» gridò Harbert. «E si possono mangiare?» chiese Pencroff. «Cucinati in stufato,» rispose il giornalista «possono paragonarsi alla migliore selvaggina!…» Gedeon Spilett non aveva ancora finito di pronunciare questa frase eccitante, che il marinaio, seguito da Nab e da Harbert, s’era lanciato sulle tracce dei canguri. Invano Cyrus Smith li richiamò; e invano i cacciatori inseguirono quella selvaggina, così agile che rimbalzava come una palla. Dopo cinque minuti di corsa, essi erano ansanti e trafelati, mentre il branco scompariva nel ceduo. Top non era riuscito meglio dei padroni. «Signor Cyrus,» disse Pencroff, quando l’ingegnere e il giornalista l’ebbero raggiunto «signor Cyrus, vedete che è indispensabile fabbricare dei fucili. Sarà possibile?» «Forse,» rispose l’ingegnere «ma prima cominceremo con il fabbricare archi e frecce, e non dubito che voi diverrete abili nel maneggiarli quanto i cacciatori australiani.» «Frecce! Archi!» disse Pencroff, con una smorfia sdegnosa. «Vanno bene per i ragazzi!» «Non arricciate il naso, Pencroff» rispose il giornalista. «Gli archi e le frecce sono bastati per secoli a insanguinare il mondo. La polvere è appena di ieri, e la guerra è vecchia quanto la razza umana, disgraziatamente!» «È vero, in fede mia, signor Spilett» rispose il marinaio: «parlo sempre senza riflettere. Scusatemi!» Frattanto Harbert, sempre tutto preso dalla sua scienza favorita, la storia naturale, ritornò sull’argomento dei canguri, dicendo: «Del resto, abbiamo avuto a che fare con la specie più difficile da prendersi. Erano dei veri giganti, dalla lunga pelliccia grigia; ma, se non m’inganno, esistono dei canguri neri e rossi, dei canguri di roccia, dei canguritopi, di cui è più facile impadronirsi. Se ne contano una dozzina di specie…» «Harbert,» replicò sentenziosamente il marinaio «non c’è per me che una sola specie di canguro, il «canguro allo spiedo», e sarà proprio quella che ci mancherà stasera!» Non si poté fare a meno di ridere sentendo la nuova classificazione di mastro Pencroff. Il bravo marinaio non nascose affatto il proprio dispetto per essere costretto ad accontentarsi dei soli fagiani come pranzo; ma la fortuna doveva mostrarsi ancora una volta compiacente con lui. Infatti, Top, che capiva come fosse in gioco il suo stesso interesse, frugava dappertutto con un istinto raddoppiato da un feroce appetito. Era anche probabile che se qualche capo di selvaggina gli fosse capitato sotto i denti, non ne sarebbe potuto restare ai cacciatori, e che Top stesse allora cacciando per proprio conto; ma Nab lo sorvegliava, e faceva bene. Verso le tre, il cane scomparve in una macchia e poco dopo sordi brontolii indicarono ch’esso era alle prese con qualche animale. Nab si slanciò, ed effettivamente vide Top occupato a divorare un quadrupede che, dieci secondi più tardi, sarebbe stato impossibile identificare nello stomaco del cane. Ma, fortunatamente, Top era piombato su una nidiata; aveva fatto un colpo triplo, e due altri roditori (gli animali appartenevano a quest’ordine) giacevano sgozzati al suolo. Nab ricomparve dunque trionfalmente, tenendo in ogni mano uno dei roditori, dalla corporatura che superava quella di una lepre. Il loro pelame giallo era picchiettato di macchie verdastre e non avevano che un mozzicone di coda. Cittadini dell’Unione com’erano, non potevano esitare ad attribuire a quegli animali il nome che loro più conveniva. Erano maras, specie di aguti, un po’ più grandi dei loro consimili delle contrade tropicali, veri conigli d’America, dalle orecchie lunghe, e dalle mascelle munite di cinque molari per parte; ciò appunto li distingue dagli aguti: «Evviva!» gridò Pencroff. «L’arrosto c’è! Adesso possiamo tornare a casa!» La marcia, interrotta per un istante, fu ripresa. Il Creek Rosso scorreva sempre con le sue limpide acque sotto la volta delle casuarine, delle banksie e dei giganteschi alberi gommiferi. V’erano, inoltre, delle superbe liliacee, alte circa venti piedi. Altre varietà arborescenti, sconosciute al giovane naturalista, si piegavano sulle acque, che si udivano mormorare sotto quel pergolato verdeggiante. Intanto, il ruscello andava allargandosi sensibilmente, e Cyrus Smith fu indotto a credere che la foce non fosse lontana. Infatti, all’uscita da un folto bosco di begli alberi, essa apparve improvvisamente. Gli esploratori erano giunti sulla riva occidentale del lago Grant. Il luogo meritava di essere osservato. Quella distesa d’acqua di circa sette miglia di circonferenza e duecentocinquanta acri (Nota: Circa 200 ettari. Fine nota) di superficie, riposava entro una cornice di alberi svariati. Verso est, attraverso una cortina di verzura pittorescamente elevata in certi punti, appariva uno smagliante orizzonte marino. A nord, il lago faceva una curva appena sensibile, che contrastava con la forma aguzza della punta inferiore. Numerosi uccelli acquatici frequentavano le rive di quel piccolo Ontario nel quale le «mille isole» del suo omonimo americano erano rappresentate da un isolotto roccioso emergente dalla superficie delle acque, ad alcune centinaia di piedi dalla riva meridionale. Là vivevano in comune parecchie coppie di martinpescatori, appollaiati su alcune pietre, gravi, immobili, spiando i pesci al passaggio, slanciandosi poi per tuffarsi con un grido acuto, e riapparire con la preda in bocca. Altrove, sulle rive e sull’isolotto, si pavoneggiavano anitre selvatiche, pellicani, gallinelle, becchirossi, filedoni muniti di lingua a forma di pennello, e uno o due esemplari di splendidi uccellilira, la cui coda si espande graziosamente, assumendo la forma di una lira. Le acque del lago erano dolci, limpide, un po’ scure; da certi gorgogli e dai circoli concentrici che s’intersecavano alla superficie, si doveva desumere che esse fossero molto pescose. «È veramente bello questo lago!» disse Gedeon Spilett. «Sarebbe gradevole vivere sulle sue rive!» «Ci vivremo!» rispose Cyrus Smith. I coloni, volendo allora ritornare ai Camini per la via più breve, discesero fino all’angolo formato a sud dalla congiunzione delle rive del lago. Non senza fatica si aprirono un passaggio attraverso le fitte boscaglie e gli sterpeti, che mai la mano dell’uomo aveva diradato, e si diressero così verso il litorale, in modo da arrivare a nord dell’altipiano di Bellavista. Due miglia furono percorse in questa direzione; poi, dopo l’ultima cortina d’alberi, apparve il pianoro, coperto d’un fitto tappeto d’erba, e più oltre il mare infinito. Per ritornare ai Camini bastava attraversare obliquamente il pianoro per circa un miglio e ridiscendere fino al gomito formato dalla prima svolta del fiume Mercy. Ma l’ingegnere desiderava conoscere come e da che parte sboccava in mare il soverchio delle acque del lago, e l’esplorazione sotto gli alberi fu prolungata per un miglio e mezzo verso nord. Era probabile, infatti, che una bocca di scarico esistesse in qualche parte, e senza dubbio attraverso una spaccatura del granito. Quel lago non era, insomma, che una immensa vasca, che s’era riempita a poco a poco delle acque del fiume; bisognava pure che l’eccedenza di queste sue acque si riversasse in mare attraverso qualche cascata. Se così era, l’ingegnere pensava che sarebbe stato forse possibile utilizzare la cascata servendosi della sua forza, che sino allora era andata persa senza profitto per nessuno. Si proseguì dunque lungo le rive del lago Grant, risalendo l’altipiano; ma, dopo aver percorso ancora un miglio in tale direzione, Cyrus Smith non aveva potuto ancora scoprire il canale di scarico, che doveva nondimeno esistere. Erano le quattro e mezzo. I preparativi della cena esigevano che i coloni tornassero alla loro dimora. La piccola comitiva tornò, dunque, sui propri passi, e, per la riva sinistra del Mercy, Cyrus Smith e i compagni giunsero ai Camini. Là, fu acceso il fuoco e Nab e Pencroff, ai quali, naturalmente, erano assegnate le funzioni di cuochi, l’uno nella sua qualità di negro, l’altro nella sua qualità di marinaio, prepararono lestamente sulla graticola le braciole di aguti cui si fece grande onore. Finito il pasto, mentre ciascuno stava per abbandonarsi al sonno, Cyrus Smith trasse di tasca alcuni piccoli campioni di minerali di diverse specie, e si limitò a dire: «Amici miei, questo è minerale di ferro, questa è una pirite, questa è argilla, questa è calce e questo è carbone. Ecco quel che ci dà la natura, ed ecco la sua parte nel lavoro comune! A domani la nostra!» CAPITOLO XIII «EBBENE, signor Cyrus, da dove dobbiamo incominciare?» domandò l’indomani mattina Pencroff all’ingegnere. «Dal principio» rispose Cyrus Smith. E infatti, quei coloni erano costretti a cominciare proprio dall’inizio, per tutte le cose. Essi non possedevano nemmeno il necessario per fare gli utensili e neppure si trovavano nelle condizioni della natura, che «avendo il tempo, economizza lo sforzo». Il tempo mancava loro, poiché dovevano provvedere immediatamente ai bisogni dell’esistenza e se, per l’esperienza che già possedevano, non avevano niente da inventare, avevano nondimeno tutto da costruire. Per loro il ferro, l’acciaio erano ancora allo stato di minerale, le stoviglie allo stato di argilla, la biancheria e i vestiti allo stato di materie tessili. Bisogna dire, però, che quei coloni erano «uomini» nella più bella e possente espressione della parola. L’ingegnere Smith non poteva essere assecondato da compagni più intelligenti, né più devoti e zelanti. Egli li aveva interrogati. Conosceva già le attitudini di ciascuno. Gedeon Spilett, giornalista d’ingegno, che aveva imparato tutto per poter parlare di tutto, avrebbe certo largamente contribuito con il cervello e con l’opera alla colonizzazione dell’isola. Egli non sarebbe indietreggiato dinanzi a nessun compito; cacciatore appassionato, avrebbe fatto un mestiere di quello che, sino allora, non era stato per lui che un passatempo. Harbert, bravo ragazzo, già notevolmente istruito nelle scienze naturali, avrebbe portato un serio contributo alla causa comune. Nab era la devozione personificata. Svelto, intelligente, infaticabile, robusto, con una salute di ferro, egli conosceva un po’ l’arte del fabbro e non poteva che essere utilissimo alla colonia. Quanto a Pencroff, era stato marinaio su tutti gli oceani, carpentiere nei cantieri di costruzione di Brooklyn, aiutante sarto sulle navi dello Stato, giardiniere, coltivatore durante i periodi di licenza, ecc.; e, come tutta la gente di mare, che sa fare di tutto, egli sapeva far di tutto. Sarebbe stato veramente difficile riunire cinque uomini più adatti a lottare contro la sfortuna e più sicuri di trionfarne. «Dal principio», aveva detto Cyrus Smith. Ora, questo principio di cui parlava l’ingegnere era la costruzione di un’apparecchiatura che potesse trasformare le sostanze naturali. Si sa quanta parte ha il calore in questa trasformazione. Di combustibile (legna o carbon fossile) si poteva disporre immediatamente. Si trattava, dunque, di costruire un forno per utilizzarlo. «A che cosa servirà il forno?» domandò Pencroff. «A fabbricare le stoviglie, di cui abbiamo bisogno» rispose Cyrus Smith. «E il forno, con che cosa lo faremo?» «Con dei mattoni.» «E i mattoni?» «Con l’argilla. In cammino, amici. Per evitare i trasporti di materiale, impianteremo la nostra fabbrica sul luogo stesso di produzione. Nab porterà le provviste, e il fuoco non mancherà per la cottura dei cibi.» «No,» rispose il cronista «ma potranno mancare gli alimenti, per mancanza di arnesi da caccia!» «Ah! Se avessimo soltanto un coltello!» esclamò il marinaio. «Ebbene?» chiese Cyrus Smith. «Fabbricherei arco e frecce e la selvaggina non mancherebbe!» «Sì, un coltello, una lama tagliente…» disse l’ingegnere, come se parlasse a se stesso. In quel momento, il suo sguardo cadde su Top, che andava e veniva sulla spiaggia. Improvvisamente, l’occhio di Cyrus Smith si animò. «Top, qui!» diss’egli. Il cane accorse alla chiamata del padrone. Questi prese la testa di Top fra le mani, e, sciogliendo il collare che l’animale aveva al collo, lo ruppe in due pezzi, dicendo: «Ecco due coltelli, Pencroff!» Gli risposero due poderosi evviva del marinaio. Il collare di Top era fatto di una sottile lamina d’acciaio temperato. Bastava, dunque, affilarlo prima su una pietra di grès, in modo da mettere al vivo l’angolo del taglio, e poi eliminare il filo morto su di un grès più fino. Ora, questo genere di roccia arenaria si trovava in abbondanza sulla spiaggia, di modo che, due ore dopo, l’attrezzatura della colonia si componeva di due lame taglienti, ch’era stato facile fissare in una solida impugnatura. La conquista di quel primo utensile fu salutata come un trionfo. Era una conquista preziosa davvero e giungeva proprio opportuna. Partirono. Era intenzione di Cyrus Smith di ritornare sulla riva occidentale del lago, là dove aveva osservato il giorno innanzi la terra argillosa di cui possedeva un campione. Si avviarono quindi lungo la riva del Mercy, attraversarono l’altipiano di Bellavista, e dopo una marcia di cinque miglia al massimo, arrivarono a una radura situata a duecento passi dal lago Grant. Cammin facendo, Harbert aveva scoperto un albero, i cui rami vengono adoperati dagli Indiani dell’America meridionale per la fabbricazione degli archi. Era il crejimba della famiglia dei palmizi, che non produce frutti commestibili. Furono tagliati e sfrondati alcuni rami lunghi e diritti, che vennero poi assottigliati alle estremità e lasciati robusti nel mezzo: non c’era che da trovare una pianta adatta a formare la corda dell’arco. Un hibiscus heterophyllus, pianta di una specie appartenente alla famiglia delle malvacee, diede fibre di notevole resistenza, tanto che si sarebbe potuto paragonarle a tendini di animali. Pencroff ottenne così degli archi abbastanza forti, ai quali non mancavano che le frecce. Queste si potevano fare facilmente con dei rami dritti e rigidi, senza nodosità, ma la punta di cui dovevano essere armate, vale a dire una sostanza atta a surrogare il ferro, non si poteva trovare altrettanto facilmente. Tuttavia Pencroff pensò che, avendo fatto la sua parte di lavoro, al resto avrebbe provveduto il caso. I coloni erano giunti sul territorio esplorato il giorno avanti. Esso era costituito di quell’argilla figulina che serve a fabbricare i mattoni e le tegole; argilla, quindi, convenientissima per l’operazione ch’essi dovevano condurre a buon fine. La lavorazione non presentava difficoltà alcuna. Bastava sgrassare l’argilla con della sabbia, dare la forma ai mattoni e cuocerli poi su di un fuoco di legna. Solitamente, i mattoni vengono pressati in stampi adatti, ma l’ingegnere si accontentò di fabbricarli con le mani. Il lavoro occupò tutta quella giornata e anche la seguente. L’argilla, imbevuta d’acqua, impastata e battuta poi con i piedi e con i pugni dei lavoratori, fu divisa in prismi di uguale grandezza. Un operaio pratico può confezionare, senza macchina, anche diecimila mattoni in dodici ore; ma i cinque dell’isola Lincoln, in due giornate di lavoro, non ne fabbricarono più di tremila, che furono disposti gli uni vicini agli altri, in attesa del momento in cui, essiccati completamente, sarebbe stato possibile cuocerli, cioè dopo tre o quattro giorni. Nella giornata del 2 aprile Cyrus Smith si occupò di rilevare la posizione dell’isola. Il giorno prima egli aveva segnato esattamente l’ora in cui il sole era scomparso dall’orizzonte, tenendo conto della rifrazione dei raggi. E quella mattina egli rilevò non meno esattamente l’ora in cui il sole riapparve. Fra il tramonto e l’alba, erano passate dodici ore meno ventiquattro minuti. Dunque, sei ore e dodici minuti dopo il suo sorgere, il sole, in quel giorno, sarebbe passato esattamente sul meridiano e il punto del cielo che esso avrebbe occupato in quel momento avrebbe indicato il nord. (Nota: Infatti, in quell’epoca dell’anno e a quella latitudine, il sole si levava alle 5,48 del mattino, e tramontava alle 6,12 della sera. Fine nota) All’ora suddetta, Cyrus rilevò questo punto e allineando con il sole due alberi, che gli sarebbero serviti da punto di riferimento, ottenne così una meridiana invariabile per le ulteriori operazioni. Durante i due giorni che precedettero la cottura dei mattoni, fu provveduto all’approvvigionamento del combustibile. Furono tagliati alcuni rami attorno alla radura, e si raccolsero tutti quelli caduti. Contemporaneamente, si cacciò,un poco nei dintorni, e con il maggior successo, in quanto Pencroff possedeva ora già alcune dozzine di frecce armate di punte acuminatissime. Top aveva fornito quelle punte, recando un porcospino, selvaggina piuttosto mediocre, ma di un valore incontestabile per gli aculei di cui era irto. Questi aculei furono solidamente infissi all’estremità delle frecce, alle quali fu applicata un’impennatura di piume di pappagallo, per assicurarne la direzione. Il giornalista e Harbert divennero presto degli accortissimi tiratori d’arco. E la selvaggina d’ogni sorta abbondò ai Camini: capibara, piccioni, aguti, galli di montagna, ecc. La maggior parte di questi animali fu uccisa nella zona della foresta situata sulla riva sinistra del fiume Mercy, alla quale si diede il nome di bosco dello Jacamar in memoria del volatile cui Harbert e Pencroff avevano dato la caccia durante la loro prima esplorazione. Quella selvaggina fu mangiata fresca, ma si conservarono i prosciutti del capibara, affumicandoli sopra un fuoco di legna verde, dopo averli aromatizzati con foglie odorose. Tuttavia quel cibo, per quanto molto corroborante, era pur sempre dell’arrosto, e i commensali sarebbero stati lieti di sentire, dopo tanto, bollire sul focolare un semplice lesso; ma per questo bisognava aspettare che la pentola fosse fabbricata, e logicamente, che fosse prima costruito il forno. Durante le escursioni, che si limitarono a una zona molto ristretta intorno alla fabbrica di mattoni, i cacciatori poterono constatare tracce del passaggio recente di grandi animali, armati di artigli potenti, ma di cui non riuscirono a indovinare la specie. Cyrus Smith raccomandò loro un’estrema prudenza, giacché era probabile che la foresta nascondesse qualche belva pericolosa. E fece bene. Infatti, Gedeon Spilett e Harbert scorsero un giorno una bestia che somigliava a un giaguaro. Essa non li attaccò, e fu gran fortuna, perché probabilmente non se la sarebbero cavata senza qualche grave ferita. Ma Gedeon Spilett, quando avesse avuto una vera arma, vale a dire uno di quei fucili che Pencroff reclamava, si riprometteva di fare una guerra accanita alle bestie feroci e di liberarne l’isola. Durante quei pochi giorni, nulla fu fatto per rendere più comodi i Camini, giacché l’ingegnere si proponeva di scoprire o anche costruire, se occorreva, una dimora più conveniente. Ci si accontentò di stendere sulla sabbia dei corridoi un fresco letto di muschi e di foglie secche e, su quei giacigli un po’ primitivi, i lavoratori, spossati, dormirono un sonno perfetto. Fu, inoltre, fatto il conto dei giorni passati sull’isola di Lincoln, da quando i coloni vi avevano atterrato e da allora ne fu tenuto sempre un computo regolare. Il 5 aprile, un mercoledì, erano dodici giorni da che il vento aveva gettato i naufraghi su quel litorale. Il 6 aprile, sin dall’alba, l’ingegnere e i suoi compagni erano riuniti nella radura, dove stava per aver luogo la cottura dei mattoni. Naturalmente, tale operazione doveva essere fatta all’aria aperta e non dentro i forni; d’altra parte, l’agglomerato dei mattoni avrebbe formato un enorme forno che si sarebbe cotto da sé. Il combustibile, composto di fascine ben preparate, fu messo a terra e circondato da parecchie file di mattoni disseccati, che formarono in breve un grosso cubo, all’esterno del quale furono lasciati aperti degli sfiatatoi. Quel lavoro durò tutta la giornata e soltanto a sera fu dato fuoco alle fascine. Quella notte nessuno si coricò, ma tutti vegliarono attentamente perché il fuoco non si spegnesse. L’operazione durò quarantott’ore e riuscì perfettamente. Bisognò allora lasciar raffreddare la massa fumante e, nel frattempo, Nab e Pencroff, guidati da Cyrus Smith, trasportarono, su un graticcio fatto di rami intrecciati, parecchi carichi di carbonato di calcio, pietre comunissime, che si trovavano in abbondanza a nord del lago. Queste pietre, decomposte dal calore, produssero una calce viva, molto grassa, che si dilatava molto estinguendosi, ed era pura come se fosse stata prodotta dalla calcinazione di creta o marmo. Mescolata con sabbia, il cui effetto è di attenuare il ritiro della pasta quando solidifica, quella calce fornì una malta eccellente. Il risultato di questi vari lavori fu che per il 9 aprile l’ingegnere aveva a sua disposizione una certa quantità di calce già pronta e alcune migliaia di mattoni. Si iniziò, dunque, senza perdere un istante, la costruzione d’un forno, che doveva servire alla cottura delle diverse stoviglie indispensabili per gli usi domestici. E vi si riuscì senza troppa difficoltà. Cinque giorni dopo, il forno fu caricato di carbon fossile, di cui l’ingegnere aveva scoperto un giacimento a cielo aperto, verso la foce del Creek Rosso, e le prime volute di fumo uscirono da un fumaiolo alto una ventina di piedi. La radura era, dunque, trasformata in una fabbrica e Pencroff non era lontano dal credere che da quel forno sarebbero usciti tutti i prodotti dell’industria moderna. I coloni fabbricarono prima di tutto stoviglie comuni, ma adatte alla cottura degli alimenti. La materia prima era la stessa argilla del terreno usata per i mattoni, alla quale Cyrus Smith fece aggiungere un po’ di calce e di quarzo. Questa composizione costituiva così una vera «terra da pipe», e con essa si fecero pentole, tazze modellate su ciottoli di forme adatte, piatti, grandi giare, vasche per l’acqua, ecc. La forma di tali oggetti era goffa, difettosa; ma, dopo ch’essi furono cotti ad alta temperatura, la cucina dei Camini si trovò provvista di un certo numero di utensili tanto preziosi, come se il più bel caolino fosse entrato nella loro composizione. E qui bisogna accennare che Pencroff, desideroso di sapere se quell’argilla così preparata giustificava il suo nome di «terra da pipe», si fabbricò alcune pipe piuttosto grossolane, ch’egli trovò graziosissime, ma alle quali, ahimè! mancava il tabacco. E, bisogna dirlo, questa era una grande privazione per Pencroff. «Ma verrà anche il tabacco, come ogni altra cosa!» ripeteva egli nei suoi slanci di assoluta fiducia. I lavori durarono fino al 15 aprile, e si comprende come il tempo fosse stato coscienziosamente impiegato. I coloni, diventati vasai, non fecero altro che stoviglie. Quando fosse convenuto a Cyrus Smith di mutarli in fabbri, essi sarebbero diventati fabbri. Ma l’indomani, essendo domenica, e per di più la domenica di Pasqua, tutti furono d’accordo di santificare quel giorno con il riposo. Quegli americani erano uomini religiosi, scrupolosi osservatori dei precetti della Bibbia; la situazione in cui si trovavano, poi, non poteva che intensificare i loro sentimenti di fiducia verso l’Autore di ogni cosa. La sera del 15 aprile, i coloni ritornarono, dunque, definitivamente ai Camini. Le stoviglie furono portate via, e il forno lasciato spegnere, in attesa di destinarlo a nuovi usi. Il ritorno fu allietato da un fortunato evento: la scoperta fatta dall’ingegnere di una sostanza atta a surrogare l’esca. Com’è noto, la polpa spugnosa e vellutata di cui l’esca è formata, proviene da un fungo, il poliporo; opportunamente preparata, essa è estremamente infiammabile, soprattutto quando sia stata prima impregnata di polvere da sparo o bollita in una soluzione di nitrato o di clorato di potassio. Ma, sino ad allora nessuno di questi polipori era stato trovato, né alcuna spugnola che potesse farne le veci. Ma quel giorno, l’ingegnere, avendo veduto una certa pianta appartenente alla famiglia dell’artemisia, che annovera fra le sue varietà più notevoli l’assenzio, la citronella, il dragoncello, ecc., ne sradicò alcuni ciuffi, e offrendoli al marinaio: «Pencroff,» disse «ecco una cosa che vi farà piacere. Pencroff guardò attentamente la pianta, ricoperta di lunghi e serici peli, e» le cui foglie erano rivestite da una morbida peluria. «Eh! Che cos’è questo, signor Cyrus?» domandò Pencroff. «Bontà divina! È tabacco?» «No,» rispose Cyrus Smith «è l’artemisia, l’artemisia cinese per gli esperti; per noi, essa fungerà da esca.» Infatti, quell’erba, opportunamente essiccata, fornì una sostanza infiammabilissima, specialmente quando, più tardi, l’ingegnere l’ebbe impregnata di nitrato di potassio, di cui l’isola possedeva parecchi strati, e che altro non è che salnitro. Quella sera i coloni, tutti riuniti nel vano centrale, cenarono assai bene. Nab aveva preparato un lesso di aguti, un prosciutto di capibara aromatizzato; si aggiunsero i tuberi bolliti del caladium macrorhizum, specie di pianta erbacea della famiglia delle aracee, che in una regione tropicale avrebbero raggiunto la forma arborescente. Tali radici erano di sapore eccellente, nutrientissime, simili press’a poco alla sostanza che si vende in Inghilterra sotto il nome di «sagù di Portland» e potevano, in certo qual modo, sostituire il pane, che ancora mancava ai coloni dell’isola di Lincoln. Finita la cena, prima di abbandonarsi al sonno, Cyrus Smith e i suoi compagni uscirono sulla spiaggia a prendere una boccata d’aria. Erano le otto di sera. La notte si annunciava magnifica. La luna, che era stata piena cinque giorni prima, non era ancora visibile, ma già l’orizzonte s’inargentava delle dolci e pallide sfumature, che si potrebbero chiamare l’alba lunare. Allo zenit australe le costellazioni circumpolari risplendevano, e, sfolgorante fra tutte, la Croce del Sud che alcuni giorni prima l’ingegnere aveva salutata dalla cima del monte Franklin. Cyrus Smith osservò per qualche tempo quella splendida costellazione, che ha due stelle di prima grandezza, una al vertice e una alla base, al braccio sinistro una stella di seconda, e al braccio destro una stella di terza grandezza. Poi, dopo aver riflettuto, domandò al ragazzo: «Harbert, non siamo al 15 di aprile?» «Sì, signor Cyrus» rispose Harbert. «Ebbene, se non m’inganno, domani sarà uno dei quattro giorni dell’anno nel quale il tempo vero coincide con il tempo medio, vale a dire, ragazzo mio, che domani, salvo la differenza di qualche secondo, il sole passerà sul meridiano nel momento esatto in cui gli orologi segneranno il mezzogiorno. Se il tempo sarà bello, penso che potrò ottenere la longitudine dell’isola con un’approssimazione di pochi gradi.» «Senza strumenti, senza sestante?» domandò Gedeon Spilett. «Sì» riprese l’ingegnere. «Così pure, poiché la notte è serena, voglio tentare questa sera stessa di ottenere la nostra latitudine, calcolando l’altezza della Croce del Sud, vale a dire del polo australe, al di sopra dell’orizzonte. Voi comprenderete, amici, che prima d’intraprendere seri lavori d’installazione, non bisogna accontentarsi solo di sapere che questa terra è un’isola, ma bisogna determinare, per quanto è possibile, a quale distanza essa si trova, sia dal continente americano, sia dal continente australiano, e dai principali arcipelaghi del Pacifico.» «Infatti,» disse il giornalista «invece di costruire una casa, possiamo avere interesse a costruire un’imbarcazione, se per caso non siamo che a un centinaio di miglia da una costa abitata.» «Ecco perché» ripeté Cyrus Smith «io mi preparo questa sera a tentar di ottenere la latitudine dell’isola di Lincoln, e domani, a mezzogiorno tenterò di calcolarne la longitudine.» Se l’ingegnere avesse posseduto un sestante, apparecchio che permette di misurare con grande precisione la distanza angolare degli oggetti per riflessione, l’operazione non avrebbe presentato alcuna difficoltà. In quella sera stessa, per mezzo dell’altezza del polo, l’indomani con il passaggio del sole al meridiano, egli avrebbe ottenuto le coordinate dell’isola. Ma, poiché l’apparecchio mancava, bisognava supplire in qualche modo. Cyrus Smith rientrò, dunque, ai Camini. Alla luce del focolare, tagliò due righelli piatti, che unì l’uno all’altro per l’estremità, in modo da formare una specie di compasso, i cui bracci potevano scostarsi e riaccostarsi. Il punto d’attacco era fissato a mezzo di una robusta spina d’acacia, che si trovò in un ramo secco della legnaia. A lavoro ultimato, l’ingegnere tornò sulla spiaggia; ma, poiché occorreva ch’egli prendesse l’altezza del polo su un orizzonte nettamente disegnato, vale a dire un orizzonte di mare, e il capo Artiglio invece gli nascondeva l’orizzonte a sud, dovette cercare un punto d’osservazione più adatto. Il migliore, evidentemente, sarebbe stato sul litorale esposto direttamente al sud, ma si sarebbe dovuto attraversare il Mercy, allora profondo, il che era molto difficile. Cyrus Smith decise, quindi, di andare a fare le sue osservazioni sull’altipiano di Bellavista, riservandosi di tener conto della sua altezza sul livello del mare, altezza ch’egli si riprometteva di calcolare l’indomani con un semplice procedimento di geometria elementare. I coloni si trasferirono, dunque, sull’altipiano, risalendo la riva sinistra del Mercy, e andarono a collocarsi sull’orlo orientato da nordovest a sudest, cioè sulla linea di rocce capricciosamente frastagliate che costeggiava il fiume. Questa parte dell’altipiano dominava di una cinquantina di piedi le alture della riva destra, che discendevano, per una duplice china, fino all’estremità del capo Artiglio e fino alla costa meridionale dell’isola. Nessun ostacolo si opponeva, dunque, allo sguardo, che abbracciava l’orizzonte per un semicerchio, dal capo Artiglio fino al promontorio del Rettile. A sud, questo orizzonte, rischiarato inferiormente dalla prima luce lunare, spiccava vivamente sul cielo e lo si poteva traguardare con una certa precisione. In quel momento, la Croce del Sud si presentava all’osservatore capovolta, con la stella alfa alla base, che è più vicina al polo australe. Questa costellazione non è così vicina al polo antartico quanto la stella polare al polo artico. La sua stella alfa ne dista ventisette gradi circa, ma Cyrus Smith sapeva di dover tener conto di questa distanza nel suo calcolo. Egli ebbe inoltre cura di osservare la stella al momento in cui essa passava al meridiano inferiore, il che avrebbe reso più facile la sua osservazione. Cyrus Smith diresse, dunque, un braccio del suo compasso di legno sull’orizzonte del mare, l’altro su alfa, come avrebbe fatto con i cannocchiali di un circolo ripetitore, e l’apertura dei due bracci gli diede la distanza angolare che separava alfa dall’orizzonte. Allo scopo, poi, di conservare intatto l’angolo ottenuto, fissò, per mezzo di spine, le due assicelle del suo apparecchio su di una terza, posta trasversalmente, in modo che il loro divario fosse stabilmente assicurato. Ciò fatto, non restava che calcolare l’angolo ottenuto, riportando l’osservazione al livello del mare, tenendo cioè conto della depressione dell’orizzonte, ciò che rendeva necessario misurare l’altezza dell’altipiano. Il valore di quest’angolo avrebbe dato così l’altezza di alfa, e conseguentemente quella del polo sopra l’orizzonte, vale a dire la latitudine dell’isola; poiché la latitudine di un punto del globo è sempre uguale all’altezza del polo al di sopra dell’orizzonte di quel punto. Questi calcoli furono rimandati all’indomani, e, alle dieci, tutti dormivano profondamente. CAPITOLO XIV L’INDOMANI, 16 aprile, domenica di Pasqua, i coloni uscirono dai Camini allo spuntar del giorno, e provvidero a lavare la loro biancheria e a pulire i loro abiti. L’ingegnere si proponeva di fabbricare del sapone, appena avesse potuto procurarsi le materie prime necessarie, soda o potassa, grasso od olio. Anche l’importante problema del rinnovamento del guardaroba sarebbe stato trattato a tempo e luogo. A ogni modo, i vestiti sarebbero durati certo sei mesi ancora, giacché erano solidi e potevano resistere alla fatica dei lavori manuali. Ma tutto sarebbe dipeso dalla posizione dell’isola rispetto alle terre abitate: fatto, questo, che sarebbe stato determinato in quello stesso giorno, tempo permettendo. Ora, il sole, sorgendo su di un orizzonte limpido, annunciava una giornata magnifica, una di quelle belle giornate d’autunno che sono come l’estremo addio della stagione calda. Si trattava, perciò, di completare gli elementi di osservazione della vigilia, misurando l’altitudine dell’altipiano di Bellavista al di sopra del livello del mare. «Non vi occorre uno strumento analogo a quello di cui vi siete servito ieri?» domandò Harbert all’ingegnere. «No, ragazzo mio,» rispose questi, «procederemo diversamente, ma in un modo quasi altrettanto preciso.» Harbert, che amava istruirsi su tutte le cose, seguì l’ingegnere, che s’allontanò dalla base della muraglia di granito, discendendo sino alla spiaggia. Nel frattempo, Pencroff, Nab e il giornalista si occupavano di vari altri lavori. Cyrus Smith si era munito di una specie di pertica diritta e lunga circa dodici piedi, che aveva misurata con la maggior esattezza possibile confrontandola con la propria statura, che conosceva con una buona approssimazione. Harbert portava un filo a piombo, che Cyrus Smith gli aveva dato, vale a dire una semplice pietra fissata all’estremità di una fibra flessibile. Arrivato a una ventina di piedi dal limite della spiaggia, e a cinquecento piedi circa dalla muraglia di granito, che si drizzava perpendicolarmente, Cyrus Smith conficcò la pertica per due piedi nella sabbia e, rincalzandola con cura, pervenne, a mezzo del filo a piombo, a rizzarla perpendicolarmente al piano dell’orizzonte. Fatto questo, indietreggiò di quel tanto ch’era necessario perché, mettendosi egli prono sulla sabbia, il raggio visivo, partito dal suo occhio, sfiorasse contemporaneamente l’estremità della pertica e la cresta della muraglia. Poi segnò accuratamente quel punto con un paletto. Allora, rivolgendosi a Harbert: «Conosci le prime nozioni della geometria?» gli chiese. «Un po’, signor Cyrus» rispose Harbert, che non voleva spingersi troppo oltre. «Ricordi bene quali sono le proprietà di due triangoli simili?» «Sì» rispose Harbert. «I loro lati omologhi sono proporzionali.» «Ebbene, ragazzo mio, or ora, io ho costruito due triangoli simili, tutti e due rettangoli: il primo, il più piccolo, ha per lati la pertica perpendicolare e la distanza che separa il paletto dalla parte inferiore della pertica, e per ipotenusa il mio raggio visivo; il secondo ha per lati la muraglia perpendicolare, di cui dobbiamo misurare l’altezza, la distanza che separa il paletto dalla base di detta muraglia e il mio raggio visivo formante l’ipotenusa anche di questo secondo triangolo, la quale viene a essere così il prolungamento di quella del primo.» «Ah! Signor Cyrus, ho capito!» esclamò Harbert. «Come la distanza dal paletto alla pertica è proporzionale alla distanza dal paletto alla base della muraglia, così l’altezza della pertica è proporzionale all’altezza di questa muraglia.» «Proprio così, Harbert,» rispose l’ingegnere «e quando avremo misurato le due prime distanze, conoscendo l’altezza della pertica, non ci resterà da fare che un calcolo di proporzione, per aver l’altezza della muraglia, evitandoci la fatica di misurarla direttamente.» Furono prese le due distanze orizzontali, per mezzo della pertica stessa, la cui lunghezza emergente dalla sabbia era esattamente di dieci piedi. La prima distanza era di quindici piedi, tra il paletto e il punto ove la pertica era affondata nella sabbia. La seconda distanza, fra il paletto e la base della muraglia, era di cinquecento piedi. Prese queste misure, Cyrus Smith e il ragazzo tornarono ai Camini. Qui giunto, l’ingegnere prese una pietra piatta, che aveva raccolta durante una delle precedenti escursioni; specie di schisto d’ardesia, sul quale era facile tracciare delle cifre servendosi di una conchiglia aguzza. Egli stabilì, dunque, la proporzione seguente: 15 sta a 500 come 10 sta ad X Di conseguenza il risultato (cioè X) è 500 per 10, cioè 5000 diviso 15. Il risultato finale è 333,3 Da cui risultò che la muraglia di granito misurava trecentotrentatré piedi di altezza. (Nota: Si tratta del piede inglese, che corrisponde a 30 centimetri. Fine nota) Cyrus Smith riprese allora lo strumento che aveva fabbricato il giorno prima, i due bracci del quale, per mezzo della loro divaricazione, gli davano la distanza angolare dalla stella alfa all’orizzonte. Egli misurò con grande esattezza l’apertura di detto angolo su di una circonferenza, che divise in trecentosessanta parti uguali. L’angolo così ottenuto era di dieci gradi. Quindi, la distanza angolare totale fra il polo e l’orizzonte, aggiungendo a essa i ventisette gradi che separano l’alfa del polo antartico e riportando al livello del mare l’altitudine dell’altipiano sul quale era stata fatta l’osservazione, fu trovata essere di trentasette gradi. Cyrus Smith trasse da ciò la conclusione che l’isola di Lincoln era situata al trentasettesimo grado di latitudine australe; oppure, prevedendo un errore di cinque gradi, data l’imperfezione delle sue operazioni, che essa doveva trovarsi fra il trentacinquesimo e il quarantesimo parallelo. Per completare le coordinate dell’isola, rimaneva da conoscere la longitudine e questa l’ingegnere avrebbe tentato di determinarla in quello stesso giorno, a mezzodì, cioè al momento in cui il sole sarebbe passato al meridiano. Fu deciso che quella domenica sarebbe stata impiegata in una passeggiata, o piuttosto in un’esplorazione della parte dell’isola posta fra il nord del lago e il golfo del Pescecane e che, se il tempo lo avesse permesso, tale ricognizione sarebbe stata spinta fino al versante settentrionale del capo MandibolaSud. Si sarebbe fatto colazione fra le dune e non si sarebbe ritornati che la sera. Alle otto e mezzo del mattino, la piccola schiera procedeva lungo l’orlo del canale. Dall’altra parte, sull’isolotto della Salvezza, numerosi uccelli passeggiavano gravemente. Erano marangoni, della specie degli apterigidi, facilmente riconoscibili dal loro strido sgradevole, che ricorda il raglio dell’asino. Essi richiamarono l’attenzione di Pencroff, solo dal punto di vista commestibile; egli apprese perciò, non senza una certa soddisfazione, che la loro carne, benché nerastra, era molto buona da mangiare. Si vedevano pure strisciare sulla sabbia grossi anfibi, foche indubbiamente, che sembravano aver scelto per rifugio l’isolotto. Era però impossibile considerare questi animali dal punto di vista alimentare, giacché la loro carne oleosa è detestabile; nondimeno, Cyrus Smith li osservò attentamente, e, senza manifestare la propria idea, annunciò ai compagni che molto presto avrebbero fatto una visita all’isolotto. La riva percorsa dai coloni era cosparsa di innumerevoli conchiglie, alcune delle quali avrebbero fatto la gioia di un appassionato di malacologia. C’erano, fra le altre, fasianelle, terebratule, trigonie, ecc. Ma una scoperta assai più utile fu fatta da Nab fra le rocce, a circa quattro miglia dai Camini: un vasto banco di ostriche allora emergente per la bassa marea. «Nab non ha perduto la sua giornata» esclamò Pencroff, osservando il banco d’ostriche che si stendeva al largo. «È una fortunata scoperta, infatti,» disse il giornalista «e se, come si afferma, l’ostrica produce dalle cinquanta alle sessantamila uova all’anno, ne avremo una riserva inesauribile.» «Soltanto, credo che l’ostrica non sia molto nutriente» disse Harbert. «No» rispose Cyrus Smith. «L’ostrica contiene solo pochissima materia azotata, e a un uomo, che si nutrisse esclusivamente di ostriche, non ne occorrerebbero meno di quindici o sedici dozzine al giorno.» «Bene!» rispose Pencroff. «Noi potremo inghiottirne delle dozzine di dozzine, prima d’aver esaurito quel banco. Se ne prendessimo alcune per la nostra colazione?» E senza aspettar risposta, ben sapendo in anticipo che la sua idea era approvata, il marinaio, aiutato da Nab, distaccò una certa quantità di quei molluschi. Furono messi in una specie di rete, che Nab aveva confezionata con fibre di ibisco, e che conteneva già le altre vivande per il desinare; poi si proseguì lungo la costa tra le dune e il mare. Di tanto in tanto, Cyrus Smith consultava l’orologio, allo scopo di prepararsi in tempo per l’osservazione solare, che doveva essere fatta a mezzogiorno in punto. Tutta la parte dell’isola che i coloni percorrevano quella mattina era aridissima, fino alla punta che chiudeva la baia dell’Unione, e che aveva ricevuto il nome di capo MandibolaSud. Non vi si vedeva che sabbia e conchiglie, mescolate a residui di lava. Alcuni uccelli marini frequentavano quella costa desolata: gabbiani, grandi albatri, e anche anatre selvatiche, che eccitarono giustamente la cupidigia di Pencroff. Egli tentò, si, di abbatterle a frecciate, ma inutilmente, giacché esse non si posavano, e si sarebbe dovuto colpirle al volo. Il nuovo insuccesso spinse il marinaio a ripetere all’ingegnere: «Vedete, signor Cyrus, finché non avremo uno o due fucili da caccia, la nostra attrezzatura lascerà sempre a desiderare!» «Indubbiamente, Pencroff,» rispose il giornalista «ma non dipende che da voi! Procurateci ferro per le canne, acciaio per i percussori, salnitro, carbone e zolfo per la polvere, mercurio e acido azotico per il fulminato, e infine piombo per i proiettili, e Cyrus ci farà dei fucili di prim’ordine.» «Oh!» rispose l’ingegnere «potremo senza dubbio trovare nell’isola tutte queste sostanze, ma un’arma da fuoco è uno strumento delicato, che necessita di utensili di grande precisione. Insomma, vedremo più tardi.» «Ah! Perché mai,» esclamò Pencroff «perché mai abbiamo gettato via tutte le armi che avevamo con noi nella navicella, e anche gli utensili e perfino i nostri coltelli da tasca!» «Ma, se non ce ne fossimo sbarazzati, Pencroff, saremmo noi che il pallone avrebbe sepolto in fondo al mare!» rispose Harbert. «Anche questo è vero, ragazzo mio!» osservò il marinaio. «Ma,» aggiunse, passando a un’altra idea, «pensate quale sarà stato lo sbalordimento di Jonathan Forster e dei suoi compagni quando, l’indomani mattina, avranno trovato piazza pulita e il pallone scomparso!» «Sapere quello che hanno potuto pensare, è l’ultima delle mie preoccupazioni!» disse il cronista. «Sono stato proprio io che ho avuto quell’idea!» disse Pencroff, con aria soddisfatta. «Una bella idea davvero, Pencroff» rispose Gedeon Spilett ridendo «e che ci ha condotti dove siamo!» «Preferisco essere qui che nelle mani dei sudisti!» esclamò il marinaio «soprattutto da quando il signor Cyrus ha avuto la bontà di venirci a raggiungere!» «E io pure, in verità!» replicò il giornalista. «D’altronde, che cosa ci manca? Niente!» «O piuttosto… tutto!» rispose Pencroff, che scoppiò a ridere, scuotendo le larghe spalle. «Ma un giorno o l’altro troveremo il modo di andarcene!» «E forse più presto che non l’immaginiate, amici miei» disse allora l’ingegnere «se l’isola di Lincoln è a una distanza media da un arcipelago abitato o da un continente. Fra un’ora e anche meno lo sapremo. Non ho qui la carta del Pacifico, ma la mia memoria ha conservato un ricordo molto esatto della sua parte meridionale. La latitudine che ho ottenuto ieri pone l’isola di Lincoln fra la Nuova Zelanda a ovest, e la costa del Cile a est. Ma fra le due terre la distanza è almeno di seimila miglia. Resta, dunque, da determinare che punto occupa l’isola in così largo spazio di mare e questo dato ce lo fornirà adesso la longitudine, e con discreta approssimazione, spero.» «Non è l’arcipelago delle Paumotu il più vicino a noi in latitudine?» domandò Harbert. «Sì,» rispose l’ingegnere «ma la distanza che ce ne separa è di milleduecento miglia e più.» «E da quella parte?» chiese Nab, che seguiva la conversazione con estremo interesse, accennando con la mano verso il sud. «Da quella parte, niente» rispose Pencroff. «Nulla, infatti» aggiunse l’ingegnere. «Ebbene, Cyrus,» domandò il giornalista «se l’isola di Lincoln non si trovasse che a due o trecento miglia dalla Nuova Zelanda o dal Cile?…» «Ebbene,» rispose l’ingegnere «invece di fare una casa, faremo un bastimento, e mastro Pencroff si incaricherà di governarlo…» «Oh! signor Cyrus!» esclamò il marinaio «sono prontissimo a passar capitano… quando avrete trovato il modo di costruire un’imbarcazione abbastanza robusta per tenere il mare!» «La faremo, se sarà necessario!» rispose Cyrus Smith. Ma mentre quegli uomini, che veramente non temevano nulla, così conversavano, si avvicinava l’ora in cui doveva aver luogo l’osservazione. Come avrebbe fatto Cyrus Smith per rilevare il passaggio del sole sul meridiano dell’isola, senza alcuno strumento? Harbert non riusciva a indovinarlo. I coloni si trovavano allora a una distanza di sei miglia dai Camini, non lungi da quella parte delle dune dove era stato trovato l’ingegnere, dopo il suo enigmatico salvataggio. Si fermarono e prepararono tutto per la colazione, giacché erano le undici e mezzo. Harbert andò a prendere dell’acqua dolce al ruscello che scorreva vicino, e la raccolse in una brocca di cui Nab s’era munito. Mentre fervevano quei preparativi, Cyrus Smith, dal canto suo, apparecchiò l’occorrente per l’osservazione astronomica. Scelse sulla spiaggia uno spazio ben liscio e pulito, che il mare ritirandosi, aveva perfettamente livellato. Questo strato di sabbia finissima era levigato come uno specchio: non un granello che superasse l’altro. Poco importava, d’altronde, che quel tratto di spiaggia fosse orizzontale o no; né era molto più importante che la bacchetta, alta sei piedi, che vi fu piantata, si rizzasse perpendicolarmente. Anzi, l’ingegnere la inclinò verso il sud, vale a dire dalla parte opposta al sole, giacché non bisogna dimenticare che i coloni dell’isola di Lincoln, appunto perché l’isola si trovava nell’emisfero australe, vedevano l’astro radioso descrivere il suo arco diurno al di sopra dell’orizzonte del nord e non al di sopra dell’orizzonte del sud. Harbert comprese allora come l’ingegnere avrebbe proceduto per constatare la culminazione del sole, cioè il suo passaggio al meridiano dell’isola, o in altre parole, il mezzogiorno del luogo. Ciò sarebbe avvenuto per mezzo dell’ombra proiettata sulla sabbia dalla bacchetta, mezzo che, in mancanza di strumenti, gli avrebbe dato una approssimazione sufficiente per il risultato che voleva ottenere. Infatti, il momento in cui quell’ombra avrebbe raggiunto il suo minimo di lunghezza, sarebbe stato il mezzogiorno preciso, e sarebbe bastato seguire l’estremità di detta ombra per stabilire l’istante in cui, dopo esser gradatamente diminuita, essa avrebbe ricominciato ad allungarsi. Cyrus Smith, inclinando la sua bacchetta dal lato opposto al sole, rendeva l’ombra più lunga e, per conseguenza, le sue modificazioni più facili da constatare. Infatti, più l’ago di un quadrante è grande, più si può agevolmente seguire lo spostamento della sua punta. E l’ombra della bacchetta non era altro che l’ago di un quadrante. Quando ritenne che il momento fosse giunto, Cyrus Smith s’inginocchiò sulla sabbia e, piantando in terra dei picchetti di legno, cominciò a segnare le successive diminuzioni dell’ombra della bacchetta. I suoi compagni, chini su di lui, seguivano l’operazione con estremo interesse. Il giornalista teneva il cronometro in mano, pronto a rilevare l’ora che avrebbe segnato quando l’ombra fosse giunta alla sua lunghezza minima. Inoltre, siccome Cyrus Smith operava il 16 aprile, giorno in cui il tempo vero e il tempo medio coincidono, l’ora data da Gedeon Spilett sarebbe stata l’ora vera di Washington, il che avrebbe semplificato il calcolo. Intanto il sole avanzava lentamente; l’ombra della bacchetta diminuiva a poco a poco, e quando parve a Cyrus Smith ch’essa ricominciasse a ingrandire: «Che ora è?» diss’egli. «Le cinque e un minuto» rispose subito Gedeon Spilett. Non c’era che da fare i calcoli relativi alla osservazione. Niente di più facile. Come si vede, esisteva, in cifre tonde, una differenza di cinque ore fra il meridiano di Washington e quello dell’isola di Lincoln, vale a dire ch’era mezzogiorno all’isola di Lincoln, quando erano già le cinque di sera a Washington. Ora, il sole, nel suo moto apparente intorno alla terra, percorre un grado in quattro minuti, ossia quindici gradi per ora. Quindici gradi moltiplicati per cinque ore danno settantacinque gradi. Dunque, poiché Washington è a 77° 3’ 11», e cioè a settantasette gradi contati a partire dal meridiano di Greenwich, che gli americani prendono per punto di partenza delle longitudini, d’accordo con gli inglesi, ne conseguiva che l’isola era posta a settantasette più settantacinque gradi a ovest del meridiano di Greenwich, vale a dire al centocinquantaduesimo grado di longitudine ovest. Cyrus Smith annunciò questo risultato ai compagni, e tenendo conto degli errori d’osservazione, come aveva fatto per la latitudine, credette di poter affermare che la posizione dell’isola di Lincoln era fra il trentacinquesimo e il trentasettesimo parallelo e tra il centocinquantesimo e il centocinquantacinquesimo meridiano ovest del meridiano di Greenwich. Lo scarto possibile, da lui attribuito agli errori di osservazione, era, come si vede, di cinque gradi nei due sensi, il che, a sessanta miglia per grado, poteva dare un errore di trecento miglia di latitudine o in longitudine in confronto al rilievo esatto. Ma questo errore non poteva influire sul partito da prendere. Era evidente che l’isola di Lincoln si trovava a tale distanza da ogni terra o arcipelago, che sarebbe stato impossibile arrischiarsi a superare quella distanza su di una semplice e fragile barca. Infatti, essa si trovava ad almeno milleduecento miglia da Tahiti e dalle isole dell’arcipelago delle Paumotu, a più di milleottocento miglia dalla NuovaZelanda, a più di quattromilacinquecento miglia dalla costa americana! E per quanto Cyrus Smith frugasse nella sua memoria, non riusciva in nessun modo a ricordare che una qualsiasi isola occupasse, in quella parte del Pacifico, la posizione assegnata all’isola di Lincoln. CAPITOLO XV L’INDOMANI, 17 aprile, la prima domanda del marinaio fu per Spilett. «Ebbene, signore,» gli domandò «che cosa diventeremo oggi?» «Quello che piacerà a Cyrus» rispose il giornalista. I compagni dell’ingegnere, da fornaciai e vasai ch’erano stati fino allora, stavano per diventare operai metallurgici. Il giorno precedente, dopo colazione, l’esplorazione era stata spinta fino alla punta del capo Mandibola, distante quasi sette miglia dai Camini. Colà finiva la lunga serie delle dune, e il suolo prendeva un aspetto vulcanico. Non erano più alte muraglie granitiche, come quelle dell’altipiano Bellavista, ma una bizzarra e capricciosa cornice, formata dalle materie minerali eruttate dal vulcano, che cingeva lo stretto golfo compreso tra i due capi. I coloni, arrivati a quella punta, erano poi ritornati sui loro passi, e al cader della notte rientrarono ai Camini, ma non si addormentarono prima che fosse stata definitivamente risolta la questione di sapere se bisognava pensare a lasciare o no l’isola di Lincoln. Le milleduecento miglia che separavano l’isola dall’arcipelago delle Paumotu costituivano una distanza notevole. Una barca non sarebbe bastata a superarla, soprattutto all’avvicinarsi della cattiva stagione. Pencroff l’aveva formalmente dichiarato. Ora, costruire una semplice imbarcazione era un lavoro difficile, anche possedendo gli utensili necessari. Essendo i coloni sprovvisti di utensili, bisognava cominciare con il fabbricare martelli, scuri, accette, seghe, succhielli, pialle, ecc., il che avrebbe richiesto un certo tempo. Fu dunque deciso che si sarebbe passato l’inverno sull’isola di Lincoln, cercando però una dimora più comoda dei Camini. Prima d’ogni altra cosa, si trattava di utilizzare il minerale di ferro, di cui l’ingegnere aveva osservato qualche giacimento nella parte nordovest dell’isola, e di trasformare quel minerale sia in ferro, che in acciaio. Generalmente, il suolo non contiene i metalli allo stato puro. Per la maggior parte, essi si trovano combinati con l’ossigeno o con lo zolfo. I due campioni portati da Cyrus Smith erano appunto, uno di ferro magnetico non carbonato, l’altro di pirite, chiamata anche solfuro di ferro. Bisognava dunque ridurre il primo, cioè l’ossido di ferro, per mezzo del carbone, vale a dire liberarlo dell’ossigeno, per ottenerlo allo stato puro. Questa depurazione si fa sottoponendo il minerale a contatto del carbone a un’alta temperatura, sia con il rapido e facile «metodo catalano», che ha il vantaggio di trasformare direttamente il minerale in ferro con una sola operazione, sia con il metodo degli alti forni, che trasforma dapprima il minerale in ghisa, e poi la ghisa in ferro, togliendo il tre o quattro per cento di carbone che permane nella ghisa. Ora, di che cosa aveva bisogno Cyrus Smith? Di ferro e non di ghisa: ed egli doveva cercare il più rapido metodo di riduzione. D’altronde, il minerale raccolto era di per se stesso molto puro e molto ricco. Ora quel minerale ossidato che si trova in masse confuse di un grigio scuro, dà una polvere nera, si cristallizza in ottaedri regolari, fornisce le calamite naturali e in Europa serve a fabbricare quei ferri di prima qualità, di cui la Svezia e la Norvegia sono così abbondantemente provviste. Non lontano dal giacimento del minerale accennato, si trovavano i giacimenti di carbon fossile, che i coloni avevano già messi a profitto. Ne conseguiva una grande facilità per la lavorazione del minerale, poiché gli elementi della fabbricazione si trovavano vicini. Questo è anzi un fattore della prodigiosa ricchezza degli sfruttamenti minerari del Regno Unito, dove il carbon fossile serve a fabbricare il metallo estratto contemporaneamente dallo stesso suolo. «Allora, signor Cyrus,» disse Pencroff «ci prepariamo a lavorare il minerale di ferro?» «Sì, amico mio» rispose l’ingegnere «e a tale scopo, che credo non vi dispiacerà, cominceremo con il dare la caccia alle foche sull’isolotto.» «La caccia alle foche!» esclamò il marinaio, volgendosi verso Gedeon Spilett. «Occorre, dunque, la foca per fabbricare il ferro?» «Se lo dice Cyrus!» rispose il cronista. Ma l’ingegnere aveva già abbandonato i Camini, e Pencroff si preparò alla caccia delle foche, senza aver ottenuto altre spiegazioni. Poco dopo Cyrus Smith, Harbert, Gedeon Spilett, Nab e il marinaio erano riuniti sul greto, in un punto ove il canale lasciava una specie di passaggio guadabile a bassa marea. La marea era al minimo del riflusso e i cacciatori poterono attraversare il canale senza bagnarsi oltre il ginocchio. Cyrus Smith metteva per la prima volta il piede sull’isolotto: per i suoi compagni invece era la seconda volta, poiché il pallone li aveva a tutta prima gettati là. Quando misero piede a terra, alcune centinaia di pinguini li guardarono con occhio imbambolato. I coloni, armati di bastoni, avrebbero potuto ucciderli facilmente, ma non pensarono affatto di abbandonarsi a un massacro doppiamente inutile, tanto più che interessava loro non spaventare gli anfibi, che se ne stavano sdraiati sulla sabbia, a breve distanza. Rispettarono pure alcuni innocentissimi apterigidi, le cui ali, ridotte allo stato di moncherini, si appiattivano in forma di pinne, ornate di piume d’apparenza squamosa. I coloni s’avanzarono, dunque, prudentemente verso la punta nord, camminando sul suolo crivellato di piccole pozze pantanose, che formavano altrettanti nidi d’uccelli acquatici. Verso l’estremità dell’isolotto si scorgevano grossi punti neri natanti a fior d’acqua. Si sarebbero detti calotte di scogli mobili. Erano gli anfibi che dovevano venir catturati. Bisognava lasciarli prender terra, giacché, con il bacino stretto, il pelo corto e fitto, la conformazione fusiforme che hanno, le foche, eccellenti nuotatrici, sono difficili da prendersi in mare, mentre sul suolo i piedi corti e palmati non permettono loro che un movimento di reptazione poco rapido. Pencroff conosceva le abitudini di questi anfibi, e consigliò di attendere che fossero distesi sulla sabbia, ai raggi del sole, che non avrebbe tardato a farli cadere in un profondo sonno. Si sarebbe manovrato allora, in modo da tagliar loro la ritirata e da colpirli sul muso. I cacciatori si nascosero, dunque, dietro le rocce del lido, e aspettarono in silenzio. Trascorse un’ora prima che le foche venissero a ruzzare sulla sabbia. Erano una mezza dozzina. Pencroff e Harbert si separarono dagli altri, allo scopo di aggirare la punta dell’isolotto, in modo da prenderle a tergo e da impedir loro la ritirata. Nel frattempo, Cyrus Smith, Gedeon Spilett e Nab, strisciando lungo le rocce, si portavano furtivamente verso il futuro teatro del combattimento. Improvvisamente, il marinaio si mostrò in tutta l’altezza della propria statura. Gettò un grido. L’ingegnere e gli altri due compagni si gettarono precipitosamente fra il mare e le foche. Due di esse, vigorosamente colpite, rimasero morte sulla sabbia, ma le altre poterono riguadagnare il mare e prendere il largo. «Ecco le foche richieste, signor Cyrus!» disse il marinaio, avanzandosi verso l’ingegnere. «Bene!» rispose Cyrus Smith. «Ne faremo dei mantici da fucina!» «Mantici da fucina?» esclamò Pencroff. «Ebbene, ecco delle foche fortunate!» Infatti, l’ingegnere si proponeva di fabbricare, con la pelle di quegli anfibi, una macchina soffiante, necessaria per il trattamento del minerale. Gli animali erano di corporatura media, giacché la loro lunghezza non oltrepassava i sei piedi, e, per la forma della testa, rassomigliavano a cani. Siccome era inutile caricarsi del non indifferente peso delle due bestie, Nab e Pencroff risolsero di scuoiarle sul posto, mentre Cyrus Smith e il giornalista avrebbero finito di esplorare l’isolotto. Il marinaio e il negro se la cavarono abilmente con il loro lavoro, e tre ore dopo Cyrus Smith aveva a sua disposizione due pelli di foca, che contava di utilizzare così come si trovavano senza sottoporle ad alcuna concia. I coloni dovettero aspettare che il mare decrescesse, dopo di che, attraversando il canale, ritornarono ai Camini. Non fu lavoro da poco stendere quelle pelli su telai di legno, destinati a mantenerle ben tese, e cucirle per mezzo di fibre, in modo da potervi immagazzinare l’aria senza lasciare troppe fughe. Bisognò ricominciare da capo parecchie volte. Cyrus Smith non aveva a sua disposizione che le due lame d’acciaio fabbricate con il collare di Top: ciò nonostante, egli fu si accorto e i suoi compagni lo aiutarono con tanta diligenza, che tre giorni dopo gli attrezzi della piccola colonia s’erano accresciuti di un mantice, destinato a soffiare l’aria nel minerale grezzo, quand’esso sarebbe stato trattato con il calore, condizione questa indispensabile per la riuscita dell’operazione. La mattina del 20 aprile, ebbe inizio «il periodo metallurgico», così come lo chiamò il giornalista nei suoi appunti. Com’è noto, l’ingegnere era deciso a operare sul luogo stesso dove si trovavano i giacimenti di carbon fossile e di minerale grezzo. Ora, stando alle sue osservazioni, quei giacimenti erano situati ai piedi dei contrafforti nordest del monte Franklin, cioè a una distanza di sei miglia. Non si poteva, dunque, pensare di ritornare ogni giorno ai Camini, e fu convenuto che la piccola colonia si sarebbe accampata sotto una capanna di rami, in modo che l’importante operazione potesse essere sorvegliata giorno e notte. Stabilito questo progetto, i coloni partirono sin dal mattino. Nab e Pencroff trascinavano su di un graticcio il mantice, e una certa quantità di provviste vegetali e animali, che sarebbero poi anche state rinnovate per via. La strada seguita fu quella dei boschi dello Jacamar, che vennero attraversati obliquamente da sudest a nordovest nella parte più folta. Fu necessario tracciare un sentiero, che avrebbe poi costituito la via di comunicazione più diretta fra l’altipiano di Bellavista e il monte Franklin. Gli alberi, appartenenti alle specie già nominate, erano magnifici. Harbert ne segnalò, fra gli altri, dei nuovi: erano dracene, che Pencroff trattò da «porri presuntuosi», giacché, malgrado la loro altezza, erano della medesima famiglia delle liliacee, come la cipolla, le cipolline, lo scalogno e gli asparagi. Queste piante potevano fornire delle radici legnose, le quali, cotte, sono eccellenti e che, sottoposte a una certa fermentazione, danno un gradevolissimo liquore. Ne fu fatta provvista. La traversata del bosco durò a lungo. Richiese tutta la giornata, ma permise d’osservare la fauna e la flora. Top, più particolarmente incaricato della fauna, correva attraverso le erbe e le sterpaglie, mettendo in fuga indistintamente ogni sorta di selvaggina. Harbert e Gedeon Spilett uccisero a frecciate due canguri, e inoltre un animale che somigliava molto a un riccio e a un formichiere: al primo, perché si arrotolava come una palla ed era irto di aculei; al secondo, perché aveva unghie particolarmente adatte a scavare, muso lungo e sottile terminante a becco d’uccello e una lingua estensibile, munita di piccole spine che gli servivano a trattenere gli insetti. «E quando sarà in pentola,» fece naturalmente osservare Pencroff, «a che cosa assomiglierà?» «A un eccellente pezzo di manzo» rispose Harbert. «Non gli chiediamo di più» replicò il marinaio. Durante quell’escursione scorsero alcuni cinghiali selvatici, che non cercarono affatto di attaccare la piccola comitiva e non pareva, quindi, che si dovessero incontrare belve pericolose, quando, in una folta macchia, Spilett credette di vedere, a pochi passi da lui, fra i primi rami di un albero, un animale ch’egli prese per un orso, e si mise tranquillamente a disegnarlo. Fortunatamente per Gedeon Spilett, la bestia non apparteneva alla temibile famiglia dei plantigradi. Non era che un kula, più noto sotto il nome di «poltrone», che aveva la corporatura di un grosso cane, il pelo irto e di colore sporco, le zampe armate di robusti artigli, che gli permettevano di arrampicarsi sugli alberi e di nutrirsi di foglie. Verificata l’identità dell’animale, che non fu disturbato nelle sue occupazioni, Gedeon Spilett cancellò la parola «orso» scritta sotto lo schizzo, mise «kula» al posto di quella, e ripresero il cammino. Alle cinque di sera, Cyrus Smith dava il segnale di alt. Erano giunti fuori della foresta, laddove nascevano i possenti contrafforti che puntellavano verso est il monte Franklin. Ad alcune centinaia di passi scorreva il Creek Rosso, e quindi l’acqua potabile non era lontana. Venne subito organizzato l’accampamento. In meno di un’ora, al margine della foresta, fra gli alberi, una capanna di rami misti a liane e impastati con argilla offrì un rifugio sufficiente. Le ricerche geologiche furono rimandate all’indomani. La cena fu preparata, un buon fuoco fiammeggiò davanti alla capanna, lo spiedo girò, e alle otto, mentre uno dei coloni vegliava per mantenere acceso il fuoco in caso che qualche bestia pericolosa si fosse aggirata nei dintorni, tutti gli altri dormivano di un sonno profondo. L’indomani, 21 aprile, Cyrus Smith, accompagnato da Harbert, si pose alla ricerca dei terreni di antica formazione, sui quali già aveva trovato un campione di minerale grezzo. Egli ritrovò il giacimento a fior di terra, quasi alla sorgente del corso d’acqua, ai piedi della base laterale di uno dei contrafforti di nordest. Quel minerale, ricchissimo di ferro, chiuso nella sua ganga fusibile, si adattava perfettamente al metodo di riduzione che l’ingegnere voleva adottare, vale a dire il metodo catalano, ma semplificato, così come si usa in Corsica. Infatti, il metodo catalano propriamente detto esige la costruzione di forni e di crogiuoli, nei quali il minerale grezzo e il carbone, disposti a strati alternati, si trasformano e si riducono. Ma Cyrus Smith voleva risparmiare quelle costruzioni, e voleva, come se si trattasse della cosa più semplice, formare con il minerale grezzo e il carbone una massa cubica, al centro della quale avrebbe diretto il soffio del mantice. Questo era, indubbiamente, il procedimento usato da Tubalcain e dai primi metallurghi del mondo abitato. Ora, quello ch’era riuscito ai nipoti d’Adamo e che dava ancora buoni risultati nelle contrade ricche di minerale greggio e di combustibile, non poteva non riuscire nelle circostanze in cui si trovavano i coloni dell’isola di Lincoln. Così, come il minerale grezzo, anche il carbon fossile fu raccolto, senza fatica e non lontano, alla superficie del suolo. Prima si ruppe il minerale in piccoli pezzi e lo si sbarazzò, con le mani, dalle impurità che ne imbrattavano la superficie. Poi, carbone e minerale furono ammassati a strati alterni, così come fa il carbonaio con la legna che vuol carbonizzare. In questa maniera, sotto l’influenza dell’aria proiettata dal mantice, il carbone doveva trasformarsi in acido carbonico, poi in ossido di carbonio, destinato questo a ridurre l’ossido di ferro, cioè a liberarlo dall’ossigeno. Così procedette l’ingegnere. Il mantice di pelle di foca, munito all’estremità di un tubo di terra refrattaria, fabbricato prima nel forno da terraglie, fu posto vicino al mucchio di minerale greggio. Mosso da un meccanismo, i cui congegni consistevano in un telaio, corde di fibra e contrappeso, esso lanciò nella massa una quantità d’aria che ne elevò la temperatura e contribuì alla trasformazione chimica che doveva dare il ferro puro. L’operazione fu difficile. Fu necessaria tutta la pazienza e l’ingegnosità dei coloni per condurla a buon fine; ma finalmente essa riuscì, e il risultato definitivo fu un blocco di ferro, poroso, somigliante a una spugna, che bisognò forgiare, fucinare, insomma, per toglierne la ganga liquefatta. Evidentemente, il primo martello mancava a quei fabbri improvvisati; ma, in fin dei conti, essi si trovavano nelle medesime condizioni in cui s’era trovato il primo lavoratore di metalli e fecero come egli dovette fare. Il primo massello con un lungo manico costituito da un bastone, servì da martello per forgiare il secondo su un’incudine di granito, e si pervenne così a ottenere un metallo grossolano, ma utilizzabile. Finalmente, dopo tanti sforzi e tante fatiche, il 25 aprile, parecchie barre di ferro erano forgiate e si trasformarono in utensili, pinze, tenaglie, piccozze, zappe, ecc., che a Pencroff e a Nab parvero veri capolavori. Ma non era allo stato di ferro puro che quel metallo poteva rendere i maggiori servigi, bensì allo stato di acciaio. Ora, l’acciaio è una combinazione di ferro e di carbonio che si ottiene, sia dalla ghisa, togliendo a questa l’eccesso di carbonio, sia dal ferro, aggiungendo allo stesso il carbonio che gli manca. Il primo, ottenuto dalla decarburazione della ghisa, dà l’acciaio naturale o pudellato; il secondo, prodotto con la carburazione del ferro, dà l’acciaio di cementazione. Cyrus Smith doveva cercar di fabbricare preferibilmente quest’ultimo, giacché possedeva il ferro allo stato puro. E vi riuscì, riscaldando il metallo con del carbone in polvere, in un crogiuolo fatto di terra refrattaria. Questo acciaio, che è malleabile a caldo e a freddo, egli lo lavorò poi con il martello. Nab e Pencroff, abilmente diretti, ne fecero ferri da scure, che, scaldati sino a divenir rossi e tuffati bruscamente nell’acqua fredda, acquistarono un’eccellente tempera. Vari altri strumenti, rozzamente foggiati, è inutile dirlo, furono così fabbricati: lame da pialla, scuri, asce, strisce d’acciaio destinate a essere trasformate in seghe, cesoie, scalpelli, e, poi, ancora ferri da zappa e da piccone, martelli, chiodi, ecc. Finalmente, il 5 maggio, essendo finito il primo periodo metallurgico, i fabbri rientrarono ai Camini e nuovi lavori li avrebbero tra poco autorizzati a prendere una qualifica nuova. CAPITOLO XVI Si ERA al 6 di maggio, giorno che corrisponde al 6 novembre dei paesi dell’emisfero boreale. Il cielo da alcuni giorni era annebbiato: urgeva, quindi, prendere opportune disposizioni per svernare nel modo migliore. Tuttavia la temperatura non si era ancora abbassata sensibilmente; un termometro centigrado, portato sull’isola di Lincoln, avrebbe segnato ancora una media fra i dieci e i dodici gradi sopra zero. Questa media non può sorprendere, poiché l’isola di Lincoln, situata molto verosimilmente fra il trentacinquesimo e il quarantesimo parallelo, doveva trovarsi sottoposta, nell’emisfero sud, alle stesse condizioni climatiche della Sicilia o della Grecia nell’emisfero nord. Ma, come la Grecia o la Sicilia subiscono freddi violenti, che producono neve e ghiaccio, così pure l’isola di Lincoln avrebbe certo sofferto, nel cuore dell’inverno, abbassamenti di temperatura, contro cui conveniva premunirsi. A ogni modo, se il freddo non minacciava ancora, era tuttavia prossima la stagione delle piogge, e su quell’isola abbandonata, esposta a tutte le intemperie dell’alto mare, in pieno Oceano Pacifico, le perturbazioni atmosferiche dovevano essere frequenti, e probabilmente terribili. La questione di una dimora più comoda dei Camini doveva essere, dunque, seriamente meditata e prontamente risolta. Pencroff, naturalmente, aveva una certa predilezione per quel rifugio da lui scoperto; ma anch’egli capì che si rendeva necessario cercarne un altro. I Camini già erano stati visitati dal mare, in circostanze certo non dimenticabili, e non ci si poteva esporre ancora a simili incidenti. «D’altronde,» aggiunse Cyrus Smith, che in quel giorno parlava di queste cose ai compagni «dobbiamo prendere alcune precauzioni.» «Perché? L’isola non è abitata» disse il giornalista. «Questo è probabile,» rispose l’ingegnere «per quanto essa non sia stata ancora da noi esplorata completamente; ma se non vi si trova alcun essere umano, temo che gli animali pericolosi vi abbondino. Conviene, dunque, mettersi al riparo da una possibile aggressione e specialmente non obbligare ogni notte uno di noi a vegliare per mantenere acceso il fuoco. Eppoi, cari amici, bisogna prevedere tutto. Noi siamo qui in una parte del Pacifico, spesso frequentata dai pirati malesi…» «Come!» disse Harbert «a tanta distanza da ogni terra?» «Sì, ragazzo mio» rispose l’ingegnere. «Questi pirati sono tanto arditi marinai, quanto temibili malfattori, e di conseguenza dobbiamo prendere adeguate misure.» «Ebbene,» rispose Pencroff «ci fortificheremo contro i selvaggi a due e a quattro zampe. Ma, signor Cyrus, non sarebbe il caso di esplorare l’isola in ogni sua parte, prima di intraprendere qualche cosa?» «Sarà meglio!» aggiunse Gedeon Spilett. «Chi sa che non si debba trovare sulla costa opposta una di quelle caverne che abbiamo inutilmente cercate su questa?» «È vero!» rispose l’ingegnere «ma voi dimenticate, amici, che ci conviene stabilirci nelle vicinanze di un corso d’acqua e che dalla cima del monte Franklin non abbiamo scorto a ovest né un ruscello né un fiume. Qui, invece, siamo tra il Mercy e il lago Grant, e questo è un vantaggio notevole, che non bisogna trascurare. Per di più, questa costa, orientata a est, non è esposta, come l’altra, ai venti alisei che soffiano da nordovest in questo emisfero.» «Allora, signor Cyrus,» rispose il marinaio «costruiamo una casa in riva al lago. Adesso non ci mancano né i mattoni, né gli attrezzi. Dopo essere stati fornaciai, vasai, fonditori, fabbri, sapremo anche essere muratori, che diamine!» «Sì, amico mio, ma prima di prendere una decisione, bisogna cercare. Una dimora di cui la natura avesse fatto tutte le spese ci risparmierebbe molto lavoro, e ci offrirebbe senza dubbio un rifugio anche più sicuro, giacché essa sarebbe molto ben difesa, sia contro i nemici interni quanto contro i nemici di fuori.» «Infatti, Cyrus» rispose il giornalista; «ma abbiamo già esaminato tutta la massa granitica della costa, e non abbiamo trovato né un buco, né una fenditura!» «No, nemmeno una!» aggiunse Pencroff. «Ah! Se avessimo potuto scavare un rifugio in quel muro, a una certa altezza in modo che fosse al sicuro! Come sarebbe stato opportuno! Ecco, mi par di vedere da qui, sulla facciata che guarda il mare, cinque o sei camere…» «Con le finestre per illuminarle!» disse Harbert ridendo. «E una scala per salirvi» aggiunse Nab. «Voi ridete,» esclamò il marinaio «ma perché? Che cosa c’è d’impossibile in quello ch’io propongo? Non abbiamo forse piccone e zappe? E il signor Cyrus non saprà fabbricarci anche la polvere per far saltare la mina? Non è vero, signor Cyrus, che farete anche la polvere il giorno in cui ci occorrerà?» Cyrus Smith aveva ascoltato l’entusiasta Pencroff spiegare i suoi progetti un po’ fantasiosi. Attaccare quella massa di granito, sia pure a colpi di mina, era un lavoro erculeo, ed era veramente sgradevole che la natura non avesse provveduto alla parte più dura del lavoro. Ma l’ingegnere non rispose al marinaio che proponendo di esaminare più attentamente la muraglia, dalla foce del fiume sino all’angolo con cui terminava a nord. I coloni, dunque, uscirono, e l’esplorazione fu fatta su un’estensione di circa due miglia, con estrema cura. Ma la parete, tutta unita e diritta, non lasciò scorgere una cavità qualsiasi. I nidi dei piccioni di roccia che svolazzavano sulla cima, non erano, in realtà, che buchi fatti nella cresta e sull’orlo inegualmente frastagliato del granito. Era una circostanza incresciosa, tanto più che non si poteva assolutamente pensare ad attaccare quella massa granitica né col piccone, né con la polvere per praticarvi un incavo sufficiente. Il caso aveva permesso che Pencroff scoprisse il solo ricovero provvisoriamente abitabile su tutta quella parte del litorale, vale a dire quei Camini, che pur bisognava abbandonare. A esplorazione compiuta, i coloni si trovavano all’angolo nord della muraglia, ove essa finiva con lunghi pendii, lentamente digradanti fin sulla spiaggia. Da questo punto fino al suo estremo limite verso ovest, la muraglia stessa si riduceva a una specie di argine — una fitta agglomerazione di pietre, terra e sabbia, tenute insieme da piante, arboscelli ed erbe — una scarpata di quarantacinque gradi soltanto. Qua e là, il granito affiorava ancora con punte acute da quella specie di scogliera, sui pendii della quale erano sparsi gruppi d’alberi, mentre un’erba abbastanza folta la tappezzava. Ma lo sforzo vegetale non andava oltre, e una lunga pianura di sabbia, che cominciava ai piedi del terrapieno, si stendeva fino al litorale. Cyrus Smith pensò, non senza ragione, che da quella parte doveva trovarsi il punto ove le acque sovrabbondanti del lago sboccavano sotto forma di cascata. Infatti, bisognava necessariamente che l’eccesso d’acque del Creek Rosso si rovesciasse in qualche punto. Ora, questo punto l’ingegnere non l’aveva ancora trovato lungo le rive già esplorate, vale a dire dalla foce del ruscello, a ovest, sino all’altipiano di Bellavista. L’ingegnere propose, dunque, ai compagni di salire lungo il pendio che stavano allora osservando, e di ritornare ai Camini attraverso le alture, esplorando così le rive settentrionali e orientali del lago. La proposta fu accettata, e in pochi minuti Harbert e Nab erano già arrivati sul pianoro. Cyrus Smith, Gedeon Spilett e Pencroff li seguirono con passo più posato. A duecento piedi, si vedeva attraverso il fogliame la bella distesa d’acqua splendere sotto i raggi solari. Il paesaggio in quel punto era stupendo. Gli alberi, dai toni giallicci, si raggruppavano meravigliosamente per il piacere degli occhi. Alcuni enormi vecchi tronchi abbattuti dal tempo spiccavano, per la scorza nerastra, sul tappeto verdeggiante, che ricopriva il suolo. Là schiamazzava una folla di pappagalli chiassosi, veri prismi mobili, saltellanti da un ramo all’altro. Si sarebbe detto che la luce non arrivasse che decomposta attraverso quella singolare ramificazione. I coloni, invece di raggiungere direttamente la riva nord del lago, si tennero sull’orlo del pianoro, in modo da arrivare alla foce del corso d’acqua restando sulla riva sinistra. Era un giro vizioso di un miglio e mezzo al più, ma la passeggiata era facile, poiché gli alberi, molto distanziati, lasciavano un comodo passaggio. Ci si accorgeva che là finiva la zona fertile; infatti, la vegetazione vi si mostrava meno rigogliosa che in tutta la parte compresa tra il corso del Creek Rosso e quello del Mercy. Cyrus Smith e i suoi compagni camminavano con una certa circospezione su quel suolo nuovo per essi. Archi, frecce, bastoni con un ferro appuntito per manico, erano le loro sole armi. Ma nessuna belva pericolosa si mostrò; probabilmente, esse frequentavano piuttosto le folte foreste del sud; ma i coloni ebbero a un tratto la sgradita sorpresa di vedere Top fermarsi davanti a un serpente, che misurava da quattordici a quindici piedi di lunghezza. Nab lo ammazzò con un colpo di bastone. Cyrus Smith esaminò il rettile e dichiarò che non era velenoso, poiché apparteneva alla specie dei serpenti diamanti di cui si nutrono gli indigeni della Nuova Galles del Sud. Ma era possibilissimo che ne esistessero altri dalla morsicatura mortale, come, per esempio, le vipere sorde, a coda forcuta, che si drizzano sotto il piede dell’uomo, o i serpenti alati, muniti di due orecchiette che permettono loro di slanciarsi con estrema rapidità. Intanto Top, passato il primo momento di sorpresa, dava la caccia ai rettili con un accanimento che faceva temere per lui, tanto che il suo padrone lo richiamava continuamente. La foce del Creek Rosso, nel punto ove esso si gettava nel lago, fu presto raggiunta. Gli esploratori riconobbero sulla riva opposta il luogo che già avevano visitato discendendo dal monte Franklin. Cyrus Smith constatò che il contributo d’acqua che il creek recava al lago era abbastanza notevole; era, dunque, indispensabile che in un punto qualunque la natura offrisse uno scarico all’eccesso d’acque del lago. Si trattava appunto di scoprire questo scarico, giacché, senza dubbio, esso formava una cascata, di cui sarebbe stato possibile utilizzare la forza meccanica. I coloni, camminando ciascuno a proprio piacimento, ma senza troppo scostarsi gli uni dagli altri, presero dunque a percorrere la riva del lago, che era molto scoscesa. Le acque parevano estremamente pescose, e Pencroff si propose di fabbricare alcuni ordigni da pesca al fine di sfruttarle. Bisognò dapprima doppiare la punta aguzza di nordest. Si sarebbe potuto supporre che lo scarico delle acque avvenisse in quel punto, poiché l’estremità del lago veniva quasi a pareggiare l’orlo del pianoro. Ma non era così e i coloni continuarono a esplorare la riva che, dopo una leggera curva, ridiscendeva parallelamente al litorale. Da questo lato, la sponda del lago era meno boscosa, ma alcuni gruppi d’alberi, sparsi qua e là, rendevano anche più pittoresco il paesaggio. Il lago Grant si offriva allo sguardo in tutta la sua estensione e non un soffio increspava la superficie delle sue acque. Top, battendo la macchia, fece alzare a volo stormi d’uccelli vari, che Gedeon Spilett e Harbert salutarono con le loro frecce. Uno di quei volatili fu accortamente raggiunto dal ragazzo, e cadde ih mezzo alle erbe palustri. Top si precipitò verso di esso, e riportò un bell’uccello nuotatore, color ardesia, dal becco corto, dall’osso frontale sviluppatissimo, dalle dita allargate da un contorno festonato e con le ali ornate da un profilo bianco. Era una folaga, della grossezza di una bella pernice, appartenente al gruppo dei macrodattili, che costituisce la transizione fra l’ordine dei trampolieri e quello dei palmipedi. Magra selvaggina, dunque, e di un sapore che doveva lasciar molto a desiderare. Ma Top si sarebbe mostrato indubbiamente meno difficile dei suoi padroni: fu, quindi, convenuto che la folaga avrebbe servito alla sua cena. I coloni percorrevano allora la riva orientale del lago e non dovevano essere molto lontani dalla parte già esplorata. L’ingegnere era meravigliatissimo di non vedere alcun indizio di scolo delle acque eccedenti e non dissimulava il proprio stupore al giornalista e al marinaio, che discorrevano con lui. In quel momento, Top, che era stato calmissimo sino allora, diede segni di agitazione. L’intelligente animale andava e veniva sulla riva, si fermava poi improvvisamente e guardava le acque alzando una zampa, come se fosse stato in attesa di qualche invisibile preda; poi, abbaiava con furore, braccando, per così dire, indi taceva improvvisamente. Né Cyrus Smith, né i suoi compagni avevano dapprima fatto attenzione allo strano contegno di Top; ma i latrati del cane divennero ben presto così frequenti, che l’ingegnere se ne preoccupò. «Che cosa c’è, Top?» domandò. Il cane fece parecchi salti verso il suo padrone, manifestando una vera e viva inquietudine, e si slanciò di nuovo verso la riva. Poi, tutto a un tratto, si precipitò nel lago. «Qui, Top!» gridò Cyrus Smith, che non voleva lasciare il suo cane avventurarsi in quelle acque sospette. «Che cosa succede, dunque, là sotto?» domandò Pencroff esaminando la superficie del lago. «Top avrà sentito qualche anfibio» rispose Harbert. «Un alligatore, indubbiamente» disse il giornalista. «Non credo» rispose Cyrus Smith. «Gli alligatori si trovano solo in regioni di latitudine meno elevata.» Intanto, Top era tornato indietro, in seguito alla chiamata del suo padrone, e aveva riguadagnato la sponda; ma non poteva starsene tranquillo; saltava in mezzo alle alte erbe, e guidato dal suo istinto, pareva seguire qualche essere invisibile, che si fosse furtivamente cacciato sotto le acque del lago, rasentandone gli orli. Nondimeno, le acque erano calme e la loro superficie non era turbata dal più lieve increspamento. Parecchie volte i coloni si fermarono sulla riva, osservando attentamente. Nulla. Ci doveva essere qualche mistero. L’ingegnere era molto impensierito. «Proseguiamo questa esplorazione fino alla mèta» disse. Mezz’ora dopo, tutti erano arrivati all’angolo sudest del lago e si ritrovarono ancora sull’altipiano di Bellavista. A questo punto l’esame delle rive del lago doveva considerarsi terminato, e pur tuttavia l’ingegnere non aveva potuto scoprire dove e come si operava lo scarico delle acque. «Eppure, lo scarico deve esistere,» egli ripeteva «e poiché non è all’esterno, bisogna ch’esso sia scavato nell’interno della massa granitica della costa!» «Ma che importanza annettete a tale scoperta, caro Cyrus?» domandò Gedeon Spilett. «Un’importanza abbastanza grande,» rispose l’ingegnere «poiché, se la dispersione delle acque si compie attraverso la massa granitica, è probabile che vi si possa trovare qualche cavità, che sarebbe facile rendere abitabile, dopo averne allontanato le acque.» «Ma non può darsi, signor Cyrus, che le acque scorrano lungo il fondo stesso del lago,» disse Harbert «e che vadano al mare per un condotto sotterraneo?» «Può essere, infatti,» rispose l’ingegnere «e, se così è, saremo obbligati a costruire noi stessi la nostra casa, poiché la natura non ha fatto le prime spese di costruzione.» I coloni si accingevano, dunque, ad attraversare l’altipiano per ritornare ai Camini, giacché erano le cinque di sera, quando Top diede nuovi segni di agitazione. Esso abbaiava rabbiosamente, e, prima ancora che il suo padrone potesse trattenerlo, si precipitò una seconda volta nel lago. Tutti corsero verso la riva. Il cane ne era già lontano più di venti piedi e Cyrus Smith lo richiamava vivamente, quando una testa enorme emerse dalla superficie delle acque, che non parevano profonde in quel punto. Harbert riconobbe subito la specie di anfibio cui apparteneva quella testa conica dai grossi occhi, decorata da baffi di lunghi peli setolosi. «Un lamantino!» gridò. Non era un lamantino, ma un esemplare di questa specie, appartenente all’ordine dei cetacei, portante il nome di dugongo, perché le sue narici sono aperte nella parte superiore del muso: L’enorme animale s’era precipitato sul cane, che cercò invano di evitarlo ritornando verso la sponda. L’ingegnere non poteva far nulla per salvarlo e prima ancora che fosse venuto in mente a Gedeon Spilett o ad Harbert di armare gli archi, Top, afferrato dal dugongo, scomparve sott’acqua. Nab, con il suo spiedo di ferro in mano, voleva gettarsi in soccorso di Top, deciso a combattere il formidabile animale persino nel suo elemento. «No, Nab» disse l’ingegnere, trattenendo il suo coraggioso servitore. Frattanto, una lotta si svolgeva sott’acqua, lotta inesplicabile, giacché Top non poteva evidentemente resistere in quelle condizioni, lotta che doveva essere terribile, come si poteva indovinare dalla straordinaria agitazione della superficie del lago; lotta, insomma, che non poteva finire se non con la morte del cane! Ma improvvisamente, in mezzo a un cerchio di spuma, si vide ricomparire Top. Lanciato in aria da qualche forza ignota a una altezza di dieci piedi sulla superficie del lago, esso ricadde in mezzo alle acque profondamente sconvolte e riguadagnò in breve la riva senza ferite gravi, miracolosamente salvo. Cyrus Smith e i suoi compagni guardavano senza capire. Circostanza non meno inspiegabile, si sarebbe detto che la lotta continuasse ancora sott’acqua. Indubbiamente il dugongo, attaccato da qualche animale più possente dopo aver lasciato il cane, si batteva ora per suo conto. Ma lo spettacolo non durò a lungo. Le acque si arrossarono di sangue e il corpo del dugongo, emergente da una gran chiazza scarlatta, che si propagava largamente, venne poco dopo ad arenarsi su di un piccolo greto, all’angolo sud del lago. I coloni accorsero. Il dugongo era morto. Era un enorme animale, lungo dai quindici ai sedici piedi, che doveva pesare dalle tre alle quattromila libbre. Nel suo collo s’apriva una ferita, che sembrava essere stata fatta con una lama tagliente. Qual era l’anfibio che aveva potuto eliminare con un colpo così terribile il formidabile dugongo? Nessuno avrebbe potuto dirlo. Abbastanza preoccupati da questo incidente, Cyrus Smith e i compagni fecero ritorno ai Camini. CAPITOLO XVII L’INDOMANI, 7 maggio, Cyrus Smith e Gedeon Spilett, lasciando Nab a preparare la colazione, salirono sull’altipiano di Bellavista, mentre Harbert e Pencroff risalivano lungo il fiume, per rinnovare la provvista di legna. L’ingegnere e il cronista giunsero in breve al piccolo greto, posto alla punta sud del lago, sul quale l’anfibio morto era rimasto incagliato. Già stormi d’uccelli s’erano avventati su quella massa carnosa, e bisognò scacciarli a sassate, poiché Cyrus Smith desiderava conservare il grasso dell’animale è utilizzarlo per le necessità della colonia. Quanto alla carne del bestione, essa poteva anche fornire un eccellente nutrimento, dato che in certe regioni della Malesia essa è particolarmente riservata alla tavola dei principi indigeni. Ma ciò sarebbe stato compito di Nab. In quel momento, Cyrus Smith aveva altri pensieri per il capo. L’incidente del giorno precedente non si era affatto cancellato dalla sua mente, e non cessava di preoccuparlo. Egli avrebbe voluto penetrare il mistero di quel combattimento sottomarino e sapere che genere di mastodonte o altro mostro marino avesse prodotto una ferita così strana al dugongo. L’ingegnere se ne stava dunque là, sull’orlo del lago, guardando, osservando: ma nulla si scorgeva sotto le acque tranquille, che scintillavano ai primi raggi del sole. Intorno al piccolo greto su cui giaceva il corpo dell’anfibio, l’acqua era poco profonda; ma da quel punto il fondo del lago si abbassava a poco a poco, e probabilmente verso il centro la profondità doveva essere notevole. Il lago poteva essere considerato come un’ampia vasca, riempita dalle acque del Creek Rosso. «Dunque, Cyrus,» disse il giornalista «mi pare che queste acque non presentino niente di sospetto.» «No, caro Spilett,» rispose l’ingegnere «e non so davvero come spiegare l’incidente di ieri!» «Riconosco,» rispose Gedeon Spilett «che la ferita fatta a questo anfibio è per lo meno strana; inoltre, non saprei meglio spiegare come ha potuto succedere che Top sia stato così vigorosamente rigettato fuori dall’acqua. Si potrebbe credere che sia stato lanciato così da un possente braccio, e che il medesimo braccio, armato d’un pugnale, abbia poi dato la morte al dugongo!» «Sì» rispose l’ingegnere, che era divenuto pensieroso. «C’è, in tutto questo, qualche cosa che non riesco a capire. Ma comprendete forse meglio, caro Spilett, in che modo io stesso sia stato salvato, come abbia potuto essere stato strappato ai flutti e trasportato fra le dune? No, vero? Così presagisco anche in ciò qualche mistero che un giorno indubbiamente sveleremo. Osserviamo, dunque, ma non insistiamo con i nostri compagni su questi singolari incidenti. Teniamo per noi le nostre osservazioni e continuiamo il nostro lavoro.» Com’è noto, l’ingegnere non aveva ancora potuto scoprire per dove se ne andasse l’eccesso d’acque del lago, ma non avendo veduto mai nessun indizio che il lago traboccasse, bisognava necessariamente che esistesse uno scarico da qualche parte. Ora, appunto, Cyrus Smith fu assai sorpreso di notare una corrente piuttosto pronunciata che si faceva sentire in quel posto. Gettò alcuni pezzetti di legno e vide che si dirigevano verso l’angolo sud. Segui questa corrente, camminando sulla sponda, e arrivò alla punta meridionale del lago. Ivi si produceva una specie di depressione delle acque, come se si fossero bruscamente perdute in qualche fessura del suolo. Cyrus Smith ascoltò, mettendo l’orecchio a livello del lago, e sentì molto distintamente il rumore di una cascata sotterranea. «È qui!» disse rialzandosi «è qui che avviene lo scarico delle acque; è qui indubbiamente, che per mezzo di un condotto scavato nel granito, esse vanno a raggiungere il mare, attraverso qualche cavità, che noi potremmo utilizzare a nostro profitto. Sicuro! Saprò approfittarne!» L’ingegnere tagliò un lungo ramo, lo spogliò delle foglie, e immergendolo all’angolo delle due rive, constatò che esisteva un largo buco aperto a un piede soltanto sotto la superficie delle acque. Quel buco era l’apertura di sbocco, invano cercata fino allora, e la forza della corrente in quel punto era così intensa che il ramo fu strappato dalle mani dell’ingegnere e disparve. «Adesso non c’è più nessun dubbio» ripeté Cyrus Smith. «Là è l’apertura dello scarico, e io la metterò allo scoperto.» «Come?» domandò Gedeon Spilett. «Abbassando di tre piedi il livello delle acque del lago.» «Ma come farete ad abbassare il loro livello?» «Aprendo loro un’altra uscita più ampia di questa.» «In quale punto, Cyrus?» «Sulla parte della riva che più si avvicina alla costa.» «Ma è una riva di granito!» fece osservare il giornalista. «Ebbene,» rispose Cyrus Smith «questo granito lo farò saltare, e le acque, sfuggendo dal nuovo sbocco, si abbasseranno in modo da scoprire la famosa apertura…» «E formeranno una cascata cadendo sulla spiaggia» aggiunse il giornalista. «Una cascata che noi utilizzeremo!» rispose Cyrus. «Venite, venite! E l’ingegnere trasse seco il compagno, la cui fiducia in Cyrus Smith era tale, da non permettergli alcun dubbio sulla riuscita dell’impresa. Eppure, come intaccare la riva di granito; come, senza polvere e con degli strumenti imperfetti, disgregare quelle rocce? Non era un lavoro superiore alle sue forze quello in cui l’ingegnere si accaniva a cimentarsi?» Quando Cyrus Smith e il giornalista rientrarono ai Camini, vi trovarono Harbert e Pencroff occupati a scaricare il loro traino di legna. «I taglialegna avranno presto finito, signor Cyrus,» disse ridendo il marinaio «e quando avrete bisogno di muratori…» «Di muratori, no, ma di chimici» rispose l’ingegnere. «Sì,» aggiunse il cronista «stiamo per far saltare l’isola…» «Far saltare l’isola!» esclamò Pencroff. «Almeno in parte!» replicò Spilett. «Ascoltatemi, amici» disse l’ingegnere. E fece loro conoscere il risultato delle sue osservazioni. Secondo lui, una cavità più o meno considerevole doveva esistere nella massa di granito che reggeva l’altipiano di Bellavista, ed egli voleva penetrare sino a essa. Per far questo, bisognava, prima di tutto, mettere allo scoperto l’apertura attraverso la quale si precipitavano le acque e, a questo scopo, bisognava abbassarne il livello, procurando loro uno sbocco più ampio. Di qui la necessità di produrre una sostanza esplosiva, con la quale praticare un canale di scolo in un altro punto della riva. Cyrus Smith stava appunto per tentare questo usando i minerali che la natura metteva a sua disposizione. È inutile dire con quale entusiasmo tutti, e più particolarmente Pencroff, accolsero la proposta. Adoperare i grandi mezzi, sventrare quel granito, creare una cascata, tutto questo piaceva immensamente al marinaio! Ed egli sarebbe stato adesso un chimico tanto zelante, — dato che l’ingegnere aveva ora bisogno di chimici — quanto in altro momento avrebbe potuto essere muratore o calzolaio. Egli sarebbe stato tutto quello che si sarebbe voluto che fosse, «anche professore di danza e di belle maniere», disse a Nab, se mai questo potesse essere necessario. Nab e Pencroff furono subito incaricati di estrarre il grasso del dugongo, e di conservarne la carne, destinata all’alimentazione. Essi partirono subito, senza altre spiegazioni: la fiducia che avevano nell’ingegnere era assoluta. Pochi istanti dopo, Cyrus Smith, Harbert e Gedeon Spilett, trainando il solito graticcio e risalendo il corso del fiume, si diressero verso il giacimento di carbon fossile, dove abbondavano quelle piriti schistose che si trovano, infatti, nei più recenti terreni di transizione, e delle quali Cyrus Smith aveva già raccolto un campione. Tutta la giornata fu impiegata a trasportare una certa quantità di quelle piriti ai Camini. Verso sera, ve ne erano parecchie tonnellate. L’indomani, 8 maggio, l’ingegnere iniziò le sue manipolazioni. Le piriti schistose erano composte principalmente di carbone, di silice, d’alluminio e di solfuro di ferro, quest’ultimo in grande quantità; si trattava dunque di separare dalle altre sostanze il solfuro di ferro e di trasformarlo in solfato, più rapidamente che fosse possibile. Ottenuto il solfato, se ne sarebbe estratto l’acido solforico. Infatti era quello lo scopo da raggiungere. L’acido solforico è uno degli agenti chimici più adoperati, e l’importanza industriale di una nazione si può misurare dal consumo che essa ne fa. Questo acido sarebbe stato anche in seguito estremamente utile ai coloni per la fabbricazione delle candele steariche, la concia delle pelli, ecc.; ma in quel momento l’ingegnere lo riserbava ad altro uso. Cyrus Smith scelse, dietro ai Camini, un luogo in cui il suolo fu reso con ogni cura tutto ugualmente piano. Su questa spianata egli innalzò un cumulo di rami e di legna tagliata a pezzetti, sul quale furono collocati dei frammenti di schisti piritici, appoggiati gli uni contro gli altri; il tutto fu poi ricoperto da un sottile strato di piriti, ridotte prima alla grossezza di una noce. Fatto questo, fu appiccato il fuoco alla legna, e il calore si comunicò agli schisti, che si infiammarono poiché contenevano del carbone e dello zolfo. Allora, furono aggiunti nuovi strati di piriti frantumate, ordinandoli in modo da formare un enorme mucchio, rivestito esteriormente di terra e di erbe, dopo avervi opportunamente praticato alcune aperture per il passaggio dell’aria, come se si fosse trattato di bruciare un ammasso di legna per farne carbone. Poi, si lasciò che la trasformazione si compisse; non occorrevano meno di dieci o dodici giorni, perché il solfuro di ferro si trasformasse in solfato di ferro e l’alluminio in solfato d’alluminio, due sostanze queste ugualmente solubili, mentre le altre, silice, carbone bruciato e cenere, non lo erano. Mentre si compiva questo lavoro chimico, Cyrus Smith fece procedere ad altre operazioni. Essi mettevano in tutto, più che zelo, un vero accanimento. Nab e Pencroff avevano estratto il grasso del dugongo, che era stato raccolto in grandi orci di terra. Ora, si trattava di separare da questo grasso uno dei suoi elementi, la glicerina, saponificando il grasso medesimo. Per ottenere questo risultato, bastava trattarlo con la soda o la calce. Infatti, l’una o l’altra di queste sostanze, dopo aver intaccato il grasso, avrebbe dato del sapone, isolando la glicerina; ed era appunto questa che l’ingegnere voleva ottenere. La calce non gli mancava, come si sa; solo che il trattamento con la calce non poteva dare che dei saponi calcarei, insolubili e di conseguenza inutili, mentre il trattamento con la soda avrebbe fornito, invece, un sapone solubile, che avrebbe trovato la sua applicazione nei vari bisogni della pulizia domestica. Quindi Cyrus Smith, da uomo pratico, doveva preferibilmente cercar di ottenere della soda. Era difficile? No, poiché le piante marine abbondavano sulla spiaggia; salicornie, ficoidi, e tutte quelle fucacee cui appartengono le alghe e i goemoni. Fu quindi raccolta una grande quantità di queste piante, che vennero prima fatte essiccare, poi bruciare in fosse all’aria aperta. La combustione di queste piante fu mantenuta per parecchi giorni, in modo che il calore si elevasse fino a fonderne anche le ceneri, e il risultato dell’incenerimento fu una compatta massa grigiastra, che da un pezzo è conosciuta sotto il nome di «soda naturale». Ottenuto questo risultato, l’ingegnere trattò il grasso con la soda: si ebbe così un sapone solubile e la sostanza neutra chiamata glicerina. Ma non era ancora tutto. Occorreva ancora a Cyrus Smith, in vista della sua attività futura, un’altra sostanza: il nitrato di potassio, che è più conosciuto sotto il nome di sale di nitro o salnitro. Cyrus Smith avrebbe potuto fabbricare questa sostanza, trattando il carbonato di potassio, che si estrae facilmente dalle ceneri dei vegetali, con acido nitrico. Ma l’acido nitrico gli mancava, ed era proprio quello che egli voleva ottenere. Si trovava così dinanzi a un circolo vizioso, da cui non sarebbe mai uscito. Fortunatamente, però, questa volta la natura gli fornì il salnitro, senza che egli avesse altro disturbo che quello di raccoglierlo. Harbert ne scoperse un giacimento al nord dell’isola, ai piedi del monte Franklin, e non vi fu altro da fare che purificarlo. Questi diversi lavori durarono circa otto giorni. Essi erano, dunque, finiti prima che si fosse compiuta la trasformazione del solfuro in solfato di ferro. Durante i giorni che seguirono, i coloni ebbero il tempo di fabbricare dei vasi refrattari in argilla malleabile e di costruire un fornello di mattoni, di forma speciale, destinato alla distillazione del solfato di ferro, quando questo fosse stato prodotto. Tutte queste utilissime cose furono ultimate verso il 18 maggio, cioè press’a poco allorché la trasformazione chimica volgeva al suo termine. Gedeon Spilett, Harbert, Nab e Pencroff, abilmente guidati dall’ingegnere, erano divenuti i più abili operai del mondo. La necessità è, d’altronde, il maestro che più si ascolta e che meglio insegna. Quando il mucchio di piriti fu interamente trasformato dal fuoco, il prodotto dell’operazione, consistente in solfato di ferro, solfato d’alluminio, silice, residuo di carbone e cenere, fu deposto in una vasca piena d’acqua. Si agitò questa miscela, la si lasciò posare, poi la si decantò e se ne ottenne un liquido chiaro, contenente soltanto del solfato di ferro e del solfato d’alluminio in soluzione, essendo le altre materie rimaste solide, perché insolubili. Infine, essendo questo liquido in parte evaporato, dei cristalli di solfato di ferro si depositarono sul fondo, e le acque madri, vale a dire il liquido non evaporato, che conteneva del solfato d’alluminio, furono abbandonate. Cyrus aveva, dunque, a sua disposizione un’assai grande quantità di cristalli di solfato di ferro, dai quali si trattava ora di estrarre l’acido solforico. Nella pratica industriale, la fabbricazione dell’acido solforico esige degli impianti costosi. Occorrono infatti grandi capannoni, attrezzature speciali, apparecchi di platino, camere di piombo inattaccabili all’acido nelle quali avviene la trasformazione, ecc. L’ingegnere non aveva certo tutti questi mezzi a sua disposizione, ma sapeva che, in Boemia soprattutto, si fabbrica l’acido solforico anche con mezzi più semplici, i quali offrono inoltre il vantaggio di produrlo a un grado superiore di concentrazione. Così si fa l’acido conosciuto sotto il nome di acido di Nordhausen. Per ottenere l’acido solforico, a Cyrus Smith non restava da fare che una sola operazione: calcinare in un vaso chiuso i cristalli di solfato di ferro, di modo che l’acido solforico si distillasse in vapori, i quali vapori avrebbero poi prodotto l’acido per condensazione. A questa operazione appunto servirono le terraglie refrattarie, nelle quali furono messi i cristalli, e il forno, il cui calore doveva distillare l’acido solforico. L’operazione fu condotta perfettamente a termine e il 20 maggio, dodici giorni dopo averla iniziata, l’ingegnere era in possesso dell’agente chimico che egli contava di utilizzare in seguito nei più svariati modi. Ora, perché voleva egli possedere tale agente? Semplicemente per produrre l’acido nitrico, il che fu facile, poiché il salnitro, attaccato dall’acido solforico, gli diede precisamente l’acido nitrico per distillazione. Ma, in fin dei conti, a quale uso avrebbe egli destinato l’acido nitrico? I suoi compagni lo ignoravano ancora, giacché egli non aveva ancora detto la sua ultima parola. Intanto l’ingegnere raggiungeva il suo scopo con un’ultima operazione, dalla quale ottenne la sostanza che aveva richiesto tante manipolazioni. Dopo aver preso dell’acido nitrico, egli lo mise in presenza della glicerina, ch’era stata precedentemente concentrata per evaporazione a bagnomaria, e ne ottenne, pur senza impiegare miscela refrigerante, parecchie pinte di un liquido oleoso e giallastro. Quest’ultima operazione Cyrus Smith l’aveva fatta da solo, in disparte, lontano dai Camini, in quanto essa presentava pericoli di esplosione, e quando portò ai suoi amici un recipiente di quel liquido, si limitò a dir loro: «Ecco la nitroglicerina!» Infatti, quello era proprio il terribile prodotto, la cui potenza esplosiva è forse decupla di quella della polvere ordinaria e che ha già causato tante disgrazie! Tuttavia, da che è stato trovato il modo di trasformarlo in dinamite vale a dire di mescolarlo con una sostanza solida, argilla o zucchero, abbastanza porosa per trattenerlo, il pericoloso liquido ha potuto essere utilizzato con maggior sicurezza. Ma all’epoca in cui i coloni agivano nell’isola di Lincoln la dinamite non era ancora conosciuta. «Questo è il liquore che deve far saltare i nostri macigni?» disse Pencroff, con aria abbastanza incredula. «Sì, amico mio,» rispose l’ingegnere «e questa nitroglicerina produrrà tanto maggiore effetto, quanto più il granito duro e opporrà una resistenza più grande allo scoppio.» «E quando vedremo ciò, signor Cyrus?» «Domani, dopo che avremo praticato un foro da mina» rispose l’ingegnere. L’indomani, 21 maggio, all’alba, i minatori si recarono a una insenatura che formava la riva est del lago Grant, a soli cinquecento passi dalla costa. In quel punto l’altipiano cadeva a strapiombo sulle acque, le quali erano trattenute solamente dalla cornice di granito. Era, dunque, evidente che se si abbatteva questa cornice, le acque sarebbero sfuggite per l’apertura e avrebbero formato un ruscello che, dopo essere scorso sulla superficie inclinata dell’altipiano, sarebbe andato a gettarsi sulla spiaggia. Di conseguenza, ci sarebbe stato un abbassamento generale del livello del lago e sarebbe venuta alla luce l’apertura di scarico, il che costituiva lo scopo finale. Si trattava, dunque, di abbattere la cornice di granito. Sotto la direzione dell’ingegnere, Pencroff, armato d’un piccone, ch’egli maneggiava accortamente e vigorosamente, attaccò il granito nel suo rivestimento esterno. Il buco che bisognava praticare nasceva da uno scalino sulla riva e doveva addentrarsi nel masso obliquamente, in modo da incontrare un livello sensibilmente inferiore a quello delle acque del lago. In quella guisa, la forza esplosiva, aprendo la roccia, avrebbe permesso alle acque di riversarsi largamente al di fuori, e, quindi, di abbassarsi sufficientemente. Il lavoro fu lungo, giacché l’ingegnere, volendo produrre un effetto formidabile, si proponeva di consacrare non meno di dieci litri di nitroglicerina all’operazione. Ma Pencroff e Nab, dandosi il cambio, lavorarono tanto bene che verso le quattro della sera il foro per la mina era compiuto. Rimaneva il problema dell’accensione della sostanza esplosiva. Ordinariamente la nitroglicerina s’infiamma per mezzo dell’esca di fulminato, che, scoppiando, determina l’esplosione. Occorre, infatti, un urto per provocare l’esplosione, giacché, semplicemente accesa, la nitroglicerina brucerebbe senza esplodere. Cyrus Smith avrebbe certamente potuto fabbricare un’esca. In mancanza di fulminato, egli avrebbe potuto facilmente ottenere una sostanza analoga al cotone fulminante; poiché aveva dell’acido nitrico a sua disposizione. Questa sostanza, chiusa in una cartuccia e introdotta nella nitroglicerina, sarebbe esplosa a mezzo di una miccia e avrebbe così determinato lo scoppio. Ma Cyrus Smith sapeva che la nitroglicerina ha la proprietà di esplodere in seguito a un urto. Egli risolse dunque, di utilizzare questa proprietà, salvo ricorrere ad altro procedimento, se quello non fosse riuscito. Infatti, il colpo di un martello su alcune gocce di nitroglicerina sparse sulla superficie d’una pietra dura, basta a provocare l’esplosione. Ma l’operatore non poteva essere là a dare il colpo di martello, senza rimanere vittima dell’operazione. Cyrus Smith pensò dunque di sospendere a un sostegno, sopra il buco della mina, e per mezzo di una fibra vegetale, una massa di ferro pesante parecchie libbre. Un’altra lunga fibra, solforata in precedenza, veniva legata a metà della prima per una delle sue estremità, mentre l’altra estremità terminava al suolo a parecchi piedi di distanza dal buco della mina. Accesa questa seconda fibra, essa avrebbe bruciato sino a raggiungere la prima, la quale, pigliando fuoco a sua volta, si sarebbe rotta, lasciando precipitare la massa di ferro sulla nitroglicerina. Tutto fu, dunque, disposto in questo modo, dopo di che l’ingegnere, fatti allontanare i suoi compagni, riempì il foro da mina in guisa che la nitroglicerina arrivasse al livello dell’apertura, e ne gettò alcune gocce anche sulla superficie della roccia, sotto la massa di ferro già sospesa. Fatto ciò, Cyrus Smith prese l’estremità della fibra solforata, l’accese, e abbandonando il luogo, ritornò ai Camini presso i compagni. La fibra doveva bruciare per venticinque minuti, e infatti, venticinque minuti dopo rimbombò un’esplosione, di cui sarebbe impossibile dare anche una pallida idea. Tutta l’isola parve tremare dalle fondamenta. Una grande quantità di pietre si proiettò nell’aria, come se fosse stata eruttata da un vulcano. La scossa prodotta dallo spostamento d’aria fu così violenta, che le rocce dei Camini oscillarono e i coloni, benché fossero a più di due miglia dalla mina, furono buttati per terra. Essi si rialzarono, risalirono sull’altipiano e corsero verso il luogo ove la riva del lago doveva essere stata sventrata dall’esplosione… Un triplice evviva proruppe dai loro petti! La cornice di granito era aperta per un largo tratto! Un rapido corso d’acqua ne usciva, correva spumeggiando attraverso l’altipiano, ne raggiungeva l’orlo e si gettava da un’altezza di trecento piedi sulla spiaggia! CAPITOLO XVIII IL PROGETTO di Cyrus Smith era riuscito; ma egli, secondo la sua abitudine, senza manifestare alcuna soddisfazione, con le labbra strette, lo sguardo fisso, restava immobile. Harbert era entusiasta, Nab saltava dalla gioia, Pencroff dondolava la grossa testa mormorando: «Via, è proprio bravo il nostro ingegnere!» Infatti, la nitroglicerina aveva agito potentemente. Lo sfogo aperto al lago era di tale importanza che il volume delle acque che si riversavano dal nuovo sbocco era almeno il triplo di quello che doveva prima scaricarsi per l’antico. Poco dopo l’operazione, ne doveva seguire un abbassamento del livello del lago di almeno due piedi. I coloni ritornarono ai Camini per prendervi picconi, bastoni ferrati, corde di fibra, un acciarino e dell’esca; indi ritornarono all’altipiano. Top li accompagnava. Strada facendo, il marinaio non poté fare a meno di dire all’ingegnere: «Ma sapete, signor Cyrus, che con il delizioso liquore che avete fabbricato si potrebbe far saltare l’intera nostra isola?» «Senza dubbio: l’isola, i continenti e la terra medesima» rispose Cyrus Smith. «È solo questione di quantità.» «Non potreste, dunque, usare la nitroglicerina per caricare le armi da fuoco?» domandò il marinaio. «No, Pencroff, è una sostanza troppo pericolosa. Ma sarebbe invece agevole fabbricare del cotone fulminante, oppure della comune polvere da sparo, dato che abbiamo l’acido nitrico, il salnitro, lo zolfo e il carbone. Disgraziatamente, non abbiamo le armi.» «Oh! Signor Cyrus,» rispose il marinaio «con un po’ di buona volontà…» Decisamente, Pencroff aveva cancellato la parola «impossibile» dal dizionario dell’isola di Lincoln. Giunti all’altipiano di Bellavista, i coloni si diressero immediatamente verso il punto del lago vicino al quale si trovava l’apertura dell’antico sbocco, che ormai doveva essere allo scoperto. Lo sbocco sarebbe divenuto praticabile, poiché le acque non vi si precipitavano più, e sarebbe stato senza dubbio facile studiarne la disposizione interna. In pochi istanti, i coloni raggiunsero l’angolo inferiore del lago, e bastò loro un colpo d’occhio per constatare che il risultato era stato ottenuto. Infatti, nella parete granitica del lago, e ora sopra il livello delle acque, appariva l’apertura tanto cercata. Uno stretto rilievo lasciato a nudo dalle acque permetteva di arrivarvi. L’apertura misurava circa venti piedi di larghezza, ma non ne aveva che due di altezza. Era come la bocca di una fogna al margine di un marciapiede. Non avrebbe, dunque, offerto un facile passaggio ai coloni; ma Nab e Pencroff impugnarono i loro picconi e, in meno di un’ora, ne ampliarono sufficientemente l’altezza. Allora l’ingegnere s’avvicinò e constatò che le pareti dello sbocco, nella parte superiore, presentavano una pendenza di non più di trenta o trentacinque gradi. Esse erano, dunque, praticabili, e, purché la loro inclinazione non aumentasse, sarebbe stato facile discenderle anche fino al livello del mare. Se, dunque, come era probabilissimo, una qualche cavità esisteva nell’interno della massa granitica, si sarebbe forse potuto trovar modo di utilizzarla. «Ebbene, signor Cyrus, che cosa ci trattiene qui?» domandò il marinaio, impaziente di avventurarsi nel cunicolo. «Vedete, Top ci ha preceduti!» «Bene» rispose l’ingegnere. «Ma prima bisogna vederci chiaro. Nab, vai a tagliare alcuni rami resinosi.» Nab e Harbert corsero verso le rive del lago, ombreggiate da pini e da altri alberi verdi, e tornarono tosto con dei rami che prepararono a mo’ di torce. Queste torce furono accese al fuoco dell’acciarino, e con Cyrus Smith alla testa, i coloni s’introdussero nell’oscuro budello, che le acque avevano sino a poco prima riempito. Contrariamente a quanto si sarebbe potuto supporre, il diametro del budello si allargava sempre più, di guisa che gli esploratori poterono quasi subito discendere restando diritti. Le pareti di granito, logorate dall’acqua da tempo immemorabile, erano sdrucciolevoli e bisognava stare attenti per non cadere. Perciò i coloni si erano legati gli uni agli altri con una corda, come fanno gli alpinisti. Fortunatamente, alcune sporgenze del granito, che formavano dei veri gradini, rendevano la discesa meno pericolosa. Qua e là goccioline d’acqua, ancora sospese alle rocce, divenivano iridescenti al fuoco delle torce e si sarebbe potuto credere che le pareti fossero rivestite d’innumerevoli stalattiti. L’ingegnere osservò quel granito nero, ma non ci vide né una stratificazione, né una incrinatura. La massa era compatta e di grana estremamente unita. L’esistenza di quel canale datava, dunque, dall’origine stessa dell’isola. Non erano state le acque a scavarlo a poco a poco. Plutone, e non Nettuno, l’aveva fatto con la sua mano, tanto che si potevano distinguere sulla muraglia le tracce di un lavoro eruttivo, che lo sciacquio delle acque non aveva potuto cancellare interamente. I coloni discendevano molto lentamente. Essi non potevano non provare una certa emozione nell’avventurarsi così in quelle profondità, che esseri umani visitavano evidentemente per la prima volta. Non parlavano, ma riflettevano, e a più d’uno dovette venire il pensiero che qualche polipo o altro gigantesco cefalopodo poteva occupare le cavità interne, in comunicazione con il mare. Bisognava, dunque, avanzare con una certa prudenza. Del resto, Top stava alla testa della piccola schiera e si poteva fare affidamento sulla sagacia del cane, che, occorrendo, non avrebbe certo mancato di dare l’allarme. Dopo essere disceso per un centinaio di piedi, per una via piuttosto sinuosa, Cyrus Smith, che camminava innanzi, si fermò, e i compagni lo raggiunsero. Il punto ove sostarono era incavato in modo da formare una caverna di mediocri dimensioni. Gocce d’acqua cadevano dalla volta, ma non provenivano da uno stillicidio attraverso la massa granitica. Erano semplicemente le ultime tracce lasciate dal torrente, che per tanto tempo era passato in quella cavità; l’aria, leggermente umida, non emetteva alcuna esalazione mefitica. «Ebbene, mio caro Cyrus?» disse allora Gedeon Spilett. «Ecco un rifugio completamente ignorato e nascosto in queste profondità: ma è inabitabile.» «Perché inabitabile?» domandò il marinaio. «Perché è troppo piccolo e troppo oscuro.» «E non possiamo ingrandirlo, scavarlo, praticarvi delle aperture per la luce e l’aria?» rispose Pencroff, che non dubitava più di nulla. «Continuiamo,» rispose Cyrus Smith «continuiamo la nostra esplorazione. Forse, più oltre, la natura può averci risparmiato un simile lavoro.» «Non siamo che a un terzo dell’altezza» fece osservare Harbert. «A un terzo circa,» rispose Cyrus Smith «poiché abbiamo percorso in discesa un centinaio di piedi dall’apertura, e non è impossibile che cento piedi più in basso…» «Dov’è, dunque, Top?…» domandò Nab interrompendo il padrone. Si cercò nella caverna. Il cane non c’era. «Probabilmente avrà continuato la sua strada» disse Pencroff. «Raggiungiamolo!» rispose Cyrus Smith. La discesa ricominciò. L’ingegnere osservava accuratamente le deviazioni che subiva la galleria, e malgrado tanta tortuosità, si rendeva abbastanza facilmente conto della sua direzione generale, che andava verso il mare. I coloni erano scesi ancora di una cinquantina di piedi, quasi perpendicolarmente, quando la loro attenzione fu attratta da suoni lontani, che venivano dalle profondità della massa granitica. Si fermarono e ascoltarono. Quei suoni condotti dal cunicolo come la voce da un tubo acustico, arrivavano nettamente all’orecchio. «Sono i latrati di Top!» esclamò Harbert. «Sì,» rispose Pencroff «e il nostro bravo cane abbaia anche con furore!» «Abbiamo i nostri bastoni ferrati» disse Cyrus Smith. «Stiamo in guardia, e avanti!» «La faccenda diviene sempre più interessante» mormorò Gedeon Spilett all’orecchio del marinaio, che fece un segno affermativo. Cyrus Smith e i suoi compagni si precipitarono per recare aiuto al cane. I latrati di Top diventavano sempre più percettibili. Si sentiva nella sua voce rotta una rabbia strana. Era dunque alle prese con qualche animale, di cui aveva turbato la pace della tana nascosta? Si può dire che, senza pensare al pericolo a cui si esponevano, i coloni si sentivano adesso presi da un’irresistibile curiosità. Essi non discendevano più il corridoio, si lasciavano per così dire scivolare, e in pochi minuti erano discesi di altri sessanta piedi e avevano raggiunto Top. Là, il corridoio metteva capo a una vasta e magnifica caverna. Là, Top, andando e venendo, abbaiava furiosamente. Pencroff e Nab, scuotendo le torce, gettarono grandi fasci di luce su tutte le asperità del granito, mentre nello stesso tempo Cyrus Smith, Gedeon Spilett e Harbert, col bastone impugnato, si tenevano pronti a ogni evento. L’enorme caverna era vuota. I coloni la percorsero in tutti i sensi. Non c’era nulla, non un animale, non un essere vivente! E nondimeno Top continuava ad abbaiare: né carezze, né minacce riuscirono a farlo tacere. «Dev’esserci in qualche parte un’uscita, per la quale le acque del lago se ne andavano al mare» disse l’ingegnere. «Infatti,» rispose Pencroff «e stiamo attenti a non cadere in qualche baratro.» «Vai, Top, vai!» gridò Cyrus Smith. Il cane, eccitato dalle parole del suo padrone, corse verso l’estremità della caverna, e là i suoi latrati raddoppiarono. I coloni lo seguirono, e al lume delle torce, apparve l’orifizio di un vero pozzo, aprentesi nel granito. Appunto per di là uscivano le acque che prima d’allora s’internavano nella massa granitica; però, questa volta, non si trattava più di un corridoio obliquo e praticabile, ma di un pozzo perpendicolare, nel quale sarebbe stato impossibile avventurarsi. Le torce furono protese sopra l’apertura. Non si vide nulla. Cyrus Smith staccò un ramo acceso e lo gettò in quell’abisso. La resina ardente, il cui potere illuminante era accresciuto dalla rapidità della caduta, rischiarò l’interno del pozzo, ma nulla apparve ancora. Poi, la fiamma si spense con un leggero sfrigolio, indicando che aveva raggiunto la superficie dell’acqua, cioè il livello del mare. L’ingegnere, calcolando il tempo impiegato nella caduta, poté valutare la profondità del pozzo, che risultò di novanta piedi circa. Il suolo della caverna era, dunque, a novanta piedi sul livello del mare. «Ecco la nostra abitazione» disse Cyrus Smith. «Ma essa era occupata da un qualche essere» rispose Gedeon Spilett, che non sentiva soddisfatta la sua curiosità. «Ebbene, l’essere qualsiasi, anfibio o altro, è fuggito per questa apertura,» rispose l’ingegnere «e ci ha ceduto il posto.» «Non importa,» aggiunse il marinaio «avrei proprio voluto essere Top un quarto d’ora fa, poiché, insomma, esso non può aver abbaiato senza motivo.» Cyrus Smith guardava il suo cane, e quello fra i suoi compagni che gli si fosse avvicinato, l’avrebbe sentito mormorare queste parole: «Sì, credo anch’io che Top la sappia più lunga di noi su molte cose! I desideri dei coloni si avveravano in gran parte, mercé quella scoperta. Il caso, aiutato dalla meravigliosa avvedutezza del loro capo, li aveva felicemente assecondati. Ora avevano a loro disposizione una vasta caverna, di cui non potevano ancora, al chiarore insufficiente delle torce, misurare l’ampiezza, ma che sarebbe stato certamente facile dividere in camere con dei tramezzi di mattoni, adattandola, se non come una casa, almeno come uno spazioso appartamento. Le acque l’avevano abbandonata e non vi potevano più ritornare. Il campo era libero.» Rimanevano due difficoltà: prima di tutto, la possibilità di illuminare quello spazio vuoto scavato in un blocco compatto; secondariamente, la necessità di renderne l’accesso più agevole. Non bisognava neppur pensare a far venire la luce dall’alto, giacché un enorme spessore di granito costituiva il soffitto della caverna; ma si sarebbe forse potuto forare la parete anteriore, in faccia al mare. Cyrus Smith, che durante la discesa aveva valutato con una certa approssimazione la pendenza, e di conseguenza la lunghezza del sotterraneo, era indotto a credere che la parte anteriore della muraglia non fosse molto spessa. Se si fosse ottenuta in tal modo l’illuminazione, anche l’accesso alla caverna sarebbe stato un fatto compiuto, giacché fare una porta sarebbe stato altrettanto facile che fare delle finestre, nonché costruire una scala esterna. Cyrus Smith comunicò le sue idee ai compagni. «Allora, signor Cyrus, all’opera!» rispose Pencroff. «Ho il mio piccone e saprò farmi luce attraverso questo muro. Dove bisogna colpire?» «Qui» rispose l’ingegnere, indicando al vigoroso marinaio un incavo assai notevole della parete, che doveva diminuirne lo spessore. Pencroff attaccò il granito, e per una mezz’ora, al chiarore delle torce, ne fece volare le schegge intorno a sé. La roccia mandava scintille sotto il suo piccone. Nab gli diede il cambio, e dopo Nab, anche Gedeon Spilett. Questo lavoro durava già da due ore, per cui si poteva dunque temere che in quel punto lo spessore della muraglia eccedesse la lunghezza del piccone, quando, a un ultimo colpo vibrato da Gedeon Spilett, lo strumento, passando attraverso il muro, cadde al di fuori. «Evviva! sempre evviva!» gridò Pencroff. La muraglia di duro granito non misurava in quel punto che tre piedi di spessore. Cyrus Smith mise l’occhio all’apertura, alta ottanta piedi dal suolo. Dinanzi a lui si stendeva la battigia, l’isolotto, e più oltre il mare immenso. Per quel foro, abbastanza largo giacché la roccia si era largamente frantumata, la luce entrò a fiotti e produsse un effetto magico inondando quella splendida caverna! Se nella sua parte sinistra essa non misurava più che trenta piedi d’altezza e di larghezza su una lunghezza di cento piedi, nella parte destra, invece, essa era enorme, e la sua volta s’arrotondava a più di ottanta piedi d’altezza. In alcuni punti, dei pilastri di granito, irregolarmente disposti, sostenevano gli spigoli della volta, come quelli di una navata di cattedrale. Appoggiata su delle specie di piedritti laterali, qui abbassantesi su tonde campate, là elevantesi su modanature ogivali, perdentesi in oscure gallerie, di cui si intravedevano nell’ombra gli archi capricciosi, ornata a profusione di sporgenze, che formavano come tanti pennacchi, quella volta offriva un pittoresco miscuglio di tutto quanto le architetture bizantina, romanica e gotica hanno prodotto sotto la mano dell’uomo. E qui, invece, era tutta opera della natura! Essa sola aveva scavato questo fantastico Alhambra in un masso di granito! I coloni erano attoniti per l’ammirazione. Dove essi non credevano di trovare che una angusta cavità, trovavano invece una specie di palazzo meraviglioso, e Nab s’era scoperto, come se fosse stato in un tempio! Grida d’ammirazione erano partite da tutte le bocche. Gli evviva si elevavano e andavano a perdersi di eco in eco sino in fondo alle oscure navate. «Ah! Amici,» esclamò Cyrus Smith «quando avremo abbondantemente rischiarato l’interno di questa massa granitica, quando avremo allestito le nostre camere, i depositi, le dispense nella parte sinistra, ci rimarrà ancora questa splendida caverna, della quale faremo la nostra sala di studio e il nostro museo!» «E come lo chiameremo?» domandò Harbert. «GraniteHouse (Nota: Palazzo di granito. La parola house si applica ugualmente ai palazzi e alle case. Così Buckinghamhouse o Mansionhouse, a Londra. Fine nota) rispose Cyrus Smith; e i suoi compagni salutarono quel nome con nuovi evviva. Le torce erano ormai quasi interamente consumate, e siccome per ritornare bisognava riguadagnare la sommità dell’altipiano; risalendo il lungo cunicolo fu deciso di rimettere all’indomani i lavori relativi alla sistemazione della nuova dimora. Prima di prendere la via del ritorno, Cyrus Smith si chinò ancora una volta al di sopra del pozzo scuro, che si sprofondava perpendicolarmente fino al livello del mare. Ascoltò attentamente. Non si udì nessun rumore, nemmeno quello delle acque, che pure il moto ondoso oceanico doveva talvolta agitare in quelle profondità. Fu gettato ancora un rametto di resina acceso. Le pareti del pozzo si rischiararono per un istante; ma anche questa volta, come prima, nulla di sospetto si rivelò. Se qualche mostro marino era stato inopinatamente sorpreso dal ritirarsi delle acque, esso aveva ormai ripreso il largo per mezzo del condotto sotterraneo che si prolungava fin sotto la spiaggia e che l’eccesso dell’acqua del lago già percorreva, prima che un nuovo passaggio le fosse stato offerto. Però, l’ingegnere, immobile, l’orecchio attento, lo sguardo immerso nella voragine, non pronunciava una parola. Il marinaio allora gli si avvicinò, e toccandogli il braccio: «Signor Smith?» disse. «Che cosa volete, amico?» rispose l’ingegnere, come se fosse tornato dal paese dei sogni. «Le torce stanno per spegnersi.» «In cammino!» rispose Cyrus Smith. La piccola comitiva abbandonò la caverna e cominciò la sua ascensione attraverso l’oscuro corridoio. Top chiudeva la marcia, e faceva udire ancora degli strani brontolii. L’ascensione fu assai penosa. I coloni sostarono alcuni istanti nella grotta superiore, che formava come una specie di pianerottolo, a metà di quella lunga scala di granito. Poi ricominciarono a salire. Poco dopo si fece sentire un’aria più fresca. Le goccioline, asciugate dall’evaporazione, non scintillavano più sulle pareti. Il chiarore fuligginoso delle torce impallidiva. Quella portata da Nab si spense, così che per non avventurarsi in mezzo a un’oscurità profonda, fu necessario affrettarsi. In tal modo, un po’ prima delle quattro, nel momento in cui la torcia del marinaio si spegneva a sua volta, Cyrus Smith e i suoi compagni sboccavano dall’apertura all’aria aperta. CAPITOLO XIX L’INDOMANI, 22 maggio, furono iniziati i lavori di adattamento della nuova residenza. I coloni, infatti, non vedevano l’ora di cambiare il loro insufficiente ricovero dei Camini con quel vasto e sano rifugio, scavato nella viva roccia, al riparo dalle acque del mare e del cielo. I Camini, tuttavia, non dovevano essere interamente abbandonati ed era intenzione dell’ingegnere di farne un laboratorio per i lavori più pesanti. Il primo pensiero di Cyrus Smith fu di rendersi conto del punto preciso su cui dava la facciata di GraniteHouse. Si recò sulla spiaggia, ai piedi dell’enorme muraglia, e, siccome il piccone sfuggito dalle mani del giornalista doveva essere caduto perpendicolarmente, bastava ritrovare quel piccone per poter stabilire il punto, ove era stato praticato il foro nel granito. Il piccone fu facilmente ritrovato, e infatti, un buco si apriva in linea perpendicolare al di sopra del punto ove esso s’era conficcato nella sabbia, a circa ottanta piedi sopra la spiaggia. Dei piccioni di roccia entravano e uscivano già dalla stretta apertura. Pareva proprio che GraniteHouse fosse stata scoperta apposta per loro! L’intenzione dell’ingegnere era di dividere la parte destra della caverna in più stanze, precedute da un corridoio d’entrata e di darvi luce mediante cinque finestre e una porta da aprirsi nella facciata. Pencroff ammetteva le cinque finestre, ma non comprendeva l’utilità della porta, dato che l’antico sbocco offriva una scala naturale, per la quale sarebbe sempre stato facile accedere a GraniteHouse. «Amico,» gli rispose Cyrus Smith «se ci è facile arrivare alla nostra dimora per l’apertura del sotterraneo, ciò sarà ugualmente facile anche ad altri. Io ho pensato, invece, di ostruire l’apertura, di tapparla ermeticamente e anche, se occorre, di celarne assolutamente l’entrata provocando, mediante uno sbarramento, un aumento delle acque del lago.» «E come entreremo?» domandò il marinaio. «Per una scala esterna,» rispose Cyrus Smith «una scala di corda: una volta ritirata questa, l’accesso alla nostra abitazione diverrà impossibile.» «Ma perché tante precauzioni?» chiese Pencroff. «A tutt’oggi non mi è sembrato che gli animali siano molto temibili. Quanto, poi, a essere abitata dagli indigeni, la nostra isola non presenta questo pericolo!» «Ne siete ben certo, Pencroff?» domandò l’ingegnere, guardando il marinaio. «È evidente che ne saremo sicuri solo quando avremo esplorato l’isola in tutte le sue parti» rispose Pencroff. «Appunto,» disse Cyrus Smith «poiché non ne conosciamo ancora che una piccola parte. Ma, in ogni caso, se all’interno non abbiamo nemici, possono venirne da fuori, poiché questi paraggi del Pacifico sono assai malfrequentati. Prendiamo, dunque, le nostre precauzioni contro ogni eventualità.» Cyrus Smith parlava saggiamente, e Pencroff, senza più fare obiezioni, si accinse a eseguire i suoi ordini. La facciata di GraniteHouse stava dunque per essere munita di cinque finestre e di una porta, a uso dell’appartamento propriamente detto, di una finestra molto ampia, nonché di finestrelle rotonde, che avrebbero permesso alla luce di entrare a profusione nella meravigliosa navata che doveva servire da salone. La facciata, posta a un’altezza di ottanta piedi dal suolo, era volta a est, e il sole sorgendo la salutava con i suoi primi raggi. Essa si stendeva sulla parte di cortina compresa tra la sporgenza formante angolo sulla foce del Mercy, e una linea tracciata perpendicolarmente al di sopra dell’ammasso di rocce che formavano i Camini. Perciò i venti cattivi, vale a dire quelli di nordest, non la colpivano che di traverso, giacché essa era naturalmente protetta dall’orientazione stessa della sporgenza ad angolo. D’altronde, in attesa che fossero fatte le intelaiature delle finestre, l’ingegnere aveva l’intenzione di chiudere le aperture con spesse imposte, che non lasciassero passare né vento, né pioggia e che si potessero dissimulare, occorrendo. Il primo lavoro consistette, dunque, nel praticare i fori sopra accennati. L’opera del piccone sulla dura roccia sarebbe stata troppo lenta, mentre si sa che Cyrus Smith era l’uomo delle grandi risorse. Egli possedeva ancora una certa quantità di nitroglicerina e l’adoperò utilmente. L’effetto della sostanza esplosiva fu opportunamente localizzato e, sotto l’azione potente di essa, il granito si sfondò nei punti stabiliti dall’ingegnere. Poi, il piccone e la zappa perfezionarono il disegno ogivale delle cinque finestre, della finestra più larga, dei finestrini e della porta; ne dirozzarono le cornici, i cui profili furono abbastanza capricciosamente fissati, e alcuni giorni dopo l’inizio dei lavori, GraniteHouse era ampiamente rischiarata da quella viva luce di levante, che penetrava fino nelle sue più segrete profondità. Secondo il piano fissato da Cyrus Smith, l’appartamento doveva essere diviso in cinque scompartimenti, tutti con vista sul mare: a destra, un’entrata con una porta, alla quale avrebbe fatto capo la scala, poi una prima stanza a uso di cucina, larga trenta piedi, una stanza da pranzo, di quaranta piedi, un dormitorio, di uguale larghezza, e infine una «stanza per gli amici», voluta da Pencroff, attigua alla sala grande. Queste camere, o meglio questa serie di camere, costituenti l’appartamento di GraniteHouse, non dovevano però occupare tutta la profondità della caverna. Dovevano essere disimpegnate da un corridoio lasciato tra esse e un lungo magazzino nel quale gli utensili, le provviste, le riserve, avrebbero trovato comodamente posto. Tutti i prodotti raccolti nell’isola, sia quelli della flora che quelli della fauna, si sarebbero ivi trovati in eccellenti condizioni di conservazione, e completamente al riparo dall’umidità. Lo spazio non mancava, e ogni oggetto avrebbe potuto essere riposto con ordine. Inoltre, i coloni avevano ancora a loro disposizione la grotta piccola, posta al di sopra della grande caverna e che sarebbe stata come il granaio della nuova dimora. Stabilito questo piano, non rimaneva che metterlo in esecuzione. I minatori ridivennero, quindi, fornaciai, poi i mattoni furono trasportati e deposti ai piedi di GraniteHouse. Sino allora Cyrus Smith e i suoi compagni erano entrati nella caverna sempre per l’antico ingresso. Questo modo di comunicazione li obbligava prima a salire sull’altipiano di Bellavista, facendo un giro vizioso per la riva del fiume, poi a discendere di duecento piedi nel cunicolo, indi a risalire di altrettanto, quando volevano ritornare sull’altipiano. Di qui, perdita di tempo e fatiche notevoli. Cyrus Smith decise, perciò, di procedere senza indugio alla fabbricazione di una solida scala di corda, che, una volta ritirata, avrebbe reso l’ingresso di GraniteHouse assolutamente inaccessibile. Questa scala fu confezionata con la massima cura e i suoi montanti, formati da fibre di curry attorcigliate mediante un tornello, avevano la solidità d’un grosso cavo. I pioli furono fatti con una varietà di cedro rosso dai rami leggeri e resistenti, e tutto il lavoro fu eseguito da Pencroff con mano maestra. Altre corde furono fabbricate egualmente con fibre vegetali e una specie di carrucola rudimentale fu installata alla porta. In questo modo i mattoni poterono facilmente essere sollevati sino al livello di GraniteHouse. Il trasporto dei materiali venne a essere così molto semplificato e l’adattamento dell’interno propriamente detto cominciò subito. La calce non mancava e alcune migliaia di mattoni erano pronti a essere adoperati. L’armatura dei tramezzi, molto rudimentale del resto, fu facilmente eretta, e in un brevissimo tempo l’abitazione fu divisa in camere e in depositi, secondo il piano prestabilito. Tutti questi diversi lavori venivano eseguiti rapidamente, sotto la direzione dell’ingegnere, che maneggiava egli pure il martello e la cazzuola. Nessun lavoro era estraneo a Cyrus Smith, che dava così l’esempio ai compagni non meno intelligenti e zelanti. Quegli uomini lavoravano con fiducia, con gaiezza persino; Pencroff avendo sempre pronta la facezia, ora carpentiere, ora cordaio, ora muratore, comunicava il suo buon umore a tutto quel piccolo mondo. La sua fede nell’ingegnere era assoluta: nulla avrebbe potuto turbarla. Lo credeva capace di tentare tutto e di riuscire in tutto. Il problema dei vestiti e delle calzature, problema indubbiamente grave, quello dell’illuminazione durante le notti invernali, la messa in valore delle parti fertili dell’isola, la trasformazione di quella flora selvaggia in una flora coltivata, tutto gli sembrava facile con l’aiuto di Cyrus Smith, ed egli era certo che tutto si sarebbe fatto a suo tempo. Il marinaio sognava fiumi incanalati per il trasporto delle ricchezze del suolo, sfruttamenti di cave e di miniere da intraprendere, macchine atte a tutte le lavorazioni industriali, e ferrovie, sicuro, proprio delle ferrovie, la cui rete avrebbe un giorno certamente coperto l’isola di Lincoln. L’ingegnere lasciava dire Pencroff, e non smorzava per nulla le entusiastiche esagerazioni di quel gran cuore. Sapeva quanto la fiducia sia comunicativa, e sorrideva anzi ascoltandolo parlare, nulla dicendo delle inquietudini che talvolta gli ispirava l’avvenire. Infatti, in quella parte del Pacifico, lungi dall’itinerario delle navi, c’era da temere di non essere mai soccorsi. I coloni dovevano, dunque, contare su se stessi, sulle sole loro forze, giacché la distanza dall’isola di Lincoln a ogni altra terra era così grande, che arrischiarsi sul mare con una imbarcazione necessariamente imperfetta, sarebbe stata un’impresa grave e pericolosa. Ma, come diceva il marinaio, essi superavano di cento cubiti i Robinson di un tempo, per i quali tutto ciò che facevano era un miracolo. E, infatti, essi «sapevano», e l’uomo che «sa» riesce, laddove altri vegeterebbero e perirebbero inevitabilmente. Durante tutti quei lavori Harbert si distinse. Era intelligente e attivo, comprendeva presto, eseguiva bene e Cyrus Smith gli si affezionava sempre più. Il ragazzo provava per l’ingegnere una viva e rispettosa amicizia. Pencroff vedeva la stretta simpatia che si formava tra quei due esseri, ma non era per niente geloso. Nab era Nab. Era quello che sarebbe stato comunque: il coraggio, lo zelo, la devozione, l’abnegazione in persona. Aveva nel suo padrone la medesima fiducia di Pencroff, ma la manifestava meno rumorosamente, e quando il marinaio s’entusiasmava, Nab aveva sempre l’aria di rispondergli: «Ma non c’è nulla di più naturale!». Pencroff e lui si volevano molto bene e non avevano tardato a darsi del tu. Quanto a Gedeon Spilett, anch’egli prendeva parte al lavoro comune e non era il meno abile, della qual cosa il marinaio si meravigliava sempre un poco. Un «giornalista» capace non solo di comprendere tutto, ma anche di eseguire tutto! La scala fu installata definitivamente il 28 maggio. Data l’altezza di ottanta piedi che essa misurava, non contava meno di cento pioli. Fortunatamente, Cyrus Smith aveva potuto dividerla in due parti, approfittando di uno strapiombo della muraglia, che formava una sporgenza a una quarantina di piedi al di sopra del suolo. Questa sporgenza, accuratamente livellata con il piccone, divenne una specie di pianerottolo sul quale venne fissata la prima scala: la parte di essa destinata a rimanere sospesa nel vuoto venne così ridotta a metà; una corda avrebbe poi permesso di tirar su la scala stessa a livello di GraniteHouse. Quanto alla seconda scala, essa fu fissata con uguale solidità tanto nella sua estremità inferiore, che poggiava sulla sporgenza, quanto nell’estremità superiore, che venne collegata addirittura alla porta: in tal modo l’ascensione divenne molto più facile. D’altronde, Cyrus Smith pensava di installare più tardi un ascensore idraulico, che avrebbe evitato ogni fatica e ogni perdita di tempo agli abitanti di GraniteHouse. I coloni s’abituarono presto a servirsi della scala. Erano svelti e agili e Pencroff, abituato, come marinaio, a correre sul sartiame, poté dar loro lezione. Però, fu necessario ch’egli desse lezione anche a Top. Il povero cane, con le sue quattro zampe, non era fatto per quell’esercizio. Ma Pencroff era un maestro così zelante, che Top finì per eseguire decentemente le sue ascensioni e seppe in breve tempo montare la scala, come facilmente fanno i suoi consimili nei circhi. Non si può dire se il marinaio si sentisse fiero del suo allievo. È certo, invece, che Pencroff più di una volta dovette portarselo sulle spalle, della qual cosa Top non si lagnava mai. Conviene far notare a questo punto che, per quanto i lavori fin qui descritti fossero stati eseguiti con la massima alacrità, giacché si avvicinava la cattiva stagione, purtuttavia durante il loro svolgimento non era stata trascurata la questione alimentare. Ogni giorno il cronista e Harbert, diventati definitivamente i provveditori della colonia, dedicavano alcune ore alla caccia. Sfruttavano intanto solo il bosco dello Jacamar, sulla sinistra del fiume, poiché, per mancanza di un ponte o di una barca, il Mercy non era ancora stato attraversato. Le immense foreste, cui era stato dato il nome di foreste del Far West, erano dunque completamente inesplorate; quest’importante escursione era stata riservata per i primi giorni di bel tempo della prossima primavera. Ma i boschi dello Jacamar erano sufficientemente ricchi di selvaggina: i canguri e i cinghiali vi abbondavano e gli spiedi ferrati, l’arco e le frecce dei cacciatori facevano meraviglie. Inoltre, Harbert scoperse, verso l’angolo sudovest della laguna, una conigliera naturale, cioè una specie di prateria leggermente umida, ombreggiata da salici e coperta d’erbe aromatiche, che profumavano l’aria, come timo, serpillo, basilico, santoreggia, tutte varietà odorose, della famiglia delle labiate, delle quali i conigli sono straordinariamente ghiotti. Avendo il giornalista osservato che, essendovi tavola imbandita per i conigli, sarebbe stato stupefacente che i conigli mancassero, i due cacciatori esplorarono attentamente la prateria, la quale, a ogni modo, produceva in abbondanza piante utili, per cui un naturalista vi avrebbe potuto studiare numerosi esemplari del regno vegetale. Harbert raccolse una quantità di germogli di basilico, di rosmarino, di melissa, di betonica, ecc., che possiedono qualità terapeutiche diverse, alcune per le affezioni polmonari, astringenti, febbrifughe, altre antispasmodiche o antireumatiche. E quando, più tardi, Pencroff gli domandò a che cosa avrebbe servito tutta quella raccolta d’erbe: «A curarci,» rispose il ragazzo «quando saremo ammalati.» «E perché ci ammaleremmo, dal momento che nell’isola non ci sono medici?» rispose molto seriamente Pencroff. A questa osservazione nulla si poteva opporre; ma il ragazzo non tralasciò per questo di fare la sua provvista, che fu molto bene accolta a GraniteHouse, tanto più che alle piante medicinali egli aveva potuto unire una quantità notevole di monarde didime, conosciute nell’America settentrionale con il nome di «té d’Oswego», che producono un’eccellente bevanda. Finalmente, quel giorno, cercando bene, i due cacciatori giunsero sulla vera area della garenna. Il terreno era in quel punto bucherellato come una schiumarola. «Le tane!» esclamò Harbert. «Sì,» rispose il giornalista «le vedo bene.» «Ma sono abitate?» «Questo è il problema.» Il problema non tardò a essere risolto. Quasi subito, centinaia di animaletti, somiglianti a conigli, scapparono in tutte le direzioni e con tale rapidità, che lo stesso Top non avrebbe potuto vincerli in velocità. Cacciatori e cane ebbero un bel correre: quei roditori sfuggirono loro facilmente. Ma il giornalista era ben deciso a non abbandonare il luogo prima d’aver catturato almeno una mezza dozzina di quei quadrupedi. Egli voleva innanzi tutto rifornire la dispensa, salvo poi addomesticare i conigli, che si sarebbero presi in seguito. Con qualche laccio teso all’apertura delle tane, l’operazione non poteva fallire. Ma al momento non c’erano né lacci, né possibilità di fabbricarne. I due cacciatori dovettero, quindi, rassegnarsi a esplorare le tane ad una ad una, frugandole con un bastone, facendo, insomma, a forza di pazienza, quello che non si poteva fare altrimenti. Finalmente, dopo un’ora di ricerche, quattro roditori furono presi nel covo. Erano conigli abbastanza somiglianti ai conigli europei, e comunemente conosciuti con il nome di «conigli americani». Il prodotto della caccia venne, dunque, portato a GraniteHouse, e fece parte del pasto serale. Del resto, gli ospiti della garenna non erano disprezzabili, anzi avevano un sapore delizioso. Quella fu, dunque, una preziosa risorsa per la colonia, tanto più che sembrava inesauribile. Il 31 maggio, i tramezzi erano ultimati. Non restava che arredare le camere, lavoro questo che avrebbe occupato i lunghi giorni d’inverno. Nella prima stanza, che serviva da cucina, si costruì un focolare. Il tubo destinato a convogliar fuori il fumo diede qualche fastidio agli improvvisati fumisti. A Cyrus Smith parve più semplice fabbricarlo in terra di mattoni; siccome non poteva pensare di farlo uscire dall’altipiano superiore, si fece un buco nel granito sopra la finestra della cucina e il tubo, collocato obliquamente, passò da quel foro come quello di una stufa di lamiera. Probabilmente, senza dubbio anzi, con il forte vento d’est che batteva direttamente la facciata, il camino avrebbe fatto fumo, ma detti venti erano rari e, d’altra parte, mastro Nab, il cuoco, non guardava tanto per il sottile. Quando tutti questi lavori interni furono compiuti, l’ingegnere si accinse a turare l’apertura dell’antico sbocco che metteva al lago, in modo da impedire l’ingresso a chiunque per quella via. Blocchi di roccia furono rotolati fino all’apertura e saldamente cementati. Cyrus Smith non mise per il momento in esecuzione il suo progetto di coprire quella bocca con le acque ricondotte al loro precedente livello mediante una diga di sbarramento. Si limitò a dissimulare l’avvenuta otturazione per mezzo di erbe, arbusti e sterpi, che vennero piantati negli interstizi delle rocce e che nella primavera prossima si sarebbero sviluppati esuberantemente. Tuttavia, egli utilizzò lo scarico per condurre fino alla nuova dimora un filo delle acque dolci del lago. Un canaletto, praticato al di sotto del loro livello, diede questo risultato, e tale derivazione d’una sorgente pura e inesauribile diede un rendimento da venticinque a trenta galloni (Nota: Il gallone equivale a circa quattro litri e mezzo. Fine nota) al giorno. L’acqua non sarebbe, dunque, mai mancata a GraniteHouse. Finalmente tutto fu terminato, ed era tempo, poiché la cattiva stagione stava per giungere. Grosse e rozze imposte permettevano di chiudere le finestre della facciata, in attesa che l’ingegnere avesse avuto il tempo di fabbricare del vetro. Gedeon Spilett aveva con molta arte disposto nelle sporgenze del macigno, attorno alle finestre, piante di varie specie, nonché lunghe erbe rampicanti, in modo che le aperture della facciata risultavano incorniciate da una pittoresca verzura di incantevole effetto. Gli abitanti della solida, sana e sicura dimora non potevano, dunque, che essere lietissimi del loro lavoro. Le finestre consentivano al loro sguardo di estendersi su di un orizzonte illimitato, chiuso a nord dai due capi Mandibola e a sud dal capo Artiglio. L’intera baia dell’Unione si spiegava magnificamente innanzi a essi. Sì, quei bravi coloni avevano ragione di essere soddisfatti, e Pencroff non lesinava gli elogi a quello ch’egli umoristicamente chiamava il «suo appartamento al quinto piano sopra l’ammezzato»! CAPITOLO XX L’INVERNO cominciò veramente con il mese di giugno, che corrisponde al mese di dicembre dell’emisfero boreale. Esordì con acquazzoni e raffiche senza tregua. Gli abitanti di GraniteHouse poterono apprezzare i vantaggi di una dimora dove le intemperie non potevano giungere. Il rifugio dei Camini sarebbe stato davvero insufficiente contro i rigori di un’invernata, dovendosi anche temere che le grandi maree, spinte dai venti provenienti dal largo, vi avrebbero potuto fare ancora irruzione. Anzi, in previsione di questa eventualità, Cyrus Smith prese delle precauzioni, allo scopo di preservare, per quanto era possibile, la fucina e i fornelli che vi erano impiantati. Durante tutto il mese di giugno il tempo fu impiegato in svariati lavori, non escluse la caccia e la pesca, per cui le riserve della dispensa poterono essere mantenute abbondanti. Pencroff si proponeva, appena gli fosse stato possibile, di collocare opportunamente delle trappole, da cui egli si aspettava risultati straordinari. Aveva fabbricato dei lacci con fibre legnose, per cui non passava giorno senza che la garenna fornisse il suo contingente. Nab occupava quasi tutto il suo tempo a salare o ad affumicare carni, la qual cosa assicurava alimenti ottimamente conservati. Alla fine, i coloni dovettero discutere molto seriamente anche la questione dei vestiti. Essi non avevano altri indumenti che quelli che indossavano quando il pallone li aveva gettati sull’isola. Questi abiti tenevano caldo ed erano resistenti; essi, poi, ne avevano avuto estrema cura, così come della biancheria, tenendoli in perfetto stato di pulizia; ma ciò nonostante, sarebbe stata presto necessaria una sostituzione. Inoltre, se l’inverno fosse stato rigido, i coloni avrebbero molto sofferto per il freddo. In questo, l’ingegnosità di Cyrus Smith fu colta alla sprovvista. Egli aveva provveduto ai bisogni più urgenti, l’abitazione e l’alimentazione, ma il freddo l’aveva sorpreso prima che il problema dei vestiti fosse risolto. Bisognava, dunque, rassegnarsi a passare quel primo inverno senza troppo lamentarsi. Venuta la bella stagione, si sarebbe fatta una seria caccia ai mufloni, di cui era stata segnalata la presenza durante l’esplorazione del monte Franklin, e, una volta raccolta la lana, l’ingegnere avrebbe ben saputo fabbricare delle stoffe morbide e durature… Come? Ci avrebbe pensato. «Ce la caveremo arrostendoci i polpacci a GraniteHouse!» disse Pencroff. «Il combustibile abbonda e non c’è alcuna ragione di risparmiarlo.» «D’altronde,» rispose Gedeon Spilett «l’isola di Lincoln non è posta a una latitudine molto elevata, ed è quindi probabile che gli inverni non siano crudi. Non ci avete detto, Cyrus, che il trentacinquesimo parallelo in cui si trova l’isola corrisponde a quello della Spagna nell’altro emisfero?» «Indubbiamente,» rispose l’ingegnere «ma certi inverni sono freddissimi in Spagna! Neve e ghiaccio, nulla vi manca, e anche l’isola di Lincoln potrebbe essere rigorosamente provata. Tuttavia, è un’isola, e, come tale, spero che la temperatura vi sia più moderata.» «Perché, signor Cyrus?» chiese Harbert. «Perché il mare, ragazzo mio, può considerarsi come un immenso serbatoio, nel quale s’immagazzina il calore estivo. Nell’inverno esso restituisce tale calore, e questo assicura alle regioni vicine agli oceani una temperatura media, meno elevata d’estate, ma anche meno bassa d’inverno.» «Lo vedremo» rispose Pencroff. «Non voglio preoccuparmi oltre del freddo che farà o che non farà. Ciò che è certo, intanto, è che i giorni sono già brevi e le serate lunghe. Se trattassimo un po’ il problema dell’illuminazione?» «Niente di più facile» rispose Cyrus Smith. «Da trattare?» domandò il marinaio. «Da risolvere.» «E quando cominceremo?» «Domani, organizzando una caccia alle foche.» «Per fabbricare delle candele di sego?» «Eh, via! Pencroff, delle candele steariche!» Questo era, infatti, il proposito dell’ingegnere; proposito realizzabile, del resto, poiché c’era la calce e l’acido solforico, e gli anfibi dell’isolotto avrebbero fornito il grasso necessario a quella fabbricazione. Si era al 4 di giugno. Era la domenica di Pentecoste e all’unanimità fu deciso di osservare la festa. Tutti i lavori furono sospesi e preghiere si elevarono al cielo. Ma le preghiere erano ormai ringraziamenti. I coloni dell’isola di Lincoln non erano più dei miseri naufraghi gettati sull’isolotto. Essi non chiedevano più, ma ringraziavano. L’indomani, 5 giugno, con un tempo piuttosto incerto, partirono per l’isolotto. Bisognò ancora approfittare della bassa marea per passare a guado il canale, e a questo proposito, si convenne di costruire, bene o male, una barca, per rendere più facili le comunicazioni e permettere anche di risalire il fiume Mercy, quando si sarebbe compiuta la grande esplorazione del sudovest dell’isola, rinviata ai primi giorni di bel tempo. Le foche erano numerose, e i cacciatori, armati dei loro spiedi ferrati, ne uccisero facilmente una mezza dozzina. Nab e Pencroff le scuoiarono e non portarono a GraniteHouse che il grasso e la pelle, dovendo questa servire alla fabbricazione di solide calzature. Il risultato della caccia fu il seguente: circa trecento libbre di grasso, che dovevano essere interamente adoperate per la fabbricazione delle candele steariche. L’operazione fu semplicissima, e diede un prodotto se non assolutamente perfetto, almeno utilizzabile. Se Cyrus Smith non avesse avuto a sua disposizione che dell’acido solforico, riscaldando quest’acido insieme ai corpi grassi neutri, nel suo caso il grasso di foca, avrebbe potuto ottenere la glicerina; poi, dalla nuova composizione avrebbe facilmente separata l’oleina, la margarina e la stearina, usando l’acqua bollente. Ma, per semplificare l’operazione, l’ingegnere preferì saponificare il grasso mediante la calce. Ne ottenne una specie di sapone calcareo, facile a decomporsi per mezzo dell’acido solforico, che precipitò la calce allo stato di solfato e rese liberi gli acidi grassi. Di questi tre acidi, oleico, di margarina e stearico, il primo, essendo liquido, fu eliminato con una pressione sufficiente; mentre gli altri due formavano proprio la sostanza, che doveva servire alla fabbricazione delle candele steariche. L’operazione non durò più di ventiquattro ore. I lucignoli, dopo parecchie prove, furono alla fine fatti di fibre vegetali, e, dopo essere stati immersi nella sostanza liquefatta, formarono delle vere e proprie candele steariche, modellate a mano, alle quali non mancava che di essere sbiancate e levigate. Non offrivano, è vero, il vantaggio che presentano gli stoppini impregnati di acido borico, di vetrificarsi cioè a mano a mano che si opera la loro combustione e di consumarsi quindi interamente; ma avendo Cyrus Smith fabbricato un bel paio di smoccolatoi, quelle candele furono grandemente apprezzate durante le veglie di GraniteHouse. Durante tutto quel mese, il lavoro non mancò nella nuova dimora. I falegnami ebbero da fare. Si perfezionarono gli utensili, che erano molto rudimentali, e se ne aggiunsero di nuovi. Fra l’altro, furono fabbricate delle forbici e i coloni poterono finalmente tagliarsi i capelli, e se non farsi la barba, almeno tagliarla a volontà. Harbert non ne aveva. Nab, ben poca; ma gli altri erano irsuti a tal punto da giustificare interamente la fabbricazione delle forbici. La fabbricazione d’una sega a mano, del tipo di quelle che si chiamano saracchi, costò infinite fatiche, ma alla fine fu creato uno strumento che, vigorosamente maneggiato, poté dividere le dure fibre del legno. Furono, quindi, fatte tavole, sedie, armadi, con i quali si arredarono le stanze principali, intelaiature per letti, il corredo dei quali consisteva tutto in materassi di zostera. La cucina, con le sue mensole, su cui erano allineati gli utensili di terracotta, con il suo fornello di mattoni e il suo lavandino, aveva un assai bell’aspetto e Nab vi cucinava con gravità, come se fosse stato in un laboratorio chimico. Ma i falegnami dovettero presto trasformarsi in carpentieri. Infatti, il nuovo scaricatore di piena, creato a colpi di mina, richiedeva la costruzione di due ponticelli, uno sull’altipiano di Bellavista, l’altro sulla spiaggia stessa. Adesso, infatti, l’altipiano e la spiaggia erano trasversalmente tagliati da un corso d’acqua, che bisognava assolutamente attraversare quando si voleva recarsi a nord dell’isola. Per evitarlo, i coloni sarebbero stati costretti a fare un lungo e inutile giro, risalendo a ovest fino oltre le sorgenti del Creek Rosso. Era, dunque, più semplice gettare due ponticelli, uno sull’altipiano e l’altro sulla spiaggia, lunghi da venti a venticinque piedi. Tutta la loro armatura era costituita da alcuni alberi, solo squadrati con l’ascia. Fu un lavoro di alcuni giorni. Fatti i ponti, Nab e Pencroff ne approfittarono per andare fino al banco di ostriche, che era stato scoperto al largo delle dune. Avevano trascinato seco una specie di rozzo carro, che sostituiva l’antico graticcio, veramente troppo scomodo, e tornarono con alcune migliaia di ostriche, che acclimatarono presto in mezzo alle rocce formanti altrettanti parchi naturali alla foce del Mercy. Quei molluschi erano di qualità eccellente e i coloni ne fecero un consumo quasi quotidiano. Come si vede, l’isola di Lincoln, benché i suoi abitanti non ne avessero esplorato che una piccolissima parte, provvedeva già a quasi tutti i loro bisogni. Ed era anche probabile che, frugata sino nei suoi angoli più riposti, particolarmente in tutta la parte boscosa, che si stendeva dal fiume di Mercy al promontorio del Rettile, avrebbe prodigato nuovi tesori. Una sola privazione pesava ancora ai coloni dell’isola di Lincoln. Il nutrimento azotato non mancava loro, né i prodotti vegetali, che dovevano temperarne l’uso; le radici legnose delle dracene, sottoposte alla fermentazione, davano una bevanda acidula, specie di birra, molto preferibile all’acqua pura; avevano persino fabbricato dello zucchero, senza canne né barbabietole, raccogliendo il liquore che distilla dall’acer saccharinum, sorta d’acero della famiglia delle aceracee, che prospera in tutte le regioni temperate e che l’isola possedeva in gran numero; con le monarde raccolte nella garenna facevano un gradevolissimo tè; infine, avevano in abbondanza il sale, il solo prodotto minerale che entra nell’alimentazione… ma mancava il pane. Forse, in seguito, i coloni avrebbero potuto sostituire questo alimento con qualche altro equivalente, farina dell’albero del sagù o fecola dell’albero del pane; giacché, infatti, era possibile che nelle foreste del sud si trovassero questi alberi preziosi; ma fino allora non erano stati trovati. La Provvidenza doveva, anche in quella circostanza, venire in aiuto ai coloni, in proporzione infinitesimale, è vero; ma insomma, Cyrus Smith, pur con tutta la sua intelligenza e la sua ingegnosità, non avrebbe mai potuto produrre quello che, proprio per puro caso, Harbert trovò un giorno nella fodera della sua giacca, che stava accomodando. Quel giorno, pioveva a dirotto, i coloni erano riuniti nella sala grande di GraniteHouse, quando a un tratto il ragazzo esclamò: «To’ guardate, signor Cyrus: un chicco di grano!» E mostrò ai compagni un chicco, un unico chicco, che da un buco della sua tasca era andato a finire nella fodera della giacca. La presenza di quel chicco si spiegava con l’abitudine che Harbert aveva, quand’era a Richmond, di nutrire alcuni colombi selvatici regalatigli da Pencroff. «Un chicco di grano?» disse vivamente l’ingegnere. «Sì, signor Cyrus, ma uno solo, non più di uno!» «Eh, ragazzo mio,» esclamò Pencroff sorridendo «eccoci a buon punto, in fede mia! Che cosa potremmo fare con un solo chicco di grano?» «Ne faremo del pane» rispose Cyrus Smith. «Pane, pasticcini, torte addirittura!» aggiunse il marinaio. «Diamine! Il pane che questo chicco ci provvederà non potrà facilmente soffocarci!» Harbert, ritenendo poco importante la sua scoperta, s’accingeva a gettar via il chicco trovato, ma Cyrus Smith, invece, glielo prese, lo esaminò, constatò che era in buono stato, e guardando bene in faccia il marinaio: «Pencroff,» gli chiese tranquillamente «sapete quante spighe può produrre un chicco di grano?» «Una, suppongo» rispose il marinaio, sorpreso della domanda. «Dieci, Pencroff. E sapete quanti chicchi porta una spiga?» «No, in fede mia!» «Ottanta, in media» disse Cyrus Smith. «Dunque, se noi pianteremo questo chicco, raccoglieremo al primo raccolto ottocento chicchi di frumento, i quali, al secondo raccolto, ne produrranno seicentoquarantamila, al terzo cinquecentododici milioni, e al quarto più di quattrocento miliardi di chicchi. Ecco la proporzione.» I compagni di Cyrus Smith ascoltavano in silenzio. Quelle cifre li colmavano di stupore. Eppure, esse erano esatte. «Sì, amici» riprese l’ingegnere. «Tali sono le progressioni aritmetiche della feconda natura. Ma che, cos’è questa moltiplicazione dei chicchi di frumento, la cui spiga non porta che ottanta grani, paragonata a quella delle piante di papavero, che portano trentaduemila grani, o a quella delle piante di tabacco, che ne producono trecentosessantamila? In pochi anni, senza le molte cause di distruzione che ne limitano la fecondità, tali piante invaderebbero tutta la terra.» Ma l’ingegnere non aveva finito il suo piccolo interrogatorio. «E adesso, Pencroff, sapete quante staia rappresentano quattrocento miliardi di chicchi?» «No,» rispose il marinaio «ma quello che so è che sono una bestia!» «Ebbene, sarebbero più di tre milioni, a centotrentamila grani per staio, Pencroff.» «Tre milioni!» esclamò Pencroff. «Tre milioni!» «In quattro anni?» «In quattro anni,» rispose Cyrus Smith «e anche in due anni, se, come spero, potremo, a questa latitudine, ottenere due raccolti all’anno.» A queste parole Pencroff, secondo la sua abitudine, non trovò altra risposta che un formidabile evviva. «E così, Harbert,» aggiunse l’ingegnere «tu hai fatto una scoperta d’importanza estrema per noi. Tutto, amici miei, tutto può servirci nelle condizioni in cui siamo. Non dimenticatelo, vi prego.» «No, signor Cyrus, no, non lo dimenticheremo,» rispose Pencroff «e se caso mai trovassi uno di quei grani di tabacco, che si moltiplicano per trecentosessantamila, vi assicuro che non lo getterò al vento! E adesso, sapete quel che ci resta da fare?» «Ci resta da piantare questo chicco» rispose Harbert. «Sì!» aggiunse Gedeon Spilett «e con tutti i riguardi che gli sono dovuti, giacché esso porta in sé le nostre messi future.» «Purché germogli!» esclamò il marinaio. «Germoglierà» rispose Cyrus Smith. Era il 20 giugno. Il momento era dunque propizio per seminare quell’unico e prezioso chicco di frumento. Fu discussa dapprima l’opportunità di seminarlo in un vaso; ma, dopo aver riflettuto, fu deciso di rimettersi fiduciosamente alla natura e di affidarlo alla terra. L’operazione fu compiuta in quello stesso giorno, ed è inutile aggiungere che furono prese tutte le precauzioni perché riuscisse. Essendosi il tempo alquanto rischiarato, i coloni ascesero le alture di GraniteHouse. Là, sull’altipiano, scelsero un punto ben riparato dal vento sul quale il sole di mezzogiorno doveva far sentire tutto il suo calore. Il luogo fu pulito, sarchiato accuratamente, e frugato persino, per scacciarne gli insetti o i vermi; vi fu steso uno strato di buona terra, mista a un po’ di calce; fu cinto da una palizzata; poi, il chicco di frumento fu affondato nello strato umido. Non pareva che i coloni ponessero la prima pietra di un edificio? Questo avvenimento ricordò a Pencroff il giorno in cui avevano acceso l’unico fiammifero e le cure che avevano dedicate a quell’operazione. Ma stavolta la cosa era più grave. Infatti, i naufraghi sarebbero sempre riusciti, in un modo o nell’altro, a procurarsi del fuoco, ma nessuna potenza umana avrebbe potuto ricreare quel chicco di grano se, disgraziatamente, esso fosse andato distrutto! CAPITOLO XXI DA ALLORA, non passò giorno senza che Pencroff andasse a visitare quello ch’egli chiamava il suo «campo di grano». E sventura agli insetti che si arrischiavano a entrarvi! Non potevano aspettarsi nessuna pietà. Verso la fine del mese di giugno, dopo interminabili piogge, il tempo si mise decisamente al freddo, e il giorno 29, un termometro Fahrenheit avrebbe certamente segnato venti gradi soltanto sopra zero (6°,67 centigradi sotto zero). L’indomani, 30 giugno, corrispondente al 31 dicembre dell’anno boreale, era un venerdì. Nab fece osservare che l’anno finiva con una cattiva giornata; ma Pencroff gli rispose che, naturalmente, il nuovo cominciava con un giorno buono, il che era meglio. A ogni modo, l’anno esordì con un freddo acutissimo. I ghiacci si ammucchiarono alla foce del Mercy, e il lago non tardò a congelarsi in tutta la sua estensione. Si dovette rinnovare più volte la provvista di combustibile. Pencroff non aveva certo aspettato che il fiume fosse gelato per condurre a destinazione enormi carichi di legna. La corrente era un motore infaticabile, che fu utilizzato per il trasporto del legname, fino a che il freddo venne a immobilizzarlo. Al combustibile così abbondantemente provvisto dalla foresta, fu aggiunto anche parecchio carbon fossile, che bisognò andare a prendere ai piedi dei contrafforti del monte Franklin. Il potente calore emanato dal carbon fossile poté essere grandemente apprezzato quando, il 4 luglio, la temperatura cadde a otto gradi Fahrenheit (13° centigradi sotto zero). Nella sala da pranzo era stato costruito un altro focolare, e là i coloni lavoravano in comune. Durante quel periodo di gran freddo, Cyrus Smith non ebbe che a lodarsi d’aver condotto fino a GraniteHouse una piccola derivazione delle acque del lago Grant. Prese al di sotto della superficie gelata, condotte poi attraverso l’antico scarico, esse conservavano la loro liquidità e arrivavano a un serbatoio interno, scavato all’angolo del retromagazzino, che riversava nel mare l’eccesso d’acqua attraverso il pozzo. In quei giorni, approfittando del tempo estremamente asciutto, i coloni, coperti quanto più era loro possibile, risolsero di dedicare una giornata all’esplorazione della parte dell’isola compresa a sudest, fra il fiume Mercy e il capo Artiglio. Era un vasto territorio paludoso, ove si sarebbe forse potuto fare qualche buona caccia, giacché gli uccelli acquatici vi dovevano pullulare. Bisognava calcolare otto o nove miglia per l’andata, e altrettante per il ritorno e, in conseguenza, la giornata sarebbe stata bene impiegata. Inoltre, siccome si trattava di esplorare una parte sconosciuta dell’isola, tutta la colonia doveva prendervi parte. A tale scopo, il 5 luglio, alle sei del mattino, quando appena albeggiava, Cyrus Smith, Gedeon Spilett, Harbert, Nab, Pencroff, armati di spiedi, di lacci, d’archi e di frecce, e muniti di sufficienti provviste, lasciarono GraniteHouse, preceduti da Top, che sgambettava innanzi a loro. Fu scelta la via più breve, che consisteva nell’attraversare il Mercy sui ghiacci che lo ingombravano. «Ma,» fece osservare giustamente il giornalista «questo mezzo non può far le veci di un vero ponte!» Anche la costruzione di un ponte «vero» era quindi elencata nella serie dei lavori futuri. Era la prima volta che i coloni mettevano piede sulla riva destra del Mercy e s’avventuravano in mezzo alle grandi e superbe conifere, allora coperte di neve. Ma non avevano percorso mezzo miglio, quando, da un folto macchione, videro scappare tutta una famiglia di quadrupedi, che colà avevano eletto domicilio, e che i latrati di Top avevano messo in fuga. «Ah, si direbbero volpi!» esclamò Harbert, quando vide tutto il branco svignarsela al più presto. Ed erano volpi, infatti, ma volpi di grandissima corporatura, che facevano udire una specie di latrato, di cui lo stesso Top parve molto stupito, poiché nel più bello dell’inseguimento si fermò, lasciando ai rapidi animali il tempo di svignarsela. Il cane aveva il diritto di essere sorpreso, giacché non conosceva la storia naturale. Ma quelle volpi, dal mantello grigio rossastro, dalla coda nera, terminante con una nappina bianca, con i loro latrati avevano svelato la propria origine. Così Harbert diede loro, senza esitare, il loro giusto nome di culpei. I culpei si trovano facilmente nel Cile, nelle Malvine e in tutte le regioni americane poste fra il trentesimo e il quarantesimo parallelo. Harbert rimpianse molto che Top non avesse potuto impadronirsi di uno di quei carnivori. «Si possono mangiare?» domandò Pencroff, che considerava sempre i rappresentanti della fauna dell’isola da un punto di vista particolare. «No,» rispose Harbert «ma gli zoologi non hanno ancora assodato se la pupilla di queste volpi sia diurna o notturna e se convenga o no classificarle nel genere cane propriamente detto.» Cyrus Smith non poté fare a meno di sorridere udendo la riflessione del giovanetto, che dimostrava uno spirito serio. Quanto al marinaio, dal momento che quelle volpi non potevano essere classificate nel genere commestibile, poco gliene importava. Tuttavia, egli fece osservare che quando a GraniteHouse si fosse installato un pollaio, sarebbe stato opportuno prendere delle precauzioni contro la probabile visita di quei predoni a quattro zampe, ciò che nessuno contestò. Dopo aver girato la punta del Relitto i coloni trovarono una larga plaga bagnata dal vasto mare. Erano allora le otto del mattino. Il cielo era purissimo, come avviene durante i grandi freddi prolungati; ma Cyrus Smith e i suoi compagni, riscaldati dalla corsa, non sentivano molto le punture dell’atmosfera. D’altronde, non tirava vento, circostanza questa che rende infinitamente più sopportabile i forti abbassamenti di temperatura. Un sole brillante, ma senza calore, sorgeva allora dall’oceano, e il suo disco enorme si librava all’orizzonte. Il mare formava una distesa tranquilla e turchina, come quella d’un golfo mediterraneo, quando il cielo è nitido. Il capo Artiglio, incurvato in forma di scimitarra, si disegnava nettamente a quattro miglia circa verso sudest. A sinistra, il margine della palude era bruscamente interrotto da una piccola punta, che i raggi solari contornavano allora con una striscia di fuoco. Certo, in questa parte della baia dell’Unione, che nulla proteggeva dall’alte mare, nemmeno un banco di sabbia, le navi, investite dai venti dell’est, non avrebbero trovato alcun rifugio. Si capiva dalla tranquillità del mare, le cui acque non erano turbate da nessun bassofondo, come appariva dal suo colore uniforme, non macchiato da nessuna sfumatura giallastra, si capiva insomma dall’assenza di ogni scoglio, che lungo quella costa pulita l’oceano copriva profondi abissi. Dietro, a ovest, a una distanza di quattro miglia, si spiegavano le prime linee d’alberi della foresta del Far West. C’era da credersi, per così dire, sulla costa desolata di qualche isola antartica invasa dai ghiacci. I coloni sostarono in quel punto per far colazione. Fu acceso un fuoco di sterpi e alghe secche, e Nab preparò la colazione di carne fredda, alla quale aggiunse alcune tazze di té d’Oswego. Mentre mangiavano, i coloni si guardavano intorno. Quella parte di Lincoln era veramente sterile e contrastava con tutta la regione occidentale. Questa constatazione indusse il giornalista a una riflessione, e cioè che se il caso avesse a tutta prima gettato i naufraghi su quella spiaggia, essi avrebbero avuto un deplorevole concetto del loro futuro dominio. «Credo che non l’avremmo nemmeno potuto raggiungere,» rispose l’ingegnere «giacché il mare è profondo e non ci avrebbe offerto neanche uno scoglio per rifugio. Davanti a GraniteHouse almeno, c’erano dei banchi, un isolotto, che moltiplicavano le probabilità di salvezza. Ma qui, null’altro che l’abisso!» «È abbastanza singolare,» fece notare Gedeon Spilett «che quest’isola, relativamente piccola, presenti una superficie così variata. Simile diversità d’aspetto non appartiene logicamente che ai continenti d’una certa estensione. Si direbbe veramente che la parte occidentale dell’isola di Lincoln, così ricca e fertile, sia bagnata dalle acque calde del Golfo del Messico e che le sue spiagge di nord e di sudest si stendano invece su una specie di mare artico.» «Avete ragione, caro Spilett,» rispose Cyrus Smith «è un’osservazione che ho fatta io pure. Quest’isola, sia nella forma che nella natura, mi pare strana. Si direbbe un compendio di tutti gli aspetti che presenta un continente, e non mi stupirei che un tempo fosse stata proprio un continente.» «Che! un continente in mezzo al Pacifico?» esclamò Pencroff. «E perché no?» rispose Cyrus Smith. «Perché l’Australia, la Nuova Irlanda, tutto ciò che i geografi inglesi chiamano Australasia, riunite agli arcipelaghi del Pacifico, non avrebbero formato un tempo una sesta parte del mondo, importante quanto l’Europa, o l’Asia, o l’Africa o le due Americhe? La mia mente non si rifiuta affatto di ammettere che tutte le isole emergenti da questo vasto oceano altro non siano che le vette di un continente adesso inghiottito, ma che dominava le acque nelle epoche preistoriche.» «Come già l’Atlantide» rispose Harbert. «Sì, ragazzo mio… se pure questa è esistita veramente.» «E l’isola di Lincoln avrebbe fatto parte di quel continente?» chiese Pencroff. «È probabile,» rispose Cyrus Smith «e questo spiegherebbe abbastanza la diversità di produzione che si vede alla sua superficie.» «E il gran numero d’animali che l’abitano ancora» aggiunse Harbert. «Sì, ragazzo mio,» rispose l’ingegnere «e tu mi offri con questo un nuovo argomento in appoggio alla mia tesi. Dopo quello che abbiamo visto, è certo che gli animali sono numerosi nell’isola, e che le specie vi sono estremamente variate, il che è strano. Di tutto questo c’è una ragione, e per me essa consiste nel fatto che l’isola di Lincoln ha potuto una volta far parte di qualche vasto continente, che si è a poco a poco sprofondato nel Pacifico.» «Allora, un bel giorno,» replicò Pencroff, che non pareva assolutamente convinto «quanto resta di questo antico continente potrà a sua volta sparire, e non rimarrà più nulla tra l’America e l’Asia?» «Ma sì,» rispose Cyrus Smith «vi saranno i nuovi continenti, che miliardi e miliardi di animaletti lavorano a costruire in questo momento.» «E quali sono questi muratori?» domandò Pencroff. «Gli infusori del corallo» rispose Cyrus Smith. «Sono stati essi a fabbricare, mediante un lavoro continuo, l’isola di ClermontTonnerre, gli atolli e altre numerose isole di coralli che si trovano nell’Oceano Pacifico. Occorrono quarantasette milioni di questi infusori per fare il peso di un grano; (Nota: Un grano pesa 59 milligrammi. Fine nota) eppure, con i sali marini che assorbono, con gli elementi solidi dell’acqua che assimilano, questi animaletti producono il calcare e questo calcare forma enormi strutture sottomarine, la cui durezza e solidità eguagliano quelle del granito. Un tempo, nelle prime epoche della creazione, la natura, impiegando il fuoco, ha prodotto le terre mediante sollevamenti; ma adesso essa incarica degli animali microscopici di surrogare questo agente, la cui potenza dinamica nell’interno del globo è evidentemente diminuita; e il gran numero di vulcani attualmente spenti alla superficie della terra ne è una prova. Così credo che i secoli succedendo ai secoli e gli infusori agli infusori, questo Oceano Pacifico potrà un giorno mutarsi in un vasto continente, che generazioni nuove abiteranno e inciviliranno a loro volta.» «Sarà una cosa lunga!» disse Pencroff. «La natura ha il tempo dalla sua parte» rispose l’ingegnere. «Ma a che cosa gioverebbero dei nuovi continenti?» chiese Harbert. «Mi sembra che l’estensione attuale delle terre abitabili sia sufficiente all’umanità. Ora, la natura non fa niente d’inutile.» «Niente d’inutile, infatti,» rispose l’ingegnere, «ma ecco come si potrebbe spiegare la necessità avvenire di nuovi continenti, appunto nella zona tropicale, occupata dalle isole corallifere. Almeno, questa spiegazione mi pare plausibile.» «Vi ascoltiamo, signor Cyrus» rispose Harbert. «Ecco la mia idea: gli scienziati ammettono generalmente che verrà un giorno in cui il nostro globo finirà, o piuttosto in cui la vita animale e vegetale non sarà più possibile, in seguito al raffreddamento intenso che esso subirà. Essi, però, non sono d’accordo sulla causa di questo raffreddamento. Gli uni pensano che proverrà dall’abbassamento di temperatura, che si verificherà sul sole fra milioni d’anni; gli altri, dall’estinzione graduale del fuoco interno del nostro globo, che hanno su di esso un’influenza più importante di quanto generalmente si suppone. Io sono per quest’ultima ipotesi, basandomi sul fatto che la luna è molto probabilmente un astro raffreddato non più abitabile, benché il sole continui sempre a riversare alla sua superficie la medesima quantità di calore. Se la luna, dunque, si è raffreddata, è perché il fuoco interno al quale, come tutti gli astri del mondo stellare, essa dovette la sua origine, si è completamente estinto. Insomma, qualunque ne sia la causa, il nostro globo si raffredderà un giorno, ma questo raffreddamento non si opererà che a poco a poco. Che cosa accadrà allora? Le zone temperate, in un’epoca più o meno lontana, non saranno più abitabili di quanto lo siano attualmente le regioni polari. Dunque, le popolazioni di uomini, come le aggregazioni d’animali, affluiranno verso le latitudini più direttamente sottoposte all’influenza solare. Un’immensa emigrazione si compirà. L’Europa, l’Asia centrale, l’America del Nord saranno a poco a poco abbandonate, come l’Australasia o le parti basse dell’America del Sud. La vegetazione seguirà l’emigrazione umana. La flora si ritirerà verso l’Equatore contemporaneamente alla fauna. Le parti centrali dell’America meridionale e dell’Africa diverranno i continenti abitati per eccellenza. I Lapponi e i Samoiedi ritroveranno le condizioni climatiche del mare polare sulle spiagge del Mediterraneo. Chi ci dice che a quell’epoca le regioni equatoriali non saranno troppo piccole per contenere l’umanità terrestre e nutrirla? Ora, perché la previdente natura non getterebbe sin d’ora sotto l’Equatore, allo scopo di dare rifugio a tutta l’emigrazione vegetale e animale, le basi di un nuovo continente, e non incaricherebbe gli infusori di costruirlo? Ho spesso riflettuto a tutto questo, amici, e credo seriamente che l’aspetto del nostro globo sarà un giorno completamente trasformato, che in seguito all’emersione di nuovi continenti, i mari copriranno quelli antichi, e nei secoli futuri nuovi Colombo andranno a scoprire le isole del Chimboraco, dell’Himalaia o del monte Bianco, resti di un’America, di un’Asia e di un’Europa inghiottite. Poi, quei nuovi continenti diverranno a loro volta inabitabili; il calore si spegnerà come il calore di un corpo privato dell’anima e la vita sparirà, se non definitivamente, almeno momentaneamente dal globo. Allora, forse, il nostro sferoide si riposerà, si rinnoverà nella morte, per risuscitare un giorno in condizioni superiori! Ma tutto questo, amici, è il segreto dell’Autore di tutte le cose; e, a proposito del lavoro degli infusori, mi sono forse lasciato trascinare un po’ troppo lontano a scrutare i segreti dell’avvenire.» «Caro Cyrus,» rispose Gedeon Spilett «per me, queste teorie sono profezie, e un giorno si compiranno.» «È il segreto di Dio» disse l’ingegnere. «Tutto questo è bello e buono,» disse allora Pencroff, che aveva ascoltato tutt’orecchi; «ma volete dirmi, signor Cyrus, se l’isola di Lincoln è stata costruita dai vostri infusori?» «No,» rispose Cyrus Smith «essa è puramente d’origine vulcanica.» «Allora, un giorno scomparirà?» «È probabile.» «Spero bene che noi non ci saremo più.» «No, rassicuratevi Pencroff, non ci saremo più, poiché non abbiamo nessuna voglia di morirvi e finiremo forse per abbandonarla.» «Intanto,» rispose Gedeon Spilett «stabiliamoci qui come per l’eternità. Non bisogna far mai nulla a metà.» Qui finì la conversazione. La colazione era terminata. L’esplorazione fu ripresa e i coloni giunsero al limite della regione paludosa. Era proprio una palude, la cui distesa, sino alla costa arrotondata con cui terminava l’isola a sudest, poteva misurare venti miglia quadrate. Il suolo era formato da un fango argillosiliceo, mescolato a numerosi avanzi di vegetali. Conferve, giunchi, carici, scirpi; qua e là strati di erba, folti come immensi tappeti, Io coprivano. Alcune pozze ghiacciate scintillavano in molti punti sotto i raggi del sole. Né le piogge, né alcun fiume gonfiato da un’improvvisa piena, avevano potuto formare quei depositi d’acqua. Se ne doveva naturalmente concludere, che quella palude era alimentata da infiltrazioni del suolo, e così era infatti. C’era anche da temere che, durante i grandi calori, l’aria vi fosse impregnata dei miasmi, che generano le febbri malariche. Sopra le erbe palustri, alla superficie delle acque stagnanti, volteggiava una quantità d’uccelli. I cacciatori di palude non vi avrebbero perduto un solo colpo di fucile. Anatre selvatiche, codoni, arzavole, beccaccini vivevano là a stormi, e questi volatili poco paurosi si lasciavano facilmente avvicinare. Una fucilata a pallini avrebbe certamente colpito alcune dozzine di quegli uccelli, tanti ve n’erano. Bisognò accontentarsi di abbatterli a frecciate. Il risultato fu minimo, ma la freccia, silenziosa, offri il vantaggio di non spaventare gli uccelli, che la detonazione di un’arma da fuoco avrebbe invece dispersi per la palude in varie direzioni. I cacciatori si accontentarono dunque, per quella volta, di una dozzina di anatre, dal corpo bianco, con una fascia color cannella, testa verde, ali nere bianche e rosse, becco piatto, che Harbert riconobbe per «tadorne». Top concorse validamente alla loro cattura e il nome di esse rimase a quella parte paludosa dell’isola. I coloni avevano, dunque, là un’abbondante riserva di selvaggina palustre: venuta la stagione opportuna, si sarebbe solo trattato di sfruttarla convenientemente; era anche probabile che parecchie specie di quegli uccelli potessero essere, se non addomesticate, almeno acclimatate nelle vicinanze del lago, venendo così a trovarsi sotto mano ai consumatori. Verso le cinque di sera, Cyrus Smith e i suoi compagni ripresero il cammino della loro dimora, attraversando la palude delle tadorne (Tadorn’s fen) e ripassarono il Mercy sul ponte di ghiaccio. Alle otto di sera, tutti erano rientrati a GraniteHouse. CAPITOLO XXII QUEI FREDDI intensi durarono fino al 15 agosto, senza tuttavia oltrepassare il limite di gradi Fahrenheit sino allora registrato. Quando l’atmosfera era calma, la bassa temperatura si sopportava facilmente; ma quando soffiava il vento, la situazione era penosa per gente non sufficientemente vestita. Pencroffera arrivato al punto di dolersi che l’isola di Lincoln non desse asilo a qualche famiglia di orsi, piuttosto che alle volpi o alle foche, la cui pelliccia lasciava a desiderare. «Gli orsi» diceva «sono generalmente ben vestiti e io non domanderei di meglio che di prendere loro a prestito per l’inverno il caldo cappotto che hanno addosso.» «Ma» rispose Nab ridendo «forse gli orsi non acconsentirebbero, Pencroff, a cederti il loro mantello. Non sono mica dei San Martini!» «Li si costringerebbe, Nab, li si costringerebbe a farlo» replicava Pencroff con tono autoritario. Ma quei formidabili carnivori non esistevano nell’isola, o per lo meno, non s’erano ancora mostrati. Tuttavia, Harbert, Pencroff e il giornalista tesero alcune trappole sull’altipiano di Bellavista e nei punti di accesso alla foresta. Secondo l’opinione del marinaio, ogni animale, qualunque esso fosse, sarebbe stato una buona preda e, fossero roditori o carnivori a inaugurare le trappole, sarebbero stati bene accolti a GraniteHouse. Le trappole erano, d’altronde, molto semplici: si trattava di fosse scavate nel suolo, dissimulate da una copertura di rami e d’erbe, con nel fondo qualche esca, il cui odore potesse attirare gli animali; ecco tutto. Bisogna aggiungere che non erano state scavate a caso, ma in certi punti, ove impronte più numerose indicavano il frequente passaggio di quadrupedi. Le trappole venivano visitate tutti i giorni, e per tre volte, durante i primi giorni, vi si trovarono esemplari di quella specie di volpi che già erano state viste sulla riva destra del Mercy. «Ah, diamine! Ma non ci sono dunque che volpi, in questo paese!» esclamò Pencroff ritirando per la terza volta uno di quegli animali dalla buca ove stava molto avvilito. «Bestie buone a nulla!» «Ma si» disse Gedeon Spilett. «Sono buone a qualche cosa!» «A che cosa?» «A farne esca per attirarne altre!» Il giornalista aveva ragione, e da allora le trappole ebbero per esca i cadaveri delle volpi. Il marinaio aveva pure fatto dei lacci con le fibre del curry, e questi diedero miglior risultato delle trappole. Era raro che passasse giorno senza che qualche coniglio della garenna non si lasciasse prendere. Era sempre coniglio, ma Nab sapeva variare le salse, e i convitati non pensavano certo a lamentarsi. Nondimeno, nella seconda settimana d’agosto, una volta o due le trappole misero nelle mani dei cacciatori animali che non erano le solite volpi, ma qualche cosa di più utile. Erano dei cinghiali, di quelli già segnalati a nord del lago. Pencroff non ebbe bisogno di domandare se fossero commestibili: si capiva benissimo dalla loro rassomiglianza con il maiale d’America e d’Europa. «Ma non sono maiali,» disse Harbert «te ne prevengo, Pencroff.» «Ragazzo mio» rispose il marinaio, chinandosi sulla trappola, e traendone, per la piccola appendice che gli serviva da coda, uno di quei rappresentanti della famiglia dei suini «lasciami credere che sono maiali!» «E perché?» «Perché mi fa piacere!» «Ti piace, dunque, molto il maiale, Pencroff?» «Il maiale mi piace molto,» rispose il marinaio «soprattutto per i suoi piedi, e se ne avesse otto invece di quattro, mi piacerebbe due volte di più.» Quegli animali erano pecari, appartenenti a uno dei quattro generi della famiglia; erano anche della specie dei tajassu, riconoscibili dal colore scuro e dall’assenza dei lunghi canini, che armano la bocca dei loro consimili. I pecari vivono ordinariamente in branchi: era, quindi, probabile che abbondassero nelle parti boscose dell’isola. In ogni caso, erano mangiabili dalla testa ai piedi, e Pencroff non chiedeva loro di più. Verso il 15 agosto, le condizioni atmosferiche si modificarono improvvisamente per un salto di vento al nordovest. La temperatura risalì di alcuni gradi e i vapori accumulati nell’aria non tardarono a trasformarsi in neve. Tutta l’isola si coprì di uno strato bianco, mostrandosi ai suoi abitanti sotto un aspetto nuovo. La neve cadde abbondantemente per parecchi giorni, e il suo spessore raggiunse presto i due piedi. In breve il vento rinforzò, divenendo violentissimo; dall’alto di GraniteHouse si udiva il mare rombare sopra gli scogli. In certi angoli si formavano dei rapidi risucchi d’aria, ove la neve, formando alte colonne giranti, assomigliava a quelle trombe liquide piroettanti sulla loro base, che i bastimenti attaccano a cannonate. Però, l’uragano, venendo da nordovest, prendeva l’isola a rovescio e GraniteHouse, per la sua stessa posizione, era preservata da un assalto diretto. In mezzo a quella tormenta di neve, terribile come se si fosse prodotta su qualche contrada polare, né Cyrus Smith né i suoi compagni poterono, malgrado il loro vivo desiderio, avventurarsi all’esterno, ma dovettero restare rinchiusi durante cinque giorni, dal 20 al 25 agosto. Si sentiva la tempesta ruggire nei boschi dello Jacamar, che dovevano molto soffrirne. Parecchi alberi sarebbero stati indubbiamente sradicati, ma Pencroff se ne consolava, pensando che non avrebbe avuto il disturbo di doverli abbattere. «Il vento si fa taglialegna; lasciamolo fare» ripeteva. D’altronde, non vi sarebbe stato mezzo alcuno di impedirlo. Quanto agli ospiti di GraniteHouse, dovettero allora ringraziare il Cielo di aver loro preparato quel solido e incrollabile rifugio. A Cyrus Smith spettava certo la sua legittima parte dei ringraziamenti, ma era la natura che aveva scavato l’ampia caverna ed egli non aveva fatto altro che scoprirla. Là, tutti erano al sicuro, e i colpi della tempesta non potevano raggiungerli. Se avessero costruito una casa di mattoni e legname sull’altipiano di Bellavista, non avrebbe certamente resistito alla furia di quell’uragano. Quanto ai Camini, solo al frastuono delle onde che si faceva sentire con tanta forza, bisognava credere che fossero assolutamente inabitabili, poiché il mare, scavalcando l’isolotto, doveva batterli rabbiosamente. Ma a GraniteHouse, nel cuore di quel masso, contro il quale né l’acqua, né l’aria avevano presa, nulla v’era da temere. Durante quei giorni di clausura, i coloni non rimasero inattivi. Il legname, ridotto in assi, non mancava nel magazzino, e così a poco a poco, il mobilio venne completato con tavole e sedie, solide, senza dubbio, poiché non si fece economia di materiale. Ma quei mobili, alquanto pesanti, rispondevano male al loro nome, che fa della mobilità una condizione essenziale: però fecero egualmente l’orgoglio di Nab e di Pencroff, che non li avrebbero cambiati con dei mobili di Boulle. Poi i falegnami divennero panierai, e non riuscirono male anche in questa nuova attività. Verso la punta che il lago proiettava al nord, era stato scoperto un fecondo vincheto, ove crescevano in gran copia piante di vimini. Prima della stagione delle piogge Pencroff e Harbert avevano fatto raccolta di quegli utili arbusti, i cui rami, convenientemente preparati, potevano ora essere efficacemente utilizzati. I primi saggi furono informi; ma, grazie alla destrezza e intelligenza degli operai, consultandosi reciprocamente, ricordando i modelli veduti, facendo a gara fra loro, panieri e ceste di diverse grandezze accrebbero presto l’attrezzatura della colonia. Il magazzino ne fu provvisto e Nab chiuse in ceste speciali le sue raccolte di rizomi, di mandorle di pino e di radici di dracena. Durante l’ultima settimana del mese d’agosto, il tempo cambiò ancora. La temperatura scese un poco e la tempesta si calmò. I coloni si slanciarono fuori. C’erano certamente due piedi di neve sulla spiaggia; ma sopra quella neve indurita, si poteva camminare senza troppa fatica. Cyrus Smith e i compagni salirono sull’altipiano di Bellavista. Che cambiamento! I boschi, che avevano lasciati verdeggianti, soprattutto nella parte vicina, ove dominavano le conifere, sparivano ora sotto un colore uniforme. Tutto era candido, dalla vetta del monte Franklin fino al litorale: le foreste, la prateria, il lago, il fiume, la spiaggia. L’acqua del Mercy correva sotto una volta di ghiaccio che, a ogni flusso e riflusso, rovinava un poco, frantumandosi con fracasso. Numerosi uccelli svolazzavano sulla superficie solida del lago: anatre, beccaccini, codoni e urie: ve n’erano a migliaia. Le rocce, fra le quali si scaricava la cascata sull’orlo dell’altipiano, erano irte di ghiacci. Si sarebbe detto che l’acqua sgorgasse da un mostruoso canale scavato dalla fantasia capricciosa di un artista del Rinascimento. Valutare i danni causati alla foresta dall’uragano non era ancora possibile: bisognava aspettare che l’immenso strato bianco si fosse disciolto. Gedeon Spilett, Pencroff e Harbert non mancarono d’andare a visitare le loro trappole. Non le ritrovarono facilmente, sotto la neve che le copriva Dovettero pure stare attenti a non cadere nell’una o nell’altra di esse, cosa che sarebbe stata pericolosa e umiliante a un tempo: essere presi nella propria trappola! Ma un simile inconveniente fu evitato e vennero ritrovate le trappole perfettamente intatte. Nessun animale vi era caduto, benché le impronte fossero numerose nelle vicinanze e alcune fra esse mostrassero nettamente forme di artigli. Harbert non esitò ad affermare che qualche carnivoro del genere dei felini doveva esser passato di là, ciò che giustificava l’opinione dell’ingegnere sulla presenza di bestie pericolose nell’isola di Lincoln. Senza dubbio esse abitavano solitamente le fitte foreste del Far West; ma, spinte dalla fame, s’erano avventurate fino all’altipiano di Bellavista. Sentivano forse la presenza degli abitanti di GraniteHouse? «Ma, insomma, di che felini si tratta?» chiese Pencroff. «Sono tigri» rispose Harbert. «Credevo che queste bestie si trovassero solo nei paesi caldi.» «Sul nuovo continente,» rispose il ragazzo «si trovano dal Messico sino alle Pampas di Buenos Ayres. Poiché l’isola di Lincoln è press’a poco alla stessa latitudine delle province della Piata, non è da meravigliarsi se vi si incontrano delle tigri.» «Bene, staremo in guardia» disse Pencroff. La neve finì per dileguarsi sotto l’influenza della temperatura, che si era alzata. Cadde la pioggia, e, grazie alla sua azione dissolvente, lo strato bianco si cancellò. Malgrado il cattivo tempo, i coloni si rifornirono di tutto: mandorle di pino, radici di dracena, rizomi, liquore d’acero, per la parte vegetale; conigli, aguti e canguri, per la parte animale. Questi lavori resero necessarie delle escursioni nella foresta, ciò che diede modo ai coloni di constatare come una certa quantità d’alberi fosse stata abbattuta dall’ultimo uragano. Il marinaio e Nab si spinsero anche, con il carretto, fino al giacimento di carbon fossile, allo scopo di portare a casa alcune tonnellate di combustibile. Passando, videro che il fumaiolo del forno per le terraglie era stato molto danneggiato dal vento e scoronato di sei piedi buoni almeno. Contemporaneamente al carbone, anche la provvista di legna fu rinnovata a GraniteHouse, approfittando della corrente del Mercy che si era liberata dai ghiacci, per condurne parecchi carichi. Poteva darsi che il periodo dei grandi freddi non fosse finito. Fu fatta una visita anche ai Camini, e i coloni non poterono che compiacersi di non avervi abitato durante la tempesta. Il mare vi aveva lasciato segni indubbi delle sue devastazioni. Sollevato dal vento, aveva superato l’isolotto, aveva violentemente assalito i corridoi, che erano invasi dalla sabbia; le rocce, poi, erano coperte da fitti strati di alghe marine. Mentre Nab, Harbert e Pencroff cacciavano o facevano nuove provviste di combustibile, Cyrus Smith e Gedeon Spilett si dedicarono a ripulire un po’ i Camini e ritrovarono la fucina e i fornelli quasi intatti, giacché erano stati protetti sin dall’inizio dall’accumularsi delle sabbie. La riserva di combustibile non era stata rinnovata inutilmente. I freddi pungenti non erano ancora finiti. È noto che nell’emisfero boreale il mese di febbraio si segnala principalmente per i grandi abbassamenti di temperatura. Nell’emisfero australe doveva essere lo stesso, e infatti la fine del mese d’agosto, ch’è il febbraio dell’America del Nord, non sfuggì a questa legge climatica. Verso il 25, dopo un altro alternarsi di neve e di pioggia, il vento spirò da sudest, e il freddo divenne improvvisamente molto intenso. Secondo la stima dell’ingegnere, la colonna di mercurio d’un termometro Fahrenheit non avrebbe segnato meno di otto gradi sotto zero (22°,22 centigradi sotto zero); questo freddo intenso, reso ancor più doloroso da un vento tagliente, durò parecchi giorni. I coloni dovettero rinchiudersi di nuovo in GraniteHouse, e siccome fu necessario tappare ermeticamente tutte le aperture della facciata, non lasciando che il passaggio strettamente necessario per il rinnovarsi dell’aria, il consumo di candele steariche fu considerevole. Per economizzarle, i coloni si accontentarono spesso della luce proveniente dalla fiamma dei focolari, dove il combustibile non veniva risparmiato. Più volte, l’uno o l’altro dei coloni provò a discendere sulla spiaggia, in mezzo ai ghiacci, che il flusso vi ammucchiava a ogni marea, ma tutti dovettero subito risalire a GraniteHouse, afferrandosi a stento ai pioli della scala che, dato il gran freddo, bruciavano loro le dita. Bisognò ancora pensare al modo di occupare gli ozi, a cui la segregazione costringeva gli ospiti di GraniteHouse. Cyrus Smith intraprese allora un’operazione, che poteva farsi anche stando rinchiusi. È noto che i coloni non avevano a loro disposizione altro zucchero se non la sostanza liquida, che traevano dall’acero, facendo profonde incisioni in detto albero. Bastava che raccogliessero il succo in vasi, e poi lo adoperavano senz’altro così, allo stato grezzo, in diversi usi culinari, e tanto meglio in quanto il liquido, invecchiando, tendeva a imbiancare, prendendo una consistenza sciropposa. Ma c’era di meglio da fare, e un giorno Cyrus Smith annunciò ai suoi compagni ch’essi stavano per trasformarsi in raffinatori. «Raffinatori!» disse Pencroff. «È un mestiere un po’ caldo, vero?» «Caldissimo!» rispose l’ingegnere. «Allora, bene: sarà adatto alla stagione!» replicò il marinaio. Questa parola, «raffinazione», non deve però destare nella mente l’immagine di fabbriche complicate, di attrezzi e operai. No! Per cristallizzare il succo di cui si parla, bastava epurarlo mediante un’operazione estremamente facile. Esso fu semplicemente sottoposto a una certa evaporazione, mettendolo sul fuoco in grandi vasi di terra; poco dopo della schiuma apparve alla sua superficie; quando il liquido cominciò a divenir denso, Nab ebbe cura di rimestarlo con una spatola di legno, per accelerare la sua evaporazione e impedirgli nello stesso tempo di contrarre un gusto di bruciaticcio. Dopo alcune ore di ebollizione su di un buon fuoco, che faceva tanto bene agli operatori quanto alla sostanza lavorata, quest’ultima si trasformò in un denso sciroppo. Questo sciroppo fu versato in stampi d’argilla, precedentemente fabbricati nel fornello stesso della cucina, ai quali erano state impresse forme svariate. L’indomani, lo sciroppo, raffreddato, formava pani e tavolette: era zucchero, di colore un po’ rossastro, ma quasi trasparente e di ottimo gusto. Il freddo continuò fino a metà settembre e i prigionieri di GraniteHouse cominciavano a trovare assai lunga la loro prigionia. Quasi tutti i giorni tentavano qualche sortita, che però non poteva essere che molto breve. Lavoravano, quindi, costantemente a ordinare e abbellire la loro casa, e lavorando conversavano. Cyrus Smith istruiva i compagni in molte cose e spiegava loro principalmente le applicazioni pratiche della scienza. I coloni non avevano una biblioteca a loro disposizione, ma l’ingegnere era un libro sempre pronto, sempre aperto alla pagina di cui ciascuno aveva bisogno, un libro che risolveva loro tutti i problemi e che essi sfogliavano molto spesso. Così il tempo passava e quella brava gente non sembrava temere per nulla l’avvenire. Però, era tempo che quella segregazione finisse. Tutti avevano fretta di vedere, se non la bella stagione, almeno la cessazione di quel freddo insopportabile. Se solamente fossero stati vestiti in modo da poterlo sfidare, quante escursioni avrebbero tentate, sia alle dune, sia alla palude delle tadorne! La selvaggina doveva essere facilmente avvicinabile e la caccia sarebbe stata sicuramente fruttuosa. Ma Cyrus Smith teneva a che nessuno compromettesse la propria salute, giacché aveva bisogno di tutte le braccia, e i suoi consigli furono seguiti. Ma bisogna dire che il più stanco della prigionia, dopo Pencroff, era Top. Il fedele animale si trovava molto a disagio nella GraniteHouse. Andava e veniva da una camera all’altra e manifestava a modo suo la noia d’essere rinchiuso. Cyrus Smith notò spesso che, quando si avvicinava all’oscuro pozzo, che era in comunicazione con il mare e la cui apertura si trovava in fondo al magazzino, Top faceva udire strani brontolii: girava intorno a quel buco, ch’era stato coperto con una tavola di legno. Talvolta cercava persino d’introdurre le zampe sotto la tavola, come avesse voluto sollevarla, e abbaiava allora in modo particolare, che indicava collera e inquietudine insieme. Più volte l’ingegnere osservò questo lavorio. Che cosa c’era dunque in quell’abisso, che potesse tanto impressionare l’intelligente animale? Il pozzo finiva nel mare, questo era certo. Si ramificava in stretti canali attraverso l’isola? Era forse in comunicazione con altre cavità interne? Qualche mostro marino veniva forse, di tanto in tanto, a respirare nel suo fondo? L’ingegnere non sapeva che cosa pensare e non poteva fare a meno di fantasticare bizzarre complicazioni. Avvezzo ad andar lontano nel campo delle realtà scientifiche, egli non si perdonava di lasciarsi trascinare nel dominio dello strano e quasi del soprannaturale; ma come spiegarsi che Top, uno di quei cani sensati, che non perdono il loro tempo abbaiando alla luna, s’ostinasse a sondare con il fiuto e con l’udito quell’abisso, se niente vi accadeva, che potesse destare la sua inquietudine? La condotta di Top impensieriva Cyrus Smith più di quanto gli sembrasse ragionevole confessare a se stesso. Però, l’ingegnere non comunicò le sue impressioni che a Gedeon Spilett, trovando inutile iniziare i suoi compagni alle riflessioni involontarie, prodotte in lui da quella che forse era solo una fissazione di Top. Finalmente, il freddo cessò. Vi furono ancora piogge, raffiche miste di neve, piovaschi, temporali, colpi di vento, ma furono intemperie passeggere. Il ghiaccio s’era disciolto, la neve si era fusa; la spiaggia, l’altipiano, le rive del Mercy, la foresta erano ridivenuti praticabili. Questo ritorno della primavera trasse i coloni fuori da GraniteHouse, e pochi giorni dopo essi non vi trascorrevano che le ore del sonno e dei pasti. Nella seconda metà di settembre la caccia fu molto intensificata e Pencroff ebbe così occasione di reclamare con nuova insistenza le armi da fuoco, che affermava essere state promesse da Cyrus Smith. Questi, ben sapendo che senza uno speciale complesso di attrezzi gli sarebbe stato quasi impossibile fabbricare un fucile che potesse essere di una qualche utilità, si schermiva sempre e rimandava l’operazione. D’altra parte faceva osservare che Harbert e Gedeon Spilett erano divenuti abili arcieri, che ogni sorta d’animali eccellenti: aguti, canguri, capibara, piccioni, ottarde, anatre selvatiche, beccaccini, insomma, molta selvaggina di pelo o di piuma, cadeva sotto le loro frecce, e che, di conseguenza, si poteva aspettare. Ma l’ostinato marinaio non ci sentiva da quell’orecchio e non avrebbe certo lasciato tregua all’ingegnere, sino a che questi non avesse soddisfatto il suo desiderio. Gedeon Spilett, del resto, appoggiava Pencroff. «Se l’isola, come abbiamo ragione di sospettare,» diceva egli «ospita delle bestie feroci, bisogna pensare a combatterle e sterminarle. Può venire un momento in cui questo sia il nostro primo dovere.» Ma intanto non era il problema delle armi da fuoco a preoccupare Cyrus Smith, ma quello delle vesti. I vestiti che i coloni portavano avevano passato l’inverno, ma non avrebbero certo potuto durare sino all’inverno prossimo. Occorreva procurarsi a ogni costo pelli di carnivori o lana di ruminanti e, visto che i mufloni non mancavano, conveniva pensare al modo di formarne un gregge da allevare per i bisogni della colonia. Un recinto destinato agli animali domestici, un pollaio adattato per i volatili, in una parola, una specie di fattoria, da costruire in qualche punto dell’isola, ecco i due importanti progetti da mettere in esecuzione durante la buona stagione. Per questo, e in vista di simili opere future, diveniva, dunque, urgente fare una ricognizione in tutta la parte ancora ignorata dell’isola di Lincoln, vale a dire nelle alte foreste, che si stendevano sulla destra del Mercy, dalla sua foce fino all’estremità della penisola Serpentine, come pure su tutta la costa occidentale. Ma ci voleva tempo stabile, e un mese ancora doveva passare prima che questa esplorazione potesse essere intrapresa utilmente. I coloni aspettavano, dunque, con una certa impazienza, quando accadde un fatto che contribuì ad eccitare ancor più il desiderio comune di visitare per intero il loro dominio. Il 24 ottobre, Pencroff era andato a vedere le trappole, ch’egli manteneva sempre convenientemente provvedute d’esca. In una d’esse trovò tre animali, che sarebbero stati certo bene accolti nella dispensa di GraniteHouse. Erano una femmina di pecari e i suoi due piccoli. Pencroff ritornò, dunque, a GraniteHouse, lietissimo della cattura, e come sempre, fece grande sfoggio della sua caccia. «Andiamo! Faremo un buon pranzetto, signor Cyrus» esclamò. «E anche voi, signor Spilett, ne mangerete!» «Certo che voglio mangiarne,» rispose il cronista «ma che cosa mangerò?» «Del maialino da latte.» «Ah! Davvero? Pencroff? A sentirvi, credevo che portaste una pernice tartufata!» «Come?» esclamò Pencroff. «Sdegnereste forse un porcellino da latte?» «No,» rispose Gedeon Spilett, senza mostrare alcun entusiasmo «e purché non se ne abusi…» «Bene, bene, signor giornalista,» rimbeccò il marinaio, cui non garbava udir disprezzare la sua caccia «fate il difficile? Ma sette mesi or sono, quando siamo giunti nell’isola, sareste stato felice di trovare una simile selvaggina!…» «Avete ragione» rispose il giornalista. «Ma l’uomo non è mai né perfetto né contento.» «Adesso» riprese Pencroff «spero che Nab si faccia onore. Vedete! Questi due piccoli pecari non hanno ancora tre mesi e saranno teneri come quaglie! Andiamo, Nab; vieni! Ne sorveglierò io stesso la cottura.» E il marinaio, seguito da Nab, raggiunse la cucina e fu tutto assorto nei suoi lavori culinari. Fu lasciato fare a suo modo. Nab e lui prepararono, dunque, un desinare magnifico: i due piccoli pecari, una zuppa di canguro, un prosciutto affumicato, dei pinoli, la bibita di dracena, del té d’Oswego; insomma, tutto quanto c’era di meglio; però, fra tutti i piatti dovevano figurare in prima linea i saporiti pecari, preparati in stufato. Alle cinque, il pranzo fu servito nella sala di GraniteHouse. La zuppa di canguro fumava sulla tavola e venne trovata eccellente. Alla zuppa successero i pecari, che Pencroff volle tagliare egli stesso e dei quali servì porzioni enormi a ciascun convitato. Quei porcellini erano veramente deliziosi, e Pencroff divorava la sua parte con grande entusiasmo, quando tutto a un tratto un grido e una bestemmia gli sfuggirono. «Che cosa c’è?» domandò Cyrus Smith. «C’è… c’è… che mi sono spezzato un dente!» rispose il marinaio. «Ah, questo poi! Ci sono dunque dei sassi nei vostri pecari?» disse Gedeon Spilett. «Bisogna crederlo!» rispose Pencroff, togliendosi dalle labbra l’oggetto che gli costava un molare!… Non era un sasso… Era un pallino di piombo. FINE DELLA PRIMA PARTE Parte Seconda L’ABBANDONATO CAPITOLO I ERANO trascorsi sette mesi, giorno dopo giorno, da che i passeggeri del pallone erano stati gettati sull’isola di Lincoln. Durante questo periodo, per quante ricerche avessero fatte, nessun essere umano s’era loro mostrato. Mai un filo di fumo aveva tradito la presenza dell’uomo sulla superficie dell’isola di Lincoln. Mai s’era trovato un lavoro manuale, che testimoniasse il suo passaggio, né remoto, né recente. Non solo l’isola sembrava non essere abitata, ma si poteva credere che mai lo fosse stata. E ora, ecco che tutto quel cumulo di deduzioni cadeva davanti a un semplice granello di metallo, trovato nel corpo di un innocuo roditore! Fatto sta, che quel piombo era uscito da un’arma da fuoco; e chi altro, se non un essere umano, aveva potuto essersi servito di essa? Allorché Pencroff ebbe posato il pallino di piombo sulla tavola, i suoi compagni lo guardarono con profondo stupore. Tutte le conseguenze di quell’incidente, degno di considerazione malgrado la nessuna importanza apparente, avevano subitamente colpito il loro animo. L’improvvisa apparizione di un essere soprannaturale non li avrebbe impressionati più vivamente. Cyrus Smith formulò subito, senza esitare, le ipotesi che il fatto, sorprendente quanto inatteso, doveva provocare. Prese il pallino di piombo, lo girò, lo rigirò, lo palpò tra l’indice e il pollice, poi: «Siete in grado di affermare» domandò a Pencroff «che il pecari ferito da questo pallino di piombo aveva appena tre mesi?» «Appena tre mesi, signor Cyrus» rispose Pencroff. «Poppava ancora da sua madre quando l’ho trovato nella buca.» «Orbene,» disse l’ingegnere «questo prova che non più di tre mesi fa, una fucilata è stata sparata nell’isola di Lincoln.» «E che un pallino,» aggiunse Gedeon Spilett «ha colpito, ma non mortalmente, questo animaletto.» «Ciò è indubitabile» riprese Cyrus Smith. «Ed ecco quali conclusioni si possono trarre da quest’incidente: o l’isola era abitata prima del nostro arrivo, o degli uomini vi sono sbarcati da tre mesi al massimo. Questi uomini sono arrivati volontariamente o involontariamente, per mezzo di un regolare approdo o di un naufragio? Questo fatto non potrà essere chiarito che più tardi. Quanto poi all’esser loro, siano europei o malesi, nemici o amici della nostra razza, nulla può permetterci di indovinarlo, così come non sappiamo se abitino ancora sull’isola o se l’abbiano lasciata. Ma tutto questo ci interessa troppo direttamente perché possiamo restare più a lungo nell’incertezza.» «No! Cento volte no! Mille volte no!» gridò il marinaio, alzandosi da tavola. «Non ci sono altri uomini che noi sull’isola di Lincoln! Diavolo! L’isola non è grande, e se fosse stata abitata, avremmo già scoperto qualcuno dei suoi abitanti!» «Infatti, sarebbe molto stupefacente il contrario» disse Harbert. «Ma sarebbe assai più stupefacente, mi pare,» fece osservare il giornalista «che questo animaletto fosse nato con un granello di piombo nel corpo!» «A meno che Pencroff,» disse seriamente Nab «non abbia avuto già…» «Ma andiamo, Nab» replicò Pencroff risentito. «Io avrei, dunque, tenuto, per cinque o sei mesi circa, un pallino di piombo nella mascella, senza essermene accorto! Ma dove si sarebbe nascosto?» soggiunse il marinaio, aprendo la bocca in modo da mostrare i magnifici trentadue denti che la guarnivano. «Guarda bene, Nab, e se trovi un solo dente bucato in questa dentiera, ti permetto di strapparne mezza dozzina!» «L’ipotesi di Nab è inammissibile, infatti» rispose Cyrus Smith, che, malgrado la gravità dei suoi pensieri, non poté trattenere un sorriso. «È certo che una fucilata è stata sparata nell’isola in questi ultimi tre mesi. Sarei incline a pensare che gli esseri approdati su queste coste vi si trovino solo da pochissimo tempo o che vi siano stati soltanto di passaggio; poiché se, quando noi esploravamo l’isola dall’alto del monte Franklin, essa fosse stata abitata, li avremmo veduti o saremmo stati veduti. È quindi probabile che da alcune settimane soltanto dei naufraghi siano stati gettati da una tempesta in qualche parte della costa. In ogni modo, a noi importa di essere positivamente informati su questo punto.» «Penso che dovremo agire con prudenza» disse il giornalista. «È anche la mia opinione,» rispose Cyrus Smith «giacché bisogna disgraziatamente temere di aver a che fare con dei pirati malesi!» «Signor Cyrus,» chiese il marinaio «non sarebbe opportuno, prima d’andare alla scoperta, costruire una imbarcazione che ci permetta sia di risalire il fiume e sia, all’occorrenza, di fare il periplo dell’isola? Non bisogna lasciarsi prendere alla sprovvista.» «La vostra idea è buona, Pencroff,» rispose l’ingegnere «ma non possiamo aspettare. Occorrerebbe almeno un mese per costruire una imbarcazione…» «Una barca vera e propria, sì,» rispose il marinaio «ma noi non abbiamo bisogno di un’imbarcazione destinata a tenere il mare, e in cinque giorni al massimo, io m’impegno di costruire una piroga sufficiente per navigare sul Mercy.» «In cinque giorni» esclamò Nab «fabbricare una barca?» «Sì, Nab, una barca alla moda indiana.» «Di legno?» domandò il negro con un’aria poco persuasa. «Di legno,» rispose Pencroff «o piuttosto di corteccia. Vi ripeto, signor Cyrus, che in cinque giorni la cosa può essere portata a termine!» «In cinque giorni? Va bene!» rispose l’ingegnere. «Ma in questo frattempo faremo assai bene a stare in guardia!» disse Harbert. «Molto bene in guardia, amici miei,» rispose Cyrus Smith «e vi prego, anzi, di limitare le vostre escursioni di caccia alle vicinanze di GraniteHouse.» Il pranzo finì meno gaiamente di quanto Pencroff avesse sperato. E così, dunque, l’isola era o era stata abitata, da altri, oltre ai coloni. Dopo l’incidente del pallino di piombo, il fatto era ormai incontestabile, e si capisce come una simile rivelazione non potesse che provocare vive inquietudini nei coloni. Cyrus Smith e Gedeon Spilett, prima di abbandonarsi al riposo, conversarono lungamente di queste cose. Si domandarono se, per caso, l’incidente potesse avere qualche relazione con le circostanze inspiegabili del salvataggio dell’ingegnere e con le altre strane particolarità, che già li avevano più volte colpiti. Cyrus Smith, dopo aver discusso il pro e il contro della questione, finì col dire: «Insomma, volete conoscere la mia opinione, caro Spilett?» «Sì, Cyrus.» «Ebbene, eccola: per quanto minuziosamente noi esploriamo l’isola, non troveremo nulla.» Sin dal giorno dopo Pencroff si mise all’opera. Non si trattava di costruire una barca con ossatura e fasciame; ma molto semplicemente un galleggiante, a fondo piatto, che sarebbe stato eccellente per la navigazione del Mercy, soprattutto nelle vicinanze della sorgente, dove l’acqua era poco profonda. Dei pezzi di corteccia d’albero, uniti insieme, dovevano bastare a formare la leggera imbarcazione, che anche nel caso in cui, per il sopraggiungere di ostacoli naturali, avesse dovuto essere portata, non sarebbe stata né pesante né ingombrante. Pencroff si proponeva di unire le strisce di corteccia per mezzo di chiodi ribaditi, assicurando così l’aderenza e la perfetta tenuta stagna della barca. Bisognava, dunque, scegliere alberi la cui scorza, pieghevole e tenace a un tempo, si prestasse a questo lavoro. L’ultimo uragano aveva, appunto, abbattuto un certa quantità di pini di Douglas, tipo d’albero che conveniva magnificamente al genere di costruzione di cui si trattava. Alcuni di questi alberi giacevano a terra e non c’era che da scortecciarli; ma proprio qui stava il difficile, data l’imperfezione degli attrezzi posseduti dai coloni. Alla fine, però, ne vennero a capo. Mentre il marinaio, aiutato dall’ingegnere, s’occupava dell’operazione accennata, senza perdere tempo, Gedeon Spilett e Harbert non rimasero oziosi. Erano diventati i fornitori di vettovaglie della colonia. Il giornalista non si stancava di ammirare il ragazzo per la destrezza da lui acquisita nel maneggio dell’arco o della picca. Harbert mostrava pure una grande arditezza, unita a molto di quel sangue freddo, che si potrebbe giustamente chiamare «il raziocinio del coraggio». I due cacciatori, d’altronde, tenendo presenti le raccomandazioni di Cyrus Smith, non si spingevano oltre un raggio di due miglia da GraniteHouse; ma i primi pendii della foresta fornivano un tributo sufficiente di aguti, di capibara, di canguri, di pecari, ecc.; e, se il rendimento delle trappole era poco importante da che il freddo era cessato, la garenna dava sempre il suo solito contingente, che avrebbe potuto da solo nutrire tutta la colonia dell’isola di Lincoln. Durante la caccia, Harbert conversava spesso con Gedeon Spilett dell’incidente del pallino di piombo e delle deduzioni che l’ingegnere ne aveva tratte; e un giorno, era il 26 ottobre, egli disse: «Ma, signor Spilett, non trovate stranissimo che, se dei naufraghi sono sbarcati su quest’isola, non si siano ancora mostrati nei pressi di GraniteHouse?» «Sarebbe straordinario, infatti, se vi fossero ancora,» rispose il reporter «ma non sarebbe invece per nulla straordinario se non vi fossero più!» «E così, pensate che quella gente abbia già abbandonato l’isola?» riprese Harbert. «È più che probabile, ragazzo mio, giacché se il loro soggiorno si fosse prolungato, e soprattutto se vi fossero ancora, qualche incidente avrebbe finito per rivelarne la presenza.» «Ma, se hanno potuto ripartire,» fece osservare il giovinetto «non erano naufraghi.» «No, Harbert, o per lo meno, erano dei naufraghi che chiamerei provvisori. È possibilissimo, infatti, che un colpo di vento li abbia gettati sull’isola, senza però danneggiare la loro imbarcazione, e che, calmatosi il vento, abbiano ripreso il mare.» «Bisogna ammettere una cosa,» disse Harbert «e cioè che il signor Smith sembra sempre piuttosto temere che desiderare la presenza di esseri umani sulla nostra isola.» «Infatti,» rispose il giornalista «egli pensa che solo i malesi possono frequentare questi mari; e quei gentiluomini sono cattivi soggetti, che è bene evitare.» «Sarà possibile, signor Spilett,» riprese Harbert «ritrovare, un giorno o l’altro, tracce del loro sbarco, e raccogliere così informazioni al riguardo?» «Non dico di no, figliuolo. Un accampamento abbandonato, un fuoco spento, possono metterci sulla via giusta; e questo appunto cercheremo nella prossima esplorazione.» Il giorno in cui i due cacciatori parlavano così, si trovavano in una parte della foresta, vicina al fiume Mercy, notevole per i suoi bellissimi alberi. Colà, fra gli altri, sorgevano, alte quasi duecento piedi, alcune di quelle superbe conifere, cui gli indigeni della Nuova Zelanda danno il nome di kauri. «Un’idea, signor Spilett» disse Harbert. «Se salissi sulla cima di uno di questi kauri, potrei forse osservare il paese per un’estensione abbastanza vasta!» «L’idea è buona,» rispose il giornalista «ma potrai arrampicarti sino alla sommità di quei giganti?» «Provo subito» rispose Harbert. Il giovinetto, agile e svelto, si slanciò sui primi rami, la cui disposizione rendeva abbastanza facile la scalata del kauri, e, in pochi minuti, era giunto alla cima, che emergeva dall’immensa pianura verde, formata dalle fronde della foresta. Da quel punto elevato, lo sguardo poteva distendersi su tutta la parte meridionale dell’isola, cioè dal capo Artiglio, a sudest, fino al promontorio del Rettile a sudovest. A nordovest si ergeva il monte Franklin, che nascondeva più di un quarto dell’orizzonte. Ma, dall’alto del suo osservatorio, Harbert poteva scorgere proprio tutta quella parte ancora sconosciuta dell’isola, che aveva potuto dare o dava ancora rifugio agli stranieri, di cui si supponeva la presenza. Il ragazzo guardò con estrema attenzione. Sul mare, niente in vista. Non una vela, né all’orizzonte, né ai punti d’approdo dell’isola. Tuttavia, siccome il folto degli alberi nascondeva il litorale, era possibile che un bastimento, specie un bastimento disalberato, si trovasse sotto costa e, per conseguenza, fosse invisibile per Harbert. In mezzo ai boschi del Far West, egualmente nulla. La foresta formava un’impenetrabile copertura, misurante parecchie miglia quadrate, senza una radura, senza uno spazio scoperto. Era persino impossibile seguire il corso del Mercy e distinguere il punto della montagna da cui nasceva. Probabilmente, altri corsi d’acqua andavano verso l’ovest, ma nulla permetteva di constatarlo. Se ogni indizio di accampamento sfuggiva ad Harbert, non poteva egli almeno sorprendere nell’aria qualche spira di fumo, che svelasse la presenza dell’uomo? L’atmosfera era pura, e il più lieve vapore si sarebbe nettamente rilevato sullo sfondo del cielo. Per un istante, Harbert credette di vedere un sottile filo di fumo innalzarsi a ovest, ma una più attenta osservazione gli dimostrò che s’ingannava. Guardò ancora con la massima cura, e la sua vista era anche eccellente… No, non c’era nulla, assolutamente. Harbert ridiscese ai piedi del kauri e i due cacciatori ritornarono a GraniteHouse. Cyrus Smith ascoltò il racconto del ragazzo, scrollò il capo e tacque. Era evidente che non sarebbe stato possibile pronunciarsi sull’importante problema, se non dopo un’esplorazione completa dell’isola. Due giorni dopo, il 28 ottobre, si verificò un altro avvenimento inspiegabile, che lasciò i coloni perplessi e insoddisfatti. Mentre si aggiravano sulla spiaggia, a due miglia da GraniteHouse, Harbert e Nab furono abbastanza fortunati da catturare un magnifico esemplare dell’ordine dei chelonidi. Era una testuggine franca, del genere mydase, il cui guscio aveva magnifici riflessi verdi. Harbert scoperse questa tartaruga mentre strisciava fra le rocce per raggiungere il mare. «A me, Nab, a me!» gridò il giovinetto. Nab accorse. «Che bell’animale!» disse Nab «ma come catturarlo?» «Nulla di più facile, Nab» rispose Harbert. «Rovesceremo questa tartaruga sul dorso, e non potrà più fuggire. Prendi la picca e imitami.» Il rettile, sentendo il pericolo, s’era ritirato nel suo guscio: non se ne vedevano più né la testa né le zampe, ed era immobile come un masso. Harbert e Nab fecero passare i loro bastoni sotto lo sterno dell’animale e unendo i loro sforzi riuscirono, non senza fatica, a voltarlo sul dorso. Quella testuggine, lunga tre piedi, doveva pesare almeno quattrocento libbre. «Bene!» esclamò Nab «farà felice l’amico Pencroff!» E infatti, l’amico Pencroff non poteva non essere contento, poiché la carne di queste tartarughe, che si cibano di zostere, è straordinariamente saporita. In quel momento la bestia catturata non lasciava intravedere che la testa piccola, piatta, ma molto allargata posteriormente da grandi fosse temporali, celate sotto una volta ossea. «E adesso, che cosa faremo di questa selvaggina?» disse Nab. «Non possiamo certo trascinarla a GraniteHouse.» «Lasciamola qui, tanto non può voltarsi» rispose Harbert; «ritorneremo a prenderla con il carro.» «D’accordo.» Tuttavia, per maggior precauzione, Harbert volle ancora coprire l’animale con dei grossi ciottoli, cosa che Nab trovò superflua; dopo di che i due cacciatori ritornarono a GraniteHouse, seguendo la spiaggia, che la marea, allora bassa, lasciava scoperta per largo tratto. Harbert, volendo fare una sorpresa a Pencroff, non gli disse nulla del «superbo esemplare dei chelonidi» che aveva capovolto sulla sabbia; ma due ore dopo, Nab e lui erano di ritorno con il carro sul luogo dove l’avevano lasciato. Il «superbo esemplare dei chelonidi» non c’era più. Nab e Harbert prima si guardarono l’un l’altro, poi si guardarono intorno. Eppure, la testuggine era stata lasciata proprio in quel punto. Il ragazzo ritrovò persino i ciottoli di cui s’era servito e, per conseguenza, era sicuro di non ingannarsi. «Ah!» disse Nab «possono, dunque, voltarsi queste bestie?» «Così sembra» rispose Harbert, che non ci capiva più nulla e guardava i ciottoli sparsi sulla sabbia. «Orbene, Pencroff non ne sarà certo contento!» «E il signor Smith sarà probabilmente assai imbarazzato a spiegare questa sparizione!» pensò Harbert. «Bene!» fece Nab, che voleva celare la sua disavventura «non ne parleremo.» «Invece bisogna parlarne, Nab» rispose Harbert. E riprendendo il carro inutilmente condotto fin là, tutt’e due tornarono a GraniteHouse. Arrivati al cantiere, dove l’ingegnere e il marinaio lavoravano insieme, Harbert raccontò quel ch’era accaduto. «Ah, malaccorti!» esclamò il marinaio. «Avete lasciato scappare almeno cinquanta minestre!» «Ma, Pencroff,» ribatté Nab «non è colpa nostra, se la bestia è fuggita, poiché ti assicuro che noi l’avevamo rivoltata!» «Allora, vuol dire che non l’avevate voltata abbastanza!» rimbeccò l’intrattabile marinaio, sottolineando con vivacità questa buffa risposta. «Non abbastanza bene?» esclamò Harbert. E raccontò che aveva preso la precauzione di mettere persino dei ciottoli sopra la tartaruga. «È un miracolo, dunque!» soggiunse Pencroff. «Io credevo, signor Cyrus,» disse Harbert «che le testuggini, una volta poste sul dorso, non potessero rimettersi sulle zampe, soprattutto quando sono di grosse dimensioni.» «È proprio così, ragazzo mio» rispose Cyrus Smith. «Allora, come può essere stato possibile?…» «A quale distanza dal mare avevate lasciato questa tartaruga?» domandò l’ingegnere, che, sospeso il suo lavoro, rifletteva sull’incidente. «A una quindicina di piedi al massimo» rispose Harbert. «E la marea era bassa allora?» «Sì, signor Cyrus.» «Orbene,» rispose l’ingegnere «quel che la tartaruga non poteva fare sulla sabbia, può darsi che l’abbia fatto nell’acqua. Si sarà rivoltata quando il flusso l’avrà ripresa e sarà tranquillamente ritornata in alto mare.» «Ah! che imprudenti siamo stati!» esclamò Nab. «È proprio quanto avevo avuto l’onore di dirvi!» ribatté Pencroff. Cyrus Smith aveva dato questa spiegazione, ch’era senza dubbio ammissibile. Ma era egli stesso ben convinto della sua giustezza? Non oseremmo affermarlo. CAPITOLO II IL 29 OTTOBRE, il canotto di corteccia d’albero era finito. Pencroff aveva mantenuto la promessa e in cinque giorni era stata costruita una specie di piroga, il cui scafo aveva un’ossatura formata di bacchette flessibili di crejimba. Un banco a poppa, un secondo al centro, per mantenere la distanza fra i bordi, un terzo a prua, una falchetta per sostenere gli scalmi di due remi, un remo a bratto (Nota: Il remo è uno strumento di legno che, opportunamente maneggiato, imprime il movimento ad una imbarcazione, vedi gondola. Fine nota) a poppa per governare, completavano quest’imbarcazione, lunga dodici piedi e che non pesava duecento libbre. L’operazione del varo fu estremamente semplice: la leggera piroga venne portata sulla sabbia, al limite del litorale dinanzi a GraniteHouse, e la marea crescente la sollevò. Pencroff, che vi saltò dentro subito, vogò a bratto (Nota: La voga consiste in una serie di rapidissimi mezzi giri alternati in un senso e nell’altro, che si fanno compiere al remo intorno a se stesso. Fine nota) e poté constatare che si prestava benissimo all’uso che ne voleva fare. «Evviva!» gridò il marinaio, che non sdegnò di celebrare così il proprio trionfo. «Con questa si farebbe il giro…» «Del mondo?» domandò Gedeon Spilett. «No, dell’isola. Alcuni sassi per zavorra, un albero a prua e un pezzettino di vela, che il signor Smith ci fabbricherà un giorno, e si andrà lontano! Ebbene, signor Cyrus, e voi signor Spilett, e voi Harbert, e tu Nab, non venite, dunque, a provare il nostro nuovo bastimento! Diavolo! Bisogna pur vedere se può portarci tutti e cinque!» Infatti, era necessario fare questo esperimento. Pencroff, con un colpo di remo, ricondusse l’imbarcazione presso la spiaggia, per uno stretto passaggio esistente fra gli scogli, e si decise che in quello stesso giorno sarebbe stata fatta la prova della piroga, costeggiando la riva fino alla prima punta, dove finiva a sud la scogliera. Al momento dell’imbarco, Nab esclamò: «Ma fa anche abbastanza acqua il tuo bastimento, Pencroff!» «Niente, niente, Nab» rispose il marinaio. «Bisogna che il legno si stagni! Entro due giorni ogni infiltrazione sarà cessata e la nostra piroga non avrà più acqua nel ventre, di quanta ve ne sia nello stomaco di un ubriacone. A bordo!» I coloni s’imbarcarono e Pencroff prese il mare. Il tempo era magnifico, il mare calmo come se le sue acque fossero state contenute nelle strette rive di un lago, e la piroga poteva quindi affrontarlo con la stessa sicurezza con cui avrebbe risalito la tranquilla corrente del Mercy. Dei due remi, Nab prese l’uno, Harbert l’altro e Pencroff rimase a poppa dell’imbarcazione, a sbrattare. Il marinaio attraversò dapprima il canale e andò a costeggiare la punta sud dell’isolotto. Una leggera brezza soffiava da sud. Vi era calma sia nel canale sia al largo. Solo poche lunghe, ondulazioni, che la piroga avvertiva appena, essendo pesantemente carica, gonfiavano regolarmente la superficie del mare. I coloni s’allontanarono di circa mezzo miglio dalla costa, in modo da scorgere il monte Franklin in tutta la sua estensione. Poi, Pencroff, invertita la rotta, ritornò verso la foce del fiume. La piroga segui allora la riva che, arrotondandosi fino alla punta estrema, nascondeva tutta la pianura paludosa delle tadorne. Quella punta, la cui distanza era accresciuta dalla curva della costa, si trovava a circa tre miglia dal Mercy. I coloni decisero di andare fino alla sua estremità e di non oltrepassarla, che di quel tanto che sarebbe occorso per avere una rapida visione della costa fino al capo Artiglio. Il canotto proseguì, dunque, lungo il litorale a una distanza di due gomene al più, evitando gli scogli di cui quei paraggi erano seminati e che la marea crescente cominciava a coprire. La parete andava abbassandosi dalla foce del fiume sino alla punta. Era un ammasso di graniti, capricciosamente disposti, molto diversi dalla cortina che formava l’altipiano di Bellavista, e di un aspetto straordinariamente selvaggio. Si sarebbe detto che un enorme tombarello di massi fosse stato vuotato là. Niente vegetazione sulla sporgenza acutissima che si prolungava in avanti per due miglia oltre la foresta; e quella punta raffigurava assai bene il braccio d’un gigante uscente da una manica di verzura. Il canotto, spinto dai due remi, avanzava senza fatica. Gedeon Spilett, la matita in una mano, il taccuino nell’altra, disegnava la costa a grandi tratti. Nab, Pencroff e Harbert parlavano insieme, esaminando quella parte del loro dominio, nuova ai loro occhi e, a mano a mano che la piroga discendeva verso il sud, i due capi Mandibola parevano spostarsi a chiudere più strettamente la baia dell’Unione. Cyrus Smith non parlava, guardava, e dalla diffidenza che il suo sguardo esprimeva, sembrava sempre ch’egli osservasse qualche strana contrada. Intanto, dopo tre quarti d’ora di navigazione, la piroga era arrivata quasi all’estremità della punta e Pencroff già si preparava a doppiarla, quando Harbert alzandosi, mostrò una macchia nera, dicendo: «Che cos’è quello che vedo laggiù sulla spiaggia? Tutti gli sguardi si volsero al punto indicato.» «Infatti» disse il giornalista «c’è qualche cosa. Si direbbe un relitto mezzo affondato nella sabbia.» «Ah!» gridò Pencroff «io vedo che cos’è!» «Che cosa, dunque?» domandò Nab. «Dei barili, dei barili, che possono essere pieni!» rispose il marinaio. «A riva, Pencroff!» disse Cyrus Smith. Dopo pochi colpi di remo la piroga approdò in una piccola ansa, e i suoi passeggeri balzarono a terra. Pencroff non si era ingannato. C’erano due barili, per metà affondati nella sabbia, ma ancora saldamente attaccati a una larga cassa che, sostenuta da essi, aveva così galleggiato sino al momento in cui era venuta ad arenarsi sulla spiaggia. «C’è dunque stato un naufragio nei paraggi dell’isola?» domandò Harbert. «Evidentemente» rispose Gedeon Spilett. «Ma che cosa c’è in questa cassa?» esclamò Pencroff, con un’impazienza molto naturale. «Che cosa c’è in questa cassa? È chiusa e non abbiamo nulla per rompere il coperchio! Orbene, a colpi di pietra allora…» E il marinaio, sollevando un pesante blocco di granito, s’accingeva a sfondare una delle pareti della cassa, quando l’ingegnere, trattenendolo: «Pencroff,» gli disse «potete moderare la vostra impazienza per un’ora soltanto?» «Ma, signor Cyrus, qui dentro c’è forse tutto quello che ci manca!» «Lo sapremo, Pencroff,» rispose l’ingegnere «ma credetemi, non rompete questa cassa, che può esserci utile. Trasportiamola a GraniteHouse, dove potremo aprirla più facilmente e senza romperla. È ben preparata per viaggiare e, se ha potuto galleggiare sin qui, galleggerà fino alla foce del fiume!» «Avete ragione, signor Cyrus, e io avevo torto,» rispose il marinaio «ma non sempre si è padroni di sé!» Il consiglio dell’ingegnere era saggio. Infatti, la piroga non avrebbe potuto contenere gli oggetti ch’erano probabilmente rinchiusi nella cassa, la quale doveva essere pesante, se erano stati necessari due barili vuoti per tenerla a galla. Era, dunque, meglio rimorchiarla così fino al lido di GraniteHouse. E ora, di dove veniva quella cassa abbandonata? Ecco un problema importante. Cyrus Smith e i suoi compagni si guardarono attorno attentamente e percorsero il lido per parecchie centinaia di passi. Nessun rottame apparve loro. Anche il mare fu scrutato. Harbert e Nab salirono su di un masso elevato, ma l’orizzonte era deserto. Nulla in vista, né un bastimento alla deriva, né una nave alla vela. Ciò nonostante, un naufragio c’era stato, non poteva esservi dubbio. Anche quest’ultimo avvenimento si collegava forse all’incidente del pallino di piombo? Forse degli stranieri erano sbarcati su un altro punto dell’isola? Vi erano forse ancora? Ma la riflessione che logicamente fecero i coloni fu che, a ogni modo, quegli stranieri non potevano essere pirati malesi, poiché l’oggetto gettato in quel luogo dal mare era evidentemente di provenienza americana o europea. Tutti ritornarono vicino alla cassa, che misurava cinque piedi di lunghezza per tre di larghezza. Era di legno di quercia, chiusa molto accuratamente e coperta d’una spessa pelle fissata con chiodi di rame. I due grossi barili, ermeticamente tappati, ma che a picchiarvi sopra si sentivano vuoti, aderivano ai suoi fianchi mediante robuste corde, annodate con nodi, che Pencroff facilmente riconobbe per nodi da marinaio. La cassa stessa pareva in stato di perfetta conservazione, il che si spiegava con il fatto che s’era arenata su una riva sabbiosa e non sugli scogli. Esaminandola bene, si poteva anche affermare che la sua permanenza in mare non doveva essere stata lunga, e che doveva essere giunta sulla spiaggia da pochissimo tempo. Pareva che l’acqua non fosse penetrata nell’interno, e quindi, gli oggetti ch’essa conteneva dovevano essere intatti. Era evidente che quella cassa era stata gettata in mare da una nave disalberata che faceva rotta verso l’isola, e che, nella speranza di farla arrivare alla costa, ove l’avrebbero ritrovata più tardi, i passeggeri avevano preso la precauzione di affidarla a un sistema galleggiante. «Rimorchieremo questa cassa fino a GraniteHouse,» disse l’ingegnere «e ne faremo l’inventario; poi, se scopriremo nell’isola i superstiti del presunto naufragio, la renderemo alle persone cui appartiene. Se non ritroviamo nessuno…» «La terremo per noi!» esclamò Pencroff. «Ma, per Dio, che cosa può esserci dentro?» Il flusso cominciava già a raggiungere il relitto, che con l’alta marea doveva certamente galleggiare. Una delle corde che lo tenevano stretto ai barili fu in parte sciolta e servì da cavo per rimorchiare l’apparato galleggiante con la piroga. Poi, Pencroff e Nab scavarono la sabbia con i remi, allo scopo di facilitare lo spostamento della cassa, e poco dopo l’imbarcazione, rimorchiando la cassa, cominciò a doppiare la punta, alla quale venne dato il nome di Punta del Relitto (Flotsampoint). Il rimorchio era pesante e i barili bastavano appena a sostenere la cassa a fior d’acqua, per cui il marinaio temeva a ogni istante ch’essa si staccasse e colasse a picco. Ma, fortunatamente, i suoi timori non si realizzarono, e un’ora e mezzo dopo la sua partenza — era occorso tutto questo tempo per superare una distanza di tre miglia — la piroga prendeva terra davanti a GraniteHouse. Piroga e cassa furono allora alate sulla sabbia, e siccome il mare già si ritirava, non tardarono a restare in secco. Nab era andato a prendere degli arnesi per aprire la cassa, in modo da deteriorarla il meno possibile. Si sarebbe proceduto poi all’inventario. Pencroff non cercava affatto di nascondere la sua grande emozione. Il marinaio cominciò con lo staccare i due barili, i quali, essendo in buonissimo stato, s’intende che avrebbero potuto essere utilizzati. Poi, le serrature furono forzate mediante una pinza, e il coperchio tosto si sollevò. Un secondo involucro di zinco racchiudeva il contenuto della cassa, che era stata evidentemente preparata così perché gli oggetti in essa contenuti fossero, in tutte le circostanze, al sicuro dall’umidità. «Ah!» esclamò Nab «dentro vi saranno forse delle conserve!» «Spero di no» rispose il giornalista. «Se soltanto ci fosse…» disse il marinaio sottovoce. «Che cosa, dunque?» gli chiese Nab, che l’udì. «Niente!» L’involucro di zinco venne tagliato in tutta la sua larghezza, poi voltato in giù sui fianchi della cassa, e a poco a poco diversi oggetti di varia natura furono estratti e deposti sulla sabbia. A ogni nuovo oggetto, Pencroff emetteva nuovi evviva, Harbert batteva le mani, e Nab ballava… come un negro. V’erano libri, che rendevano Harbert pazzo di gioia, e utensili di cucina, che Nab avrebbe coperto di baci! Tutto sommato, i coloni ebbero modo di sentirsi estremamente soddisfatti, poiché quella cassa conteneva attrezzi, armi, strumenti, vesti, libri; ed eccone la nomenclatura esatta, come fu registrata sul taccuino di Gedeon Spilett: Attrezzi 3 coltelli a più lame 2 scuri da taglialegna 2 scuri da carpentiere 3 pialle 165 2 asce 1 scure a due tagli 6 taglioli a freddo 2 lime 3 martelli 3 succhielli 2 trivelle 10 sacchi di chiodi e di viti 3 seghe di diversa grandezza 2 scatole d’aghi Armi 2 fucili a pietra 2 fucili a capsule fulminanti 2 carabine a fuoco centrale 5 coltellacci 4 sciabole d’arrembaggio 4 bariletti di polvere della capacità di 25 libbre ciascuno 12 scatole di capsule fulminanti Strumenti 1 sestante 1 binocolo 1 cannocchiale 1 scatola di compassi 1 bussola da tasca 1 termometro Fahrenheit 1 barometro aneroide 1 scatola contenente un apparecchio fotografico completo: obiettivo, lastre, prodotti chimici, ecc. Indumenti 2 dozzine di camicie d’un tessuto speciale, che assomigliava alla lana, ma la cui origine era evidentemente vegetale 3 dozzine di calze dello stesso tessuto Utensili 1 bricco di ferro 6 casseruole di rame stagnato 3 piatti di ferro 10 serie di posate d’alluminio 2 ramini 1 piccolo fornello portatile 6 coltelli da tavola Libri 1 Bibbia, contenente l’Antico e il Nuovo Testamento 1 atlante 1 dizionario dei diversi idiomi polinesiani 1 dizionario di scienze naturali in sei volumi 3 risme di carta bianca 2 registri con le pagine bianche «Bisogna riconoscere,» disse il giornalista, dopo aver finito l’inventario «che il proprietario di questa cassa era un uomo pratico! Attrezzi, armi, strumenti, articoli di vestiario, utensili, libri, nulla vi manca! Si direbbe proprio ch’egli si aspettava di naufragare e che vi si era preparato anticipatamente!» «Niente vi manca, infatti» mormorò Cyrus Smith, con aria pensosa. «E di certo,» aggiunse Harbert «il bastimento che portava questa cassa e il suo proprietario non apparteneva ai pirati malesi!» «A meno che quel proprietario non fosse stato fatto prigioniero dai pirati…» fece Pencroff. «Non è ammissibile» rispose il giornalista. «È più probabile che un bastimento americano o europeo sia stato trascinato in questi paraggi, e che dei passeggeri, volendo almeno salvare il necessario, abbiano preparato così questa cassa e l’abbiano gettata in mare.» «È anche il vostro parere, signor Cyrus?» chiese Harbert. «Sì, ragazzo mio,» rispose l’ingegnere, «è possibile che le cose siano andate così. È possibile che, al momento del naufragio, o in previsione di esso, siano stati radunati in questa cassa diversi oggetti di prima necessità, per ritrovarli poi in qualche punto della costa…» «Anche l’apparecchio fotografico!» fece osservare il marinaio, con aria abbastanza incredula. «Quanto a tale apparecchio» rispose Cyrus Smith «non ne comprendo bene l’utilità; molto più utile sarebbe stato per noi, e per tutti gli altri naufraghi, un più completo assortimento di abiti o munizioni più abbondanti.» «Ma su questi strumenti, su questi attrezzi, su questi libri non c’è nessun segno, nessun indirizzo che possa indicarcene la provenienza?» domandò Gedeon Spilett. Bisognava guardare. Ogni oggetto fu, dunque, attentamente esaminato, specialmente i libri, gli strumenti e le armi. Né le armi, né gli strumenti, contrariamente al solito, portavano la marca del fabbricante; eppure erano in perfetto stato e pareva non fossero mai stati usati. Lo stesso poteva dirsi per gli attrezzi e gli utensili; tutto era nuovo, il che provava insomma, che quegli oggetti non erano stati messi così, a caso, nella cassa, ma che invece la scelta ne era stata meditata e il loro ordine studiato con cura. E questo era anche dimostrato dal secondo involucro di metallo che li aveva preservati da ogni umidità e che non avrebbe potuto essere saldato in tutta fretta. Quanto ai dizionari di scienze naturali e degli idiomi polinesiani, tutt’e due erano inglesi, ma non portavano alcun nome d’editore, né alcuna data di pubblicazione. Così era della Bibbia, stampata in lingua inglese, in quarto, notevole dal punto di vista tipografico e che pareva essere stata spesso sfogliata. L’atlante, poi, era un’opera magnifica, comprendente le carte del mondo intero e parecchi planisferi, fatti secondo la proiezione di Mercatore. La nomenclatura era in francese, ma non c’era né data di pubblicazione, né nome d’editore. Su quei diversi oggetti mancava, dunque, un indizio che potesse indicarne la provenienza e, per conseguenza, nulla poteva lasciar indovinare la nazionalità della nave, che aveva dovuto recentemente passare in quei paraggi. Ma, da qualunque parte venisse, quella cassa faceva ricchi i coloni dell’isola di Lincoln. Sino allora essi avevano tutto creato da sé, trasformando i prodotti della natura, e grazie alla loro intelligenza, s’erano tratti d’impaccio. Non pareva ora che la Provvidenza avesse voluto ricompensarli, inviando loro quei diversi prodotti dell’industria umana? I loro ringraziamenti si elevarono, dunque, unanimemente al Cielo. Tuttavia, uno di loro non era completamente soddisfatto. Era Pencroff. Sembrava che la cassa non contenesse una cosa alla quale egli sembrava tenere enormemente, e a mano a mano che gli oggetti ne venivano estratti, le sue esclamazioni di giubilo diminuivano d’intensità e, a inventario finito, fu udito mormorare queste parole: «Tutto questo è bello e buono, ma, come vedete, non c’è niente per me, in questa cassa!» Ciò indusse Nab a dirgli: «Diamine! Amico Pencroff, ma che cosa ti aspettavi?» «Una mezza libbra di tabacco!» rispose seriamente Pencroff «e la mia felicità sarebbe stata completa!» I coloni non poterono trattenere le risa a quest’osservazione del marinaio. Ma dalla scoperta della cassa abbandonata risultava che, ora più che mai, era necessario fare un’esplorazione seria dell’isola. Fu, quindi, stabilito che l’indomani, allo spuntar del giorno, si sarebbero messi in cammino, risalendo il Mercy, in modo da raggiungere la costa occidentale. Se dei naufraghi erano sbarcati in qualche punto di quella costa, c’era da temere che fossero senza mezzi di sussistenza e bisognava portar loro aiuto senza ritardo. In giornata, i vari oggetti furono trasportati alla GraniteHouse e metodicamente disposti nel salone. Quel giorno, 29 ottobre, era precisamente domenica, e prima di coricarsi, Harbert chiese all’ingegnere se non volesse legger loro qualche passo del Vangelo. «Volentieri» rispose Cyrus Smith. Prese il libro sacro e stava per aprirlo, quando Pencroff, fermandolo, gli disse: «Signor Cyrus, sono superstizioso. Aprite a caso e leggeteci il primo versetto che vi cadrà sotto gli occhi. Vedremo se può applicarsi alla nostra situazione.» Cyrus Smith sorrise all’osservazione del marinaio e, arrendendosi al suo desiderio, aperse il Vangelo precisamente al punto in cui un segnalibro ne separava le pagine. Il suo sguardo si posò subito sopra una croce rossa, fatta a matita, posta dinanzi al versetto 8 del capitolo VII del Vangelo di San Matteo. Ed egli lesse quel versetto, così concepito: «Chiunque domanda riceve, e chi cerca trova». CAPITOLO III L’INDOMANI, 30 ottobre, tutto era pronto per la proposta esplorazione, che gli ultimi avvenimenti rendevano urgente. Infatti, le cose avevano preso una piega per cui i coloni dell’isola di Lincoln potevano immaginare di non essere più nella condizione di chieder dei soccorsi, bensì di poterne dare. Fu, dunque, convenuto di risalire il fiume Mercy sin dove la sua corrente sarebbe stata praticabile. Una grande parte della strada sarebbe stata così fatta senza fatica e gli esploratori avrebbero potuto trasportare le loro provviste e le loro armi fino a un punto avanzato nell’ovest dell’isola. Era stato necessario, infatti, pensare non solo agli oggetti che gli esploratori dovevano portare con loro nell’andata, ma anche a quelli che il caso avrebbe forse permesso di portare ritornando a GraniteHouse. Se v’era stato davvero un naufragio sulla costa, come tutto faceva presumere, i relitti rigettati dal mare non sarebbero mancati e avrebbero costituito una buona preda. In previsione di questo, il carro sarebbe stato senza dubbio più conveniente della fragile piroga; ma il carro, pesante e massiccio, doveva essere trascinato, il che ne rendeva l’uso meno facile; per questo Pencroff espresse il rincrescimento che la cassa non avesse contenuto, insieme alla «sua mezza libbra di tabacco», anche un paio di vigorosi cavalli del New Jersey, che sarebbero stati utilissimi alla colonia! Le provviste, già imbarcate da Nab, si componevano di conserve di carne e di alcuni galloni di birra e di succo fermentato, vale a dire di che sostentarsi durante tre giorni, spazio di tempo massimo che Cyrus Smith assegnava all’esplorazione. D’altronde, i coloni calcolavano di potersi, all’occorrenza, rifornire cammin facendo, e Nab ebbe cura di non dimenticare il piccolo fornello portatile. Quanto agli attrezzi, i coloni presero le due scuri da taglialegna, che dovevano servire ad aprirsi una via nel fitto della foresta; e in fatto di strumenti il cannocchiale e la bussola da tasca. Per armi, furono scelti i due fucili a pietra, più utili in quell’isola che i fucili a percussione, i primi non richiedendo che del silice facilmente sostituibile, i secondi esigendo invece esche fulminanti, che un frequente uso avrebbe rapidamente esaurite. Fu aggiunta tuttavia anche una carabina e delle cartucce. Circa la polvere, di cui i barili contenevano una cinquantina di libbre, bisognò pure portarne via una certa provvista; però l’ingegnere si proponeva di fabbricare una sostanza esplosiva, che permettesse di risparmiarla. Alle armi da fuoco furono uniti i cinque coltellacci, nei loro astucci di cuoio: in queste condizioni i coloni potevano avventurarsi nella vasta foresta con qualche probabilità di trarsi d’impaccio. È inutile aggiungere che Pencroff, Harbert e Nab, così armati, erano all’apice dei loro desideri, sebbene Cyrus Smith avesse fatto loro promettere di non sparare una sola fucilata senza che fosse necessario. Alle sei della mattina la piroga fu spinta in mare. Tutti s’imbarcarono, compreso Top, e si diressero verso la foce del Mercy. La marea aveva cominciato a salire solo da mezz’ora. C’erano, dunque, ancora alcune ore di corrente favorevole, di cui conveniva approfittare, giacché più tardi il riflusso avrebbe reso difficile risalire il fiume. Il flusso era già forte, poiché mancavano tre giorni alla luna piena, e la piroga, che bastava mantenere nella corrente, avanzò rapidamente tra le due alte rive, senza che fosse necessario aumentare la sua velocità con l’aiuto dei remi. In pochi minuti gli esploratori erano giunti al gomito formato dal Mercy, e precisamente all’angolo dove, sette mesi prima, Pencroff aveva composto il suo primo traino di legna. Dopo quest’angolo abbastanza acuto, il fiume prendeva una direzione più dolcemente obliqua verso sudovest, e il suo corso proseguiva all’ombra delle grandi conifere, perennemente verdi. L’aspetto delle rive del Mercy era magnifico. Cyrus Smith e i suoi compagni non potevano che ammirare calorosamente i begli effetti che la natura ottiene così facilmente con dell’acqua e degli alberi. A mano a mano che avanzavano, la vegetazione si modificava. Sulla riva destra del fiume si schieravano magnifici esemplari di olmacee: quei preziosi olmi, tanto ricercati dai costruttori e che hanno la proprietà di conservarsi a lungo nell’acqua. C’erano, poi, numerosi gruppi di alberi appartenenti alla medesima famiglia, fra i quali dei bagolari, la cui mandorla produce un olio molto utile. Più lontano Harbert notò alcune lardizabalee i cui rami flessibili, macerati nell’acqua, forniscono cordami eccellenti, e due o tre tronchi d’ebanacee, che presentavano un bel colore nero, capricciosamente striato. Di tanto in tanto, in certi punti ove l’approdo era facile, il canotto si fermava. Allora Gedeon Spilett, Harbert e Pencroff, con il fucile in mano e preceduti da Top, esploravano la riva. Senza contare la selvaggina, vi poteva essere anche qualche pianta utile da scoprire, che non era il caso di sdegnare, e il giovane naturalista fu servito a meraviglia, giacché scoperse un? qualità di spinaci selvatici della famiglia delle chenopodiacee, nonché numerosi esemplari di crocifere, appartenenti al genere cavolo, che sarebbe stato certamente possibile «civilizzare» trapiantandole; erano crescioni, rafani, rape e finalmente v’erano anche dei piccoli fusti frondosi, leggermente pelosi, alti un metro, che producevano dei semi quasi bruni. «Sai che pianta è questa?» chiese Harbert al marinaio. «Tabacco!» esclamò Pencroff, che evidentemente non aveva visto la pianta prediletta che nel fornello della sua pipa. «No, Pencroff!» rispose Harbert «non è tabacco; è senape.» «Vada per la senape!» rispose il marinaio «ma, se per caso si presentasse una pianta di tabacco, non trascurarla, figlio mio.» «Ne troveremo un giorno o l’altro!» disse Gedeon Spilett. «Davvero?» esclamò Pencroff. «Orbene, quel giorno non so proprio che cosa mancherà più alla nostra isola!» Quelle diverse piante, ch’erano state sradicate con cura, vennero trasportate nella piroga, che Cyrus Smith non abbandonava, sempre assorto nelle sue riflessioni. Il giornalista, Harbert e Pencroff sbarcarono così parecchie volte, sia sulla riva destra del Mercy, che sulla riva sinistra. Questa era meno dirupata, ma quella era più boscosa. L’ingegnere poté constatare, consultando la bussola da tasca, che la direzione del fiume, dopo il primo gomito, volgeva da sudovest a nordest, ed era quasi rettilinea per una lunghezza di circa tre miglia. Ma era supponibile che quella direzione si modificasse più avanti e che il Mercy risalisse a nordovest, verso i contrafforti del monte Franklin, che dovevano alimentarlo con le loro acque. Durante una di queste escursioni, Gedeon Spilett riuscì a impadronirsi di due coppie di gallinacei vivi. Erano volatili dai becchi lunghi e sottili, collo lungo, ali corte e senza parvenza di coda. Harbert diede loro, con ragione, il nome di tinamù, e fu deciso che sarebbero stati i primi ospiti del futuro pollaio. Ma sino allora i fucili non avevano parlato e la prima detonazione che rimbombò nella foresta del Far West fu provocata dall’apparizione di un bell’uccello, che anatomicamente assomigliava a un martinpescatore. «Lo riconosco!» gridò Pencroff, e si può dire che il colpo gli sfuggì involontariamente. «Che cosa riconoscete?» domandò il giornalista. «Il volatile che ci è sfuggito durante la prima escursione e il cui nome abbiamo poi assegnato a questa parte della foresta.» «Uno jacamar!» esclamò Harbert. Era uno jacamar, infatti, bell’uccello, il cui piumaggio, piuttosto ruvido, è però dotato d’uno splendore metallico. Alcuni pallini di piombo l’avevano atterrato e Top lo portò al canotto, insieme a una dozzina di «turachi lori», volatili rampicanti della grossezza d’un piccione, tutti chiazzati di verde, con una parte delle ali di color cremisi e un ciuffo ritto, terminato da un orlo bianco festonato. Al giovinetto spettò l’onore di questo bel colpo di fucile, ed egli se ne mostrò abbastanza fiero. I lori costituivano una selvaggina migliore dello jacamar, la cui carne è un po’ coriacea, ma difficilmente Pencroff si sarebbe persuaso che l’uccello da lui ucciso non era il re dei pennuti commestibili. Erano le dieci del mattino quando la piroga raggiunse un secondo gomito del Mercy, a circa cinque miglia dalla sua foce. Gli esploratori sostarono in quel luogo per far colazione, e questa sosta, all’ombra di grandi e begli alberi, si prolungò per mezz’ora. Il fiume misurava ancora da sessanta a settanta piedi di larghezza e il suo letto da cinque a sei piedi di profondità. L’ingegnere aveva osservato che numerosi affluenti andavano a ingrossarne il corso, ma non erano che semplici ruscelli non navigabili. Quanto alla foresta, tanto sotto il nome di bosco dello Jacamar, che sotto quello di foreste del Far West, si stendeva a perdita d’occhio. Da nessuna parte, né sotto i boschi d’alberi d’alto fusto, né sotto gli altri alberi delle sponde del Mercy, si rivelava la presenza dell’uomo. Gli esploratori non trovarono alcuna traccia sospetta, ed era evidente che mai l’accetta del taglialegna aveva intaccato quelle piante, che mai il coltello del pioniere aveva tagliato le liane tese da un tronco all’altro, in mezzo ai folti cespugli e alle erbe alte. Se dei naufraghi avevano atterrato sull’isola, non avevano ancora lasciato il litorale e non era certo in quell’asilo fitto d’ombre che si dovevano cercare i superstiti del supposto naufragio. L’ingegnere manifestava, dunque, una certa fretta di raggiungere la costa occidentale dell’isola di Lincoln, distante, secondo i suoi calcoli, almeno cinque miglia. La navigazione fu ripresa, e per quanto il Mercy sembrasse allora dirigere il suo corso non verso il litorale, ma piuttosto verso il monte Franklin, fu deciso di servirsi della piroga sino a che essa avesse trovato sotto la chiglia abbastanza acqua per galleggiare. Così molte fatiche erano risparmiate e si faceva pure economia di tempo, giacché sarebbe stato necessario aprirsi un passaggio con la scure attraverso i folti macchioni. Ma presto il flusso venne a mancare completamente, sia che la marea calasse, — infatti, era l’ora in cui doveva calare, — sia che non si facesse più sentire a tanta distanza dalla foce del Mercy. Bisognò, dunque, por mano ai remi. Nab e Harbert presero posto sul loro banco, Pencroff al remo a bratto (Nota: remo da bratto usato in alcuni piccoli battelli che hanno la poppa quadrata e senza timone. Il remo, della forma usuale, viene appoggiato in un incavo praticato al centro dell’orlo della poppa, ed è messo a mare in direzione della chiglia. Fine nota) e la piroga continuò a risalire il fiume. Pareva che la foresta tendesse a diradarsi dalla parte del Far West. Gli alberi erano meno vicini fra loro e si mostravano spesso isolatamente. Ma, appunto perché erano più distanti gli uni dagli altri, usufruivano più largamente dell’aria pura e libera, che circolava loro d’intorno, ed erano magnifici. Che splendidi esemplari della flora di quella latitudine! La loro presenza sarebbe certamente bastata a un botanico per determinare senza esitazione il parallelo che attraversava l’isola di Lincoln! «Degli eucalipti!» aveva esclamato Harbert. Ed erano, infatti, questi stupendi vegetali, gli ultimi giganti della zona extratropicale, congeneri degli eucalipti d’Australia e Nuova Zelanda, situate alla stessa latitudine dell’isola di Lincoln. Alcuni misuravano un’altezza di duecento piedi. Il tronco aveva alla base una circonferenza di venti piedi e la corteccia, solcata da innumerevoli rivoletti di resina profumata, contava sino a cinque pollici di spessore. Nulla di più meraviglioso, di più singolare di quegli enormi campioni della famiglia delle mirtacee, il cui fogliame si presenta di profilo alla luce e lascia arrivare fino al suolo i raggi del sole! Ai piedi di quegli eucalipti, un’erba fresca tappezzava il suolo, dai ciuffi della quale fuggivano stormi di uccelletti, che risplendevano nei raggi luminosi come carbonchi alati. «Questi sono alberi!» esclamò Nab. «Ma servono a qualche cosa?» «Puah!» rispose Pencroff. «I vegetali giganti devono essere come i giganti umani. Non servono che per essere messi in mostra nelle fiere!» «Credo che vi sbagliate,» rispose Gedeon Spilett «perché il legno d’eucalipto comincia a essere usato con ottimi risultati nell’ebanisteria.» «E aggiungerò,» disse il ragazzo «che questi eucalipti appartengono a una famiglia che comprende parecchi membri utili: la guaiava, che dà le guaiave; il garofano, che produce i chiodi di garofano; il melograno, che dà i melograni; l’eugenia cauliflora, i cui frutti servono alla fabbricazione di un vino discreto; il mirto ugni, che contiene un eccellente succo alcoolico; il mirto caryophyllus, la cui scorza costituisce una cannella pregiata; l’eugenia pimenta, da cui si trae il peperoncino della Giamaica; il mirto comune, le cui bacche possono surrogare il pepe; l’eucalyptus robusta, che produce una eccellente qualità di manna; l’eucalyptus Gunei, dalla linfa che si trasforma in birra, mediante fermentazione; insomma, tutti gli alberi conosciuti sotto il nome di alberi di vita o legno di ferro, che appartengono alla famiglia delle mirtacee, della quale si contano quarantasei generi di milletrecento specie!» I coloni lasciavano parlare il ragazzo, che recitava con molto ardore la sua piccola lezione di botanica. Cyrus Smith lo ascoltava sorridendo e Pencroff, con una espressione di fierezza impossibile a descriversi. «Bene, Harbert,» replicò Pencroff «ma oserei giurare che tutte le varietà utili da te citate non sono giganti come questi!» «Infatti, Pencroff!» «Questo sta, dunque, a sostegno di quello che ho detto: che i giganti non sono buoni a niente!» «In questo, appunto, consiste il vostro errore,» disse allora l’ingegnere «perché proprio i giganteschi eucalipti che ci riparano sono utili a qualcosa.» «E a che cosa, dunque?» «A risanare il paese in cui si trovano. Sapete come li chiamano nell’Australia e nella Nuova Zelanda?» «No, signor Cyrus.» «Sono chiamati gli alberi della febbre.» «Perché la danno?» «No, perché la tolgono!» «Bene! Lo scrivo subito» disse il giornalista. «Scrivetelo pure, caro Spilett, giacché pare provato che la presenza degli eucalipti basti a neutralizzare i miasmi delle paludi. Questi preservanti naturali sono stati sperimentati in certe contrade del mezzogiorno d’Europa e del Nordafrica, dove il suolo era veramente malsano, e si è veduto lo stato sanitario degli abitanti migliorare a poco a poco. Non più febbri intermittenti nelle regioni ove esistono boschi di queste mirtacee. Questo fatto è adesso definitivamente accertato, ed è una fortunata circostanza per noi, coloni dell’isola di Lincoln.» «Ah! che isola! Che isola benedetta!» esclamò Pencroff. «Ve lo dico io che non le manca niente… salvo…» «Anche quello verrà, Pencroff. Si troverà,» rispose l’ingegnere; «ma riprendiamo la nostra navigazione e spingiamoci fin dove il fiume potrà portare la nostra piroga!» L’esplorazione, dunque, continuò per almeno due miglia, in mezzo a una zona coperta d’eucalipti, che dominavano tutti i boschi di quella parte dell’isola. Lo spazio ch’essi coprivano si stendeva oltre i limiti della visuale da ciascun lato del Mercy, il cui letto, abbastanza sinuoso, s’incassava colà fra alte sponde verdeggianti. Il letto stesso era ingombro di erbe alte e persino di scogli aguzzi, che rendevano la navigazione assai faticosa. L’azione dei remi divenne difficile e Pencroff dovette spingere la piroga con una pertica. ‘I naviganti s’accorgevano pure che il fondo del fiume era, a mano a mano che procedevano, sempre più alto, e che non era lontano il momento in cui il canotto sarebbe stato obbligato a fermarsi per mancanza d’acqua. Già il sole declinava all’orizzonte, e proiettava sul suolo le ombre smisurate degli alberi. Cyrus Smith, vedendo che non avrebbe potuto raggiungere quel giorno la costa occidentale dell’isola, risolse di accamparsi sul luogo stesso dove, per mancanza d’acqua, la navigazione sarebbe stata forzatamente arrestata. Riteneva di essere ancora a cinque o sei miglia dalla costa, e che tale distanza fosse troppo grande per tentare di superarla di notte, in mezzo a quei boschi sconosciuti. L’imbarcazione fu dunque spinta senza tregua attraverso la foresta, che a poco a poco si rifaceva più folta e sembrava pure più abitata, giacché, se gli occhi non lo ingannavano, il marinaio credette scorgere dei branchi di scimmie che correvano sotto i cedui. Qualche volta anche due o tre di quegli animali si fermarono a una certa distanza dal canotto e guardarono i coloni senza manifestare alcun terrore, come se, vedendo degli uomini per la prima volta, non avessero ancora imparato a temerli. Sarebbe stato facile abbattere quei quadrumani a fucilate, ma Cyrus Smith si oppose all’inutile massacro, che tentava un poco il collerico Pencroff. Del resto, era anche prudente non farlo, poiché quelle scimmie vigorose e dotate di un’agilità estrema, potevano essere temibili; quindi era meglio non provocarle con un’aggressione assolutamente inopportuna. È vero che il marinaio considerava la scimmia da un punto di vista puramente alimentare, e, infatti, questi animali, che sono esclusivamente erbivori, costituiscono una selvaggina eccellente; ma, poiché le provviste abbondavano, era inutile sprecare munizioni in pura perdita. Verso le quattro, la navigazione sul Mercy divenne difficilissima, giacché il suo corso era ostruito da piante acquatiche e da scogli. Le rive si elevavano ‘sempre più e già il letto del fiume affondava fra i primi contrafforti del monte Franklin. Le sue sorgenti non potevano, dunque, essere lontane, dato che si alimentavano di tutte le acque dei pendii meridionali della montagna. «Fra un quarto d’ora neppure,» disse il marinaio «saremo costretti a fermarci, signor Cyrus.» «Ci fermeremo, Pencroff, e organizzeremo un accampamento per la notte.» «A che distanza saremo da GraniteHouse?» domandò Harbert. «A sette miglia, press’a poco,» rispose l’ingegnere «calcolando però anche tutte le sinuosità del fiume che ci hanno portato verso nordovest.» «Continuiamo ad avanzare?» chiese il giornalista. «Sì, fino a che potremo farlo» rispose Cyrus Smith. «Domani, allo spuntare del giorno, abbandoneremo il canotto, percorreremo in due ore, spero, la distanza che ci separa dalla costa, e avremo quasi l’intera giornata per esplorare il litorale.» «Avanti!» disse Pencroff. Ma poco dopo la piroga raschiò il fondo sassoso del fiume, la cui larghezza in quel punto non oltrepassava i venti piedi. Una fitta volta di verzura s’arrotondava sopra il suo letto e l’avvolgeva in una semioscurità. Si udiva pure il rumore abbastanza distinto di una cascata, che indicava la presenza di uno sbarramento naturale, qualche centinaio di passi più su. E, infatti, a un’ultima svolta del fiume, una cascata apparve attraverso gli alberi. Il canotto urtò il fondo del letto, e alcuni istanti dopo veniva ormeggiato a un tronco, vicino alla riva destra. Erano circa le cinque. Gli ultimi raggi del sole si insinuavano sotto i rami folti e percuotevano obliquamente la cascatella, il cui timido pulviscolo risplendeva dei colori del prisma. Al di là, il letto del Mercy scompariva sotto i cedui, dove s’alimentava da qualche sorgente nascosta. I diversi ruscelli che affluivano sul suo percorso ne facevano più in basso un vero fiume, ma dove adesso si trovavano i coloni non era che un ruscello limpido e poco profondo. I coloni si accamparono in quel punto, ch’era bellissimo. Sbarcarono. Fu acceso un fuoco in un boschetto di grandi bagolari, fra i rami dei quali Cyrus Smith e i compagni avrebbero, all’occorrenza, trovato un rifugio per la notte. La cena fu in breve divorata, giacché tutti avevano fame, e non rimase da far altro che dormire. Ma essendosi fatti sentire verso il tramonto dei ruggiti di natura sospetta, il fuoco fu alimentato anche per la notte, in modo da proteggere i dormienti con le sue fiamme sfavillanti. Nab e Pencroff vegliarono a vicenda e non risparmiarono il combustibile. Forse non si ingannarono quando credettero di scorgere delle ombre d’animali errare intorno all’accampamento, sia sotto i cedui, sia fra i rami; però la notte passò senza incidenti, e l’indomani, 31 ottobre, alle cinque del mattino, tutti erano in piedi, pronti a partire. CAPITOLO IV ALLE SEI del mattino, i coloni, dopo una prima colazione, si rimisero in cammino, con l’intenzione di raggiungere al più presto la costa occidentale dell’isola. In quanto tempo avrebbero potuto giungervi? Cyrus Smith aveva detto in due ore, ma ciò dipendeva evidentemente dalla natura degli ostacoli che si sarebbero incontrati. Quella parte del Far West pareva fitta di boschi, come un solo immenso ceduo composto di alberi estremamente vari. Era, dunque, probabile che fosse necessario aprirsi una via attraverso le erbe, i cespugli, le liane, procedendo con la scure e anche con il fucile in mano, dati gli urli di belve uditi nella notte. La posizione esatta dell’accampamento aveva potuto essere determinata in base a quella del monte Franklin, e poiché il vulcano si vedeva a nord a meno di tre miglia di distanza, non si trattava che di prendere una direzione rettilinea verso sudovest per raggiungere la costa occidentale. Gli esploratori partirono, dopo avere accuratamente assicurato l’ormeggio della piroga. Pencroff e Nab portavano provviste sufficienti a nutrire la piccola comitiva per almeno due giorni. Non era più il caso di cacciare, e l’ingegnere raccomandò, anzi, ai suoi compagni di evitare ogni detonazione intempestiva, allo scopo di non segnalare la loro presenza nelle vicinanze del litorale. I primi colpi di scure furono dati nei cespugli, tra cespugli di lentischio, poco oltre la cascata e, bussola in mano, Cyrus Smith indicò la strada da seguire. La foresta si componeva colà di alberi per la maggior parte già veduti e identificati nei dintorni del lago e dell’altipiano di Bellavista. Erano deodora, pini douglas, casuarine, alberi della gomma, eucalipti, dracene, ibischi, cedri e altre varietà, generalmente di mediocri dimensioni, poiché il loro numero aveva nociuto allo sviluppo. I coloni non poterono, quindi, avanzare che lentamente sulla via che si aprivano cammin facendo e che nel pensiero dell’ingegnere avrebbe dovuto più tardi essere congiunta a quella del Creek Rosso. Dopo la partenza, i coloni procedettero discendendo le basse terrazze che costituivano il sistema orografico dell’isola, e su di un terreno asciuttissimo, ma la cui lussureggiante vegetazione faceva supporre o la presenza d’una rete idrografica nel sottosuolo, o la vicinanza di qualche ruscello. Eppure, Cyrus Smith non si ricordava di aver veduto, durante la sua escursione al cratere, altri corsi d’acqua all’infuori di quelli del Creek Rosso e del Mercy. Durante le prime ore dell’escursione, rividero branchi di scimmie, che sembravano provare il più grande stupore alla vista di quegli uomini, dall’aspetto nuovo per loro. Gedeon Spilett domandava scherzosamente se gli agili e robusti quadrumani non considerassero i suoi compagni e lui come dei fratelli degeneri! E francamente, dei semplici pedoni, molestati a ogni passo dai cespugli, ostacolati dalle liane, fermati ogni tanto dai tronchi d’albero, non brillavano certo in paragone a quegli agili animali, che saltavano di ramo in ramo e che nulla fermava. Le scimmie erano numerose, ma fortunatamente non manifestarono alcuna disposizione ostile. Si videro anche dei cinghiali, degli aguti, dei canguri e altri roditori, e due o tre kula, ai quali Pencroff avrebbe volentieri inviato qualche scarica di piombo. «Ma» egli diceva «la caccia non è aperta. Sgambettate, pure, amici miei, saltate e volate in pace! Vi diremo due parole al ritorno!» Alle nove e mezzo del mattino, la via che conduceva direttamente a sudovest si trovò a un tratto sbarrata da un corso d’acqua sconosciuto, largo da trenta a quaranta piedi, la cui corrente, molto agitata, a causa dell’inclinazione del letto e degli scogli numerosi che la rompevano in più punti, si precipitava con sordi brontolìi. Quel corso d’acqua era profondo e chiaro, ma non sarebbe stato assolutamente navigabile. «Eccoci bloccati!» esclamò Nab. «No,» rispose Harbert «non è che un ruscello e saremo, certo, capaci di passarlo a nuoto.» «A che serve?» rispose Cyrus Smith. «È evidente che questo ruscello corre al mare. Restiamo sulla sua riva sinistra, seguiamo la sua sponda e mi meraviglierò molto se non ci condurrà rapidamente alla costa.» «Un momento» disse il giornalista. «E il nome di questo ruscello, amici? Non lasciamo incompleta la nostra geografia.» «Giusto!» disse Pencroff. «Trovagli tu un nome, ragazzo mio» disse l’ingegnere, rivolgendosi al giovinetto. «Non è meglio aspettare di averlo studiato sino alla foce?» fece osservare Harbert. «E sia» rispose Cyrus Smith. «Seguiamolo, dunque, senza fermarci.» «Un istante ancora!» disse Pencroff. «Che cosa c’è?» domandò il giornalista. «Se la caccia è vietata, la pesca è permessa, suppongo» disse il marinaio. «Non abbiamo tempo da perdere» rispose l’ingegnere. «Oh! cinque minuti!» replicò Pencroff. «Non vi chiedo che cinque minuti, nell’interesse della nostra colazione!» E Pencroff, gettandosi a terra sulla sponda del ruscello, immerse le braccia nell’acqua, facendone tosto saltar fuori alcune dozzine di bei gamberi, che brulicavano fra le rocce. «Ecco qualcosa di buono!» esclamò Nab, aiutando il marinaio. «Ma se vi dico io che, eccetto il tabacco, c’è di tutto in quest’isola!» mormorò Pencroff con un sospiro. In meno di cinque minuti fu fatta una pesca miracolosa, poiché i gamberi pullulavano nel ruscello. Fu riempito un sacco di quei crostacei, dal guscio azzurro cobalto e dal rostro dentato. Poi ripresero il cammino. Da quando seguivano la riva del nuovo corso d’acqua, i coloni camminavano con maggior facilità e più rapidamente. D’altronde, quelle rive erano vergini di ogni impronta umana. Di tanto in tanto si rilevavano delle tracce lasciate da animali di grande corporatura, che dovevano venire abitualmente a dissetarsi al ruscello, ma niente di più; quindi non era in questa parte del Far West che il pecari aveva ricevuto il pallino di piombo, ch’era costato un molare a Pencroff. Intanto, osservando quella rapida corrente che fuggiva verso il mare, Cyrus Smith fu indotto a supporre che lui e i suoi compagni fossero molto più lontani di quanto credessero dalla costa occidentale. Infatti, a quell’ora la marea saliva sul litorale e avrebbe dovuto ricacciare indietro il corso del ruscello, se la sua foce si fosse trovata solo a poche miglia di distanza. Invece, questo effetto non si produceva e il corso dell’acqua seguiva la naturale inclinazione dell’alveo. L’ingegnere era, dunque, meravigliatissimo e consultò frequentemente la bussola, allo scopo di assicurarsi che qualche svolta improvvisa del fiume non lo riconducesse nell’interno del Far West. Intanto, il ruscello si allargava a poco a poco e le sue acque divenivano meno tumultuose. Gli alberi della riva destra erano tanto stretti gli uni agli altri quanto quelli della riva sinistra, e lo sguardo non poteva estendersi al di là, ma quei boschi erano certamente deserti, poiché Top non abbaiava, e l’intelligente animale non avrebbe mancato di segnalare la presenza di estranei nelle vicinanze del corso d’acqua. Alle dieci e mezzo, con gran sorpresa di Cyrus Smith, Harbert, che era un po’ più avanti, si fermò improvvisamente e gridò: «Il mare!» E pochi istanti dopo i coloni, fermi sul margine della foresta, videro la costa occidentale dell’isola spiegarsi sotto i loro occhi. Ma quale contrasto fra quella costa e quella a est, sulla quale il caso li aveva a tutta prima gettati! Non più muraglie di granito, nessun isolotto al largo, nemmeno una spiaggia sabbiosa. La foresta stessa formava il litorale e i suoi ultimi alberi, battuti dalle onde, si chinavano sulle acque. Non era la solita marina, con vasti tappeti di sabbia, o con rocce raggruppate; ma era un mirabile orlo boscoso, sparso dei più begli alberi del mondo. L’argine era sopraelevato in modo da dominare il livello delle più grandi maree, e su tutto quel suolo lussureggiante, sostenuto da una base di granito, le splendide essenze forestali sembravano piantate altrettanto saldamente di quelle che si ammassavano nell’interno dell’isola. I coloni si trovavano allora all’ingresso di una piccola cala senza importanza, che non avrebbe nemmeno potuto contenere due o tre barche da pesca e che serviva da canale d’accesso al nuovo ruscello; ma — curiosa disposizione — le sue acque, invece di gettarsi nel mare sfociando in dolce pendenza, cadevano da un’altezza di più di quaranta piedi; e questo spiegava perché, pur nell’ora in cui cresceva, la marea non s’era fatta sentire a monte del ruscello. Infatti, le maree del Pacifico, anche nel massimo della loro elevazione, non dovevano mai raggiungere il livello del fiume, il cui letto formava come una gora d’afflusso, e milioni d’anni, indubbiamente, sarebbero passati prima che le acque avessero roso quella parete di granito e scavato una foce praticabile. Così, di comune accordo, fu dato a quel corso d’acqua il nome di Fiume della Cascata (Fall’sriver). Più oltre, verso il nord, la costa, formata dalla foresta, si prolungava per uno spazio di due miglia circa; poi gli alberi divenivano più radi e, più oltre ancora, delle alture molto pittoresche tracciavano una linea quasi diritta, che correva da nord a sud. Invece, in tutta la parte del litorale compresa tra il Fiume della Cascata e il promontorio del Rettile, non c’erano che masse boscose, alberi magnifici, gli uni diritti, gli altri inclinati, le cui radici erano bagnate dalle lunghe onde del mare. Ora, appunto verso questa costa, cioè su tutta la penisola Serpentine, doveva essere continuata l’esplorazione, giacché questa parte del litorale offriva possibilità di asilo, che l’altra, arida e selvaggia, avrebbe evidentemente rifiutato a dei naufraghi, chiunque essi fossero. Il tempo era bello e chiaro, e dall’alto di una scogliera, sulla quale Nab e Pencroff prepararono la colazione, lo sguardo poteva spaziare lontano. L’orizzonte era perfettamente sgombro e non c’era nemmeno una vela al largo. Su tutta la costa, fin dove la vista poteva arrivare, non un bastimento, né il relitto d’un naufragio. Ma l’ingegnere non si sarebbe creduto bene informato in proposito, se non quando avesse esplorato la costa sino all’estremità stessa della penisola Serpentine. La colazione fu consumata rapidamente, e alle undici e mezzo Cyrus Smith diede il segnale della partenza. Invece di percorrere o la cresta di una scogliera o un greto di sabbia, i coloni dovettero seguire il tratto alberato che si estendeva lungo la riva. La distanza che separava la foce del Fiume della Cascata dal promontorio del Rettile era di dodici miglia circa. In quattro ore, su una spiaggia praticabile, e senza affrettarsi, i coloni avrebbero potuto percorrere questa distanza; ma occorse loro il doppio di questo tempo per toccare la mèta, giacché gli alberi che bisognava aggirare, i cespugli da tagliare, le liane da rompere, li arrestavano continuamente, e tutti questi giri viziosi allungavano straordinariamente la loro strada. Con tutto questo, però su quel litorale non appariva alcun segno di recente naufragio. È vero, come fece osservare Gedeon Spilett, che il mare aveva potuto trascinare tutto al largo, e quindi non bisognava concludere che una nave non fosse stata gettata sulla costa in quella parte dell’isola di Lincoln, per il solo fatto che non se ne trovava più alcuna traccia. Il ragionamento del giornalista era giusto, e d’altronde l’incidente del pallino di piombo provava, in modo inconfutabile, che, al massimo tre mesi prima, un colpo di fucile era stato sparato sull’isola. Erano già le cinque e l’estremità della penisola Serpentine si trovava ancora a due miglia dal punto in cui erano pervenuti i coloni. Era evidente che, dopo aver raggiunto il promontorio del Rettile, Cyrus Smith e i compagni non avrebbero più fatto in tempo a ritornare, prima del calar del sole, all’accampamento ch’era stato stabilito presso le sorgenti del Mercy. Di qui la necessità di passare la notte sul promontorio medesimo. Ma le provviste non mancavano, e fu una fortuna, giacché la selvaggina da pelo non si faceva più vedere in quel bosco, il quale non era, dopo tutto, che una marina. Vi brulicavano, invece, gli uccelli; jacamar, curucù, tragopani, tetraoni, lori, pappagalli dalla lunga coda, cacatoa, fagiani, piccioni e cento altri. Non un albero che non avesse un nido, non un nido che non fosse tutto un batter d’ali! Verso le sette di sera i coloni, spossati dalla fatica, arrivarono al promontorio del Rettile, specie di voluta stranamente frastagliata sul mare. Lì finiva la foresta rivierasca della penisola e il litorale riprendeva in tutta la parte sud l’aspetto consueto di una costa, con i suoi frangenti, i suoi scogli, le sue spiagge. Era quindi possibile, che una nave senza governo si fosse arenata in quella parte dell’isola; ma la notte scendeva e bisognò rimettere l’esplorazione all’indomani. Pencroff e Harbert si affrettarono a cercare un luogo adatto per installarvi un accampamento. Gli ultimi alberi della foresta del Far West venivano a finire su quella punta, e fra essi il giovinetto notò dei folti canneti di bambù. «Bene!» diss’egli «ecco una scoperta preziosa!» «Preziosa?» disse Pencroff. «Indubbiamente» rispose Harbert. «Io non ti dirò, Pencroff, che la scorza del bambù, tagliata in liste flessibili, serve a far dei panieri e delle ceste; che questa scorza, ridotta in pasta e macerata, serve alla fabbricazione della carta di Cina; che i fusti forniscono, secondo la grossezza, dei bastoni, delle canne da pipa, dei tubi per l’acqua; che i grandi bambù danno eccellenti materiali da costruzione, leggeri e solidi e che non sono mai attaccati dagli insetti. Non aggiungerò nemmeno che, tagliando dei segmenti di bambù e conservando per fondo uno dei diaframmi trasversali che formano il nodo, s’ottengono dei vasi solidi e comodi, che sono molto in uso presso i cinesi! No, questo non ti soddisferebbe interamente. Ma…» «Ma?…» «Ma ti farò sapere, se l’ignori, che in India si mangiano i bambù come asparagi.» «Degli asparagi di trenta piedi!» esclamò il marinaio. «E sono buoni?» «Eccellenti» rispose Harbert. «Solamente non sono dei fusti di trenta piedi quelli che si mangiano, bensì i giovani germogli di bambù.» «A meraviglia, ragazzo mio, a meraviglia!» rispose Pencroff. «Aggiungerò anche che il midollo dei fusti novelli, conservato nell’aceto, forma un condimento apprezzatissimo.» «Di bene in meglio, Harbert.» «E finalmente, i bambù trasudano fra i nodi un liquore zuccherino, con il quale si può fare una bibita gradevolissima.» «È tutto?» domandò il marinaio. «Tutto!» «E non si potrebbe fumarlo, per caso?» «No, non si fuma, mio povero Pencroff!» Harbert e il marinaio non ebbero da cercare a lungo un punto favorevole per passare la notte. Gli scogli della spiaggia, molto disuniti, giacché dovevano essere violentemente battuti dal mare sotto il soffiare del vento di sudovest, presentavano delle cavità, che potevano loro permettere di dormire al coperto dalle intemperie. Ma proprio mentre si disponevano a penetrare in una di quelle caverne, furono arrestati da formidabili ruggiti. «Indietro!» gridò Pencroff. «Non abbiamo che dei pallini da caccia nei nostri fucili e le bestie che ruggiscono in questo modo se ne preoccupano come d’un grano di sale!» E il marinaio, afferrando Harbert per il braccio, lo trascinò a nascondersi fra le rocce, nel momento in cui un magnifico animale si mostrava all’ingresso della caverna. Era un giaguaro, grande almeno quanto i suoi consimili d’Asia, vale a dire che misurava più di cinque piedi dall’estremità della testa all’attacco della coda. Il suo mantello fulvo era adorno di parecchie file di macchie nere regolarmente ocellate e risaltava sul pelo bianco del ventre. Harbert riconobbe in quell’animale il feroce rivale della tigre, ben più temibile del coguaro, il quale non è che il rivale del lupo! Il giaguaro s’avanzò e guardò attorno a sé, il pelo irto, l’occhio infuocato, come se non fosse stata la prima volta che sentiva l’uomo. In quel momento il giornalista superava le alte rocce e Harbert, supponendo ch’egli non avesse scorto il giaguaro, stava per slanciarsi verso di lui; ma Gedeon Spilett gli fece un segno con la mano e continuò a camminare. Egli non era alla sua prima tigre e, avanzandosi sino a dieci passi dall’animale, rimase immobile, senza che uno solo dei suoi muscoli trasalisse. Il giaguaro, raccolto su se stesso, stava per scagliarsi sul cacciatore; ma al momento in cui stava per balzare, una palla lo colpì fra gli occhi e cadde morto. Harbert e Pencroff si precipitarono sul giaguaro. Nab e Cyrus Smith accorsero pure e rimasero alcuni istanti a contemplare l’animale disteso al suolo, la cui magnifica pelle sarebbe stata l’ornamento del salone di GraniteHouse. «Ah, signor Spilett! Come vi ammiro e vi invidio!» esclamò Harbert, in un naturale slancio d’entusiasmo. «Perché, ragazzo mio?» rispose il cronista; «tu avresti fatto altrettanto.» «Io! Un simile sangue freddo!…» «Immagina, Harbert, che un giaguaro sia una lepre, e allora gli sparerai con la maggior tranquillità del mondo.» «Ecco!» rispose Pencroff. «Infatti, non è più pericoloso di una lepre!» «E ora,» disse Gedeon Spilett «giacché il giaguaro ha abbandonato la sua tana, non vedo perché, amici miei, non la potremmo occupare noi durante la notte.» «Ma ne possono venire degli altri!» disse PencrofL «Basterà accendere un fuoco all’ingresso della caverna,» disse il giornalista «e non si arrischeranno a varcarne la soglia.» «Alla casa dei giaguari, allora!» concluse il marinaio, trascinandosi dietro il cadavere della bestia. I coloni si diressero verso la tana abbandonata e là, mentre Nab scorticava il giaguaro, gli altri ammucchiarono sulla soglia una grande quantità di legna secca, che la foresta forniva in abbondanza. Ma Cyrus Smith, avendo scorto il gruppo di bambù, andò a tagliarne una certa quantità, per mescolarli al combustibile già accumulato. Quindi tutti si sistemarono nella grotta, la cui sabbia era cosparsa di ossa. A buon conto le armi vennero caricate, per il caso di un’aggressione improvvisa; fu consumata la cena, e poi, essendo venuto il momento di riposare, fu appiccato il fuoco al mucchio di legna accatastata all’ingresso della caverna. E tosto si udì nell’aria un nutrito succedersi di schioppettii. Erano i bambù, toccati dalla fiamma, che esplodevano come fuochi d’artificio! Soltanto quello strepito sarebbe bastato a spaventare le belve più audaci! Questo mezzo di provocare vive detonazioni non l’aveva inventato l’ingegnere, giacché, secondo Marco Polo, i tartari già da vari secoli l’usavano con successo per allontanare dai loro accampamenti le bestie pericolose nell’Asia Centrale. CAPITOLO V CYRUS SMITH e i suoi compagni dormirono come innocenti marmotte nella caverna che il giaguaro aveva così cortesemente lasciata a loro disposizione. Al levar del sole tutti erano sulla spiaggia, all’estremità stessa del promontorio, e i loro sguardi andavano ancora verso l’orizzonte, ch’era visibile per due terzi della sua circonferenza. E ancora una volta l’ingegnere poté costatare che nessuna vela, nessuna carcassa di nave appariva sul mare, e anche con il cannocchiale non fu possibile scoprire nessun punto sospetto. Nulla neppure sul litorale, almeno nella parte rettilinea che formava la costa sud del promontorio per una lunghezza di tre miglia, giacché oltre quel tratto una leggera rientranza dissimulava il resto della costa; così pure dall’estremità della penisola Serpentine non si poteva scorgere il capo Artiglio, essendo nascosto da alte rocce. Rimaneva, dunque, da esplorare la spiaggia meridionale dell’isola. Ora, dovevano i coloni tentare immediatamente quest’esplorazione e dedicarvi quella giornata del 2 novembre? Questo non rientrava nel primitivo proposito. Infatti, quando la piroga era stata abbandonata alle sorgenti del Mercy, si era convenuto che, dopo aver osservato la costa ovest, sarebbero tornati a riprenderla per tornare verso GraniteHouse, lungo il corso del Mercy. Cyrus Smith credeva allora che la sponda occidentale potesse offrire ridosso sia a un bastimento in pericolo che a una nave in regolare corso di navigazione; ma, dal momento che questo litorale invece non presentava alcun approdo, bisognava cercare sul lido meridionale dell’isola quel che non s’era potuto trovare sull’occidentale. Fu Gedeon Spilett che propose di continuare l’esplorazione, affinché il problema del presunto naufragio potesse essere definitivamente risolto. Egli chiese a quale distanza poteva trovarsi il capo Artiglio dall’estremità della penisola. «A trenta miglia circa,» rispose l’ingegnere «se calcoliamo le curve della costa.» «Trenta miglia!» rispose Gedeon Spilett. «Sarà una buona giornata di marcia. Nondimeno, io penso che dobbiamo ritornare a GraniteHouse seguendo il litorale sud.» «Ma,» fece osservare Harbert «dal capo Artiglio a GraniteHouse ci saranno ancora dieci miglia, almeno.» «Mettiamo quaranta miglia in tutto,» rispose il giornalista «e non esitiamo a farle. Almeno, esamineremo questo lido sconosciuto e non avremo poi da ricominciare l’esplorazione.» «Giustissimo» disse allora PencrofL «Ma la piroga?» «La piroga è rimasta solo per un giorno alle sorgenti del Mercy» rispose Gedeon Spilett «e può restarvi anche due! Sino a oggi non possiamo certo dire che l’isola sia infestata da ladri!» «Nondimeno,» disse il marinaio «quando mi ricordo la storia della tartaruga, non ho più tanta fiducia.» «La tartaruga! La tartaruga!» rispose Spilett. «Non sapete che è stato il mare a voltarla?» «Chissà!» mormorò l’ingegnere. «Ma…» disse Nab. Nab aveva qualche cosa da dire, evidentemente, giacché apriva la bocca per parlare e non parlava. «Cosa vuoi dire, Nab?» gli domandò l’ingegnere. «Se ritorniamo, lungo la spiaggia, fino al capo Artiglio,» rispose Nab «dopo aver oltrepassato il capo stesso ci troveremo sbarrata la via…» «Dal Mercy! Infatti,» rispose Harbert «e non avremo né ponte, né battello per attraversarlo!» «Bene, signor Cyrus» rispose Pencroff; «con dei tronchi galleggianti non saremo imbarazzati a passare il fiume!» «Non importa,» disse Gedeon Spilett «bisognerà costruirlo un ponte, se vorremo avere un accesso facile nel Far West!» «Un ponte!» esclamò Pencroff. «Orbene, forse che il signor Smith non è ingegnere di professione? Egli ci farà un ponte, quando ne vorremo avere uno! Quanto a trasportarvi stasera sull’altra riva del Mercy e senza bagnare un filo dei vostri vestiti, me ne incarico io. Abbiamo ancora viveri per un giorno, è tutto quanto ci può occorrere, e del resto, la selvaggina probabilmente non mancherà oggi come non è mancata ieri. In cammino!» La proposta del giornalista, vivissimamente sostenuta dal marinaio, ottenne l’approvazione generale, perché ognuno voleva finirla una buona volta con i dubbi, e ritornando per il capo Artiglio, l’esplorazione sarebbe stata appunto completa. Non c’era un’ora da perdere; una tappa di quaranta miglia era lunga, e non si poteva contare di raggiungere GraniteHouse prima di notte. Alle sei del mattino la piccola comitiva si mise in cammino. In previsione di cattivi incontri di animali a due o a quattro zampe, i fucili furono caricati a palla e Top, che doveva aprire la marcia, ricevette ordine di battere il margine della foresta. A partire dall’estremità del promontorio che formava la coda della penisola, la costa s’arrotondava per un tratto di cinque miglia, che fu rapidamente percorso senza che le più minuziose investigazioni avessero rilevato la minima traccia di uno sbarco antico o recente, un avanzo qualsiasi di naufragio, un resto di accampamento, le ceneri di un fuoco spento o l’impronta di un passo! I coloni, arrivati all’angolo sul quale la curva finiva per seguire la direzione nordest, formando la baia di Washington, poterono abbracciare con lo sguardo il litorale sud dell’isola in tutta la sua estensione. A venticinque miglia di distanza la costa terminava con il capo Artiglio, che si disegnava vagamente nella nebbia del mattino e che un fenomeno di miraggio rialzava, facendolo sembrare sospeso sull’acqua. Fra il punto occupato dai coloni e il fondo dell’immensa baia, la riva si componeva, prima, di un largo greto arenoso molto compatto e molto piano, con una fila d’alberi sullo sfondo; più oltre, invece, il litorale, divenuto molto irregolare, scendeva in mare con alcune punte aguzze, e infine alcune rocce nerastre s’accumulavano in un pittoresco disordine per finire al capo Artiglio. Tale era la conformazione di questa parte dell’isola, che gli esploratori per la prima volta vedevano e che percorsero tutta con un’occhiata, dopo essersi fermati un momento. «Una nave che venisse in questi paraggi con l’alta marea» disse allora Pencroff «sarebbe inevitabilmente perduta. Dei banchi di sabbia che si prolungano al largo, e più lontano, scogli! Cattivi paraggi!» «Ma qualche cosa rimarrebbe pur sempre di questa nave» fece osservare il cronista. «Ne resterebbero dei pezzi di legno sugli scogli, ma nulla sulla sabbia» rispose il marinaio. «E perché?» «Perché queste sabbie, ancor più pericolose della scogliera, inghiottono tutto quello che vi si getta, e bastano pochi giorni perché lo scafo di un bastimento di parecchie centinaia di tonnellate vi affondi interamente!» «Cosicché, Pencroff,» domandò l’ingegnere «se una nave si fosse perduta su questi banchi, non ci sarebbe da meravigliarsi che adesso non ce ne fosse più nessuna traccia?» «No, signor Smith, specialmente con l’aiuto del tempo o della tempesta. Pur tuttavia, sarebbe sorprendente, anche in questo caso, che dei rottami di alberatura non fossero stati gettati sulla riva, lungi dalle onde del mare.» «Continuiamo, dunque, le ricerche» rispose Cyrus Smith. Un’ora dopo mezzogiorno, i coloni erano giunti in fondo alla baia di Washington e avevano così percorso una distanza di venti miglia. Si fermarono allora per far colazione. Là cominciava una costa irregolare, bizzarramente frastagliata e coperta di una lunga linea di quegli scogli che succedevano ai banchi di sabbia, e che la marea, stanca in quel momento, non doveva poi tardare a scoprire. Si vedevano le ondulazioni del mare, che si infrangevano contro le punte delle rocce, snodarsi lungo la costa stessa in lunghe frange spumeggianti. Di lì sino al capo Artiglio la spiaggia era poco spaziosa e chiusa tra l’orlo dei frangenti e quello della foresta. La marcia stava, dunque, per diventare difficile, sempre più difficile giacché innumerevoli rocce franate ingombravano il lido. La muraglia di granito tendeva pure a elevarsi sempre più, così che degli alberi che la coronavano dietro non si potevano vedere che le cime verdeggianti e immobili nella quiete assoluta dell’aria. Dopo una mezz’ora di riposo, i coloni si rimisero in cammino e i loro occhi non lasciarono un solo punto inosservato, sia dei frangenti, sia della spiaggia. Pencroff e Nab si avventuravano persino in mezzo agli scogli ogni volta che un oggetto attirava la loro attenzione. Ma resti di naufragio non se ne trovavano, ed essi erano invece ingannati da qualche conformazione bizzarra delle rocce stesse. Poterono tuttavia constatare che le conchiglie commestibili abbondavano su quella spiaggia, che però avrebbe potuto essere utilmente sfruttata solo quando una comunicazione fosse stata stabilita fra le due rive del Mercy e quando, inoltre, i mezzi di trasporto fossero stati perfezionati. Nulla, dunque, appariva su quel litorale che fosse in relazione con il presunto naufragio, e nondimeno un oggetto di qualche importanza, la carcassa di un bastimento, per esempio, sarebbe stato allora visibile, e i suoi resti sarebbero stati sospinti a riva, com’era avvenuto della cassa, trovata a meno di venti miglia da quel punto. Ma non c’era nulla. Verso le tre, Cyrus Smith e i suoi compagni giunsero a una stretta cala ben riparata, alla quale non faceva capo nessun corso d’acqua. Essa formava un vero piccolo porto naturale, invisibile dal mare aperto, nel quale metteva capo uno stretto passo fra gli scogli. In fondo a questo seno, qualche violenta convulsione aveva lacerato l’orlo roccioso, così che un’apertura, incavata in dolce pendenza, dava accesso all’altipiano superiore, che si trovava, approssimativamente, a meno di dieci miglia dal capo Artiglio, e di conseguenza, a quattro miglia in linea retta dall’altipiano di Bellavista. Gedeon Spilett propose ai compagni di sostare in quel luogo. La proposta fu accettata, poiché la marcia aveva aguzzato l’appetito di ciascuno, e benché non fosse l’ora di pranzo, nessuno rifiutò di rifocillarsi con un pezzo di selvaggina. Questa refezione doveva consentire di attendere l’ora della cena, da consumarsi a GraniteHouse. Pochi minuti dopo, i coloni, seduti ai piedi di magnifici pini marittimi, divoravano le provviste che Nab aveva tratto dalla sua bisaccia. Il luogo era situato a cinquanta o sessanta piedi sul livello del mare. La vista era dunque abbastanza estesa e sormontando le ultime rocce del capo, andava a perdersi fino alla baia dell’Unione. Ma né l’isolotto, né l’altipiano di Bellavista erano visibili, né potevano esserlo allora, giacché il rilievo del suolo e una cortina di grandi alberi mascheravano bruscamente l’orizzonte verso nord. Inutile aggiungere che, malgrado l’estensione di mare che gli esploratori potevano abbracciare e quantunque il cannocchiale dell’ingegnere avesse percorso a palmo a palmo tutta la linea circolare sulla quale il cielo e l’acqua si confondevano, nessuna nave fu avvistata. Anche su tutta la parte del litorale che restava ancora da esplorare, il cannocchiale fu fatto girare con la medesima cura attenta e minuziosa dalla spiaggia fino ai frangenti, ma nessun relitto di nave apparve nel campo visivo dello strumento. «Andiamo,» disse Gedeon Spilett «bisogna decidersi e consolarsi pensando che nessuno verrà a disputarci il possesso dell’isola di Lincoln.» «Ma, insomma, quel pallino di piombo…» disse Harbert. «Esso non è certo immaginario, suppongo!» «Per mille diavoli, no!» esclamò Pencroff, pensando al suo molare ormai mancante. «Allora che cosa concludere?» domandò il cronista. «Questo:» rispose l’ingegnere «or son tre mesi al massimo, una nave, volontariamente o no, è approdata…» «Come! voi ammettereste, Cyrus, che si sia inabissata senza lasciare alcuna traccia?» esclamò il giornalista. «No, mio caro Spilett; se è certo che un essere umano ha messo piede su quest’isola, non sembra meno certo che adesso non ci sia più.» «Allora, se vi comprendo bene, signor Cyrus,» disse Harbert «la nave sarebbe ripartita?…» «Evidentemente.» «E noi avremmo perduto per sempre l’occasione di rimpatriare?» disse Nab. «Per sempre, lo temo.» «Orbene, poiché l’occasione è perduta, in cammino!» disse Pencroff, che già sentiva la nostalgia di GraniteHouse. Ma s’era appena alzato, che si udì Top abbaiare con forza. Il cane uscì dal bosco, tenendo in bocca un brandello di stoffa sporca di fango. Nab strappò il cencio dalla bocca del cane: era un pezzo di grossa tela. Top abbaiava sempre, e, con il suo andare e venire, sembrava invitare il padrone a seguirlo nella foresta. «Là c’è qualche cosa che potrà forse spiegare il mio pallino di piombo!» esclamò Pencroff. «Un naufrago!» esclamò Harbert. «Ferito, magari!» disse Nab. «O morto!» osservò il giornalista. E tutti si precipitarono dietro al cane, fra i grandi pini che formavano il primo velario della foresta. Per qualunque evenienza, Cyrus Smith e gli altri avevano preparato le armi. Dovettero inoltrarsi abbastanza addentro nei boschi, ma, con loro grande delusione, non videro alcuna impronta di passi. Cespugli e liane erano intatti e bisognò persino tagliarli con la scure, come era stato fatto nelle parti più fitte della foresta. Era, dunque, difficile ammettere che una creatura umana fosse già passata di là, e ciò nonostante Top andava e veniva, non come un cane che cerca a caso, ma come un essere dotato di volontà e che segue un’idea. Dopo sette o otto minuti di cammino, Top si fermò. I coloni, arrivati a una specie di radura, contornata da grandi alberi, si guardarono attorno, ma non videro nulla, né sotto gli sterpi, né fra i tronchi d’albero. «Ma che cosa c’è, Top?» disse Cyrus Smith. Top abbaiò più forte, saltando ai piedi di un pino gigantesco. Tutto a un tratto, Pencroff si mise a gridare: «Ah, bene! Ah, perfettamente!» «Che cosa c’è?» domandò Gedeon Spilett. «Noi cerchiamo un relitto sul mare o sulla terra!» «Ebbene?» «Ebbene, si trova invece nell’aria!» E il marinaio mostrò una specie di gran cencio biancastro, impigliato sulla cima del pino; quello di cui Top aveva portato un pezzo caduto al suolo. «Ma quello non è un relitto!» esclamò Gedeon Spilett. «Domando scusa!» rispose Pencroff. «Che cos’è?…» «È tutto quanto resta della nostra nave aerea, del nostro pallone, che s’è incagliato lassù, in cima a quest’albero!» Pencroff non si sbagliava, e gettò un evviva sonoro, aggiungendo: «Ecco della tela buona! Ecco di che provvederci di biancheria per degli anni! Ecco di che fare fazzoletti e camicie! Eh, signor Spilett, che cosa ne dite di un’isola dove le camicie spuntano sugli alberi?» Era veramente una lieta circostanza per i coloni dell’isola di Lincoln che l’aerostato, dopo aver fatto il suo ultimo balzo nell’aria, fosse ricaduto sull’isola e che avessero avuto la fortuna di ritrovarlo. Avrebbero potuto conservare l’involucro com’era, se volevano tentare una nuova evasione per le vie dell’aria, o adoperare utilmente la tela di cotone di buona qualità, una volta liberata dalla vernice, tela che misurava alcune centinaia di aune. Come ben si comprende, la gioia di Pencroff fu unanimemente e vivacemente condivisa. Ma bisognava staccare il prezioso involucro dall’albero dal quale pendeva, per metterlo in luogo sicuro, e non fu un lavoro da nulla. Nab, Harbert e il marinaio saliti in cima all’albero dovettero fare prodigi di abilità per liberare l’enorme aerostato sgonfiato. L’operazione durò quasi due ore, e non solo l’involucro, con la sua valvola, le sue molle, la sua guarnizione di rame, ma anche la rete, cioè una quantità considerevole di corda e di cordami, il cerchio che li tratteneva e l’ancora del pallone caddero al suolo. L’involucro, salvo la lacerazione, era in buono stato, e solo la sua appendice inferiore era strappata. Era una fortuna caduta dal cielo. «Tuttavia, signor Cyrus,» disse il marinaio «se caso mai ci decidessimo a lasciare l’isola, non sarà in pallone, vero? Le navi aeree non vanno dove si vuole; ne sappiamo qualche cosa! Vedete, se date retta a me, costruiremo una buona imbarcazione d’una ventina di tonnellate, e mi lascerete tagliare in questa tela una vela di trinchetto e un fiocco. Il resto, servirà a vestirci!» «Vedremo, Pencroff,» rispose Cyrus Smith «vedremo.» «Intanto, bisogna mettere tutto questo al sicuro» disse Nab. Infatti, non si poteva pensare di trasportare a GraniteHouse quel carico di tela, corde e cordame, il cui peso era considerevole, e mentre si aspettava un veicolo adatto per il trasporto era importante non lasciare più a lungo quelle ricchezze in balia del primo uragano. I coloni, riunendo i loro sforzi, riuscirono a trascinare il tutto sino alla spiaggia, dove scoprirono una cavità rocciosa abbastanza vasta, che né il vento, né la pioggia, né il mare potevano visitare, grazie alla posizione in cui si trovava. «Ci occorreva un armadio e l’abbiamo trovato,» disse Pencroff «ma siccome esso non si chiude a chiave, sarà prudente nasconderne l’apertura. Non dico questo per i ladri a due piedi, ma per quelli a quattro zampe!» Alle sei di sera tutto era chiuso nella grotta, e dopo aver dato alla piccola rientranza che formava la cala il nome giustissimo di Porto Pallone, fu ripresa la via del capo Artiglio. Pencroff e l’ingegnere parlavano dei diversi progetti, che occorreva mettere in esecuzione nel più breve tempo possibile. Bisognava, prima di tutto, gettare un ponte sul Mercy, allo scopo di creare una facile via di comunicazione con il sud dell’isola; poi si sarebbe ritornati con il carro a prendere l’aerostato, poiché la piroga non avrebbe potuto bastare a trasportarlo; poi si sarebbe costruita una lancia; poi Pencroff l’avrebbe armata a cutter e si sarebbero potuti intraprendere dei viaggi di circumnavigazione… intorno all’isola; poi, ecc., ecc. Intanto, la notte andava calando e il cielo era già scuro, quando i coloni raggiunsero la punta del Relitto, nel punto stesso ove avevano scoperto la preziosa cassa. Ma anche là, come altrove, nulla indicava che vi fosse avvenuto un naufragio qualunque, e bisognò per forza ritornare alle conclusioni precedentemente formulate da Cyrus Smith. Dalla punta del Relitto a GraniteHouse restavano ancora quattro miglia, che furono presto superate; ma era più di mezzanotte, quando, dopo essersi tenuti lungo il litorale sino alla foce del Mercy i coloni arrivarono al primo gomito formato dal fiume. Là, il letto del fiume misurava una larghezza di ottanta piedi, ch’era difficile attraversare, ma Pencroff s’era impegnato a vincere questa difficoltà e fu, dunque, obbligato a farlo. I coloni erano estenuati, bisogna convenirne. La tappa era stata lunga e l’incidente del pallone non aveva certo contribuito a riposare le loro gambe e le loro braccia. Avevano quindi fretta di ritornare a GraniteHouse per cenare e dormire, e se vi fosse stato il ponte, in un quarto d’ora si sarebbero trovati a domicilio. La notte era scurissima. Pencroff si preparò allora a mantenere la sua promessa, costruendo una specie di zattera, che permettesse di effettuare il passaggio del Mercy. Nab e lui, armati di accette, scelsero due alberi vicini alla riva, con i quali contavano di far appunto una specie di zattera, e cominciarono ad attaccarli alla base. Cyrus Smith e Gedeon Spilett, seduti sulla sponda, aspettavano che fosse venuto il momento di aiutare i loro compagni, mentre Harbert andava e veniva, senza allontanarsi troppo. Improvvisamente, il giovanotto, che aveva risalito il fiume, ritornò precipitosamente, e additando il Mercy a monte: «Ma che cos’è che va alla deriva laggiù?» gridò. Pencroff interruppe il lavoro e scorse un oggetto mobile, che appariva confusamente nell’ombra. «Una barca!» disse. Tutti s’avvicinarono alla riva e videro, con estrema sorpresa, un’imbarcazione che seguiva la corrente. «Voi della barca!» gridò il marinaio, per un residuo d’abitudine professionale e senza pensare che sarebbe stato forse meglio serbare il silenzio. Nessuna risposta. L’imbarcazione continuava ad andare alla deriva, ed era soltanto a una decina di passi, quando il marinaio esclamò: «Ma è la nostra piroga! Ha rotto l’ormeggio e ha seguito la corrente! Bisogna riconoscere che giunge a proposito!» «La nostra piroga?…» mormorò l’ingegnere. Pencroff aveva ragione. Era proprio la piroga, la cui barbetta si era indubbiamente spezzata e che veniva da sola dalla sorgente del Mercy. Bisognava dunque afferrarla al passaggio, prima che fosse trascinata oltre la foce dalla rapida corrente del fiume, e questo appunto fecero abilmente Nab e Pencroff per mezzo di una lunga pertica. La barca accostò la riva. L’ingegnere, imbarcandosi per primo, ne prese la codetta, e si assicurò ch’essa fosse stata veramente logorata dall’attrito sulle rocce. «Ecco,» gli disse a bassa voce il giornalista «ecco quello che si può chiamare una circostanza…» «Strana!» rispose Cyrus Smith. Strana o no, essa era lieta! Harbert, il giornalista, Nab e Pencroff s’imbarcarono a loro volta. Non mettevano in dubbio che l’ormeggio non si fosse logorato; ma la cosa più straordinaria era che la piroga fosse arrivata proprio al momento in cui i coloni si trovavano lì per prenderla al passaggio, giacché un quarto d’ora più tardi sarebbe andata perduta in mare. Se fosse stato il tempo dei geni, quell’avvenimento avrebbe dato il diritto di pensare che l’isola era abitata da un essere soprannaturale, che metteva il suo potere al servizio dei naufraghi! In pochi colpi di remo arrivarono alla foce del Mercy. L’imbarcazione venne tratta in secco fino nei pressi dei Camini, e tutti si diressero verso la scala di GraniteHouse. Ma in quel momento Top abbaiò di collera e Nab, che cercava il primo piolo, cacciò un grido… La scala non c’era più. CAPITOLO VI CYRUS SMITH s’era fermato senza dir parola. I suoi compagni cercarono nell’oscurità, tanto lungo le pareti della muraglia, nel caso che il vento avesse rimosso la scala, quanto a terra nel caso ch’essa si fosse staccata… Ma la scala era sparita. Quanto a vedere se una burrasca l’avesse portata su fino al primo pianerottolo, a metà della parete, era una cosa veramente impossibile in quella notte profonda. «Se è una burla,» gridò Pencroff «è una burla di cattivo gusto! Arrivare a casa e non trovar più la scala per salire nella propria camera, non è cosa che possa far ridere della gente stanca!» Nab si perdeva in esclamazioni! «Eppure non c’è stato vento!» fece osservare Harbert. «Comincio a trovare che succedono strane cose nell’isola di Lincoln!» disse Pencroff. «Strane?» rispose Gedeon Spilett «ma no, Pencroff, nulla di più naturale. Qualcuno è venuto durante la nostra assenza, ha preso possesso della dimora e ha ritirato la scala!» «Qualcuno!» esclamò il marinaio. «E chi, dunque?» «Ma! Il cacciatore del pallino di piombo, per esempio» rispose il giornalista. «A che cosa servirebbe, se non a spiegare la nostra disavventura?» «Orbene, se c’è qualcuno lassù,» rispose Pencroff bestemmiando, poiché cominciava a spazientirsi «proverò a chiamarlo e bisognerà pure ch’egli risponda.» E con voce tonante, il marinaio emise un «Ohe!» prolungato, che l’eco rimandò con forza. I coloni tesero l’orecchio e parve loro di udire, all’altezza di GraniteHouse, una specie di riso beffardo, di cui non riuscirono a indovinare l’origine. Ma nessuna voce rispose alla voce di Pencroff, che ricominciò inutilmente il suo vigoroso richiamo. C’era in quell’incidente di che meravigliare gli uomini più indifferenti del mondo; e i coloni non erano certo degli indifferenti. Nella situazione in cui si trovavano, ogni avvenimento aveva la sua gravità, e certamente, da sette mesi che abitavano l’isola,» nessuno si era loro presentato con carattere tanto sorprendente. Comunque fosse, dimenticando le loro fatiche e dominati dalla singolarità del fatto, restavano ai piedi di GraniteHouse, non sapendo che cosa pensare, né che cosa fare, interrogandosi a vicenda senza potersi rispondere, moltiplicando svariate ipotesi, l’una più inammissibile dell’altra. Nab si lamentava, contrariato di non poter rientrare nella sua cucina, tanto più che le provviste di viaggio erano esaurite e per il momento non c’era alcun mezzo per procurarsene. «Amici miei,» disse allora Cyrus Smith «non ci rimane altro da fare che attendere il giorno e agire allora secondo le circostanze. Ma, nell’attesa, andiamo ai Camini. Là saremo al coperto, e se non potremo cenare, potremo almeno dormire.» «Ma chi è lo sfacciato che ci ha giocato questo tiro?» chiese ancora una volta Pencroff, incapace di adattarsi all’avventura. Chiunque fosse lo «sfacciato», la sola cosa da fare era, come aveva detto l’ingegnere, di tornare ai Camini per aspettarvi il giorno. Ma fu dato ordine a Top di rimanere sotto le finestre di GraniteHouse: e quando Top riceveva un ordine, lo eseguiva senza fare osservazioni. Il bravo cane restò, dunque, ai piedi della muraglia, mentre il suo padrone con i compagni si rifugiavano fra le rocce. Dire che i coloni, malgrado la loro stanchezza, dormirono bene sulla sabbia dei Camini, sarebbe falsare la verità. Non solo essi erano molto ansiosi di conoscere l’importanza del nuovo incidente, sia che fosse il risultato d’un caso, i cui motivi naturali si sarebbero rivelati con il sorgere del giorno, sia, invece, che fosse opera di un essere umano. Inoltre, erano malissimo sistemati. Comunque, la loro casa per il momento era occupata, e non potevano disporne. Ora, GraniteHouse era più che la loro dimora: era il loro deposito. Là dentro c’era tutto il materiale della colonia: armi, strumenti, attrezzi, munizioni, riserve di viveri, ecc. Se tutto questo fosse stato rubato, i coloni avrebbero dovuto ricominciare da capo, rifacendo armi e attrezzi. Cosa grave! Perciò, cedendo all’inquietudine, l’uno o l’altro usciva ogni tanto, per vedere se Top faceva buona guardia. Solamente Cyrus Smith aspettava con la sua pazienza abituale, per quanto il suo fermo ed energico temperamento si esasperasse, sentendosi di fronte a un fatto assolutamente inesplicabile e s’indignasse pensando che attorno a sé, al di sopra di sé, forse, esisteva un’influenza alla quale egli non poteva dare un nome. Gedeon Spilett condivideva interamente l’opinione dell’ingegnere a questo proposito, e ambedue parlarono a più riprese, ma sottovoce, delle circostanze inesplicabili, a comprendere le quali la loro perspicacia e la loro esperienza erano insufficienti. Vi era, certo, un mistero sull’isola: ma come scoprirlo? Harbert non sapeva che cosa pensare e gli sarebbe piaciuto interrogare Cyrus Smith. Quanto a Nab, aveva finito per dirsi che tutto quanto avveniva non lo riguardava, ma riguardava il suo padrone, e se non avesse creduto di usare scortesia ai suoi compagni, quella notte il bravo negro avrebbe dormito coscienziosamente, come se avesse riposato nel suo lettuccio di GraniteHouse. Insomma, il più stizzito di tutti era Pencroff, che si sentiva davvero molto in collera. «È uno scherzo» diceva; «ci hanno fatto uno scherzo! Orbene, a me non piacciono le buffonate, e guai al burlone, se mi capita fra le mani!» Appena i primi chiarori del giorno si mostrarono a est, i coloni, convenientemente armati, si recarono sulla spiaggia, al limite dei frangenti. GraniteHouse, colpita direttamente dal sole nascente, non doveva tardare a essere illuminata dalle luci dell’alba, e infatti, prima delle cinque, le finestre, le cui imposte erano chiuse, apparvero attraverso le loro tendine di fogliame. Da quella parte tutto era in ordine; ma un grido sfuggì dal petto dei coloni quando scorsero spalancata la porta, che essi avevano chiusa prima di partire. Qualcuno s’era introdotto in GraniteHouse. Non c’era più da dubitarne. La scala superiore, tesa ordinariamente dal ripiano alla porta, era al suo posto; ma la scala inferiore era stata ritirata e sollevata fino alla soglia. Era più che evidente che gli intrusi avevano voluto mettersi al sicuro da ogni sorpresa. Però, non era ancora possibile stabilire la loro specie e il loro numero, poiché nessuno d’essi si mostrava. Pencroff chiamò di nuovo. Nessuna risposta. «Bricconi!» gridò il marinaio. «Dormono tranquillamente, come fossero in casa loro! Ehi! Pirati, banditi, corsari, figli di John Bull!» Quando Pencroff, nella sua qualità di americano, trattava qualcuno da «figlio di John Bull» era giunto all’estremo limite dell’insulto. Intanto si fece giorno chiaro e la facciata di GraniteHouse s’illuminò ai raggi del sole. Ma all’interno, come all’esterno, tutto era muto e calmo. I coloni si domandavano se GraniteHouse fosse occupata o no; eppure, la posizione della scala lo dimostrava sufficientemente; ed era anche certo che gli occupanti non avevano potuto fuggire! Ma come arrivare sino a loro? Harbert ebbe allora l’idea d’attaccare una corda a una freccia e di lanciare questa freccia in modo che passasse tra i primi pioli della scala penzolante dalla soglia della porta. Si sarebbe potuto allora, per mezzo della corda, svolgere la scala sino a terra e ristabilire la comunicazione fra il suolo e GraniteHouse. Evidentemente, non c’era altro da fare, e con un po’ d’accortezza la cosa poteva riuscire. Fortunatamente, archi e frecce erano stati deposti in un corridoio dei Camini, dove si trovavano pure alcune braccia di leggera corda d’ibisco. Pencroff svolse questa corda, di cui fissò l’estremità a una freccia ben impennata. Poi, Harbert, dopo aver incoccato la freccia sul suo arco, mirò con la massima cura il capo della scala, sospeso fuor della soglia. Cyrus Smith, Gedeon Spilett, Pencroff e Nab s’erano tirati indietro, in modo da osservare quello che sarebbe accaduto alle finestre di GraniteHouse. Il giornalista, con la carabina alla spalla, prendeva di mira la porta. L’arco si tese, la freccia fischiò, traendo seco la corda, e andò a passare tra i due ultimi pioli. L’operazione era riuscita. Tosto Harbert afferrò l’estremità della corda; ma nel momento in cui dava uno strattone per far cadere la scala, un braccio, passando lestamente tra il muro e la porta, l’agguantò e la trasse dentro a GraniteHouse. «Tre volte briccone!» gridò il marinaio. «Se una palla può farti felice, non avrai da aspettarla molto!» «Ma chi è, dunque?» domandò Nab. «Chi? Non hai veduto?» «No.» «Ma è una scimmia, un macaco, un cebo, una bertuccia, un orangutan, un babbuino, un gorilla, un uistiti. La nostra casa è stata invasa da scimmie, che si sono arrampicate lungo la scala durante la nostra assenza!» In quel momento appunto, come per dar ragione al marinaio, tre o quattro quadrumani si mostravano alle finestre, di cui avevano aperto le imposte, e salutavano i veri proprietari del luogo con mille smorfie e contorsioni. «Sapevo bene che era una farsa!» esclamò Pencroff «ma ecco uno dei buffoni che pagherà per gli altri!» Il marinaio, imbracciando il fucile, mirò rapidamente una delle scimmie e fece fuoco. Tutte scomparvero, salvo una, che, mortalmente colpita, precipitò sulla spiaggia. Questa scimmia, di alta statura, apparteneva, non era possibile sbagliarsi, al primo ordine dei quadrumani. Fosse uno scimpanzè, un orangutan, un gorilla o un gibbone, essa era da annoverarsi tra gli antropomorfi, così chiamati a causa della loro rassomiglianza con gli individui di razza umana. D’altronde, Harbert dichiarò ch’era un orangutan, e si sa che il ragazzo se ne intendeva di zoologia. «Che magnifica bestia!» esclamò Nab. «Magnifica quanto vuoi!» rispose Pencroff «ma intanto non vedo ancora come potremo rientrare in casa!» «Harbert è un buon tiratore,» disse il giornalista «e il suo arco è qui! Non ha che da ricominciare…» «Oh! Quelle scimmie sono scaltre!» esclamò Pencroff. «Non si riaffacceranno alle finestre e non potremo ucciderle. Quando penso ai danni che possono fare nelle camere, nei magazzini…» «— Un po’ di pazienza» rispose Cyrus Smith. «Questi animali non possono tenerci testa per molto tempo!» «Non sarò contento finché non li vedrò a terra» rispose il marinaio. «Eppoi, sapete quante dozzine ce ne siano lassù, di questi buffoni?» Sarebbe stato difficile rispondere a Pencroff, e quanto a ricominciare il tentativo del ragazzo, l’operazione era diventata più difficile, poiché l’estremità inferiore della scala era stata ritirata, e quando si alò di nuovo la corda, questa si ruppe, ma la scala non ricadde. Il caso era veramente imbarazzante. Pencroff si struggeva dalla rabbia. La situazione aveva un certo lato comico, ch’egli però, dal canto suo, non trovava per nulla divertente. Era certo che i coloni avrebbero finito per rientrare in possesso del loro domicilio, cacciandone gli intrusi; ma quando e come? Ecco quello che non potevano dire. Due ore passarono, durante le quali le scimmie evitarono di mostrarsi; ma erano sempre là, e tre o quattro volte un muso o una zampa apparvero di sfuggita alla porta o alle finestre, salutati da colpi di fucile. «Nascondiamoci!» disse allora l’ingegnere. «Forse le scimmie crederanno che siamo andati via e si faranno vedere nuovamente. Spilett e Harbert si appostino dietro le rocce e facciano fuoco a ogni apparizione.» Gli ordini dell’ingegnere furono eseguiti, e mentre il giornalista e il giovanotto, i due più abili tiratori della colonia, si appostavano in una posizione buona per il tiro, dove non potevano essere scorti dalle scimmie, Nab, Pencroff e Cyrus Smith, salivano l’altipiano e s’inoltravano nella foresta per uccidere un po’ di selvaggina, poiché l’ora della colazione era giunta e di viveri non ce n’erano. In capo a una mezz’ora, i cacciatori ritornarono con alcuni piccioni di montagna, che furono fatti arrostire alla meglio. Nessuna scimmia era ancora riapparsa. Gedeon Spilett e Harbert andarono a prendere la loro parte di colazione, mentre Top vigilava sotto le finestre. Poi, dopo aver mangiato, ritornarono al loro posto. Due ore dopo la situazione non si era ancora modificata. I quadrumani non davano più alcun segno di vita e si poteva credere che fossero spariti; ma quello che pareva più probabile era che, spaventati dalla morte di uno di essi e dalle detonazioni, si tenessero cheti in fondo alle camere di GraniteHouse, oppure nel magazzino. E quando si pensava alle ricchezze che conteneva quel magazzino, la pazienza, tanto raccomandata dall’ingegnere, finiva per mutarsi in una violenta irritazione, la quale, francamente, era giustificata. «Decisamente è troppo stupido,» disse alla fine il giornalista «e non vedo proprio perché tutto questo non debba finire!» «Bisogna pure far sloggiare quei farabutti» esclamò Pencroff. «Vi riusciremmo certamente, quand’anche fossero una ventina; ma per questo bisogna combatterli a corpo a corpo! Ah, non c’è, dunque, un mezzo di arrivare sino a essi?» «Sì» rispose allora l’ingegnere, a cui era balenata un’idea. «C’è?» disse Pencroff. «Ebbene, sarà senz’altro quello buono, dato che non ce ne sono altri! E qual è?» «Proviamo a ridiscendere a GraniteHouse per l’antico scarico del lago» rispose l’ingegnere. «Ah, per mille e mille diavoli!» esclamò il marinaio. «E io che non ci avevo ancora pensato!» Era, infatti, il solo modo di penetrare in GraniteHouse, allo scopo di combattere la banda di animali e di espellerli. È vero che l’apertura dello scarico era chiusa da un muro di pietre cementate, che sarebbe stato necessario sacrificare, ma lo avrebbero rifatto. Fortunatamente, Cyrus Smith non aveva ancora effettuato il suo progetto di nascondere quell’apertura facendola sommergere dalle acque del lago, poiché, in quel caso, l’operazione avrebbe richiesto un certo tempo. Era già più di mezzogiorno, quando i coloni, bene armati e muniti di picconi e di zappe, lasciarono i Camini, passarono sotto le finestre di GraniteHouse, dopo aver ordinato a Top di rimanere al suo posto, e si accinsero a risalire la riva sinistra del Mercy, allo scopo di raggiungere l’altipiano di Bellavista. Ma non avevano fatto cinquanta passi che sentirono i latrati furiosi del cane. Era come un appello disperato. Si fermarono. «Corriamo!» disse Pencroff. E tutti ridiscesero la sponda a precipizio. Giunti alla svolta, videro che la situazione era mutata. Infatti, le scimmie, prese da un terrore improvviso, provocato da qualche causa ignota, cercavano di fuggire. Due o tre correvano e saltavano da una finestra all’altra con l’agilità di pagliacci. Esse non cercavano nemmeno di rimettere a posto la scala, per mezzo della quale sarebbe stato loro facile discendere: nello spavento avevano forse dimenticato questo mezzo per svignarsela. Poco dopo, cinque o sei furono in posizione da poter essere colpite, e i coloni, prendendole di mira comodamente, fecero fuoco. Alcune, ferite o uccise, ricaddero nell’interno delle camere, cacciando acute strida. Le altre, precipitate al di fuori, si fracassarono le ossa nella caduta, e pochi istanti dopo si poteva presumere che non ci fosse più un quadrumane vivo in GraniteHouse. «Evviva!» gridò Pencroff «Evviva, evviva!» «Oh! Non tanti evviva!» disse Gedeon Spilett. «Perché? Sono tutte morte!» rispose il marinaio. «Lo so, ma questo non ci dà il mezzo di rientrare in casa.» «Andiamo allo scarico!» replicò Pencroff. «Indubbiamente» disse l’ingegnere. «Però sarebbe stato preferibile…» In quel mentre, e come una risposta all’osservazione di Cyrus Smith, fu veduta la scala scivolare sulla soglia della porta, svolgersi e cadere fino a terra. «Ah, corpo di mille pipe! Questa è grossa!» esclamò il marinaio, guardando Cyrus Smith. «Troppo grossa!» mormorò l’ingegnere, che si slanciò per primo sulla scala. «State attento, signor Cyrus!» esclamò Pencroff «se c’è ancora qualcuno di quegli scimmiotti…» «Vedremo» rispose l’ingegnere senza fermarsi. Tutti lo seguirono e in un minuto arrivarono alla soglia della porta. Cercarono dappertutto. Nessuno nelle camere, nessuno nel magazzino, ch’era stato rispettato dalla banda dei quadrumani. «Ma, e la scala?» esclamò il marinaio. «Chi è la persona gentile che ce l’ha gettata?» Ma in quel momento un grido si fece udire e una grande scimmia, che s’era rifugiata nel corridoio, si precipitò nella sala, inseguita da Nab. «Ah, il furfante!» gridò Pencroff. E, brandendo la scure, si accingeva a spaccare la testa all’animale, quando Cyrus Smith lo fermò e gli disse: «Risparmiatelo, Pencroff.» «Come? Risparmiare questo brutto muso nero?» «Sì. È lui che ci ha gettato la scala!» E l’ingegnere disse queste parole con un tono di voce così singolare, che sarebbe stato difficile capire se parlava seriamente o no. Nondimeno, i coloni si gettarono sulla scimmia che, dopo essersi difesa valorosamente, fu atterrata e legata. «Ohibò!» esclamò Pencroff. «E adesso che cosa ne faremo?» «Un domestico!» rispose Harbert. E così dicendo, il ragazzo non scherzava, poiché sapeva l’utilità che si può ricavare dalla razza intelligente dei quadrumani. I coloni s’avvicinarono alla scimmia e la osservarono attentamente. Essa apparteneva proprio alla specie degli antropomorfi, il cui angolo facciale non è molto inferiore a quello degli Australiani e degli Ottentotti. Era un orangutan, e come tale non aveva né la ferocia del babbuino, né la sventatezza del macaco, né la sordidezza dell’uistitì, né la impazienza della bertuccia, né i cattivi istinti del cinocefalo. A questa famiglia degli antropomorfi si attribuiscono tanti tratti che indicano in essi un’intelligenza quasi umana. Utilizzati nelle case, possono servire a tavola, pulire le camere, aver cura dei vestiti, lucidare le scarpe, maneggiare abilmente il coltello, il cucchiaio e la forchetta, e persino bere il vino… tutto con molto garbo, quanto il miglior domestico bipede e implume. È noto che Buffon possedette una di queste scimmie, che lo servì per molto tempo, come un servo fedele e zelante. Quello che stava legato nella sala di GraniteHouse era un grosso diavolaccio, alto sei piedi, dal corpo mirabilmente proporzionato, petto largo, testa di media grossezza, angolo facciale di sessantacinque gradi, cranio rotondo, naso sporgente, pelle ricoperta d’un pelo liscio, morbido e lucente; insomma, un tipo perfetto di antropomorfo. I suoi occhi, un po’ più piccoli degli occhi umani, brillavano di intelligente vivacità; i suoi denti bianchi risplendevano sotto i baffi, e aveva una barbetta ricciuta color nocciola. «Un bel giovanotto!» disse Pencroff. «Se conoscessimo almeno la sua lingua, gli potremmo parlare!» «E così,» disse Nab «sul serio, padrone, lo prendiamo come domestico?» «Sì, Nab» rispose sorridendo l’ingegnere. «Ma non devi essere geloso!» «Spero che diverrà un eccellente servitore» aggiunse Harbert. «Sembra giovane, la sua educazione sarà facile e non saremo obbligati, per addomesticarlo, a usare la forza, né a strappargli i canini, come si fa in simili circostanze! Non può che affezionarsi a dei padroni che saranno buoni con lui!» «E lo saremo!» rispose Pencroff, che aveva dimenticato tutto il suo rancore contro i «buffoni». Poi, avvicinandosi all’orangutan: «Orbene, ragazzo mio,» gli domandò «come va? L’orangutan rispose con un piccolo grugnito, che denotava un umore non» molto cattivo. «Vogliamo, dunque, far parte della colonia?» chiese il marinaio. «Entriamo, dunque, al servizio del signor Cyrus Smith?» Nuovo brontolio d’approvazione da parte della scimmia. «E ci accontenteremo del vitto per tutto salario? Terzo grugnito affermativo.» «La sua conversazione è un po’ monotona» fece osservare Gedeon Spilett. «Bene!» disse Pencroff «i migliori domestici sono quelli che parlano poco. Eppoi, niente salario! Capite, ragazzo mio? Per cominciare non vi daremo salario, ma più tardi lo raddoppieremo, se saremo contenti di voi!» Così la colonia s’accrebbe di un nuovo membro, che doveva renderle più d’un servigio. Riguardo al nome da dargli, il marinaio domandò che, in memoria di un’altra scimmia da lui conosciuta, questa fosse chiamata Jupiter e Jup per abbreviazione. Ed ecco come, senz’altre cerimonie, mastro Jup entrò a far parte degli inquilini di GraniteHouse. CAPITOLO VII I COLONI dell’isola di Lincoln avevano, dunque, riconquistato il loro domicilio, senza essere stati obbligati a percorrere l’antico condotto; ciò risparmiò loro di dover fare i muratori. Era stata una fortuna, in verità, che al momento in cui si accingevano al lavoro, la banda delle scimmie fosse stata presa da un terrore improvviso e inesplicabile, che le aveva cacciate da GraniteHouse. Quegli animali avevano, forse, presentito il serio attacco che stavano per subire da un’altra parte? Era il solo modo plausibile d’interpretare la loro ritirata. Durante le ultime ore di quella giornata i cadaveri delle scimmie furono trasportati nel bosco e ivi sotterrati; poi, i coloni s’adoperarono a riparare il disordine causato dagli intrusi, disordine e non danno, giacché, se avevano scompigliato le suppellettili delle varie stanze, però non avevano rotto nulla. Nab riaccese i suoi fornelli, e le riserve della dispensa fornirono un pasto sostanzioso, al quale tutti fecero largamente onore. Jup non fu dimenticato e mangiò anch’esso con appetito dei pinoli e dei rizomi, di cui fu abbondantemente fornito. Pencroff gli aveva slegato le braccia, ma reputò opportuno lasciargli le pastoie alle gambe, sino al momento in cui avrebbe potuto contare sulla sua rassegnazione. Poi, prima di coricarsi, Cyrus Smith e i suoi compagni, seduti intorno alla tavola, discussero alcuni progetti, la cui attuazione era urgente. I più importanti e di maggior premura erano: la costruzione di un ponte sul Mercy, allo scopo di mettere in comunicazione la parte sud dell’isola con GraniteHouse; poi la sistemazione d’un recinto destinato ad accogliere i mufloni o altri animali da lana, che conveniva catturare. Come si vede, questi due progetti tendevano a risolvere la questione degli abiti, ch’era allora la più seria. Infatti, il ponte avrebbe reso facile il trasporto dell’involucro del pallone, che avrebbe fornito la biancheria, e il recinto doveva render possibile la raccolta di lana, per gli abiti d’inverno. Quanto al recinto, l’intenzione di Cyrus Smith era di costruirlo alle sorgenti stesse del Creek Rosso, laddove i ruminanti avrebbero trovato pascoli freschi e abbondanti. La strada fra l’altipiano di Bellavista e le sorgenti del fiume era già in parte tracciata, e con un carro meglio costruito del primo i trasporti dei materiali sarebbero stati più facili, soprattutto se fosse stato possibile catturare qualche animale da tiro. Ma, se la lontananza del recinto da GraniteHouse non presentava nessun inconveniente, non sarebbe stato lo stesso per il pollaio, sul quale Nab richiamò l’attenzione dei coloni. Bisognava, infatti, che i volatili fossero alla portata del capocuoco, e nessun posto parve più adatto all’installazione di detto pollaio di quella parte delle rive del lago, che confinava con l’antico sbocco. Gli uccelli acquatici vi avrebbero potuto prosperare quanto gli altri e la coppia di tinamù, presa nell’ultima escursione, doveva servire a un primo tentativo di addomesticamento. L’indomani, 3 novembre, furono intrapresi i nuovi lavori per la costruzione del ponte e tutte le braccia furono richieste per quella importante bisogna. Seghe, accette, cesoie, martelli furono caricati sulle spalle dei coloni, i quali, trasformati in carpentieri, discesero sul greto. Là giunti, Pencroff fece una riflessione: «E se, durante la nostra assenza, a mastro Jup venisse il capriccio di ritirare quella scala, che ci ha tanto cortesemente restituita ieri?» «Assicuriamola per la sua estremità inferiore» rispose Cyrus Smith. Ciò fu fatto mediante due pali solidamente confitti nella sabbia. Poi, i coloni, risalendo la riva sinistra del Mercy, arrivarono presto al gomito formato dal fiume. Ivi si fermarono, allo scopo d’esaminare se il ponte dovesse essere gettato in quel punto. Il luogo parve adatto. Infatti, da lì a Porto Pallone, scoperto il giorno prima sulla costa meridionale, non c’era che una distanza di tre miglia e mezzo, e dal ponte al porto sarebbe stato facile tracciare una strada carrabile, che avrebbe reso facili le comunicazioni tra GraniteHouse e il sud dell’isola. Allora Cyrus Smith comunicò ai suoi compagni un progetto molto semplice e vantaggioso, ch’egli meditava già da qualche tempo. Si trattava d’isolare completamente l’altipiano di Bellavista, così da metterlo al sicuro da ogni attacco di quadrupedi o di quadrumani. In questo modo, GraniteHouse, i Camini, il pollaio e tutta la parte superiore dell’altipiano destinata alle seminagioni, sarebbero stati protetti contro le incursioni di animali predaci. Nulla di più facile che attuare quel progetto; ed ecco come l’ingegnere proponeva di fare. L’altipiano si trovava già difeso su tre lati da corsi d’acqua artificiali o naturali: a nordovest, a partire dall’angolo che dava sull’apertura dell’antico scarico, fino alla spaccatura della riva est per lo sfogo delle acque, vi era la riva del lago Grant; a nord, da questa apertura fino al mare, vi era il nuovo corso d’acqua, che s’era scavato un letto sull’altipiano e sul greto, a valle e a monte della cascata; bastava, infatti, scavare ancora di più il letto di quel rivo, per renderne il passaggio impraticabile agli animali. Lungo tutto il confine orientale, vi era il mare stesso, partendo dalla foce del suddetto rivo fino alla foce del Mercy. A sud, finalmente, dalla foce del Mercy fino al gomito formato dal medesimo, vi era il fiume su cui sarebbe stato costruito il ponte. Rimaneva, dunque, la parte ovest dell’altipiano, compresa tra il gomito del fiume e l’angolo sud del lago, per un tratto inferiore a un miglio, accessibile al primo venuto. Ma niente di più facile che scavare un fosso, largo e profondo, che si sarebbe riempito con le acque del lago la cui eccedenza sarebbe andata a gettarsi nel letto del Mercy, formando una seconda cascata. Il livello del lago si sarebbe abbassato un poco, in seguito a questo nuovo straripamento delle acque; ma Cyrus Smith aveva constatato che il tributo del Creek Rosso era abbastanza notevole per permettere l’esecuzione del progetto. «Così, dunque,» aggiunse l’ingegnere «l’altipiano di Bellavista diventerà una vera isola, essendo circondato dall’acqua da tutte le parti, e non comunicherà con il resto del nostro dominio se non per mezzo del ponte che stiamo gettando sul Mercy, dei due ponticelli eretti a monte e a valle della cascata, e infine di due altri ponticelli da costruirsi, uno sul fossato che vi propongo di scavare e l’altro sulla riva sinistra del Mercy. Ora, se questo ponte e questi ponticelli potranno essere alzati a volontà, l’altipiano di Bellavista sarà al sicuro da ogni sorpresa.» Cyrus Smith, allo scopo di farsi meglio capire dai compagni, aveva disegnato una carta topografica dell’altipiano, e così il suo progetto fu immediatamente capito in tutto il suo insieme. Esso fu unanimemente approvato, e Pencroff, brandendo la sua accetta da carpentiere, esclamò: «Il ponte, prima di tutto!» Era il lavoro più urgente. Furono scelti degli alberi, abbattuti, spogliati dei rami, segati in travi, tavole e assi. Il ponte, fisso nella parte che poggiava sulla riva destra del Mercy, doveva invece essere mobile nella parte che si sarebbe congiunta alla riva sinistra, in guisa da poter essere rialzato per mezzo di contrappesi, come certi ponti di chiusa. Come si capisce, fu un lavoro considerevole, e se fu abilmente condotto, richiese però un certo tempo, poiché il Mercy era largo ottanta piedi circa. Bisognò, dunque, conficcare dei pali nel letto del fiume, allo scopo di sostenere il piano fisso del ponte, e impiantare un maglio per colpire le testate dei pali, che dovevano formare così due campate e permettere al ponte di sopportare pesanti carichi. Fortunatamente non mancavano né gli attrezzi per lavorare il legnane le armature di ferro per consolidarlo, né l’ingegnosità di un uomo meravigliosamente pratico di quei lavori, né infine lo zelo dei suoi compagni che, dopo sette mesi, avevano necessariamente acquistato una grande abilità manuale. E, bisogna riconoscerlo, Gedeon Spilett non era il più maldestro e gareggiava in abilità con lo stesso marinaio, «che non si sarebbe mai aspettato tanto da un semplice giornalista!» La costruzione del ponte sul Mercy durò tre settimane, durante le quali si lavorò molto duramente. I coloni facevano colazione sul luogo stesso dei lavori, e il tempo essendo magnifico, non si rientrava a GraniteHouse che per la cena. Durante questo periodo fu constatato che mastro Jup s’acclimatava facilmente e familiarizzava con i suoi nuovi padroni, che guardava sempre con occhio estremamente curioso. Nondimeno, per misura precauzionale, Pencroff non gli lasciava ancora assoluta libertà di movimenti, volendo aspettare, con ragione, che i confini dell’altipiano diventassero insormontabili, in seguito ai lavori progettati. Top e Jup se la intendevano a meraviglia e giocavano volentieri insieme, ma Jup faceva tutto con gravità. Il 20 novembre il ponte fu finito. La sua parte mobile, equilibrata da contrappesi, girava facilmente, e bastava un lieve sforzo per sollevarla; tra i cardini e l’ultima traversa sulla quale andava ad appoggiarsi, quando era abbassata, vi era uno spazio di venti piedi, sufficiente perché gli animali non potessero varcarlo. Si trattò allora d’andare a cercare l’involucro dell’aerostato, che i coloni avevano fretta di mettere completamente al sicuro; ma per trasportarlo era necessario portare un carro fino a Porto Pallone, e, di conseguenza, bisognava aprire una strada attraverso le folte boscaglie del Far West. Ciò richiedeva un certo tempo. Così Nab e Pencroff si spinsero prima in ricognizione sino al porto, e siccome constatarono che la tela non soffriva in nessun modo nella grotta ov’era stata immagazzinata, fu deciso che i lavori relativi all’altipiano di Bellavista sarebbero proseguiti senza interruzione. «Questo,» fece osservare Pencroff «ci permetterà di costruire il nostro pollaio in migliori condizioni, poiché non avremo da temere né la visita delle volpi, né l’aggressione d’altre bestie nocive.» «Senza contare,» aggiunse Nab «che potremo dissodare il terreno dell’altipiano, trapiantarvi le piante selvatiche…» «E preparare il nostro secondo campo di grano!» esclamò il marinaio con aria trionfante. E infatti, il primo campo di grano, seminato con un unico chicco, aveva mirabilmente prosperato, grazie alle cure di Pencroff. Esso aveva prodotto le dieci spighe annunciate dall’ingegnere, e, poiché ogni spiga portava ottanta chicchi, la colonia si trovava in possesso di ottocento chicchi in sei mesi, il che prometteva per ogni anno un doppio raccolto. Quegli ottocento chicchi, meno una cinquantina, che vennero conservati per prudenza, dovevano, dunque, essere seminati in un nuovo campo, con cura non minore di quella riservata all’unico chicco. Il campo fu preparato, poi venne circondato da una palizzata, alta e munita di punte, che i quadrupedi avrebbero molto difficilmente superata. Quanto agli uccelli, bastarono, a tenerli lontani, alcune raganelle e degli spaventapasseri, dovuti all’immaginazione fantastica di Pencroff. I settecentocinquanta chicchi furono allora deposti in piccoli solchi regolari, e si lasciò che la natura facesse il resto. Il 21 novembre, Cyrus Smith cominciò a disegnare il fossato, che doveva chiudere l’altipiano a ovest, dall’angolo sud del lago Grant fino alla svolta del Mercy. C’erano due o tre piedi di humus, e al di sotto il granito. Bisognò, dunque, fabbricare nuovamente della nitroglicerina, la quale fece il suo consueto effetto. In meno di quindici giorni, un fossato largo dodici piedi e profondo sei, fu scavato nel duro suolo dell’altipiano. Una nuova apertura fu, con lo stesso mezzo, praticata nell’orlo roccioso del lago, e le acque si precipitarono in quel nuovo letto, formando un piccolo corso d’acqua al quale fu dato il nome di Creek Glicerina, che divenne un affluente del Mercy. Come l’ingegnere aveva previsto, il livello del lago si abbassò, ma quasi impercettibilmente. Infine, per completare la chiusura, il letto del rigagnolo del greto fu notevolmente allargato e le sabbie furono contenute per mezzo di una doppia palizzata. Con la prima quindicina di dicembre, i lavori furono finiti, e l’altipiano di Bellavista, vale a dire una specie di pentagono irregolare, che aveva un perimetro di quattro miglia circa, circondato da una cinta liquida, fu assolutamente al sicuro da ogni aggressione. Durante quel mese di dicembre, il caldo fu intenso. Ciò non ostante, i coloni non vollero sospendere l’esecuzione dei loro progetti; e siccome si rendeva sempre più urgente la costruzione della corte per gli animali domestici, si accinsero senz’altro a questo lavoro. È inutile dire che, dopo la chiusura completa dell’altipiano, mastro jup era stato messo in libertà. Egli non lasciava più i suoi padroni e non manifestava alcun desiderio di fuggire. Era un animale docile, vigorosissimo nello stesso tempo e di un’agilità sorprendente. Ah! Quando si trattava di arrampicarsi sulla scala di GraniteHouse, nessuno avrebbe potuto rivaleggiare con lui. Veniva già adibito ad alcuni lavori: trainava dei carichi di legna e di pietre estratte dall’alveo del Creek Glicerina. «Non è ancora un muratore, ma è già una «scimmia»«diceva scherzosamente Harbert, alludendo al soprannome di scimmia, che i muratori danno ai loro apprendisti. E mai nome fu meglio appropriato di quello. La corte occupò un’area di ben duecento iarde quadrate, che fu scelta sulla riva sudest del lago. Essa venne cinta d’una palizzata e vi furono costruiti diversi ricoveri per i vari animali che dovevano popolarla. Erano capanne di frasche, divise in scompartimenti, cui non rimase in breve che aspettare gli ospiti. I primi furono la coppia di tinamù, che non tardarono molto a prolificare abbondantemente. Essi ebbero in seguito per compagni una mezza dozzina di anatre, che frequentavano le rive del lago. Alcune appartenevano a quella specie cinese, le cui ali s’aprono a ventaglio e che, per lo splendore e la vivacità delle piume, rivaleggiano con i fagiani dorati. Pochi giorni dopo, Harbert s’impadronì di una coppia di gallinacei dalla coda rotonda e costituita di lunghe penne, dei magnifici alettori, che s’addomesticarono assai presto. Quanto ai pellicani, ai martinpescatori, alle gallinelle, vennero spontaneamente al pollaio e tutto quel piccolo mondo, dopo alquante dispute, tubando, pigolando, chiocciando, finì per intendersi e s’accrebbe in proporzioni rassicuranti per l’alimentazione futura della colonia. Cyrus Smith, volendo completare la sua opera, installò una piccionaia in un angolo del cortile. Vi furono accolti una dozzina di quei piccioni, che frequentavano i picchi dell’altipiano. Questi uccelli s’abituarono facilmente a rientrare ogni sera alla loro nuova dimora e mostrarono più inclinazione ad addomesticarsi dei colombi selvatici, loro congeneri, che, d’altronde, si riproducono soltanto allo stato selvaggio. Finalmente, era venuto il momento di utilizzare l’involucro dell’aerostato per la confezione della biancheria, giacché conservarlo così com’era e arrischiarsi ad abbandonare l’isola in un pallone ad aria calda, sopra un mare per così dire senza limiti, sarebbe stato giustificabile soltanto per gente mancante di tutto, e Cyrus Smith, spirito pratico, non poteva pensare a questo. Si trattava, dunque, di portare l’involucro a GraniteHouse, e i coloni cercarono per questo di rendere più maneggevole e leggero il loro pesante carro. Ma, se il veicolo non mancava, il motore non c’era ancora. Non esisteva, dunque, nell’isola qualche ruminante di specie indigena, che potesse sostituire il cavallo, l’asino, il bue o la vacca? Questo era il problema. «In verità,» diceva Pencroff «una bestia da tiro ci sarebbe molto utile, in attesa che il signor Cyrus ci costruisca un carro a vapore, o anche una locomotiva, poiché, certamente, verrà il giorno che avremo una ferrovia da GraniteHouse a Porto Pallone, con diramazione sul monte Franklin!» E l’onesto marinaio, parlando così, credeva veramente a quello che diceva! Oh, l’immaginazione, quando è accompagnata dalla fede! Ma, per non esagerare, un semplice quadrupede da tiro sarebbe stato l’ideale per Pencroff, e siccome la Provvidenza aveva un debole per lui, non lo fece troppo sospirare. Un giorno, il 23 dicembre, i coloni udirono Nab e Top che facevano a gara l’uno a gridare e l’altro ad abbaiare contemporaneamente. Gli altri, occupati ai Camini, accorsero subito, temendo qualche spiacevole incidente. Che cosa videro? Due begli animali di grandi dimensioni, che s’erano imprudentemente avventurati sull’altipiano attraverso i ponticelli rimasti abbassati. Si sarebbero detti due cavalli, o almeno due asini, maschio e femmina, eleganti di forme, mantello color isabella, gambe e coda bianche, testa, collo e tronco a righe nere come le zebre. Essi avanzavano tranquillamente, senza manifestare alcuna inquietudine e guardavano con occhio vivo quegli uomini, nei quali non potevano ancora riconoscere dei padroni. «Sono onagri!» esclamò Harbert «quadrupedi che stanno fra la zebra e il quagga.» «E perché non asini?» domandò Nab. «Perché non hanno le orecchie lunghe e le loro forme sono più graziose.» «Asini o cavalli» rimbeccò Pencroff «sono dei «motori», come direbbe il signor Smith, e come tali, buoni da catturare.» Il marinaio, cercando di non spaventare i due animali, s’insinuò fra le erbe fino al ponticello del Creek Glicerina, lo fece ribaltare e gli onagri divennero prigionieri. E adesso, se ne sarebbero impadroniti con la violenza, sottomettendoli poi a un addomesticamento forzato? No. Si decise che, durante alcuni giorni, si sarebbero lasciati andare e venire liberamente sull’altipiano, dove l’erba era abbondante, e immediatamente l’ingegnere fece costruire vicino al pollaio una stalla, nella quale gli onagri dovevano trovare, con una buona lettiera, un rifugio per la notte. Così, dunque, la magnifica coppia fu lasciata interamente libera nei suoi movimenti, e i coloni evitarono persino di avvicinarsi a essa per non spaventarla. Nondimeno, parecchie volte gli animali sembrarono provare il bisogno di lasciare quell’altipiano, troppo ristretto per loro, avvezzi ai larghi spazi e alle foreste profonde. Si vedevano, allora, correre lungo la cinta d’acqua, che opponeva loro un’insormontabile barriera; gettare acuti ragli, poi galoppare attraverso le erbe; e tornata la calma, restavano ore intere a considerare quei grandi boschi, preclusi loro per sempre! Intanto, erano state confezionate bardature e tirelle in fibre vegetali e pochi giorni dopo la cattura degli onagri, non solo il carro era pronto per essere attaccato, ma una strada diritta, o piuttosto un varco, era stato aperto attraverso la foresta del Far West, dal gomito del Mercy fino a Porto Pallone. Potevano, dunque, condurvi il carro; e infatti, verso la fine di dicembre, gli onagri furono provati per la prima volta. Pencroff aveva già abbastanza assuefatto le due bestie a venire a mangiare dalla sua mano, ed esse si lasciavano avvicinare senza difficoltà; ma, una volta attaccate al carro s’impennarono e costò gran fatica trattenerle/Tuttavia, non avrebbero tardato a piegarsi al nuovo servizio, giacché l’onagro, meno ribelle della zebra, si aggioga frequentemente nelle parti montagnose dell’Africa australe, e si è potuto persino acclimatarlo in Europa, in zone relativamente fredde. Quel giorno, tutta la colonia, meno Pencroff, che stava davanti alle sue bestie, sali sul carro e prese la via di Porto Pallone. Si può immaginare quanto i passeggeri furono sballottati su quella strada appena abbozzata; ma il veicolo arrivò senza incontrare ostacoli, e il giorno stesso fu possibile caricarvi l’involucro e i diversi attrezzi del pallone. Alle otto di sera, il carro, dopo aver ripassato il ponte del Mercy, ridiscendeva la riva sinistra del fiume e si fermava sul greto. Gli onagri venivano staccati e ricondotti nella stalla; e Pencroff, prima di addormentarsi, emise un tale sospiro di soddisfazione che fece rumorosamente risuonare di echi la GraniteHouse. CAPITOLO VIII LA PRIMA settimana di gennaio fu dedicata alla confezione della biancheria necessaria alla colonia. Gli aghi trovati nella cassa funzionarono tra dita vigorose, se non delicate, e si può affermare che quello che fu cucito fu cucito molto solidamente. Il filo non mancò, grazie all’idea, che Cyrus Smith ebbe, di reimpiegare quello che aveva già servito alla cucitura delle fasce dell’aerostato. Quelle lunghe strisce furono scucite con pazienza ammirevole da Gedeon Spilett e da Harbert, giacché Pencroff aveva dovuto rinunciare a quel lavoro, che lo irritava fuori misura; ma quando si trattò di cucire, egli non ebbe l’eguale. Nessuno ignora, infatti, che i marinai hanno una spiccata attitudine per il mestiere di sarto. Le tele che componevano l’involucro dell’aerostato furono sgrassate con soda e potassa, ottenute mediante l’incenerimento di piante; di modo che il cotone, liberato dalla vernice, riprese la pieghevolezza e l’elasticità sue naturali; poi, sottoposto all’azione decolorante dell’atmosfera, acquistò una bianchezza perfetta. Alcune dozzine di camicie, e di calze, queste non fatte a maglia, beninteso, ma di tela cucita, furono così preparate. Quale godimento per i coloni indossare finalmente della biancheria pulita, — biancheria molto grossolana, è vero, ma non s’inquietavano per così poco — e coricarsi fra lenzuola, che fecero diventare le cuccette di GraniteHouse dei veri e propri letti! In quel periodo di tempo vennero pure confezionate delle calzature in cuoio di foca, che sostituirono opportunamente le scarpe e gli stivali portati dall’America. Si può garantire che queste nuove calzature furono larghe e lunghe e non incomodarono mai il piede dei camminatori! Con l’inizio dell’anno 1866, il caldo fu persistente, ma la caccia nei boschi non subì interruzioni. Aguti, pecari, capibara, canguri, selvaggina di pelo e di penna pullulavano veramente, e Gedeon Spilett e Harbert erano troppo abili tiratori per fallire un solo colpo di fucile. Cyrus Smith raccomandava loro sempre di usare le munizioni con parsimonia; egli prese, anzi, dei provvedimenti per surrogare la polvere e il piombo ch’erano stati trovati nella cassa e che voleva riservare per l’avvenire. E infatti, egli non poteva sapere dove il caso un giorno avrebbe gettato lui e i suoi, qualora avessero abbandonato il loro dominio. Bisognava, dunque, provvedere a tutte le necessità, per qualsiasi evenienza, ed economizzare le munizioni, sostituendo loro altre sostanze facili a procurarsi. Per sostituire il piombo, di cui non aveva trovato traccia alcuna nell’isola, Cyrus Smith adoperò, senza troppo svantaggio, pallottoline di ferro, ch’erano di facile fabbricazione. Non avendo questi grani la pesantezza di quelli di piombo, dovette farli più grossi, così che ciascuna carica ne conteneva meno; ma l’abilità dei cacciatori supplì a questo inconveniente. Quanto alla polvere, Cyrus Smith avrebbe potuto farne, giacché aveva a sua disposizione salnitro, zolfo e carbone; ma questo preparato richiede cure estreme, e senza una speciale attrezzatura è difficile produrlo di buona qualità. Cyrus Smith preferì, dunque, fabbricare la pirossilina, cioè del fulmicotone, sostanza in cui il cotone non è indispensabile, giacché non vi entra che in qualità di cellulosa. Ora, la cellulosa altro non è che il tessuto elementare dei vegetali, e si trova allo stato quasi puro non solo nel cotone, ma nelle fibre tessili della canapa e del lino, nella carta, negli stracci, nel midollo del sambuco, ecc. Precisamente i sambuchi abbondavano nell’isola, verso la foce del Creek Rosso, e i coloni usavano già come caffè le bacche di tali arboscelli, che appartengono alla famiglia delle caprifogliacee. Bastava, dunque, raccogliere questo midollo di sambuco per avere la cellulosa; quanto all’altra sostanza necessaria alla fabbricazione della pirossilina, non si trattava che di vapori di acido nitrico. Ora, Cyrus Smith, avendo a sua disposizione dell’acido solforico, già aveva potuto facilmente produrre dell’acido nitrico, adoperando il salnitro che la natura gli elargiva. Egli risolse, dunque, di fabbricare e di adoperare della pirossilina, pur riconoscendole abbastanza gravi inconvenienti, vale a dire una grande ineguaglianza d’effetto, un’eccessiva infiammabilità, giacché s’infiamma a centosettanta gradi, invece che a duecentoquaranta, e in fine una deflagrazione troppo istantanea, che può deteriorare le armi da fuoco. In compenso, i vantaggi della pirossilina consistevano in questo, che non s’alterava all’umidità, che non insudiciava la canna dei fucili, e che la sua forza propulsiva era quadrupla di quella della polvere ordinaria. Per fare la pirossilina basta esporre per un quarto d’ora della cellulosa ai vapori di acido nitrico, poi lavarla in molta acqua e farla asciugare. Come si vede, nulla di più semplice. Cyrus Smith aveva a sua disposizione solo dell’acido nitrico ordinario e non dell’acido nitrico fumante o monoidrato, cioè dell’acido che emette dei vapori biancastri a contatto dell’aria umida; ma sostituendo a quest’ultimo dell’acido nitrico ordinario mescolato nella proporzione di tre a cinque volumi di acido solforico concentrato, l’ingegnere avrebbe ottenuto il medesimo risultato; e infatti l’ottenne. I cacciatori dell’isola ebbero, dunque, in breve a loro disposizione una sostanza preparata perfettamente e che, adoperata con discrezione, diede risultati eccellenti. In quegli stessi giorni, i coloni dissodarono tre acri (Nota: L’acro equivale a 0,4046 ettari. Fine nota) dell’altipiano di Bellavista, il resto fu conservato allo stato di praterie per il pascolo degli onagri. Parecchie escursioni furono fatte nelle foreste dello Jacamar e del Far West, e ne fu riportata una vera raccolta di vegetali selvatici: spinaci, crescioni, ravanelli, rape, che una coltivazione intelligente avrebbe presto modificati e che avrebbero temperato il regime d’alimentazione azotata, al quale erano stati sino allora sottoposti i coloni dell’isola di Lincoln. Per mezzo del carro furono trasportate pure notevoli quantità di legna e di carbone. Ogni escursione era, nello stesso tempo, un mezzo per migliorare le strade, che si appianavano a poco a poco sotto le ruote del carro. La garenna forniva sempre il suo contingente di conigli alle dispense di GraniteHouse. Siccome era situata un po’ al di fuori del punto ove cominciava il Creek Glicerina, i suoi ospiti non potevano penetrare nell’altipiano riservato, né, per conseguenza, danneggiare le piantagioni fatte di recente. Quanto al banco di ostriche, situato in mezzo alle rocce della spiaggia e i cui prodotti erano frequentemente rinnovati, dava quotidianamente degli eccellenti molluschi. Inoltre, la pesca, sia nelle acque del lago, sia nella corrente del Mercy, non tardò a essere fruttuosa, poiché Pencroff aveva preparato delle lenze armate di ami di ferro, con i quali si prendevano spesso belle trote e certi pesci, straordinariamente saporiti, i cui fianchi argentati erano sparsi di piccole macchie giallastre. Mastro Nab, incaricato della cucina, poteva così variare piacevolmente le vivande di ogni pasto. Solo il pane mancava ancora alla tavola dei coloni e, come s’è detto, era una privazione veramente sentita. In quel tempo, si diede pure la caccia alle testuggini marine, che frequentavano le spiagge del capo Mandibola. In quel punto, la spiaggia era irta di piccoli rigonfiamenti, contenenti delle uova perfettamente sferiche, dal guscio bianco e duro, e la cui albumina ha la proprietà di non coagularsi come quella delle uova d’uccelli. Il sole s’incaricava di farle schiudere e il loro numero era, naturalmente, notevolissimo, poiché ogni testuggine può deporne annualmente perfino duecentocinquanta. «Un vero campo d’uova» fece osservare Gedeon Spilett. «Non c’è che da raccoglierle.» Ma gli abitanti dell’isola di Lincoln non si accontentarono dei prodotti e diedero la caccia anche ai produttori, caccia che permise di portare a GraniteHouse una dozzina di quei cheloni, pregevolissimi dal punto di vista alimentare. Il brodo di tartaruga, reso più saporito da alcune erbe aromatiche e da qualche crocifera, attirò spesso meritati elogi a Nab, che ne era il preparatore. Bisogna ancora ricordare un’altra lieta circostanza, che permise di fare nuove riserve per l’inverno. Dei salmoni vennero in gruppi numerosi ad avventurarsi nel Mercy, e ne risalirono il corso per parecchie miglia. Era l’epoca in cui le femmine, andando alla ricerca di luoghi adatti a procreare, precedevano i maschi e facevano gran rumore attraverso le acque dolci. Un migliaio di questi pesci, che misuravano fino a due piedi e mezzo di lunghezza, entrò così nel fiume, e bastò mettere degli sbarramenti per trattenerne una grande quantità. Se ne presero così parecchie centinaia, che furono salati e messi in serbo per quando l’inverno, gelandosi i corsi d’acqua, avrebbe reso impossibile la pesca. Fu allora che l’intelligentissimo Jup venne elevato alle funzioni di cameriere. Era stato rivestito d’una giacchetta, di calzoni corti di tela bianca e di un grembiule, le cui tasche facevano la sua felicità, giacché egli vi ficcava le mani e non permetteva che alcuno vi frugasse dentro. Lo scaltro orango era stato meravigliosamente addestrato da Nab, e si sarebbe detto che il negro e la scimmia si comprendessero quando conversavano insieme. D’altronde, Jup aveva per Nab una vera simpatia e Nab gliela ricambiava. A meno che non si avesse bisogno dei suoi servigi, sia per trainare carri di legna, sia per farlo arrampicare sulla cima di qualche albero, Jup passava la maggior parte del tempo in cucina e cercava d’imitare Nab in tutto quello che gli vedeva fare. Il maestro, del resto, mostrava una pazienza e anche uno zelo estremo nell’istruire il suo allievo e l’allievo spiegava un’intelligenza notevole nell’approfittare delle lezioni che il maestro gli dava. Si può, dunque, immaginare la soddisfazione che mastro Jup procurò un giorno ai commensali di GraniteHouse, quando con il tovagliolo sul braccio, venne a servirli a tavola, senza ch’essi se l’aspettassero. Accorto e attento, egli disimpegnò il suo servizio con perfetta abilità, cambiando i piatti, portando i vassoi, versando da bere, tutto con una serietà, che diverti al massimo grado i coloni ed entusiasmò soprattutto Pencroff. «Jup, un po’ di minestra!» «Jup, un po’ di aguti!» «Jup, un piatto!» «Jup, bravo Jup! Com’è garbato Jup!» Non si sentiva che questo coro di lodi, mentre Jup, senza mai sconcertarsi, rispondeva a tutto, badava a tutto. Scrollò la testa intelligente quando Pencroff, ripetendo lo scherzo del primo giorno, gli disse: «Caro Jup, bisognerà proprio raddoppiarti il salario!» È inutile dire che l’orango era allora completamente addomesticato e accompagnava spesso i suoi padroni nella foresta, senza mai manifestare alcuna voglia di fuggire. Bisognava vederlo, camminare nel modo più divertente, con \ un bastone preparatogli da Pencroff, ch’egli portava sulla spalla come un fucile! Se c’era bisogno di cogliere qualche frutto sulla cima di un albero, com’era presto in cima! Se accadeva che la ruota del carro s’incagliasse nel fango, con quale vigore Jup la rimetteva, d’un sol colpo di spalla, sulla buona via! «Com’è robusto!» esclamava spesso Pencroff. «Se fosse cattivo quanto è buono, non ci sarebbe modo di venirne a capo!» Verso la fine di gennaio i coloni intrapresero importanti lavori nella parte centrale dell’isola. Era stato deciso che verso le fonti del Creek Rosso, ai piedi del monte Franklin, sarebbe stato costruito un corral (recinto) per i ruminanti, la cui presenza era d’impaccio a GraniteHouse, e più precisamente per quei mufloni che dovevano fornire la lana destinata alla confezione dei vestiti invernali. Ogni mattina la colonia, talvolta tutta intera, ma più spesso rappresentata solamente da Cyrus Smith, Harbert e Pencroff, si recava alle sorgenti del rivo; con l’aiuto degli onagri, era una passeggiata di cinque miglia, sotto una volta di verzura, lungo quella strada recentemente tracciata, che prese il nome di «strada del Recinto». Là era stata scelta una vasta area, al riparo del dorso meridionale della montagna. Era una prateria, sparsa di gruppi d’alberi, situata al piede stesso d’un contrafforte, che la chiudeva da un lato. Un ruscelletto, nato alle sue pendici, dopo averla irrigata diagonalmente, andava a perdersi nel Creek Rosso. L’erba era fresca e gli alberi, che crescevano distanziati fra loro, permettevano all’aria di circolare liberamente in superficie. Bastava, dunque, circondare quella prateria d’una palizzata disposta circolarmente, che venisse ad appoggiarsi sul contrafforte con ogni estremità e abbastanza alta perché gli animali, anche i più agili, non potessero superarla. Quella cinta avrebbe potuto contenere, oltre a un centinaio di animali cornuti, mufloni o capre selvatiche, anche i piccoli che sarebbero nati in seguito. Il perimetro del recinto fu, dunque, tracciato dall’ingegnere e si dovette procedere al taglio degli alberi necessari per la costruzione della palizzata; ma, siccome l’apertura della strada aveva già reso necessario il sacrificio d’un certo numero di tronchi, questi vennero trasportati con il carro e fornirono un centinaio di pali, che furono solidamente piantati nel suolo. Nella parte anteriore della palizzata fu praticato un ingresso discretamente largo, chiuso da una porta a due battenti, costituiti da robuste assi, che dovevano essere esternamente consolidate da sbarre di ferro. La costruzione del recinto non richiese meno di tre settimane, giacché, oltre alla palizzata, Cyrus Smith elevò dei vasti porticati di legno, sotto i quali avrebbero potuto rifugiarsi i ruminanti. Inoltre, era stato necessario dare a quelle costruzioni la massima solidità, poiché essendo i mufloni animali robusti, bisognava temere le loro prime violenze. I pali, appuntiti a fuoco all’estremità superiore, erano stati saldamente uniti per mezzo di traverse inchiavardate, e alcuni puntelli, messi qua e là, a distanza, assicuravano la stabilità dell’insieme. Finito il recinto, si trattava di operare una grande battuta ai piedi del monte Franklin, in mezzo ai pascoli frequentati dai ruminanti. Quest’operazione ebbe luogo il 7 febbraio, una bella giornata d’estate, e tutti vi presero parte. I due onagri, già abbastanza bene addomesticati, e montati da Gedeon Spilett e da Harbert, resero grandi servigi in questa occasione. La manovra consisteva unicamente nello spingere i mufloni e le capre, incalzandoli sempre e restringendo a poco a poco il cerchio di battuta intorno a essi. Così Cyrus Smith, Pencroff, Nab, Jup si portarono in diversi punti del bosco, mentre i due cavalieri e Top galoppavano in un raggio di mezzo miglio attorno al recinto. I mufloni erano numerosi in quella parte dell’isola. Quei begli animali, grandi come daini, dalle corna più forti di quelle dell’ariete, dal vello grigiastro, frammisto di lunghi peli, assomigliavano agli argali. Come fu faticosa quella giornata di caccia! Quanto andare e venire, quante corse e controcorse, quante grida! Su di un centinaio di mufloni inseguiti, più di due terzi scapparono agli inseguitori; ma, alla fin fine, una trentina di questi ruminanti e una dozzina di capre selvatiche, a poco a poco sospinte verso il recinto, la cui porta aperta pareva offrir loro un’uscita, si gettarono in esso e poterono venir fatti prigionieri. Insomma, il risultato fu soddisfacente e i coloni non ebbero a lagnarsene. La maggior parte di quei mufloni erano femmine, alcune delle quali non dovevano tardar molto a figliare. Era dunque certo che il gregge avrebbe prosperato e che non solo la lana, ma anche le pelli avrebbero abbondato in un tempo assai prossimo. Quella sera i cacciatori tornarono esauriti a GraniteHouse. Ciò nonostante, l’indomani non trascurarono di visitare il recinto. I prigionieri avevano bensì tentato di rovesciare la palizzata, ma non v’erano riusciti e presto s’acquietarono un poco. Durante quel mese di febbraio non avvenne nulla di particolarmente importante. I lavori quotidiani procedettero con metodo e mentre venivano migliorate le strade del recinto e di Porto Pallone, una terza ne fu incominciata, che, partendo dal recinto, si dirigeva verso la costa occidentale. La parte ancora inesplorata dell’isola di Lincoln era sempre quella dei grandi boschi che coprivano la penisola Serpentine, ove si rifugiavano le belve, da cui Gedeon Spilett contava liberare il suo dominio. Prima che ritornasse la stagione fredda, furono dedicate le cure più assidue alla coltura delle piante selvatiche, ch’erano state trapiantate dalla foresta sull’altipiano di Bellavista. Harbert non ritornava mai da un’escursione senza portar con sé qualche vegetale utile. Un giorno erano esemplari di cicoriacee, i cui semi spremuti potevano dare un olio eccellente; un altro giorno, era un’erba acetosa comune, le cui proprietà antiscorbutiche non erano disprezzabili; poi alcuni di quei preziosi tuberi, che sono stati coltivati in ogni tempo nell’America meridionale, cioè le patate, di cui si contano oggigiorno più di duecento specie. L’orto, ben tenuto, bene irrigato e ben difeso contro gli uccelli, era diviso in piccoli riquadri: vi crescevano lattughe, una qualità di patate lunghe e rosse, acetosa, rape, ravanelli e altre crocifere. La terra su quell’altipiano era prodigiosamente feconda e si poteva, quindi, sperare in un abbondante raccolto. E nemmeno mancavano le bevande più varie, e a patto di non esigere del vino, anche i più difficili non potevano lamentarsi. Al té d’Oswego fornito dalle monarde didime e al succo fermentato estratto dalle radici di dracena, Cyrus Smith aveva aggiunto una birra vera e propria, fabbricata con i giovani germogli dell’abies nigra, che, dopo aver bollito e fermentato, produssero quella gradevole bevanda, particolarmente igienica, che gli angloamericani chiamano spring beer, vale a dire birra d’abete. Verso la fine dell’estate, il pollaio possedeva una bella coppia di ottarde, appartenenti alla specie ubava, caratterizzata da una specie di mantellina di piume; una dozzina di mestoloni, la cui mandibola superiore si prolunga da ciascun lato in un’appendice membranosa, e magnifici galli, neri di cresta, di bargigli e di epidermide, simili ai galli del Mozambico, che si pavoneggiavano sulla riva del lago. Così, dunque, tutto riusciva, grazie all’attività, di quegli uomini coraggiosi e intelligenti. La Provvidenza faceva molto per loro, indubbiamente; ma, fedeli al gran precetto, essi innanzi tutto s’aiutavano da sé e il Cielo veniva poi loro in aiuto. Alla fine di quelle calde giornate d’estate, la sera, quando i lavori erano terminati, quando si levava la brezza marina, amavano sedersi sul margine dell’altipiano di Bellavista, sotto una specie di veranda coperta di piante rampicanti, sorta per esclusiva opera di Nab. Là, conversavano, s’istruivano reciprocamente, facevano dei piani, e il semplice e rude buon umore del marinaio rallegrava incessantemente quel piccolo mondo, nel quale la più perfetta armonia non aveva mai cessato di regnare. Parlavano del loro Paese, della cara e grande America. A che punto era la guerra di Secessione? Evidentemente, non era possibile ch’essa si fosse prolungata! Richmond era, senza dubbio, caduta nelle mani del generale Grant! La presa della capitale dei separatisti aveva dovuto essere l’ultimo atto di quella lotta funesta! E mentre essi parlavano, il Nord aveva certo trionfato per la buona causa! Ah, un giornale sarebbe stato il benvenuto fra gli esiliati dell’isola di Lincoln! Erano già undici mesi che ogni comunicazione fra loro e il resto dell’umanità era stata interrotta, e fra poco, il 24 marzo, sarebbe ricorso l’anniversario del giorno in cui il pallone li aveva gettati su quella costa sconosciuta! Essi allora non erano che dei naufraghi, incerti di poter contendere agli elementi la loro miserabile vita! E adesso, grazie al sapere del loro capo, grazie alla loro propria intelligenza, erano dei veri coloni, muniti d’armi, di utensili, di strumenti; avevano saputo trar partito dagli animali, dalle piante e dai minerali dell’isola, vale a dire dai tre regni della natura! Sì, essi parlavano spesso di tutte queste cose e formavano ancora molti progetti per l’avvenire! Cyrus Smith, abitualmente taciturno, ascoltava i compagni assai più spesso che non parlasse. Talvolta, sorrideva a qualche riflessione di Harbert, a qualche buffa sortita di Pencroff, ma, sempre e ovunque, pensava a quei fatti inesplicabili, allo strano enigma il cui segreto gli sfuggiva ancora! CAPITOLO IX IL TEMPO cambiò durante la prima settimana di marzo. Era stata luna piena al principio del mese e il caldo era sempre eccessivo. Si sentiva che l’atmosfera era impregnata d’elettricità e un periodo più o meno lungo di tempo burrascoso era veramente da temere. Infatti, il giorno 2, il tuono rombò con violenza estrema. Il vento soffiava da est e la grandine imperversò sulla facciata di GraniteHouse, crepitando come una scarica di mitraglia. Bisognò chiudere ermeticamente la porta e le imposte delle finestre, altrimenti nell’interno delle camere tutto sarebbe stato inondato. Vedendo cadere quegli eccezionali chicchi di grandine, alcuni dei quali avevano la grossezza di un uovo di piccione, Pencroff non ebbe che un pensiero: che il suo campo di grano correva il più serio pericolo. Corse tosto al suo campo, ove le spighe cominciavano già ad alzare la loro testina verde, e, per mezzo di un telone, riuscì a proteggere il suo raccolto. Invece del grano, fu lui a esser preso di mira dalla grandine, ma non se ne dolse. Il maltempo continuò per otto giorni, durante i quali il tuono non cessò di rombare nelle profondità del cielo. Fra due temporali lo si sentiva ancora brontolare sordamente oltre l’orizzonte; poi riprendeva con rinnovata furia. Il cielo era attraversato da innumerevoli lampi, e la folgore colpì parecchi alberi dell’isola, fra cui un pino enorme, che sporgeva vicino al lago, all’estremo limite della foresta. Anche la spiaggia fu due o tre volte raggiunta dal fluido elettrico, che la fuse e la vetrificò. Trovando quei folgoriti, l’ingegnere fu indotto a credere che sarebbe stato possibile munire le finestre di grosse e solide vetrate, atte a sfidare il vento, la pioggia e la grandine. I coloni, non avendo lavori urgenti da fare all’aperto, approfittarono del brutto tempo per lavorare all’interno di GraniteHouse, il cui arredamento si perfezionava e si completava di giorno in giorno. L’ingegnere impiantò un tornio, che gli permise di tornire alcuni utensili da toeletta e per la cucina, e particolarmente dei bottoni, la cui mancanza si faceva vivamente sentire. Una rastrelliera era stata installata per le armi, che erano tenute con estrema cura, e né le scansie né gli armadi lasciavano a desiderare. Se segava, si piallava, si limava, si torniva, e durante tutto quel periodo di cattivo tempo non si sentì che lo stridore degli utensili da lavoro e il rumore del tornio, che rispondevano ai brontolii del tuono. Mastro Jup non era stato dimenticato; esso occupava una stanza a parte, presso il magazzino generale, una specie di cabina, con cuccetta sempre piena di buon strame, che gli conveniva a meraviglia. «Con questo bravo Jup non ci sono mai recriminazioni,» ripeteva spesso Pencroff; «mai risposte scorrette! Che domestico, Nab, che domestico!» «Mio allievo,» rispondeva Nab «e fra poco mio pari!» «È superiore a te,» rispondeva ridendo il marinaio «giacché, alla fin fine, tu, Nab, parli, mentre lui non parla!» È sottinteso che Jup era ormai al corrente del servizio. Batteva i vestiti, girava lo spiedo, spazzava le camere, serviva in tavola, metteva in ordine la legna, e, particolare che entusiasmava Pencroff, non si coricava mai senza essere andato a rimboccare il letto del bravo marinaio. Quanto alla salute dei membri della colonia, bipedi o bimani, quadrumani o quadrupedi, non lasciava affatto a desiderare. Con quella vita all’aria aperta, su quel suolo salubre, in zona temperata, lavorando intellettualmente e manualmente, essi potevano sperare di non cader mai malati. Infatti, tutti stavano meravigliosamente bene. Harbert era già cresciuto due pollici in altezza in un anno. La sua persona si formava e diventava più maschia, e prometteva d’essere presto un uomo compiuto nel fisico e nel morale. D’altronde, egli approfittava per istruirsi di tutti i momenti d’ozio che le occupazioni manuali gli lasciavano, leggeva i libri trovati nella cassa, e dopo le lezioni pratiche, che le necessità stesse della sua condizione gli offrivano continuamente, trovava, nell’ingegnere per le scienze, nel giornalista per le lingue, dei maestri che si dilettavano a completare la sua educazione. L’idea fissa dell’ingegnere era di trasmettere al ragazzo tutto quanto egli sapeva, di istruirlo con l’esempio e con la parola; e Harbert approfittava largamente delle lezioni del suo professore. «Se muoio,» pensava Cyrus Smith «egli mi sostituirà!» I temporali ebbero fine verso il 9 marzo; ma il cielo rimase coperto dalle nubi durante tutto quell’ultimo mese dell’estate. L’atmosfera, violentemente turbata da tutte quelle scariche elettriche, non poté ricuperare la sua precedente purezza e vi furono quasi invariabilmente, piogge e nebbie, salvo tre o quattro belle giornate, che favorirono escursioni d’ogni sorta. In quel tempo l’onagro femmina partorì un piccolo, appartenente allo stesso sesso della madre e che crebbe a meraviglia. Nel recinto vi fu, in identiche circostanze, accrescimento del gregge dei mufloni e parecchi agnelli belavano già sotto le tettoie, con gran gioia di Nab e di Harbert, che avevano ciascuno il loro favorito fra i neonati. Fu tentato pure l’addomesticamento dei pecari, che riuscì pienamente. Una stalla venne costruita accanto al pollaio e in breve essa ospitò parecchi nati in via d’addomesticarsi, cioè d’ingrassarsi mediante le cure di Nab. Mastro Jup, incaricato di portar loro il nutrimento quotidiano, risciacquature dei piatti, rimasugli di cucina, ecc., adempiva coscienziosamente al suo compito. Gli accadeva, sì, talvolta, di divertirsi a spese dei suoi piccoli pensionanti, tirando loro la coda; ma era per scherzo e non per cattiveria, perché quei codini attorcigliati lo divertivano come un balocco, e il suo istinto era quello di un bambino. Un giorno di quello stesso mese di marzo, Pencroff, conversando con l’ingegnere, ricordò a Cyrus Smith una promessa, che questi non aveva ancora avuto il tempo di mantenere. «Avevate pariate d’un apparecchio atto a sopprimere le lunghe scale di GraniteHouse, signor Cyrus» gli disse. «Non Io farete, dunque, un giorno o l’altro?» «Volete parlare d’una specie d’ascensore!» rispose Cyrus Smith. «Chiamiamolo ascensore, se volete» rispose il marinaio. «Il nome» non ha importanza, purché esso ci sollevi senza fatica sino alla nostra dimora. «Sarà una cosa facilissima, Pencroff, ma la credete utile?» «Certo, signor Cyrus. Dopo esserci provveduti del necessario, pensiamo un po’ alle comodità. Per le persone sarà forse un lusso, se volete; ma per le cose è indispensabile! Non è molto comodo arrampicarsi su per una lunga scala, quando si è pesantemente carichi!» «Bene, Pencroff, vedremo di accontentarvi» rispose Cyrus Smith. «Ma non avete una macchina adatta a vostra disposizione.» «La faremo.» «Una macchina a vapore?» «No, una macchina idraulica.» E, infatti, una forza naturale per manovrare il suo apparecchio era là a disposizione dell’ingegnere, ed egli poteva utilizzarla senza grande difficoltà. Per questo, bastava aumentare l’afflusso d’acqua della piccola derivazione del lago che giungeva sin nell’interno di GraniteHouse. L’apertura, posta fra le pietre e le erbe all’estremità superiore dello scarico, fu dunque ingrandita e ciò produsse una forte caduta d’acqua, la cui eccedenza si scaricò per il pozzo interno. Sotto la cascata medesima, l’ingegnere collocò un cilindro a palette, che si collegava all’esterno con una ruota, intorno alla quale si avvolgeva un robusto cavo sostenente un grosso paniere. In questo modo, per mezzo di una lunga corda che cadeva sino a terra e permetteva di innestare e disinnestare il motore idraulico, si poteva salire nel paniere fino alla porta di GraniteHouse. Il 17 marzo l’ascensore funzionò per la prima volta, fra la comune soddisfazione. Da allora in poi, tutti i fardelli — legna, carbone, provviste — e i coloni stessi, furono issati mediante quel semplice sistema, che sostituì la primitiva scala, da nessuno rimpianta. Top si mostrò particolarmente lieto di questo miglioramento, perché non aveva né poteva avere la destrezza di Jup per arrampicarsi sui pioli e parecchie volte aveva dovuto fare l’ascensione di GraniteHouse sul dorso di Nab, oppure su quello dell’orango. Pure in quel periodo di tempo, Cyrus Smith tentò di fabbricare del vetro, e dovette in principio adibire a questa nuova destinazione l’antico forno da stoviglie. La cosa presentava difficoltà abbastanza gravi, ma, dopo parecchi tentativi infruttuosi, finì per riuscire a impiantare un laboratorio di vetreria, che Gedeon Spilett e Harbert, aiutanti naturali dell’ingegnere, non lasciarono per alcuni giorni. Le sostanze che entrano nella composizione del vetro sono unicamente la sabbia, la creta e la soda (carbonato o solfato). Ora, la spiaggia forniva la sabbia, la calce forniva la creta, le piante marine fornivano la soda, le piriti fornivano l’acido solforico e il suolo forniva il carbon fossile per scaldare il forno alla temperatura voluta. Cyrus Smith si trovava, dunque, nelle condizioni adatte per operare. L’utensile, la cui fabbricazione presentò la maggiore difficoltà, fu la «canna di vetraio», tubo di ferro lungo da cinque a sei piedi, che serve a raccogliere, con una delle sue estremità, la materia allo stato di fusione. Ma per mezzo di una striscia di ferro, lunga e sottile, che fu arrotolata come una canna di fucile, Pencroff riuscì a fabbricare quell’arnese, che fu presto in grado di funzionare. Il 28 marzo il forno fu scaldato intensamente. Cento parti di sabbia, trentacinque di creta, quaranta di solfato di soda, mescolate a due o tre parti di carbone in polvere, composero la sostanza, che fu messa nei crogiuoli di terra refrattaria. Allorché la temperatura elevata del forno l’ebbe ridotta allo stato liquido o piuttosto allo stato pastoso, Cyrus Smith raccolse con la canna una certa quantità di questa pasta, la girò e la rigirò su una piastra di metallo, precedentemente preparata, in modo da darle la forma conveniente per la soffiatura; poi passò la canna ad Harbert, dicendogli di soffiare dall’altra estremità. «Come per fare delle bolle di sapone?» domandò il giovinetto. «Precisamente» rispose l’ingegnere. E Harbert, gonfiando le gote, soffiò tanto e così bene nella canna, avendo contemporaneamente cura di girarla sempre, che il suo soffio dilatò la massa vetrosa. Altre quantità di sostanza in fusione vennero aggiunte alla prima, e ne risultò in breve una bolla che misurava un piede di diametro. Allora Cyrus Smith riprese la canna dalle mani di Harbert e, imprimendole un movimento di pendolo, fece allungare la bolla malleabile, in modo da darle una forma cilindroconica. L’operazione della soffiatura aveva dunque dato un cilindro di vetro, terminante con due calotte semisferiche, che furono facilmente staccate per mezzo d’un ferro tagliente bagnato d’acqua fredda; poi, con il medesimo procedimento, il cilindro venne tagliato per tutta la sua lunghezza e, dopo essere stato scaldato una seconda volta per renderlo malleabile, fu steso su una piastra e spianato mediante un rullo di legno. Il primo vetro era, dunque, fabbricato e bastava fare cinquanta volte la stessa operazione per avere cinquanta vetri. Così le finestre di GraniteHouse furono in poco tempo fornite di lastre diafane, non bianchissime forse, ma sufficientemente trasparenti. Quanto agli altri oggetti, bicchieri e bottiglie, non fu che un gioco. Erano, del resto, accettati come venivano all’estremità della canna. Pencroff aveva domandato il favore di «soffiare» a sua volta e questo era un piacere per lui, ma soffiava molto forte, per cui i suoi prodotti ostentavano forme così stravaganti, che riscuotevano tutta la sua ammirazione. Durante una delle escursioni fatte in quel tempo, fu scoperto un nuovo albero, i cui prodotti vennero ad accrescere ancora le disponibilità alimentari della colonia. Cyrus Smith e Harbert, cacciando, s’erano un giorno avventurati nella foresta del Far West, sulla sinistra del Mercy, e come sempre, il ragazzo faceva mille domande all’ingegnere, alle quali questi rispondeva con grandissimo piacere. Ma avviene per la caccia come per ogni occupazione di questo mondo: quando non ci si mette il necessario zelo, vi sono abbastanza motivi per non riuscire. Ora, dato che Cyrus Smith non era cacciatore e che, d’altra parte, Harbert parlava di chimica e di fisica, molti canguri, capibara e aguti passarono a tiro, ma sfuggirono alle fucilate del giovinetto. I due cacciatori rischiavano d’aver fatto un’escursione inutile, quando Harbert esclamò: «Ah! signor Cyrus, vedete quell’albero?» E mostrava un arbusto, piuttosto che un albero, giacché non si componeva che d’un semplice fusto, rivestito di una scorza squamosa, con foglie rigate di piccole venature parallele. «Che albero è questo, che assomiglia a un piccolo palmizio?» chiese Cyrus Smith. «È un cycas revoluta, di cui ho il disegno nel dizionario di storia naturale!» «Ma non vedo nessun frutto su quest’arbusto!» «No, signor Cyrus,» rispose Harbert «ma il suo tronco contiene una farina, che la natura ci fornisce già macinata.» «È dunque l’albero del pane?» «Sì, l’albero del pane.» «Ebbene, ragazzo mio,» rispose l’ingegnere «questa è una scoperta preziosa, mentre attendiamo di raccogliere il frumento. All’opera, e voglia il Cielo che tu non ti sia sbagliato!» Harbert non s’era sbagliato. Spezzò il fusto di un cycas, ch’era composto d’un tessuto glandulare e racchiudeva una certa quantità di midollo farinoso, attraversato da fasci legnosi, separati da anelli della medesima sostanza, disposti concentricamente. A questa fecola si mescolava un succo mucillaginoso, di sapore sgradevole, che però sarebbe stato facile espellere mediante pressione. Questa sostanza cellulare costituiva una vera farina di qualità superiore, estremamente nutritiva e della quale un tempo le leggi giapponesi vietavano l’esportazione. Cyrus Smith e Harbert, dopo avere ben studiato la zona del Far West ove questi cycas crescevano, presero dei punti di riferimento e ritornarono a GraniteHouse, ove fecero conoscere la loro scoperta. L’indomani, i coloni andarono alla raccolta e Pencroff, sempre più entusiasta della sua isola, diceva all’ingegnere: «Signor Cyrus, credete che esistano delle isole per naufraghi?» «Che cosa intendete dire, Pencroff?» «Intendo delle isole create apposta perché vi si possa convenientemente naufragare e sulle quali dei poveri diavoli possano sempre trarsi d’imbarazzo!» «È possibile» rispose sorridendo l’ingegnere. «È sicuro, signore» rispose Pencroff; «e non è meno sicuro che l’isola di Lincoln è una di esse!» Tornarono a GraniteHouse con un’ampia messe di fusti di cycas. L’ingegnere allestì un torchio, allo scopo di estrarre il succo mucillaginoso mescolato alla fecola, e ottenne una notevole quantità di farina, che tra le mani di Nab si trasformò in focacce e in pasticcini. Non era ancora il vero pane di frumento, ma gli assomigliava molto. In quel periodo di tempo, l’onagro, le capre e le pecore del recinto fornivano quotidianamente il latte necessario alla colonia. Il carro, o piuttosto una specie di carretta leggera che l’aveva sostituito, faceva frequenti viaggi al recinto, e quando toccava a Pencroff di fare il suo giro, questi conduceva seco Jup e gli faceva guidare il veicolo, compito che Jup adempiva con la consueta intelligenza, facendo schioccare la frusta. Tutto procedeva, dunque, a gonfie vele, sia nel recinto sia a GraniteHouse; e in verità i coloni, se non fosse stata la lontananza dalla patria, non avrebbero avuto di che lamentarsi. S’erano così adattati a quella vita, d’altronde, e così abituati al clima dell’isola, che non avrebbero lasciato senza rincrescimento quel suolo ospitale! Nondimeno, l’amore del proprio paese è tanto radicato nel cuore dell’uomo, che se qualche bastimento si fosse inaspettatamente presentato in vista dell’isola, i coloni gli avrebbero fatto dei segnali, l’avrebbero fatto approdare e sarebbero partiti!… Intanto, vivevano di quell’esistenza felice, e avevano timore, piuttosto che desiderio, che un avvenimento qualunque venisse a interromperla. Ma chi potrebbe illudersi d’aver fermato per sempre la ruota della fortuna e d’essere al sicuro dai suoi rovesci? Comunque, l’isola di Lincoln, che i coloni abitavano già da più di un anno, era spesso argomento della loro conversazione, e un giorno fu fatta un’osservazione, che doveva produrre più tardi gravi conseguenze. Era il primo d’aprile, il giorno di Pasqua, e Cyrus Smith e i suoi compagni l’avevano santificato con il riposo e la preghiera. La giornata era stata bella, come potrebbe esserlo una giornata d’ottobre nell’emisfero boreale. Tutti, verso sera, dopo il pranzo, erano riuniti sotto la veranda, sull’orlo dell’altipiano di Bellavista e guardavano salire la notte all’orizzonte. Nab aveva servito alcune tazze dell’infuso di semi di sambuco, che surrogava il caffè. Si parlava dell’isola e della sua posizione isolata nel Pacifico, quando Gedeon Spilett uscì a dire: «Caro Cyrus, da che possedete il sestante trovato nella cassa, avete rilevato di nuovo la posizione della nostra isola?» «No» rispose l’ingegnere. «Eppure sarebbe forse opportuno farlo, con quello strumento che è più perfetto dell’altro da voi adoperato.» «A che serve?» disse Pencroff. «L’isola è pur sempre dov’è!» «Indubbiamente,» rispose Spilett «ma può essere che l’imperfezione degli apparecchi abbia nociuto alla giustezza delle osservazioni, e dal momento che è facile verificarne l’esattezza…» «Avete ragione, caro Spilett,» rispose l’ingegnere «avrei dovuto procedere prima a questa verifica, quantunque in caso di errore, esso non deve oltrepassare i cinque gradi di longitudine o di latitudine.» «Eh, chissà?» riprese il giornalista, «chissà se non siamo molto più vicino a una terra abitata di quanto non crediamo?» «Lo sapremo domani» rispose Cyrus Smith. «Se non fosse per le molte occupazioni, che non mi hanno lasciato un momento libero, lo sapremmo già.» «Basta!» disse Pencroff «il signor Cyrus è troppo buon osservatore per essersi sbagliato, e se l’isola non si è mossa dal suo posto, essa dovrà essere dov’egli l’ha calcolata!» «Vedremo.» Avvenne, dunque, che il giorno dopo l’ingegnere fece con il sestante le osservazioni necessarie per verificare le coordinate, che già aveva ottenute, ed ecco il risultato della sua operazione. La sua prima osservazione gli aveva dato, sull’ubicazione dell’isola di Lincoln: In longitudine ovest: da 150° a 155°. In latitudine sud: da 30° a 35°. La seconda diede esattamente: In longitudine ovest: 150° 30’. In latitudine sud: 34° 57’. Dunque, nonostante l’imperfezione dei suoi apparecchi, Cyrus Smith aveva operato con tanta abilità, che il suo errore non aveva superato i cinque gradi. «Adesso,» disse Gedeon Spilett «poiché, oltre al sestante, possediamo anche un atlante, vediamo, caro Cyrus, la posizione che l’isola di Lincoln occupa esattamente nel Pacifico.» Harbert andò a cercare l’atlante che, com’è noto, era stato edito in Francia e la cui nomenclatura, di conseguenza, era in lingua francese. La carta del Pacifico fu spiegata e l’ingegnere, compasso alla mano, s’accinse a situarvi l’isola. Improvvisamente, il compasso si fermò nella sua mano ed egli disse: «Ma esiste già un’isola in questa parte del Pacifico!» «Un’isola?» esclamò Pencroff. «La nostra, indubbiamente» rispose Gedeon Spilett. «No» riprese Cyrus Smith. «Quest’isola è situata a 153° di longitudine e 37° 11 ‘ di latitudine, cioè a due gradi e mezzo più a ovest e due gradi più a sud dell’isola di Lincoln.» «E che isola è?» chiese Harbert. «L’isola di Tabor.» «Un’isola importante?» «No, un isolotto sperduto nel Pacifico, e che probabilmente non è mai stato esplorato!» «Bene, noi lo esploreremo» disse Pencroff. «Noi?» «Sì, signor Cyrus. Costruiremo una barca pontata, e io m’impegno a portarla. A quale distanza siamo da quest’isola di Tabor?» «A centocinquanta miglia circa a nordest» rispose Cyrus Smith. «Centocinquanta miglia! Che cosa sono?» disse Pencroff. «Con vento favorevole, in quarantott’ore questa distanza sarà superata!» «Ma a che scopo?» chiese il giornalista. «Non si sa mai. Si vedrà!» E in base a questa risposta, si decise di costruire una imbarcazione in modo da poter prendere il mare verso il prossimo mese d’ottobre, al ritorno della bella stagione. CAPITOLO X QUANDO Pencroff s’era messo in capo un’idea, non aveva e non lasciava tregua finché non riusciva a porla in atto. Ora, egli voleva visitare l’isola di Tabor, e siccome per questa traversata occorreva un’imbarcazione d’una certa grandezza bisognava costruire l’imbarcazione. Questo era il piano stabilito dall’ingegnere, che concordava in pieno con quello del marinaio. La barca doveva misurare trentacinque piedi di chiglia e nove piedi di baglio, il che l’avrebbe resa veloce, se la carena e le linee d’acqua fossero ben riuscite; non doveva pescare più di sei piedi, immersione sufficiente contro lo scarroccio. Sarebbe stata completamente pontata; due boccaporti avrebbero dato accesso a due camere separate da una paratia, e sarebbe stata attrezzata come uno sloop, con randa, trinchettina, gabbiola, freccia e fiocco; velatura, questa, molto maneggevole e facilmente ammainabile in caso di temporali e indicatissima per l’andatura di bolina. Infine, lo scafo doveva essere costruito con fasciame a paro, cioè con corsi che si pareggiassero invece di sovrapporsi; quanto all’ossatura, era necessario che fosse applicata a caldo, dopo la sistemazione del fasciame, che doveva essere montato su false coste. Che legno si doveva adoperare per la costruzione dell’imbarcazione? L’olmo o l’abete, che abbondavano nell’isola? Si optò per l’abete, legno facile a lavorare e che sopporta bene quanto l’olmo l’immersione prolungata nell’acqua. Stabiliti questi particolari, fu convenuto che, poiché il ritorno della bella stagione non sarebbe avvenuto che entro sei mesi, avrebbero lavorato all’imbarcazione soltanto Cyrus Smith e Pencroff, mentre Gedeon Spilett e Harbert dovevano continuare a cacciare, e Nab, con mastro Jup, suo aiutante, non avrebbero abbandonato i lavori domestici loro affidati. Scelti gli alberi, li abbatterono, li tagliarono, li segarono in assi, come avrebbero potuto fare dei legnaioli provetti. Otto giorni dopo, nella rientranza esistente tra i Camini e la muraglia, era già allestito il cantiere, e una chiglia, lunga trentacinque piedi, munita di un dritto di poppa e di una ruota di prua era distesa sulla sabbia. Cyrus Smith non aveva agito alla cieca in questa nuova bisogna. Se ne intendeva di costruzioni marittime come di quasi tutte le cose, ed era sulla carta che aveva studiato dapprima le forme della sua imbarcazione. D’altronde, era ben servito da Pencroff che, avendo lavorato alcuni anni in un cantiere di Brooklyn, conosceva la pratica del mestiere. Dunque, solo dopo calcoli severi e mature riflessioni i garbi furono incastrati sulla chiglia. Pencroff, com’è facile immaginare, era tutto infervorato volendo condurre a buon fine la sua nuova impresa, e non avrebbe voluto abbandonarla un istante. Una sola operazione poté strapparlo, ma per un giorno soltanto, al suo cantiere: la seconda raccolta di grano, ch’ebbe luogo il 15 aprile. Era riuscita come la prima e diede i chicchi nella proporzione prevista. «Cinque staia, signor Cyrus,» disse Pencroff, dopo aver scrupolosamente misurato le sue ricchezze. «Cinque staia,» rispose l’ingegnere «a centotrentamila chicchi per staio, fa seicentocinquantamila chicchi.» «Orbene, semineremo tutto questa volta,» disse il marinaio «meno una piccola riserva, però!» «Sì, Pencroff, e, se il prossimo raccolto darà un rendimento proporzionato, ne avremo quattromila staia.» «E si mangerà del pane?» «Si mangerà del pane.» «Ma bisognerà fare un mulino?» «Si farà il mulino.» Il terzo campo di frumento fu, dunque, incomparabilmente più esteso dei due primi e la terra, preparata con estrema cura, ricevette la preziosa semente. Fatto questo, Pencroff ritornò al suo lavoro. Intanto, Gedeon Spilett e Harbert cacciavano nei dintorni, avventurandosi nel folto ancora inesplorato della foresta del Far West, con i fucili carichi a palla, pronti a ogni cattivo incontro. Era un’inestricabile confusione d’alberi magnifici, pigiati gli uni contro gli altri, come se lo spazio fosse loro mancato. L’esplorazione di quelle masse boscose era estremamente difficile e il giornalista non vi si arrischiava mai senza portar seco la bussola da tasca, giacché il sole penetrava appena attraverso i rami folti e sarebbe stato difficile ritrovare il proprio cammino. Accadeva, naturalmente, che la selvaggina fosse più rara in quei luoghi, ove non avrebbe avuto una abbastanza grande libertà di movimenti. Nondimeno, tre grossi erbivori furono uccisi durante l’ultima quindicina d’aprile. Erano kula, di cui già i coloni avevano veduto un’esemplare a nord, del lago. Si lasciarono stupidamente uccidere fra I grossi rami degli alberi, sui quali avevano cercato rifugio. Le loro pelli furono portate alla GraniteHouse e, con l’aiuto dell’acido solforico, vennero sottoposte a una specie di concia, che le rese utilizzabili. Una scoperta, preziosa, da un altro punto di vista, fu sempre fatta durante una di quelle escursioni, per merito di Gedeon Spilett. Era il 30 aprile, I due cacciatori s’erano inoltrati nel fitto a sudovest della foresta del Far West, quando il giornalista, che precedeva Harbert d’una cinquantina di passi, arrivò in una specie di radura, nella quale gli alberi, più distanziati, lasciavano penetrare qualche raggio. Gedeon Spilett fu a tutta prima sorpreso dall’odore che esalavano certi vegetali dai fusti diritti, cilindrici e ramosi, che producevano dei fiorì disposti in grappoli e dei piccolissimi semi. Il giornalista sradicò uno o due di quei fusti e ritornò verso il giovanetto, dicendogli: «Guarda un po’ che cos’è questo, Harbert.» «Dove avete trovato questa pianta, signor Spilett?» «Là, in una radura, dove cresce in grande abbondanza.» «Orbene, signor Spilett,» disse Harbert «ecco una scoperta che vi assicura tutti i diritti alla riconoscenza di Pencroff!» «È dunque tabacco?» «Sì; se non di prima qualità, è però sempre tabacco!» «Ah, quel bravo Pencroff! Come sarà contento! Ma non lo fumerà tutto, diamine, spero che ci lascerà la nostra parte!» «Ah! un’idea, signor Spilett» aggiunse Harbert. «Non diciamo niente a Pencroff, prendiamoci il tempo di preparare queste foglie e, un bel giorno, gli presenteremo una pipa bell’e riempita!» «Siamo intesi, Harbert, e quel giorno il nostro bravo compagno non avrà più nulla da desiderare a questo mondo!» Il giornalista e il ragazzo fecero una buona provvista della preziosa pianta e ritornarono a GraniteHouse, ove la introdussero di frodo e con tanta precauzione, come se Pencroff fosse stato il più rigido dei doganieri. Cyrus Smith e Nab furono messi a parte della cosa e il marinaio non sospettò di nulla durante tutto il tempo, abbastanza lungo, che occorse per far seccare le sottili foglie, tritarle e sottoporle a una certa torrefazione su delle pietre calde. Ci vollero due mesi; ma le manipolazioni poterono essere fatte all’insaputa di Pencroff, che occupato nella costruzione dell’imbarcazione non saliva a GraniteHouse che all’ora del riposo. Ancora una volta, però, la sua occupazione favorita fu interrotta il primo maggio, per un’avventura di pesca alla quale tutti i coloni dovettero prender parte. Da alcuni giorni era stato osservato in mare, a due o tre miglia di distanza dalla costa, un enorme animale che nuotava nelle acque dell’isola di Lincoln. Era una balena delle più grandi, che, verosimilmente, doveva appartenere alla specie australe detta «balena del Capo». «Che bella fortuna sarebbe potercene impadronirei» esclamò il marinaio. «Ah! se avessimo un’imbarcazione conveniente e un rampone in buono stato, come direi: «Addosso alla bestia!» la quale vale bene la pena d’essere catturata!» «Eh, Pencroff» disse Gedeon Spilett; «mi sarebbe proprio piaciuto vedervi manovrare il rampone. Dev’essere curioso!» «Curiosissimo e non senza pericolo» disse l’ingegnere; «ma, poiché non abbiamo il mezzo di assalire quell’animale, è inutile occuparsi di lui.» «Mi stupisce» disse il giornalista «di vedere una balena a questa latitudine relativamente elevata.» «Perché, signor Spilett?» rispose Harbert. «Siamo precisamente su quella parte del Pacifico, che i pescatori inglesi e americani chiamano il» «Whale Field», (Nota: Campo delle balene. Fine nota) ed è proprio qui, tra la Nuova Zelanda e l’America del Sud, che le balene s’incontrano in maggior numero nell’emisfero australe. «Verissimo,» disse Pencroff «e quello che mi sorprende, invece, è di non averne vedute «altre. Ma, dopo tutto, dato che non possiamo avvicinarle, poco importa!» E Pencroff tornò al suo lavoro, non senza mandare un sospiro di rimpianto, giacché in ogni marinaio c’è un pescatore, e se il piacere della pesca è in ragione diretta della grossezza dell’animale, si può immaginare quello che prova un baleniere in presenza d’una balena! E se non si fosse trattato che di una pesca per diletto! Ma non si poteva fare a meno di pensare che la preda sarebbe stata di grande profitto per la colonia, in quanto l’olio, il grasso e i fanoni potevano venir adoperati per molti usi! Ora accadde questo, e cioè, che la balena segnalata parve non voler abbandonare le acque dell’isola. Quindi, sia dalle finestre di GraniteHouse, sia dall’altipiano di Bellavista, Harbert e Gedeon Spilett, quando non erano a caccia, e Nab, pur sorvegliando i suoi fornelli, non lasciavano il cannocchiale e osservavano tutti i movimenti dell’animale. Il cetaceo, che si era imprigionato nella vasta baia dell’Unione, la solcava rapidamente dal capo Mandibola al capo Artiglio mosso dalla sua pinna caudale prodigiosamente possente, di cui si valeva spingendosi a sbalzi, con una velocità che andava qualche volta fino a dodici miglia all’ora. Talvolta, giungeva tanto vicino all’isolotto, che si poteva distinguerlo in tutta la sua lunghezza. Era proprio la balena australe, ch’è interamente nera e ha la testa più schiacciata di quella delle balene del nord. La si vedeva pure proiettare a una grande altezza, dagli sfiatatoi, una nuvola di vapore… o d’acqua, poiché per quanto bizzarra sembri la cosa, i naturalisti e i balenieri non sono ancora d’accordo su ciò. È aria o è acqua quella che i cetacei emettono a quel modo? Generalmente si ammette che sia vapore, che condensandosi subito al contatto dell’aria fredda, ricade in pioggia. Nondimeno, la presenza di quel mammifero marino preoccupava i coloni e irritava soprattutto Pencroff, distraendolo dal suo lavoro. Egli era giunto a desiderar di prendere quella balena, come un bambino desidera un oggetto che gli viene negato. La notte la sognava a voce alta, e certamente, se avesse avuto la possibilità di assalirla, se la lancia fosse stata in grado di tenere il mare, non avrebbe esitato a farlo. Ma quello che i coloni non potevano fare, lo fece il caso per essi; e il 3 maggio le grida di Nab dalla finestra della cucina annunciarono che la balena era incagliata sulla spiaggia dell’isola. Harbert e Gedeon Spilett, che stavano partendo per la caccia, abbandonarono il fucile. Pencroff gettò la scure, Cyrus Smith e Nab raggiunsero i loro compagni e tutti si diressero rapidamente verso il luogo dell’arenamento. L’incaglio era avvenuto sulla spiaggia della punta del Relitto, a tre miglia da GraniteHouse e durante l’alta marea. Era, dunque, probabile che il cetaceo non potesse liberarsi facilmente. In ogni caso, bisognava affrettarsi, allo scopo di potere, all’occorrenza, tagliargli la ritirata. Corsero tutti con picconi e spiedi ferrati, passarono il ponte del Mercy, ridiscesero la riva destra del fiume, presero per il greto, e in meno di venti minuti i coloni erano presso l’enorme animale, su cui pullulava già una quantità d’uccelli. «Che mostro!» esclamò Nab. L’espressione era giusta, poiché si trattava di una balena australe, lunga ottanta piedi, un gigante della specie, che non doveva pesare meno di centocinquantamila libbre! Eppure il mostro, così arenato, non si muoveva e non cercava, dibattendosi, di rimettersi a galla, mentre la marea era ancora alta. I coloni ebbero tosto la spiegazione di quell’immobilità quando, con la bassa marea, ebbero fatto il giro dell’animale. Era morto, e un rampone usciva dal suo fianco sinistro. «Ci sono, dunque, delle baleniere nei nostri paraggi?» disse subito Gedeon Spilett. «Perché?» chiese il marinaio. «Perché ecco qui un rampone…» «Eh, signor Spilett, quello non prova nulla» rispose Pencroff. «Si son viste delle balene fare migliaia di miglia con un rampone nel fianco, e non ci sarebbe da meravigliarsi se questa fosse stata colpita nell’Atlantico del nord e fosse venuta a morire nel sud del Pacifico!» «Però…» disse Gedeon Spilett, che non si sentiva soddisfatto dall’affermazione di Pencroff. «Sì, è possibilissimo» rispose Cyrus Smith; «ma esaminiamo questo rampone. Probabilmente, secondo un’usanza abbastanza diffusa, i balenieri vi hanno inciso il nome della loro nave.» Infatti, Pencroff, avendo strappato il rampone dal fianco dell’animale, vi lesse: MariaStella, Vineyard. «Una nave del Vineyard! Una nave del mio paese!» esclamò. «La MariaStella! Una bella baleniera, in fede mia! Io la conosco bene! Ah, amici miei, un bastimento del Vineyard, una baleniera del Vineyard! (Nota: Porto dello Stato di New York. Fine nota) E il. marinaio, brandendo il rampone, ripeteva non senza emozione quel nome che gli toccava il cuore, il nome del suo paese natale! Ma siccome non si poteva aspettare che la MariaStella venisse a reclamare l’animale da essa ramponato, fu deciso di procedere allo squartamento prima che si operasse la decomposizione. Gli uccelli predatori, che da alcuni giorni spiavano quella ricca preda, volevano senza indugio prenderne possesso e bisognò allontanarli a fucilate. La balena era una femmina, e le sue mammelle fornirono una grande quantità di latte che, secondo l’opinione del naturalista Dieffenbach, poteva passare per latte di mucca; e infatti, esso non ne differisce né per il gusto, né per la colorazione, né per la densità. Pencroff aveva servito un tempo su una nave baleniera e poté quindi dirigere metodicamente l’operazione dello smembramento, operazione abbastanza antipatica, che durò tre giorni, ma davanti alla quale nessuno dei coloni si scoraggiò, nemmeno Gedeon Spilett, che, a detta del marinaio, avrebbe finito per diventare «un ottimo naufrago». Il lardo, tagliato a fette parallele dello spessore di due piedi e mezzo, poi diviso in pezzi di più di mille libbre ciascuno, venne liquefatto in grandi vasi di terracotta, portati sul luogo stesso dello squartamento, poiché non si voleva appestare gli accessi dell’altipiano di Bellavista; in questa fusione perdette circa un terzo del suo peso. Ma ce n’era a profusione: la lingua da sola diede seimila libbre d’olio e il labbro inferiore quattromila. Oltre a questo grasso, che doveva assicurare per lungo tempo la provvista di stearina e di glicerina, c’erano anche i fanoni, che a GraniteHouse avrebbero trovato, indubbiamente, utile impiego, benché non vi si adoperassero né busti né ombrelli. La parte superiore della bocca del cetaceo era, infatti, fornita, ai due lati, di ottocento lame cornee, elasticissime, di struttura fibrosa, e affilate agli orli come due grandi pettini, i cui denti, lunghi sei piedi, servono a trattenere le migliaia d’animaletti, di piccoli pesci e di molluschi di cui la balena si nutre. Finita l’operazione, con gran soddisfazione degli operatori, i resti dell’animale furono abbandonati agli uccelli, che ne avrebbero fatto sparire sino le ultime vestigia; e a GraniteHouse i lavori quotidiani vennero ripresi. Tuttavia, prima di rientrare al cantiere di costruzione, Cyrus Smith ebbe l’idea di fabbricare certi ordigni, che eccitarono vivamente la curiosità dei suoi compagni. Prese una dozzina di stecche di balena, che tagliò in sei parti uguali e rese aguzze all’estremità. «E questo, signor Cyrus» domandò Harbert, quando l’operazione fu terminata «questo servirà?…» «Ad ammazzare i lupi, le volpi e anche i giaguari» rispose l’ingegnere. «Adesso?» «No, quest’inverno, quando avremo del ghiaccio a nostra disposizione.» «Non capisco…» disse Harbert. «Comprenderai subito, ragazzo mio» rispose l’ingegnere. «Quest’ordigno non l’ho inventato io, ed è frequentemente adoperato dai cacciatori aleutini dell’America Russa. I fanoni che vedete, amici, quando verrà il gelo io li curverò, li bagnerò d’acqua, finché siano interamente coperti da uno strato di ghiaccio, che manterrà la loro curvatura, e li spargerò sulla neve, dopo averli prima avvolti in uno strato di grasso. Ora, che cosa succederà se un animale affamato inghiotte una di queste esche? Il calore del suo stomaco fonderà il ghiaccio e la stecca di balena, stendendosi, lo bucherà con le sue punte aguzze.» «Ecco una trovata ingegnosa!» disse Pencroff, «E che risparmierà la polvere e le palle» aggiunse Cyrus Smith. «È meglio delle trappole!» osservò Nab. «Aspettiamo, dunque, l’inverno!» «Aspettiamo l’inverno.» Intanto, la costruzione dell’imbarcazione progrediva e verso la fine del mese essa aveva già metà del fasciame. Si poteva già intravedere che le sue forme sarebbero state eccellenti per tenere il mare. Pencroff lavorava con un ardore senza pari, e ci voleva la sua robusta natura per resistere a quelle fatiche; ma i suoi compagni gli preparavano in segreto una ricompensa; e il 31 maggio egli doveva provare una delle più grandi gioie della sua vita. Quel giorno, infatti, alla fine del pranzo, nel momento in cui stava per abbandonare la tavola, Pencroff sentì una mano appoggiarsi sulla sua spalla. Era Gedeon Spilett, che gli disse: «Un momento, mastro Pencroff, non dovete andarvene così! E la frutta la dimenticate?» «Grazie, signor Spilett,» rispose il marinaio «io torno al lavoro.» «Non bevete nemmeno una tazza di caffè?» «Nemmeno.» «Una pipata, allora?» Pencroff s’era alzato d’un balzo e la sua grossa faccia buona impallidì, quando vide il giornalista che gli presentava una pipa completamente riempita e Harbert un tizzone ardente. Il marinaio volle articolare una parola, ma non vi riuscì; afferrò la pipa e la portò alle labbra; poi, applicandovi il tizzone, aspirò una dietro l’altra cinque o sei boccate. Si levò una nuvola azzurrognola e profumata e dalle profondità di quella nuvola si udì una voce commossa, che ripeteva: «Tabacco! Vero tabacco!» «Sì, Pencroff» rispose Cyrus Smith «e per giunta, tabacco eccellente!» «Oh, divina Provvidenza! Sacro Autore di tutte le cose!» esclamò il marinaio. «Non manca più niente nella nostra isola!» E Pencroff fumava, fumava, fumava! «E chi ha fatto questa scoperta?» chiese infine. «Voi, Harbert, non c’è dubbio.» «No, Pencroff. È stato il signor Spilett.» «Il signor Spilett!» gridò il marinaio stringendo al petto il giornalista, che non aveva mai subito una stretta simile. «Uff! Pencroff» rispose Gedeon Spilett, riprendendo la respirazione per un istante compromessa. «Riservate una parte della vostra riconoscenza anche ad Harbert, che ha riconosciuto la pianta, a Cyrus che l’ha preparata e a Nab, che ha dovuto molto faticare per custodire il nostro segreto!» «Orbene, amici miei, vi contraccambierò un giorno o l’altro!» rispose il marinaio. «E ora, per la vita e per la morte!» CAPITOLO XI INTANTO arrivava l’inverno con il mese di giugno, che è il dicembre delle zone boreali; e la maggior occupazione fu quella di confezionare vesti resistenti e atte a tener caldo. I mufloni del recinto erano stati spogliati della loro lana, e si trattava, dunque, ormai di trasformare quella preziosa materia tessile in stoffa. È sottinteso che Cyrus Smith, non avendo a sua disposizione macchine per cardare, né per pettinare, né per lisciare, né per distendere, né per torcere, né mulejenny, né selfacting per filare la lana, né telaio per tesserla, dovette procedere in un modo più semplice, che consentisse di eliminare la filatura e la tessitura. E, infatti, egli si proponeva di utilizzare semplicemente la proprietà che hanno i filamenti di lana di allacciarsi fra loro quando si comprimono in tutti i sensi, costituendo, con il loro semplice incrociarsi, quella stoffa che si chiama feltro. Il feltro poteva, dunque, ottenersi con una semplice pigiatura, operazione che, se diminuisce la morbidezza della stoffa, aumenta notevolmente le sue proprietà conservatrici di calore. Ora, appunto, la lana prodotta dai mufloni era fatta di fiocchi cortissimi, ottima condizione questa per la feltratura. L’ingegnere, aiutato dai suoi compagni, compreso Pencroff, che dovette ancora una volta abbandonare la sua imbarcazione, cominciò le operazioni preliminari, che avevano lo scopo di sbarazzare la lana da quella sostanza oleosa e grassa, di cui essa è impregnata e che si chiama untume. Questa sgrassatura fu fatta in vasche piene di acqua, portate alla temperatura di settanta gradi, nelle quali la lana fu immersa per ventiquattro ore; poi venne lavata accuratamente in bagni di soda; infine, quando la pressione l’ebbe sufficientemente asciugata, si trovò pronta per essere follata, vale a dire per diventare una solida stoffa, grossolana indubbiamente e senza alcun valore in un centro industriale d’Europa o d’America, ma che si doveva tener in gran pregio sui «mercati dell’isola di Lincoln». Si capisce che questo genere di stoffa dev’essere stato conosciuto fin dai più lontani tempi, e infatti, le prime stoffe di lana furono fabbricate mediante il procedimento che Cyrus Smith stava per mettere in pratica. La sua qualità d’ingegnere gli servì molto nella costruzione della macchina destinata a follare la lana, giacché egli seppe abilmente approfittare della forza meccanica, fino allora inutilizzata, della cascata d’acqua della spiaggia per muovere una gualchiera. Nulla di più rudimentale di quella macchina. Un albero, munito di aste che sollevavano e lasciavano ricadere a volta a volta dei pestelli verticali; i recipienti destinati a ricevere la lana, all’interno dei quali ricadevano i detti pestelli; una forte armatura, anch’essa di legno, che conteneva e collegava tutto il sistema: tale era quella macchina e così era stata per secoli fino al momento in cui si ebbe l’idea di sostituire i pestelli con dei compressori cilindrici e di sottoporre la materia non più a una battitura, ma a una vera e propria laminatura. L’operazione, ben diretta da Cyrus Smith, riuscì a meraviglia. La lana, precedentemente impregnata d’una soluzione saponacea, destinata da una parte a facilitare lo slittamento, il ravvicinamento, la compressione e il rammollimento delle fibre, dall’altra a impedire che la battitura potesse alterarla, uscì dalla gualchiera sotto forma di un grosso strato di feltro. L’ispidezza propria dei bioccoli di lana si era così bene appianata coi reciproci intrecci, da formare una stoffa ugualmente adatta a fare dei vestiti come delle coperte. Non era, evidentemente, né merinos, né mussolina, né cachemire di Scozia, né stoffa di seta, né panno, né raso di Cina, né orlans, né alpaca, né flanella! Era «feltro lincolniano» e l’isola di Lincoln vantava così un’industria di più. I coloni ebbero, quindi, insieme a buoni vestiti, anche grosse coperte e poterono senza timore attendere l’inverno del 1866-67. I grandi freddi cominciarono a farsi sentire verso il 20 giugno e, con grande rammarico, Pencroff dovette sospendere la costruzione della barca, che tuttavia sarebbe stata ugualmente finita per la futura primavera. L’idea fissa del marinaio era di fare un viaggio di ricognizione all’isola di Tabor, benché Cyrus Smith non approvasse questo viaggio di pura curiosità, dato che, evidentemente, niente di utile c’era da trovare su quello scoglio deserto e quasi arido. Un viaggio di centocinquanta miglia, su un’imbarcazione relativamente piccola, in mezzo a mari sconosciuti, non poteva non ispirargli qualche apprensione. Se la barca, una volta in alto mare, fosse venuta a trovarsi tanto nell’impossibilità di raggiungere Tabor, che di ritornare all’isola di Lincoln, che cosa sarebbe avvenuto di essi in mezzo al Pacifico, così fecondo di sinistri? Cyrus Smith parlava spesso di questo progetto con Pencroff e trovava in lui un’ostinazione abbastanza strana nel voler compiere questo viaggio; ostinazione di cui forse il marinaio non si rendeva ben conto. «Insomma,» gli disse un giorno l’ingegnere «vi faccio osservare, amico mio, che dopo aver detto tanto bene dell’isola di Lincoln, dopo aver tante volte manifestato il dispiacere che provereste nel doverla abbandonare, voi siete il primo a volerla lasciare.» «Lasciarla per pochi giorni soltanto,» rispose Pencroff «per pochi giorni soltanto, signor Cyrus! Il tempo d’andare e tornare; di vedere che cos’è quell’isolotto!» «Ma non può valere l’isola di Lincoln!» «Ne sono convinto fin d’ora!» «E allora perché avventurarcisi?» «Per sapere quel che succede all’isola di Tabor!» «Ma non vi succede niente! Non può succedervi niente!» «Chi sa?» «E se foste sorpreso dalla tempesta?» «La tempesta non è da temere nella bella stagione» rispose Pencroff. «Ma, signor Cyrus, siccome bisogna prevedere tutto, vi chiederò il permesso di condurre con me soltanto Harbert, in questo viaggio.» «Pencroff,» rispose l’ingegnere, mettendo la mano sulla spalla del marinaio «se accadesse qualche disgrazia a voi e a quel ragazzo, che il caso ha fatto nostro figlio, credete che noi ce ne potremmo mai consolare?» «Signor Cyrus,» rispose Pencroff con un’espressione d’incrollabile fiducia «noi non vi causeremo un dolore simile. Del resto, riparleremo di questo viaggio quando il tempo di tentarlo sarà giunto. Eppoi, immagino che, quando avrete visto la nostra imbarcazione, ben finita nell’opera morta, bene attrezzata, quando avrete visto come tiene il mare, quando avremo fatto il giro della nostra isola, poiché lo faremo insieme, immagino, dico, che non esiterete più a lasciarmi partire! Non vi nascondo che la vostra barca sarà un vero capolavoro!» «Dite almeno: la nostra barca, Pencroff!» rispose l’ingegnere, momentaneamente disarmato. La conversazione finì così, per ricominciare più tardi, senza convincere né il marinaio, né l’ingegnere. Le prime nevi caddero verso la fine del mese di giugno. Il recinto era stato in precedenza approvvigionato largamente e non ebbe più bisogno di visite giornaliere; i coloni decisero però che non avrebbero lasciato passare una settimana senza andarvi. Le trappole furono tese di nuovo e vennero provati gli ordigni fabbricati da Cyrus Smith. Le stecche di balena ricurve, imprigionate in una guaina di ghiaccio e coperte da uno spesso strato di grasso, furono collocate sul margine della foresta, nel punto dove di solito passavano gli animali per recarsi al lago. Con viva soddisfazione dell’ingegnere, questa invenzione, presa ai cacciatori aleutini e rimessa in uso, riuscì perfettamente. Una dozzina di volpi, alcuni cinghiali e anche un giaguaro vi si lasciarono prendere e furono trovati morti, con lo stomaco perforato dalle stecche di balena. E qui conviene raccontare un esperimento, giacché fu il primo tentativo fatto dai coloni per comunicare con i loro simili. Gedeon Spilett aveva già pensato parecchie volte sia a gettare in mare uno scritto rinchiuso in una bottiglia, che la corrente poteva forse portare a una costa abitata, sia ad affidare lo scritto stesso a dei piccioni. Ma come sperare seriamente che piccioni o bottiglie potessero superare la distanza che separava l’isola da ogni altra terra, e cioè milleduecento miglia? Sarebbe stata pura follia. Ma il 30 giugno venne catturato, non senza fatica, un albatro, che una fucilata d’Harbert aveva leggermente ferito a una zampa. Era un magnifico uccello della famiglia dei grandi volatori, la cui apertura d’ali misura dieci piedi e che possono attraversare mari grandi come il Pacifico. Harbert avrebbe voluto tenere quel superbo esemplare, la cui ferita guarì rapidamente e pretendeva di addomesticarlo; ma Gedeon Spilett gli fece comprendere che bisognava approfittare dell’occasione per tentar di corrispondere, mediante quel messaggero, con le terre del Pacifico. Harbert dovette arrendersi, giacché se l’albatro era venuto da qualche regione abitata, non avrebbe mancato di ritornarvi quando fosse stato libero. Probabilmente, in sostanza, Gedeon Spilett, nel quale riappariva talvolta il giornalista, non era malcontento di lasciare nelle mani del caso un interessante articolo, narrante le avventure dei coloni dell’isola di Lincoln! Quale successo per il cronista del «New York Herald» e per il numero del giornale contenente la cronaca, se mai essa fosse arrivata all’indirizzo del suo direttore, l’egregio John Benett! Gedeon Spilett redasse, dunque, una notizia succinta, che fu messa in un sacco di forte tela gommata, con la preghiera per chiunque l’avesse trovata, di farla pervenire urgentemente agli uffici del «New York Herald». Il sacchetto venne attaccato al collo dell’albatro, e non alla sua zampa, poiché questi uccelli hanno l’abitudine di riposarsi sulla superficie del mare; poi, fu resa la libertà a quel rapido corriere dell’aria e non senza qualche emozione i coloni lo videro sparire in lontananza, nelle brume dell’ovest. «Dove va in quella direzione?» chiese Pencroff. «Verso la Nuova Zelanda» rispose Harbert. «Buon viaggio!» gridò il marinaio, che non si aspettava grandi risultati da quel modo di corrispondenza. Con l’inverno, i lavori erano stati ripresi nell’interno della GraniteHouse: riparazione di vestiti, confezioni diverse e fra l’altro delle vele per l’imbarcazione, che vennero tagliate nell’inesauribile involucro dell’aerostato. Durante il mese di luglio il freddo fu intenso, ma non si fece economia né di carbone, né di legna. Cyrus Smith aveva impiantato un secondo camino nel salone, e là i coloni passavano le lunghe serate. Conversazione durante il lavoro, lettura quando le mani restavano oziose, e il tempo passava con profitto per tutti. Era un vero godimento per essi quando, da quella sala ben illuminata dalle candele, ben riscaldata dal carbon fossile, dopo un pasto ristoratore, con la tazza di caffè di sambuco fumante, e con le pipe che emettevano pennacchi di fumo odoroso, ascoltavano la tempesta mugghiare al di fuori! Avrebbero provato un benessere completo, se il benessere potesse esistere per chi è lontano dai suoi simili e senza possibilità di comunicazione con loro! Conversavano sempre del loro Paese, degli amici che vi avevano lasciato, della grandezza della Repubblica americana, la cui influenza non poteva che aumentare; e Cyrus Smith, che aveva molto partecipato alla politica dell’Unione, interessava profondamente i suoi uditori con i suoi racconti e i suoi pronostici. Accadde che un giorno Gedeon Spilett fu indotto a dirgli: «Ma, insomma, mio caro Cyrus, tutto questo movimento industriale e commerciale al quale voi predite un progresso costante, non corre pericolo di doversi totalmente arrestare presto o tardi?» «Arrestare? E perché?» «Ma per la mancanza di carbone, che si può giustamente chiamare il più prezioso dei minerali!» «Sì, il più prezioso, infatti,» rispose l’ingegnere «e sembra proprio che la natura ne abbia voluto affermare il valore creando il diamante, che non è altro se non del carbonio puro cristallizzato.» «Non vorrete dire con questo, signor Cyrus,» replicò Pencroff «che si brucerà del diamante al posto del carbone nei focolari delle caldaie?» «No, amico mio» rispose Cyrus Smith. «Nondimeno, insisto» rispose Gedeon Spilett. «Non potete negare che un giorno il carbone sarà interamente consumato!» «Oh, i giacimenti carboniferi sono ancora considerevoli, e i centomila operai che strappano loro annualmente cento milioni di quintali di minerale sono ancora lontani dell’averli esauriti!» «Con il crescente consumo del carbon fossile,» rispose Gedeon Spilett «si può prevedere che questi centomila operai saranno tra breve duecentomila e che l’estrazione sarà doppia.» «Indubbiamente; ma, dopo i giacimenti d’Europa, che nuove macchine permetteranno presto di sfruttare più a fondo, le miniere di carbon fossile d’America e d’Australia forniranno per lungo tempo ancora materiale al consumo dell’industria.» «Per quanto tempo?» domandò il cronista. «Almeno duecentocinquanta o trecento anni.» «È rassicurante per noi,» disse Pencroff «ma inquietante per i nostri pronipoti!» «Si troverà qualche altra cosa» disse Harbert. «Bisogna sperarlo» rispose Gedeon Spilett «poiché, infine, senza carbone, non più macchine, senza macchine, non più ferrovie, né navi a vapore, né fabbriche, più nulla, quindi, di quello che esige il progresso della vita moderna!» «Ma che cosa si troverà dopo?» chiese Pencroff. «Lo immaginate, signor Cyrus?» «Press’a poco, amico.» «E che cosa si brucerà al posto del carbone?» «L’acqua» rispose Cyrus Smith. «L’acqua,» esclamò Pencroff «l’acqua per fare fuoco sui bastimenti a vapore e sulle locomotive, l’acqua per scaldare l’acqua!» «Sì, ma l’acqua scomposta nei suoi elementi costitutivi,» rispose Cyrus Smith «e scomposta, senza dubbio, dall’elettricità, che sarà diventata allora una forza possente e maneggevole, in quanto tutte le grandi scoperte, per una legge inesplicabile, sembrano convergere e completarsi. Sì, amici, io credo che l’acqua sarà un giorno impiegata come combustibile, che l’idrogeno e l’ossigeno di cui è costituita, utilizzati isolatamente o simultaneamente, offriranno una sorgente di calore e di luce inesauribile e un’intensità che il carbon fossile non può dare. Un giorno, i depositi di carbone dei piroscafi e i tender delle locomotive, invece che di carbone saranno caricati di questi due gas compressi, che bruceranno con un’enorme potenza calorifica. Cosicché, niente paura. Finché questa terra sarà abitata, essa provvederà ai bisogni dei suoi abitanti, che non mancheranno mai né di luce né di calore, come non mancheranno dei prodotti del regno vegetale, minerale o animale. Credo, quindi, che quando i giacimenti di carbon fossile saranno esauriti, si farà fuoco e ci si scalderà con l’acqua. L’acqua è il carbone dell’avvenire.» «Come mi piacerebbe vedere queste cose!» disse il marinaio. «Sei nato troppo presto, Pencroff» gli ribatté Nab, che intervenne nella discussione con queste parole. Tuttavia, non furono le parole di Nab a por fine alla conversazione, bensì i latrati di Top, che esplosero di nuovo con quell’intonazione strana di cui già l’ingegnere s’era preoccupato. Nello stesso tempo, Top ricominciava a girare intorno all’apertura del pozzo, situata all’estremità del corridoio interno. «Che cos’ha, dunque, ancora, Top, per abbaiare così?» chiese Pencroff. «E Jup, per grugnire in questo modo?» aggiunse Nab. Infatti, la scimmia s’univa al cane nel dare segni indubbi d’agitazione; e, particolare strano, i due animali sembravano piuttosto inquieti che irritati. «È evidente,» disse Gedeon Spilett «che questo pozzo è in comunicazione con il mare e che qualche animale marino viene di tanto in tanto a respirarvi nel fondo.» «È evidente,» rispose il marinaio «e non c’è altra spiegazione possibile… Andiamo, Top, silenzio,» soggiunse Pencroff voltandosi verso il cane «e tu, Jup, in camera tua!» La scimmia e il cane tacquero. Jup tornò a coricarsi, ma Top rimase nel salone e continuò a far sentire dei sordi brontolii per tutta la serata. Nessuno accennò più all’incidente, che però aveva fatto rabbuiare la fronte dell’ingegnere. Per tutto il resto del mese di luglio non fu che un alternarsi di pioggia e di freddo. La temperatura non si abbassò come durante l’inverno precedente e il suo minimo non oltrepassò gli otto gradi Fahrenheit (13°,53 centigradi sotto zero). Ma se l’inverno fu meno freddo, fu nondimeno più turbato dalle tempeste e dai colpi di vento. Si ebbero ancora violenti assalti del mare, che compromisero più d’una volta i Camini. C’era da credere che un maremoto, provocato da qualche perturbazione sottomarina, sollevasse quelle onde mostruose e le precipitasse sulla muraglia di GraniteHouse. Quando i coloni, affacciati alle finestre, osservavano quelle enormi masse d’acqua che s’infrangevano sotto i loro occhi, non potevano che ammirare il magnifico spettacolo di quell’imponente furia dell’oceano. I flutti rimbalzavano in spuma abbagliante, la spiaggia intera scompariva sotto quella rabbiosa inondazione e il massiccio sembrava emergere dal mare stesso, i cui spruzzi s’elevavano a un’altezza di più di cento piedi. Durante quelle tempeste era difficile, e pericoloso, anche, avventurarsi sulle strade dell’isola, poiché la caduta di alberi era frequente. Nondimeno i coloni non lasciarono mai passare una settimana senza recarsi a visitare il recinto. Fortunatamente, quel recinto, riparato dai contrafforti sudest del monte Franklin, non soffri molto delle violenze dell’uragano, che risparmiò i suoi alberi, le sue tettoie e la palizzata. Ma il pollaio, posto sull’altipiano di Bellavista e di conseguenza direttamente esposto ai colpi del vento di levante, subì danni notevoli. La piccionaia fu scoperchiata due volte e la cinta pure s’abbattè. Tutto si doveva rifare più solidamente, perché era chiaro che l’isola di Lincoln si trovava nei peggiori paraggi del Pacifico. Sembrava proprio ch’essa si trovasse al centro di vasti cicloni, che la sferzavano, come fa la frusta con la trottola. Solo che qui la trottola era immobile ed era la frusta che girava. Durante la prima settimana d’agosto le raffiche si calmarono a poco a poco e l’atmosfera ricuperò una tranquillità che pareva avesse perduta per sempre. Con la calma, la temperatura s’abbassò, il freddo ridivenne acutissimo e la colonna del termometro cadde a otto gradi Fahrenheit sotto zero (22° centigradi al di sotto del ghiaccio). Il 3 agosto un’escursione, progettata già da vari giorni, fu fatta nel sudest dell’isola, verso la palude delle tadorne. I cacciatori erano tentati da tutta la selvaggina acquatica che stabiliva colà i suoi quartieri d’inverno. Anatre selvatiche, beccaccini, anitrelle, codoni, arzavole, svassi vi abbondavano, e fu deciso che si sarebbe consacrato un giorno a una spedizione contro quei volatili. Non solo Gedeon Spilett e Harbert, ma anche Pencroff e Nab parteciparono alla spedizione. Soltanto Cyrus Smith, prendendo a pretesto un lavoro qualunque, non si unì a loro e rimase a GraniteHouse. I cacciatori presero, dunque, la strada di Porto Pallone per recarsi alla palude, dopo aver promesso d’esser di ritorno alla sera. Top e Jup li accompagnavano. Appena ebbero passato il ponte del Mercy, l’ingegnere lo rialzò e tornò indietro, con il pensiero di mettere in esecuzione un progetto per il quale voleva essere solo. Ora, questo progetto consisteva nell’esplorare minuziosamente il pozzo interno, la cui apertura s’apriva a livello del corridoio di GraniteHouse e comunicava con il mare, poiché prima serviva di passaggio alle acque del lago. Perché Top si aggirava così spesso intorno a quell’apertura? Perché emetteva si strani latrati, quando una specie d’inquietudine lo riconduceva verso il pozzo? Perché Jup s’univa a Top in una forma di comune ansietà? Quel pozzo aveva forse, altre diramazioni, oltre che la comunicazione verticale con il mare? Si ramificava forse verso altre parti dell’isola? Ecco quel che Cyrus Smith voleva sapere e, soprattutto, voleva essere solo a sapere. Aveva, dunque, deciso di tentare l’esplorazione del pozzo durante un’assenza dei compagni, e quel giorno, appunto, si presentava l’occasione di farla. Era facile discendere sino in fondo al pozzo usando la scala di corda che non serviva più da quando era stato impiantato l’ascensore. La sua lunghezza era sufficiente. Così fece. Trascinò la scala fino a quel buco, dal diametro di circa sei piedi, e la lasciò svolgersi, dopo averne solidamente fissato l’estremità superiore. Poi, accesa una lanterna, presa una rivoltella e ficcatosi un coltellaccio nella cintura, cominciò a discendere i primi gradini. Dappertutto la parete era piena, ma qua e là nella roccia esistevano alcune sporgenze, e servendosi di esse, sarebbe stato davvero possibile a un essere agile di salire fino all’apertura del pozzo. Fu questa un’osservazione dell’ingegnere; ma, muovendo attentamente la. lanterna a illuminare quelle sporgenze, non trovò, alcuna impronta, alcuna rottura, che potesse far pensare a una scalata antica o recente. Cyrus Smith discese più in fondo, rischiarando tutti i punti della parete. Non vide però nulla di sospetto. - Quando l’ingegnere ebbe raggiunto gli ultimi pioli, trovò la superficie dell’acqua, perfettamente calma. Né a livello di essa, né in alcun’altra parte del pozzo si apriva alcun corridoio laterale che potesse ramificarsi all’interno del masso. La muraglia, che Cyrus Smith batté con il manico del coltello, suonava piena. Era un granito compatto, attraverso il quale nessun essere vivente poteva aprirsi un passaggio. Per arrivare in fondo al pozzo e sollevarsi poi sino alla sua apertura, bisognava necessariamente passare per quel canale, sempre sommerso, che lo metteva in comunicazione con il mare attraverso il sottosuolo roccioso del greto, e questo non era possibile che ad animali marini. Quanto alla località dove finiva il canale, in qual punto del litorale e a quale profondità sotto l’acqua, non si poteva immaginarlo. Cyrus Smith, dunque, avendo terminata la sua esplorazione, risalì, ritirò la scala, ricoperse la bocca del pozzo e tornò pensieroso nel salone di GraniteHouse, dicendo fra sé: «Non ho veduto niente; eppure qualcosa c’è!» CAPITOLO XII LA SERA stessa i cacciatori ritornarono, dopo una magnifica caccia; letteralmente carichi di selvaggina, portavano tutto quello che potevano portare quattro uomini. Top aveva una collana di codoni intorno al collo e Jup cinture di beccaccini intorno al corpo. «Ecco, padrone,» gridò Nab «ecco di che occupare il nostro tempo. Conserve, pasticci, ne avremo una gradita provvista! Ma bisogna che qualcuno mi aiuti. Conto su di te, Pencroff.» Il marinaio rispose: «No, Nab. L’attrezzatura dell’imbarcazione mi chiama, e tu dovrai fare senza di me.» «E voi, signor Harbert?» «Io, Nab, debbo andare al recinto» rispose il ragazzo. «Mi aiuterete, dunque, voi, signor Spilett?» «Per farti un piacere, Nab,» rispose il giornalista «ma ti prevengo che se mi sveli le tue ricette, le pubblicherò.» «Come vi piacerà, signor Spilett,» rispose Nab, «fate pure come vi piacerà!» Ed ecco, l’indomani, Gedeon Spilett, divenuto aiutante di Nab, e installato nel suo laboratorio culinario. Ma prima l’ingegnere gli aveva fatto conoscere il risultato dell’esplorazione, da lui tentata il giorno innanzi, e a questo proposito il cronista condivise l’opinione di Cyrus Smith, che, cioè, sebbene egli non avesse trovato nulla, c’era pur sempre un segreto da scoprite! Il freddo persistette ancora per una settimana, e i coloni non uscirono da GraniteHouse, se non per prodigare le necessarie cure al pollaio. La dimora era profumata dai buoni odori emananti dalle sapienti manipolazioni di Nab e del giornalista. Ma il prodotto della caccia nella palude non fu tutto trasformato in carne conservata, e siccome la selvaggina, con quel freddo intenso, si manteneva in perfetto stato, anatre selvatiche e altri volatili furono mangiati freschi e dichiarati superiori a tutte le altre bestie acquatiche del mondo conosciuto. Durante quella settimana Pencroff, aiutato da Harbert, che maneggiava abilmente l’ago da velaio, lavorò con tanto ardore, che le vele dell’imbarcazione furono finite. Il cordame di canapa non mancava, grazie alla ritrovata attrezzatura del pallone. I cavi, il cordame della rete, tutto era ottimamente marinaro, e il marinaio ne trasse buon partito. Sugli orli delle vele furono cucite forti ralinghe, e rimaneva ancora di che fabbricare le drizze, le sartie, le scotte, ecc. Quanto ai bozzelli, seguendo i consigli di Pencroff e servendosi del tornio precedentemente installato, Cyrus Smith fabbricò tutti quelli che erano necessari. Accadde, quindi, che l’attrezzatura fosse pronta assai prima che il battello fosse finito. Pencroff preparò anche una bandiera azzurra, rossa e bianca; i colori erano stati forniti da piante coloranti, che abbondavano nell’isola. Solamente, alle trentasette stelle, rappresentanti i trentasette Stati dell’Unione, che risplendono nelle bandiere americane, il marinaio ne aveva aggiunto una trentottesima, la stella dello «Stato di Lincoln», poiché egli considerava la sua isola come già unita alla grande Repubblica. «Eh!» diceva «è unita con il cuore, se non lo è ancora di fatto! Intanto, quella bandiera fu inalberata alla finestra centrale di GraniteHouse e i coloni la salutarono con tre evviva.» Si avvicinava il termine della stagione fredda e sembrava che quel secondo inverno dovesse passare senza gravi incidenti, quando, nella notte dell’11 agosto, l’altipiano di Bellavista fu minacciato di completa devastazione. Dopo una giornata molto attiva, i coloni dormivano profondamente, quando, verso le quattro di mattina, furono improvvisamente svegliati dai latrati di Top. Il cane questa volta non abbaiava vicino alla bocca del pozzo, ma sulla soglia della porta, e vi si gettava contro come se avesse voluto sfondarla; Jup, dal canto suo, mandava grida acute. «Ebbene, Top!» gridò Nab, che fu il primo a svegliarsi. Ma il cane seguitava ad abbaiare con maggior furore. «Che cosa c’è, dunque?» domandò Cyrus Smith. E tutti, vestiti in fretta e furia, si precipitarono verso le finestre della camera, aprendole. Sotto i loro occhi si stendeva uno strato di neve, che appena appariva bianca in quella notte oscurissima. I coloni non videro niente, ma sentirono dei singolari latrati nell’ombra. Era evidente che la spiaggia era stata invasa da un certo numero d’animali, che non si potevano distinguere. «Che cos’è?» esclamò Pencroff. «Lupi, giaguari o scimmie!» rispose Nab. «Diamine! Ma possono raggiungere facilmente l’altipiano!» disse il giornalista. «E il pollaio,» gridò Harbert «e le nostre piantagioni?…» «Per dove sono passati?» chiese Pencroff. «Avranno varcato il ponticello del greto,» rispose l’ingegnere «che uno di noi avrà dimenticato di richiudere.» «Infatti,» disse Spilett «ricordo di averlo lasciato aperto…» «Un bell’affare avete fatto, signor Spilett!» esclamò il marinaio. «Quel che è fatto è fatto» rispose Cyrus Smith. «Pensiamo adesso a quello che bisogna fare!» Queste le domande e le risposte rapidamente scambiate fra Cyrus Smith e i suoi compagni. Intanto, era certo che il ponticello era stato varcato, che il greto era invaso da bestie e che queste, quali si fossero, potevano, risalendo la riva sinistra del Mercy, arrivare all’altipiano di Bellavista. Bisognava, dunque, superarle in sveltezza e all’occorrenza combatterle. «Ma che bestie sono?» fu chiesto una seconda volta, in un momento in cui i latrati echeggiavano con maggior forza. Quei latrati fecero trasalire Harbert, che si ricordò di averli già uditi durante la sua prima visita alle sorgenti del Creek Rosso. «Sono di quella specie di volpi detti culpei» disse. «Avanti!» gridò il marinaio. E tutti, armatisi di scuri, carabine e rivoltelle, si precipitarono nell’ascensore e scesero sulla spiaggia. Questi culpei sono bestie pericolose, quando sono in gran numero e irritate dalla fame. Ciò nonostante i coloni non esitarono a gettarsi in mezzo al branco, e le loro prime rivoltellate, lanciando rapidi bagliori nell’oscurità, fecero indietreggiare i primi assalitori. Quel che importava prima di tutto era di impedire a quei predoni di spingersi sino all’altipiano di Bellavista, poiché le piantagioni e il pollaio sarebbero stati in loro balia e danni immensi, forse irreparabili, specialmente al campo di frumento, si sarebbero inevitabilmente verificati. Ma siccome l’invasione dell’altipiano non poteva effettuarsi che dalla riva sinistra del Mercy, bastava opporre alle volpi una barriera insormontabile sulla stretta porzione di sponda compresa tra il fiume e la muraglia di granito. Questo fu compreso da tutti, e a un ordine di Cyrus Smith, raggiunsero il punto designato, mentre il branco di volpi si slanciava nel buio. Cyrus Smith, Gedeon Spilett, Harbert, Pencroff e Nab si disposero, dunque, in modo da formare una linea invisibile. Top, con le formidabili mascelle aperte, precedeva i coloni seguito da Jup, armato d’un nodoso randello, che brandiva come una clava. La notte era estremamente buia. Soltanto al bagliore degli spari, che dovevano andare tutti a segno, si scorgevano gli assalitori, che sembravano essere almeno un centinaio e i cui occhi brillavano come carboni ardenti. «Bisogna che non passino!» esclamò Pencroff. «Non passeranno!» rispose l’ingegnere. Ma, se non passarono, non fu certo perché non l’avessero tentato. Le ultime file incalzavano le prime e fu una lotta incessante a colpi di rivoltella e di accetta. Numerosi cadaveri di culpei dovevano già essere sparsi al suolo, ma la turba non accennava a diminuire e si sarebbe detto che sempre nuovi rinforzi le giungessero attraverso il ponticello del greto. In breve, i coloni furono costretti a lottare a corpo a corpo e non poterono evitare alcune ferite, fortunatamente leggere. Con una rivoltellata, Harbert aveva liberato Nab, sul cui dorso un culpeo stava per abbattersi come un gattopardo. Top si batteva con vero furore, saltando alla gola delle volpi e strangolandole senz’altro. Jup, armato del suo bastone, menava botte da orbi e invano si tentava di farlo retrocedere. Dotato indubbiamente d’una vista che gli permetteva di penetrare in quell’oscurità, era sempre ove più ferveva la mischia ed emetteva di tanto in tanto un fischio acuto, ch’era per lui il segno del massimo giubilo. A un certo punto, s’avanzò tanto, che al bagliore di una revolverata, lo si poté vedere circondato da cinque o sei grandi culpei, ai quali teneva testa con raro sangue freddo. Ciò nonostante la lotta doveva finire con la vittoria dei coloni, ma solo dopo una resistenza di più di due ore! Le prime luci dell’alba determinarono certo la ritirata degli assalitori, che se la svignarono in direzione nord, in modo da ripassare il ponticello, che Nab corse immediatamente a rialzare. Quando l’apparire del giorno ebbe sufficientemente illuminato il campo di battaglia, i coloni poterono contare una cinquantina di cadaveri sparsi sulla spiaggia. «E Jup!» esclamò Pencroff «dov’è Jup?» Jup era scomparso. Il suo amico Nab lo chiamò, e per la prima volta, Jup non rispose all’appello. Tutti si misero a cercare Jup, temendo di doverlo contare fra i morti. Il luogo fu sgombrato dai cadaveri che imbrattavano la neve con il loro sangue e Jup venne ritrovato in mezzo a un vero e proprio cumulo di volpi, le cui mascelle fracassate e le cui reni spezzate testimoniavano ch’esse avevano avuto a che fare con il terribile randello dell’intrepido animale. Il povero Jup teneva ancora in mano il troncone del suo bastone rotto; privato della sua arma, era stato sopraffatto dal numero, e profonde ferite gli solcavano il petto. «È vivo!» gridò Nab, chinandosi su di lui. «E noi lo salveremo,» rispose il marinaio «lo cureremo come fosse uno di noi!» Sembrava che Jup comprendesse, poiché piegò la testa sulla spalla di Pencroff, come per ringraziarlo. Il marinaio era ferito egli pure, ma le sue ferite, come quelle dei suoi compagni, erano insignificanti, giacché grazie alle loro armi da fuoco, avevano potuto quasi sempre tener gli assalitori a distanza. Non c’era, dunque, che l’orango in stato grave. Jup, portato da Nab e Pencroff, fu condotto fino all’ascensore. Dalle labbra, gli usciva a stento un debolissimo gemito. Venne fatto risalire dolcemente a GraniteHouse. Là, fu deposto su di un materasso tolto a una delle cuccette e le sue ferite furono lavate con la massima cura. Non pareva che avessero toccato alcun organo vitale, ma Jup era molto indebolito per la perdita di sangue, e la febbre si manifestò abbastanza forte. Dopo la medicazione, fu coricato, gli fu imposta una severa dieta, «proprio come a una persona umana», disse Nab, e gli fecero bere delle tazze di decotto rinfrescante, fatto con ingredienti forniti dalla farmacia vegetale di GraniteHouse. Jup s’addormentò d’un sonno a tutta prima agitato; ma a poco a poco la sua respirazione divenne più regolare e lo si lasciò riposare nella maggior calma possibile. Di tanto in tanto Top, camminando, si può dire «sulla punta dei piedi», andava a trovare il suo amico e pareva approvare tutte le cure che gli venivano prodigate. Una mano di Jup pendeva fuori dal giaciglio e Top la leccava con aria contrita. Quella stessa mattina i coloni procedettero al seppellimento delle volpi morte, che furono trascinate fino alla foresta del Far West e sotterrate profondamente. Quell’attacco, che avrebbe potuto avere conseguenze assai gravi, fu una lezione per i coloni, e da allora in poi non si coricarono più, senza che uno di essi non si fosse assicurato che tutti i ponti erano alzati e che nessuna invasione era possibile. Intanto Jup, dopo aver dato seriamente da temere durante alcuni giorni, reagì vigorosamente contro il male. La sua costituzione ebbe la meglio, la febbre diminuì a poco a poco, e Gedeon Spilett, ch’era anche un po’ medico, lo considerò presto come fuori pericolo. Il 16 agosto Jup cominciò a mangiare. Nab gli faceva dei buoni piattini zuccherati, che il malato assaporava con voluttà, giacché, se la brava bestia aveva un difettuccio, era proprio quello d’essere un tantino ghiotta, e Nab non aveva mai fatto niente per correggerla di quel difetto. «Che cosa volete?» diceva a Gedeon Spilett, che qualche volta gli rimproverava di viziarlo «non ha altro piacere che quello della gola, questo povero Jup, e io sono troppo lieto di poter ricompensare così i suoi servigi!» Dieci giorni dopo essersi messo a letto, e cioè il 21 agosto, mastro Jup si alzò. Le sue ferite s’erano cicatrizzate e si vide bene che non avrebbe tardato a ricuperare l’agilità e il vigore abituali. Come tutti i convalescenti, fu preso da una fame davvero insaziabile e il giornalista lo lasciò mangiare a suo piacimento, giacché si fidava di quell’istinto, che troppo spesso manca agli esseri ragionevoli e che doveva preservare l’orango da tutti gli eccessi. Nab gioiva vedendo ritornare l’appetito al suo allievo. «Mangia» gli diceva «Jup mio, e non lasciarti mancar nulla! Hai versato il tuo sangue per noi e il meno ch’io possa fare è di aiutarti a rifarlo!» Finalmente, il 25 agosto si udì la voce di Nab che chiamava i suoi compagni. «Signor Cyrus, signor Gedeon, signor Harbert, Pencroff, venite, venite! I coloni, riuniti nel salone, si alzarono alla chiamata di Nab, che proveniva» dalla camera riservata a Jup. «Che cosa c’è?» chiese il giornalista. «Guardate!» rispose Nab, scoppiando in una clamorosa risata. Che cosa videro i coloni? Mastro Jup che fumava tranquillamente, e seriamente, accoccolato come un turco sulla porta di GraniteHouse! «La mia pipa!» esclamò Pencroff. «Ha preso la mia pipa! Ah, mio bravo Jup, te la regalo. Fuma, amico mio, fuma!» E Jup lanciava gravemente densi sbuffi di fumo, il che sembrava procurargli un godimento senza pari. Cyrus Smith non si mostrò meravigliato del fatto e citò, anzi, parecchi esempi di scimmie addomesticate, alle quali l’uso del tabacco era divenuto familiare. Fatto sta, che da quel giorno mastro Jup ebbe la sua pipa tutta per lui, l’expipa del marinaio, che fu appesa nella sua camera, vicino alla sua provvista di tabacco. Se la riempiva da sé, l’accendeva con un carbone ardente, e poi pareva il più felice dei quadrumani. Questa comunanza di gusti non fece che stringere maggiormente i già stretti legami d’amicizia, che univano la brava scimmia e l’onesto marinaio. «Forse è un uomo» diceva alle volte Pencroff a Nab. «Ti meraviglieresti se un giorno si mettesse a parlare?» «No, in fede mia» rispose Nab. «Mi meraviglio piuttosto che non parli, perché, dopo tutto, non gli manca che la parola.» «Mi divertirebbe molto» disse il marinaio «se un bel giorno mi dicesse: «E se ci scambiassimo la pipa, Pencroff?»« «Sì» rispondeva Nab. «Che disgrazia che sia muto dalla nascita! Con il mese di settembre l’inverno ebbe fine e i lavori ripresero.» La costruzione della barca progredì rapidamente. Il fasciame era già stato completato, e furono sistemate internamente le ossature, in modo da collegare tutte le parti dello scafo con degli elementi resi flessibili con il vapore acqueo, e che si adattavano benissimo ai garbi e al loro piano. Siccome il legname non mancava, Pencroff propose all’ingegnere di rivestire internamente lo scafo con un fasciame impermeabile, che assicurasse completamente la solidità dell’imbarcazione. Cyrus Smith, non sapendo quel che poteva riservare l’avvenire, approvò l’idea del marinaio di rendere l’imbarcazione più solida che fosse possibile. Il fasciame interno e il ponte della barca furono interamente finiti verso il 15 settembre. Per calafatare i comenti fu fatta della stoppa con delle zostere secche, che furono introdotte a colpi di mazzuolo fra i corsi di fasciame dello scafo e della coperta; poi i comenti vennero ricoperti di catrame bollente, fornito abbondantemente dai pini della foresta. L’allestimento dell’imbarcazione fu semplicissimo. Era stata dapprima zavorrata con dei pesanti blocchi di granito inseriti su di un letto di calce e se ne stivarono così complessivamente circa dodicimila libbre. Un pagliuolato fu posto sopra quella zavorra e l’interno fu diviso in due locali lungo i quali si stendevano due sedili, che servivano da casse. La parte dell’albero sotto coperta doveva sostenere la paratia, che separava i due locali nei quali si accedeva da due boccaporti, aperti sul ponte e muniti di tambuggi. Pencroff non fece fatica a trovare un albero adatto per l’alberatura. Scelse un giovane abete, ben diritto, senza nodi, che bastò squadrare alla base formando la miccia e arrotondare alla cima. I ferri dell’albero, quelli del timone e quelli dello scafo, erano stati grossolanamente, ma solidamente fabbricati nella fucina dei Camini. Insomma pennoni, picco di randa, boma, antenne, aste, remi, ecc., tutto fu terminato nella prima settimana d’ottobre, e si stabilì che la prova dell’imbarcazione sarebbe stata fatta nelle acque dell’isola, per constatare come si comportava in mare e in quale misura ci si poteva fidare. In tutto questo tempo, gli altri lavori necessari non erano stati per nulla trascurati. Il recinto era stato riordinato, giacché il gregge di mufloni e di pecore contava un certo numero di nuovi nati, che bisognava alloggiare e nutrire. Inoltre, i coloni non avevano mancato di visitare né il vivaio d’ostriche, né la conigliera, né i giacimenti di carbon fossile e di ferro, né alcune parti inesplorate delle foreste del Far West, ch’erano ricchissime di selvaggina. Furono scoperte altre piante indigene che, se non avevano un’utilità immediata, contribuirono a variare le riserve vegetali di GraniteHouse. Erano della specie dei ficoidi, alcune simili a quelli del Capo, con foglie carnose commestibili, altre con semi contenenti una specie di farina. Il 10 ottobre la barca venne varata in mare. Pencroff era raggiante. L’operazione riuscì perfettamente. L’imbarcazione, tutta attrezzata, spinta su dei rulli sino alla battigia, venne in balia della marea montante e galleggiò fra gli applausi dei coloni e particolarmente di Pencroff, che in quest’occasione non mostrò alcuna modestia. D’altronde, la sua vanità doveva sopravvivere al varo della barca, poiché, dopo averla costruita, egli stava per essere chiamato a comandarla. E infatti, il grado di capitano gli fu conferito con il consenso di tutti. Per soddisfare il capitano Pencroff bisognò innanzi tutto dare un nome all’imbarcazione, e dopo molte proposte lungamente discusse, i suffragi si orientarono su quello di Bonadventure, ch’era il nome di battesimo dell’onesto marinaio. Appena il Bonadventure fu sollevato dall’alta marea, si poté subito vedere che la sua linea di galleggiamento coincideva con le linee d’acqua del piano di costruzione e che poteva navigare bene a tutte le andature. Del resto, il collaudo doveva aver luogo il giorno stesso, in un’escursione al largo della costa. Il tempo era buono, il vento teso e il mare poco mosso, soprattutto sulla costa meridionale, poiché il vento soffiava da nordovest già da più di un’ora. «A bordo! A bordo!» gridava il capitano Pencroff. Ma prima di partire bisognava far colazione, e parve anche utile portare delle provviste a bordo, nel caso che l’escursione fosse durata fino a sera inoltrata. Anche Cyrus Smith aveva fretta di provare quell’imbarcazione, di cui aveva fatto il progetto, benché ne avesse spesso modificato alcune parti su consiglio del marinaio; ma egli non aveva in essa la fiducia che manifestava Pencroff e dato che questi non parlava più del viaggio all’isola di Tabor, Cyrus Smith sperava che il marinaio vi avesse rinunciato. Insomma, l’ingegnere non vedeva di buon occhio, che due o tre dei suoi compagni di avventurassero lontano su quella barca, così piccola, dopo tutto, la cui stazza non superava quindici tonnellate. Alle dieci e mezzo tutti erano a bordo, persino Jup e Top. Nab e Harbert levarono l’ancora, che mordeva la sabbia presso la foce del Mercy, la randa venne issata, la bandiera dell’isola di Lincoln ondeggiò al vento sulla cima dell’albero e il Bonadventure, governato da Pencroff, prese felicemente il largo. Per uscire dalla baia dell’Unione bisognò dapprima navigare con il vento dritto di poppa, e si poté constatare che, con quell’andatura, la velocità dell’imbarcazione era soddisfacente. Dopo aver doppiato la punta del Relitto e il capo Artiglio, Pencroff dovette stringere il vento, allo scopo di costeggiare ancora lungo la costa meridionale dell’isola e, dopo qualche viramento di bordo, osservò che il Bonadventure poteva navigare col vento a circa cinque quarte dalla prora e che scarrocciava poco. Virò benissimo in prora, «manovriere», come dicono i naviganti, continuando a guadagnare al vento anche durante la virata. I passeggeri del Bonadventure erano veramente entusiasti. Avevano ora una buona imbarcazione che, all’occorrenza, avrebbe potuto render loro grandi servigi, e con quel bel tempo, con quella brezza favorevole, la gita fu proprio deliziosa. Pencroff si portò al largo, a tre o quattro miglia dalla costa, all’altezza di Porto Pallone. L’isola apparve allora in tutta la sua estensione e sotto un nuovo aspetto, con il panorama variato del suo litorale dal capo Artiglio fino al promontorio del Rettile, in primo piano le foreste, nelle quali le conifere spiccavano ancora sul fogliame giovane degli altri alberi ricchi di gemme appena sbocciate, e il monte Franklin, che dominava l’insieme e la cui cima era bianca di neve. «Com’è bello!» esclamò Harbert. «Sì, la nostra isola è bella e buona» rispose Pencroff. «Io l’amo, come amavo la mia povera mamma! Essa ci ha ricevuti poveri e privi di tutto, e adesso che cosa manca a questi cinque figli, che le sono caduti dal cielo?» «Niente!» rispose Nab «niente, capitano!» E i due galantuomini mandarono tre formidabili evviva in onore della loro isola! Intanto, Gedeon Spilett, appoggiato al piede dell’albero, disegnava il panorama che si svolgeva davanti ai suoi occhi. Cyrus Smith guardava in silenzio. «Orbene, signor Cyrus,» domandò Pencroff «che cosa dite della nostra barca?» «Sembra che si comporti bene» rispose l’ingegnere. «Bene! E adesso lo credete che potrebbe intraprendere un viaggio di una certa durata?» «Quale viaggio, Pencroff?» «Quello all’isola di Tabor, per esempio!» «Amico mio,» rispose Cyrus Smith «credo che, in un caso urgente, non bisognerebbe esitare ad affidarsi al Bonadventure, anche per una traversata più lunga; ma sapete che vi vedrei con dispiacere partire per l’isola di Tabor, visto che nulla vi obbliga ad andarvi.» «Fa piacere conoscere i propri vicini» rispose Pencroff, che s’ostinava nella sua idea. «L’isola di Tabor è la nostra vicina ed è la sola! La cortesia vuole che si vada almeno a farle una visita!» «Diavolo!» fece Gedeon Spilett. «Il nostro amico Pencroff vuole proprio rispettare le convenienze!» «Io non voglio proprio niente!» rimbeccò il marinaio, che l’opposizione dell’ingegnere contrariava un poco, ma che non avrebbe voluto dargli un dispiacere. «Pensate, Pencroff» rispose Cyrus Smith «che non potete andare solo all’isola di Tabor.» Pencroff insistette: «Un compagno mi basterà.» «Sia pure» rispose l’ingegnere. «Dunque, arrischiate di privare la colonia dell’isola di Lincoln di due coloni su cinque?» «Su sei!» rispose Pencroff. «Dimenticate Jup.» «Su sette!» aggiunse subito Nab. «Top ne vale senza dubbio un altro!» «Non c’è da temere nessun rischio, signor Cyrus» riprese prontamente Pencroff. «Può essere, Pencroff; ma, ve lo ripeto, è un esporsi senza necessità! L’ostinato marinaio non rispose e lasciò cadere la conversazione, ben» deciso a riprenderla in altro momento. Ma egli non s’immaginava certo che un incidente stava per venirgli in aiuto e cambiare in un’opera d’umanità quello che era soltanto un capriccio molto discutibile. Infatti, dopo essersi tenuto al largo, il Bonadventure veniva riavvicinandosi alla costa e dirigendosi verso Porto Pallone. Importava verificare i passi di mare esistenti tra i banchi di sabbia e gli scogli per segnalarli a mezzo di gavitelli, in caso di bisogno, poiché quella piccola cala doveva essere il porto, ove si sarebbe ormeggiata la barca. Questa non era più che a mezzo miglio dalla costa ed era stato necessario bordeggiare per risalire il vento contrario. La velocità del Bonadventure era allora molto diminuita, perché la brezza, in parte ostacolata dalla terra alta, gonfiava appena le vele, e il mare, levigato come un cristallo, non s’increspava che al soffio di brevi raffiche di vento, che passavano capricciosamente. Harbert stava a prua, allo scopo di indicare la rotta da seguire in mezzo ai passi, quando gridò tutto a un tratto: «Orza, Pencroff, orza!…» «Che cosa c’è?» rispose il marinaio, alzandosi. «Uno scoglio?» «No… aspetta,» disse Harbert «non vedo bene… Orza ancora… bene… lascia portare un poco…» E così dicendo, Harbert, che si era coricato lungo il bordo, tuffò rapidamente il braccio nell’acqua e si rialzò, esclamando: «Una bottiglia!» E teneva in mano una bottiglia chiusa, che aveva allora afferrato alla distanza di alcune gomene dalla costa. Cyrus Smith prese la bottiglia. Senza dire parola, ne fece saltare il tappo, e ne estrasse un foglio di carta umida, sul quale si potevano leggere queste parole: Naufrago… Isola di Tabor: 153° long. O. «37° 11’ lat. S.» CAPITOLO XIII «UN NAUFRAGO!» esclamò Pencroff «abbandonato ad alcune centinaia di miglia da noi, su quell’isola di Tabor! Ah, signor Cyrus, adesso non vi opporrete più al mio progetto di viaggio!» «No, Pencroff» rispose Cyrus Smith. «Partirete al più presto possibile.» «Domani?» «Domani.» L’ingegnere teneva in mano lo scritto che aveva tolto dalla bottiglia. Lo osservò attentamente, meditando per alcuni istanti, poi, riprendendo la parola: «Da questo documento, amici,» disse «dalla forma stessa in cui è redatto, si deve innanzi tutto concludere questo: in primo luogo, che il naufrago dell’isola di Tabor è un uomo avente cognizioni abbastanza vaste in fatto di marina, poiché dà la latitudine e la longitudine dell’isola conformi a quelle che noi pure abbiamo trovate e con la più scrupolosa approssimazione; secondariamente, egli è inglese o americano, poiché il documento è scritto in lingua inglese.» «Questo è perfettamente logico» rispose Gedeon Spilett; «e la presenza di questo naufrago spiega l’arrivo della cassa sulle spiagge dell’isola. C’è stato un naufragio, poiché c’è un naufrago. Quanto a quest’ultimo, chiunque sia, è provvidenziale per lui che Pencroff abbia avuto l’idea di costruire questa imbarcazione e di provarla oggi stesso, poiché, un solo giorno di ritardo, e questa bottiglia poteva infrangersi contro gli scogli.» «Infatti,» disse Harbert «è un fortunato caso che il Bonadventure sia passato di qua, precisamente quando questa bottiglia galleggiava ancora!» «E questo non vi sembra strano?» chiese Cyrus Smith a Pencroff. «Mi sembra una fortuna, ecco tutto» rispose il marinaio. «Perché vedete qualche cosa di straordinario in ciò, signor Cyrus? Bisognava bene che questa bottiglia andasse da qualche parte, e perché non qui piuttosto che altrove?» «Avete forse ragione, Pencroff,» disse l’ingegnere «eppure…» «Ma,» fece osservare Harbert «nulla prova che questa bottiglia galleggi sul mare da molto tempo.» «Nulla,» rispose Gedeon Spilett «e anche il documento sembra essere stato scritto recentemente. Che cosa ne pensate, voi, Cyrus?» «È una cosa difficile da verificare, e d’altronde, lo sapremo presto!» rispose Cyrus Smith. Durante questa conversazione, Pencroff non era rimasto inattivo. Aveva virato di bordo e il Bonadventure, con tutte le vele gonfie, filava rapidamente al gran lasco verso il capo Artiglio. Tutti pensavano al naufrago dell’isola di Tabor. Erano ancora in tempo per salvarlo? Grande avvenimento nella vita dei coloni! Essi stessi non erano che dei naufraghi; ma bisognava temere che un altro non fosse stato altrettanto favorito, e il loro dovere era di correre incontro allo sventurato. Il capo Artiglio fu doppiato e il Bonadventure, verso le quattro, andò a gettar l’ancora alla foce del Mercy. La sera stessa, furono stabiliti i particolari relativi alla nuova spedizione. Parve opportuno che solo Pencroff ed Harbert, che conoscevano la manovra di un’imbarcazione, intraprendessero quel viaggio. Partendo l’indomani, 11 ottobre, sarebbero arrivati a destinazione nella giornata del 13, giacché, perdurando il vento, non occorrevano più di quarantotto ore per fare quella traversata di centocinquanta miglia. Un giorno sull’isola, tre o quattro giorni per ritornare, si poteva dunque calcolare che il 17 sarebbero stati di ritorno all’isola di Lincoln. Il tempo era bello, il barometro risaliva senza scosse, il vento sembrava costante, tutto volgeva dunque a favore di quella brava gente, che un dovere d’umanità stava per condurre lontano dalla sua isola. Così, era stato convenuto che Cyrus Smith, Nab e Gedeon Spilett sarebbero rimasti a GraniteHouse; ma all’ultimo momento vi fu una protesta, e Gedeon Spilett, che non dimenticava la sua professione di cronista del «New York Herald», dichiarò risolutamente che sarebbe andato a nuoto piuttosto che perdere una simile occasione, e fu ammesso a prender parte al viaggio. La serata fu impiegata a trasportare a bordo del Bonadventure gli oggetti necessari alle cuccette, utensili, armi, munizioni, una bussola, viveri per circa otto giorni; e compiuta rapidamente questa operazione, i coloni risalirono a GraniteHouse. L’indomani, alle cinque del mattino, furono fatti gli addii non senza una certa emozione da ambo le parti. Pencroff, avendo messo alla vela, si diresse verso il capo Artiglio, che doveva scapolare, per poi venire direttamente in rotta di sudovest. Il Bonadventure era già a un quarto di miglio dalla costa, quando i suoi passeggeri scorsero sulle alture di GraniteHouse due uomini che facevano loro segni d’addio. Erano Cyrus Smith e Nab. «I nostri amici!» esclamò Gedeon Spilett. «Ecco la nostra prima separazione, dopo quindici mesi!…» Pencroff, il giornalista ed Harbert fecero un ultimo segno di saluto e GraniteHouse scomparve tosto dietro le alte rocce del capo. Durante le prime ore della giornata il Bonadventure rimase costantemente in vista della costa meridionale dell’isola di Lincoln, che in breve non fu più visibile se non sotto forma di un verde canestro, dal quale emergeva il monte Franklin. Le alture, diminuite dalla lontananza, le davano un aspetto poco attraente per indurre una nave all’atterraggio. Il promontorio del Rettile fu scapolato verso il tocco, ma a dieci miglia al largo. Da quella distanza non era più possibile distinguere nulla della costa occidentale, che si stendeva sino ai rilievi del monte Franklin, e tre ore dopo tutta l’isola di Lincoln era scomparsa sotto la linea dell’orizzonte. Il Bonadventure si comportava perfettamente. Beccheggiava moderatamente e filava spedito. Pencroff aveva alzato la controranda e procedeva con forze di vele seguendo una direzione rettilinea, regolandosi con la bussola. Di tanto in tanto Harbert gli dava il cambio al timone e la mano del giovinetto era così ferma, che il marinaio non aveva da rimproverargli una sola imbardata. Gedeon Spilett conversava con l’uno e con l’altro e, all’occorrenza, dava una mano alla manovra. Il capitano Pencroff era assolutamente soddisfatto del suo equipaggio e parlava nientemeno di gratificarlo «di un quarto di vino per bordata»! Alla sera, la luna crescente, che doveva essere al suo primo quarto il 16, si disegnò nel crepuscolo solare e scomparve subito. La notte fu buia, ma molto stellata e una bella giornata s’annunciava ancora per l’indomani. Pencroff, per prudenza, ammainò la controranda, non intendendo esporsi alle sorprese di qualche eccesso di vento con della tela in testa d’albero. Era forse eccessiva precauzione per una notte così calma, ma Pencroff era un marinaio prudente e non si sarebbe potuto biasimarlo. Il giornalista dormi una parte della notte. Pencroff e Harbert si diedero il cambio ogni due ore al timone. Il marinaio si fidava di Harbert come di se stesso e la sua fiducia era giustificata dal sangue freddo e dal senno del ragazzo. Pencroff gli dava la rotta come un comandante al suo timoniere e Harbert non lasciava deviare d’un filo il Bonadventure. La notte passò bene e la giornata del 12 ottobre trascorse nelle medesime condizioni. La rotta a sudovest fu strettamente mantenuta durante tutta quella giornata, e se il Bonadventure non avesse incontrato qualche corrente imprevista, avrebbe preso terra esattamente sull’isola di Tabor. Il mare che l’imbarcazione percorreva allora era assolutamente deserto. Talvolta qualche grande uccello, albatro o fregata, passava a tiro di fucile, e Gedeon Spilett si chiedeva se non era a uno di quei potenti volatori che egli aveva affidato la sua ultima cronaca diretta al «New York Herald». Quegli uccelli erano i soli esseri che sembravano frequentare la parte d’Oceano compresa fra l’isola di Tabor e l’isola di Lincoln. «Eppure,» fece osservare Harbert «siamo nell’epoca in cui le baleniere si dirigono ordinariamente verso la parte meridionale del Pacifico. Veramente, non credo che ci sia un mare più abbandonato di questo!» «Esso non è proprio così deserto come dite!» rispose Pencroff. «Che cosa intendete dire?» domandò il cronista. «Ma certo, poiché ci siamo noi! Forse voi prendete la nostra imbarcazione per un avanzo di naufragio e le nostre persone per marsuini?» E Pencroff rise del suo scherzo. La sera, dai calcoli fatti, si poteva pensare che il Bonadventure avesse percorso una distanza di più di centoventi miglia dal momento della sua partenza dall’isola di Lincoln, vale a dire da trentasei ore, al che corrispondeva una velocità di tre miglia e un terzo all’ora. Il vento era debole e tendeva a diminuire. Tuttavia, si poteva sperare che l’indomani, allo spuntar del giorno, se la stima era giusta e la direzione buona, i navigatori avrebbero avvistato l’isola di Tabor. Così, né Gedeon Spilett, né Harbert, né Pencroff dormirono durante la notte dal 12 al 13 ottobre. Nell’attesa del nuovo giorno essi non potevano sottrarsi a una viva emozione. C’erano tante incognite nell’impresa che avevano tentata! Erano vicini all’isola di Tabor? L’isola era ancora abitata dal naufrago che andavano a soccorrere? Che uomo era costui? La sua presenza non avrebbe portato qualche disordine nella piccola colonia, così unita sino allora? Avrebbe acconsentito, egli, d’altronde, a cambiare la sua prigione per un’altra? Tutte queste incertezze, che sarebbero state indubbiamente risolte l’indomani, li tenevano desti e, alle prime luci del giorno, essi fissarono successivamente gli sguardi su tutti i punti dell’orizzonte ad ovest. «Terra!» gridò Pencroff verso le sei della mattina. Poiché era inammissibile che Pencroff si fosse sbagliato, era evidente che la terra era là. Immaginarsi la gioia del piccolo equipaggio del Bonadventurel Fra poche ore sarebbe stato sul litorale dell’isola. L’isola di Tabor, sorta di costa bassa appena emergente dai flutti, non era lontana più di quindici miglia. La prora del Bonadventure, ch’era diretta un poco a sud dell’isola, venne messa sull’isola stessa, e a misura che il sole saliva a est, alcune cime si mostravano qua e là. «Non è che un isolotto, molto meno importante dell’isola di Lincoln,» fece osservare Harbert «e probabilmente dovuto, com’essa, a qualche sollevamento sottomarino.» Alle undici della mattina, il Bonadventure non era che a due miglia dall’isola di Tabor, e Pencroff, cercando un passaggio per toccar terra, procedeva con estrema prudenza in quelle acque sconosciute. Si abbracciava allora in tutto il suo insieme l’isolotto, sul quale si scorgevano boschetti di alberi gommiferi verdeggianti ed alcuni altri grandi alberi, della natura di quelli che crescevano sull’isola di Lincoln. Ma, cosa abbastanza stupefacente, non s’alzava un filo di fumo a indicare che l’isolotto era abitato, né appariva un segnale su di un punto qualsiasi della costa! Eppure il documento parlava chiaro: c’era un naufrago, e questo naufrago avrebbe dovuto essere in attesa! Intanto il Bonadventure s’avventurava fra i passi abbastanza capricciosi che gli scogli lasciavano fra loro e di cui Pencroff osservava le minime sinuosità con la massima attenzione. Aveva messo Harbert al timone e, stando a prua, esaminava le acque, pronto ad ammainare la vela di cui teneva in mano la drizza. Gedeon Spilett, armato di cannocchiale, percorreva tutto il lido senza scorgere nulla. Finalmente, a mezzogiorno circa, il Bonadventure andò a urtare con la ruota di prua su una spiaggia sabbiosa. L’ancora fu gettata, le vele ammainate e l’equipaggio della piccola imbarcazione scese a terra. E non c’era da dubitare che fosse l’isola di Tabor, poiché dalle carte più recenti non risultava esistere nessuna altra isola in quella parte del Pacifico, fra la Nuova Zelanda e la costa americana. L’imbarcazione fu solidamente ormeggiata, perché la marea calante non potesse trascinarla con sé; poi, Pencroff e i suoi due compagni, dopo essersi bene armati, risalirono il lido, allo scopo di raggiungere una specie di cono, alto da duecentocinquanta a trecento piedi, a un mezzo miglio di distanza. «Dalla sommità di quella collina,» disse Gedeon Spilett «potremo indubbiamente avere una conoscenza sommaria dell’isolotto, e questo faciliterà le nostre ricerche.» «Così, facciamo qui quello che il signor Cyrus ha fatto prima di tutto all’isola di Lincoln, salendo il monte Franklin» disse Harbert. «Precisamente,» rispose il giornalista «ed è il miglior modo di procedere!» Così ragionando, gli esploratori avanzavano seguendo il margine d’una prateria, che terminava proprio ai piedi del cono. Stormi di piccioni di montagna e di rondini di mare, simili a quelli dell’isola di Lincoln, fuggivano dinanzi a loro. Sotto il bosco, che fiancheggiava la prateria a sinistra, sentirono frusciare gli sterpi, intravidero un agitarsi d’erbe, che indicava la presenza d’animali in fuga, ma niente ancora indicava che l’isolotto fosse abitato. Giunti ai piedi del cono, Pencroff, Harbert e Gedeon Spilett vi salirono in pochi istanti e i loro sguardi percorsero i diversi punti dell’orizzonte. Erano proprio su di un isolotto, che non misurava più di sei miglia di perimetro e il cui sviluppo costiero, poco frastagliato da capi o da promontori, poco incavato da seni o da baie, presentava la forma di un ovale allungato. Tutt’intorno, il mare, assolutamente deserto, si stendeva fino ai limiti del cielo. Non una terra, non una vela in vista! Quell’isolotto, boscoso in tutta la sua superficie, non offriva la varietà d’aspetti dell’isola di Lincoln, arida e selvaggia in una parte, ma ricca e fertile nell’altra. Qui c’era una massa uniforme di verde, dominata da due o tre colline, poco elevate. In senso obliquo all’ovale dell’isolotto, un ruscello scorreva attraverso una larga prateria e andava a gettarsi sulla costa occidentale, per una stretta foce. «Il territorio è ristretto» disse Harbert. «Sì,» rispose Pencroff «e sarebbe stato un po’ piccolo per noi!» «E inoltre,» aggiunse il giornalista «sembra disabitato.» «Infatti,» rispose Harbert «nulla qui rivela la presenza dell’uomo.» «Scendiamo» disse Pencroff «e cerchiamo.» Il marinaio e i suoi due compagni tornarono alla spiaggia, nel punto in cui avevano lasciato il Bonadventure. Avevano deciso di fare a piedi il giro dell’isolotto prima di avventurarsi nell’interno, di modo che nessuna parte sfuggisse alle loro investigazioni. La spiaggia era facile a percorrere e solo in alcuni punti interrotta da grosse rocce, che si potevano facilmente aggirare. Gli esploratori discesero verso il sud, facendo fuggire numerose schiere d’uccelli acquatici e branchi di foche, che si gettavano in mare al solo scorgerli da lontano. «Non è la prima volta» fece osservare il giornalista «che quelle bestie vedono degli uomini. Esse li temono: dunque li conoscono.» Un’ora dopo l’inizio del giro, i tre erano arrivati alla punta sud dell’isolotto, terminato da un capo aguzzo, e risalirono verso nord seguendo la costa occidentale, ugualmente formata di sabbia e di rocce, che folti boschi orlavano in secondo piano. In nessuna parte v’era traccia di abitazione, in nessuna parte l’impronta d’un piede umano, per quanto l’intero perimetro dell’isolotto in quattro ore di marcia fosse stato interamente percorso. Era molto strano, e bisognava credere che l’isola di Tabor non era stata o non era più abitata. Forse, dopo tutto, il documento aveva già parecchi mesi o parecchi anni, ed era possibile, in questo caso, o che il naufrago fosse stato rimpatriato o che fosse morto di stenti. Pencroff, Gedeon Spilett e Harbert, sempre formulando ipotesi più o meno plausibili, desinarono in fretta a bordo del Bonadventure per riprendere subito la loro esplorazione e continuarla fino a notte. E questo appunto fu fatto alle cinque della sera, ora in cui essi s’avventurarono fra i boschi. Numerosi animali fuggirono al loro avvicinarsi, ed erano principalmente, si potrebbe dire anzi unicamente, capre e porci, che, si vedeva, appartenevano alle specie europee. Indubbiamente qualche baleniera li aveva sbarcati sull’isola, ove s’erano rapidamente moltiplicati. Harbert si propose di catturarne una o due coppie vive, allo scopo di portarle all’isola di Lincoln. Non si poteva, dunque, dubitare che, in un’epoca qualunque, gli uomini avessero visitato quell’isolotto. E questo parve ancora più evidente quando, attraverso la foresta, apparvero sentieri tracciati, tronchi d’albero abbattuti con la scure e dappertutto segni del lavoro umano; ma quegli alberi, che marcivano ormai, erano stati atterrati già da vari anni, le intaccature dell’accetta erano vellutate di muschio e le erbe crescevano, lunghe e folte, attraverso i sentieri, ch’era difficile rintracciare. «Ma,» fece osservare Gedeon Spilett «tutto questo prova che non solo degli uomini sono sbarcati su quest’isolotto, ma che l’hanno anche abitato per un certo tempo. Ora, chi erano questi uomini? Quanti erano? Quanti ne restano?» «Il documento,» disse Harbert «non parla che di un naufrago solo.» «Ebbene, s’egli è ancora nell’isola,» rispose Pencroff «è impossibile che non lo troviamo.» L’esplorazione, dunque, continuò. Il marinaio e i suoi compagni seguirono naturalmente la strada che tagliava diagonalmente l’isolotto e arrivarono così a costeggiare il ruscello che si dirigeva verso il mare. Se gli animali d’origine europea, se alcuni lavori dovuti a una mano umana dimostravano incontestabilmente che l’uomo era già venuto sull’isolotto, parecchi esemplari del regno vegetale lo provavano ancora meglio. In certi luoghi, in mezzo a radure, era evidente che la terra era stata coltivata a ortaggi e legumi, in tempo probabilmente abbastanza lontano. Così, quale fu la gioia di Harbert quando riconobbe le patate, le cicorie, la lattuga, le carote, i cavoli, le rape, di cui bastava raccogliere la semenza per arricchirne il suolo dell’isola di Lincoln! «Bene, bene!» diceva Pencroff. «Questo sarà l’ideale per Nab e per noi. Se, dunque, non ritroviamo il naufrago, almeno il nostro viaggio non sarà stato inutile e Dio ci avrà ricompensati!» «Indubbiamente» rispose Gedeon Spilett; «ma, a giudicare dallo stato in cui si trovano queste colture, si può temere che l’isolotto non sia più abitato da lungo tempo.» «Infatti,» rispose Harbert «un abitante, chiunque fosse, non trascurerebbe una coltivazione così importante!» «Sì!» disse Pencroff «questo naufrago è partito!… Bisogna supporlo…» «Bisogna, dunque, ammettere che il documento abbia una data già remota?» «Evidentemente.» «E che la bottiglia non sia arrivata all’isola di Lincoln se non dopo aver lungamente galleggiato sul mare?» «Perché no?» rispose Pencroff. «Ma la notte è vicina,» soggiunse «e io penso che sia meglio sospendere le nostre ricerche.» «Ritorniamo a bordo e domani ricominceremo» disse il giornalista. Era il consiglio più saggio e stava per essere seguito, quando Harbert, mostrando una massa confusa fra gli alberi, esclamò: «Un’abitazione!» Subito tutt’e tre si diressero verso il punto indicato. Al chiarore del crepuscolo, fu possibile vedere ch’essa era stata costruita con assi ricoperte d’una grossa tela catramata. La porta, semichiusa, fu spinta da Pencroff, che entrò con passo rapido… L’abitazione era vuota! CAPITOLO XIV PENCROFF, Harbert e Gedeon Spilett erano rimasti silenziosi in mezzo all’oscurità. Pencroff chiamò ad alta voce. Non ebbe nessuna risposta. Il marinaio batté allora l’acciarino e accese una frasca. Quella luce rischiarò per un istante una saletta, che parve assolutamente abbandonata. In fondo c’era un camino rudimentale, con delle ceneri fredde e una bracciata di legna secca. Pencroff vi gettò il ramoscello infiammato, la legna scoppiettò e diede una viva luce. Il marinaio e i suoi due compagni scorsero allora un letto disfatto, le cui coperte, umide e ingiallite, provavano che non serviva più da gran tempo. In un angolo del caminetto, due ramini coperti di ruggine e una marmitta rovesciata; un armadio, con qualche vestito da marinaio mezzo ammuffito; sulla tavola, una posata di stagno e una Bibbia, rosa dall’umidità; in un angolo, alcuni utensili: vanga, zappa, piccone, due fucili da caccia, di cui uno rotto; su di una scansia, un bariletto di polvere ancora intatto, un bariletto di piombo e parecchie scatole d’esca; il tutto coperto da uno spesso strato di polvere, accumulatosi probabilmente in lunghi anni. - «Non c’è nessuno» disse il giornalista. «Nessuno!» rispose Pencroff. «È molto tempo che questa stanza non è più abitata» fece osservare Harbert. «Sì, molto tempo!» approvò il giornalista. «Signor Spilett,» disse allora Pencroff «invece di ritornare a bordo, penso che sia meglio passare la notte in questa abitazione.» «Avete ragione, Pencroff,» rispose Gedeon Spilett «ma se il suo proprietario ritorna, be’, forse non si lagnerà di trovar preso il suo posto!» «Non ritornerà!» disse il marinaio, crollando il capo. «Credete che abbia lasciato l’isola?» chiese il cronista. «Se avesse abbandonato l’isola, avrebbe portato seco le armi e gli utensili» rispose Pencroff. «Voi sapete il valore che i naufraghi danno a tali oggetti, che sono gli ultimi avanzi del naufragio. No, no!» ripeté il marinaio con accento di convinzione «No, non ha lasciato l’isola! Se si fosse salvato su di una barca costruita da lui stesso, avrebbe ancor meno abbandonato questi oggetti di prima necessità! No, egli è nell’isola!» «Vivo?…» domandò Harbert. «Vivo o morto. Ma se è morto, non si sarà sotterrato da sé, suppongo,» rispose Pencroff «e ne ritroveremo almeno i resti!» Fu, dunque, deciso di passare la notte nell’abitazione abbandonata, che poteva essere sufficientemente riscaldata mediante una provvista di legna trovata in un canto. Chiusa la porta, Pencroff, Harbert e Gedeon Spilett, seduti su di una panca, rimasero là, parlando poco, ma riflettendo molto. Essi si trovavano in una disposizione di spirito atta a supporre come ad attendersi qualsiasi cosa, e ascoltavano attentamente i rumori esterni. La porta avrebbe potuto aprirsi improvvisamente, e un uomo presentarsi a loro, che non ne sarebbero stati sorpresi, malgrado quanto quella dimora rivelava di abbandono, e avevano le mani pronte a stringere quelle di quell’uomo, di quel naufrago, di quell’amico sconosciuto, che era aspettato da amici! Ma nessun rumore si fece udire, la porta non s’aperse e le ore trascorsero così. Come sembrò lunga quella notte al marinaio e ai suoi due compagni! Harbert solo aveva dormito un paio d’ore, giacché alla sua età il sonno è un bisogno assoluto. Tutti e tre avevano fretta di riprendere l’esplorazione del giorno prima e di frugare quell’isolotto fin nei suoi angoli più segreti! Le deduzioni di Pencroff erano assolutamente giuste, ed era quasi certo che, essendo la casa abbandonata con gli utensili e le armi, l’ospite era perito. Conveniva, dunque, cercarne i resti e dar loro almeno sepoltura cristiana. Sorse il giorno, Pencroff e i suoi compagni procedettero immediatamente all’esame dell’abitazione. Era stata costruita in una posizione veramente felice, dietro a una collinetta ombreggiata da cinque o sei magnifiche acacie gommifere. Attraverso gli alberi, davanti alla facciata, la scure aveva aperto una vasta radura, che permetteva agli sguardi di spaziare sul mare aperto. Un tappeto erboso, fiancheggiato da un recinto di legno che cadeva in rovina, conduceva alla spiaggia, sulla sinistra della quale s’apriva la foce del ruscello. Quell’abitazione era stata fatta con assi ed era facile indovinare che esse provenivano dallo scafo o dal ponte d’una nave. Era, dunque, probabile che un bastimento disalberato fosse stato gettato sulla costa dell’isola, che un solo uomo dell’equipaggio si fosse salvato e che con i rottami della nave, quell’uomo, avendo degli attrezzi a sua disposizione, avesse costruito quella dimora. Questo divenne anche più evidente quando Gedeon Spilett, dopo aver fatto il giro dell’abitazione, vide su di una tavola, forse una di quelle che formavano l’impavesata del bastimento naufragato, queste lettere già cancellate a metà: BR. TAN. A «Britannia!» esclamò Pencroff, chiamato dal giornalista «è un nome comune a molti velieri, e non potrei dire se questo era inglese o americano!» «Poco importa, Pencroff!» «Poco importa, infatti,» rispose il marinaio; «e il superstite del suo equipaggio, se vive ancora, noi lo salveremo, a qualunque Paese appartenga! Ma, prima di ricominciare la nostra esplorazione, ritorniamo al Bonadventure!» Una specie d’inquietudine s’era impadronita di Pencroff per la sorte della sua imbarcazione. Se l’isolotto era abitato e se qualche abitante se ne fosse impadronito… Ma finì per alzar le spalle a quest’inverosimile supposizione. Fatto sta, che al marinaio non spiaceva d’andare a far colazione a bordo. La strada, già tutta tracciata, del resto, non era lunga: un miglio appena. Fu ripreso, dunque, il cammino, pur frugando sempre con lo sguardo i boschi e i cedui, attraverso i quali capre e porci fuggivano a centinaia. Venti minuti dopo aver lasciato l’abitazione, Pencroff e i suoi compagni rivedevano la costa dell’isola e il Bonadventure, assicurato all’ancora, che mordeva profondamente la sabbia. Pencroff non poté trattenere un sospiro di soddisfazione. Dopo tutto, quell’imbarcazione era sua figlia, e la condizione dei padri è quella d’essere spesso inquieti oltre il ragionevole. I tre coloni risalirono a bordo, fecero colazione in modo da non aver bisogno di pranzare che molto tardi, poi, terminato il pasto, l’esplorazione venne ripresa e condotta con la cura più minuziosa. Insomma, era assai probabile che l’unico abitante dell’isolotto fosse morto. Perciò era piuttosto un morto che un vivo colui del quale Pencroff e i compagni cercavano le tracce! Ma le loro ricerche furono vane, e, per buona metà della giornata, perlustrarono inutilmente le macchie d’alberi che coprivano l’isolotto. Bisognò proprio ammettere allora che, se il naufrago era morto, non restava più ormai alcuna traccia del suo cadavere e che qualche belva, indubbiamente, l’aveva divorato fino all’ultimo osso. «Ripartiremo domani allo spuntar del giorno» disse Pencroff ai compagni, che verso le due dopo mezzogiorno si coricarono all’ombra d’un gruppo di pini, per riposarsi un poco. «Credo che possiamo senza scrupoli portar con noi gli utensili appartenuti al naufrago» soggiunse Harbert. «Lo credo anch’io» disse Gedeon Spilett. «Queste armi, questi arnesi, completeranno il materiale di GraniteHouse. Se non m’inganno, la riserva di polvere e di piombo è importante.» «Sì,» rispose Pencroff «ma non dimentichiamo di catturare una o due coppie di questi porci, di cui l’isola di Lincoln è priva…» «Né di raccogliere queste sementi,» aggiunse Harbert «che ci daranno tutte le verdure del vecchio e del nuovo continente.» «Allora, sarebbe forse opportuno rimanere un giorno di più sull’isola di Tabor,» disse il cronista «allo scopo di raccogliervi tutto quello che ci può essere utile.» «No, signor Spilett» rispose Pencroff; «io vi chiedo di partire proprio domani, allo spuntar del giorno. Mi pare che il vento abbia tendenza a girare ad ovest, e, dopo aver avuto buon vento per venire, avremo buon vento anche per ritornare.» «Allora non perdiamo tempo!» disse Harbert alzandosi. «Non perdiamo tempo» rispose Pencroff. «Tu Harbert, occupati di raccogliere le sementi, che conosci meglio di noi. Intanto, il signor Spilett e io andremo a dar la caccia ai porci, e benché ci manchi Top, spero bene che riusciremo a catturarne alcuni!» Harbert s’avviò, dunque, per il sentiero che doveva ricondurlo verso la parte coltivata dell’isolotto, mentre il marinaio e il giornalista rientravano direttamente nella foresta. Molti esemplari della razza porcina fuggirono dinanzi a essi; quegli animali, singolarmente agili, non sembravano disposti a lasciarsi avvicinare. Ciò nonostante, dopo una mezz’ora di inseguimenti, i cacciatori erano riusciti a impadronirsi d’una coppia, che s’era rintanata in un ceduo fitto, quando delle grida risuonarono a qualche centinaio di passi, a nord dell’isolotto. A quelle grida si mescolavano urla rauche orribili, che non avevano nulla di umano. Pencroff e Gedeon Spilett si rialzarono e i porci approfittarono di quel movimento per scappare, proprio mentre il marinaio si preparava a legarli. «È la voce di Harbert!» disse il giornalista. «Corriamo!» gridò Pencroff. Il marinaio e Gedeon Spilett si diressero con tutta la velocità delle loro gambe verso il luogo da cui provenivano quelle grida. Avevano fatto bene ad affrettarsi, giacché alla svolta del sentiero, presso una radura, scorsero il giovinetto atterrato da un essere selvaggio, una gigantesca scimmia indubbiamente, che stava per ridurlo a mal partito. Gettarsi sul mostro, atterrarlo a sua volta, strappargli Harbert, e poi afferrarlo solidamente, fu l’affare di un istante per Pencroff e Gedeon Spilett. Il marinaio era di una forza erculea, il giornalista robustissimo pure; malgrado la resistenza del mostro, essi lo legarono ben stretto, in modo che non potesse più fare un movimento. «Ti sentì male, Harbert?» domandò Gedeon Spilett. «No, no!» «Ah, se quella scimmia t’avesse ferito!…» esclamò Pencroff. «Ma non è una scimmia!» rispose Harbert. A queste parole, Pencroff e Gedeon Spilett guardarono allora l’essere singolare, che giaceva a terra. In verità, non era una scimmia! Era una creatura umana, era un uomo! Ma quale uomo! Un selvaggio, in tutta l’orribile accezione della parola, e tanto più spaventevole, in quanto sembrava esser caduto all’ultimo grado dell’abbrutimento! Capigliatura ispida, barba incolta che scendeva fino al petto, corpo quasi nudo, salvo un brandello di stoffa sulle reni, occhi feroci, mani enormi, unghie smisuratamente lunghe, colorito scuro come il mogano, piedi induriti come il corno: tale era la miserabile creatura che pure bisognava chiamare uomo! Ma si aveva veramente il diritto di chiedersi se in quel corpo c’era ancora un’anima, o se soltanto il volgare istinto del bruto era sopravvissuto in lui! «Siete ben sicuro che sia un uomo o che lo sia stato?» domandò Pencroff al giornalista. «Ahimè, non c’è dubbio!» rispose questi. «Sarebbe, dunque, il naufrago?» disse Harbert. «Sì,» rispose Spilett «ma il disgraziato non ha più nulla di umano! Il giornalista diceva il vero. Era evidente che, se il naufrago era stato un» essere civile, l’isolamento ne aveva fatto un selvaggio, e peggio, forse, un vero uomo dei boschi. Suoni rauchi gli uscivano dalla gola, fra denti che avevano l’acutezza di quelli dei carnivori, fatti per masticare ormai soltanto carne cruda. La memoria doveva indubbiamente averlo abbandonato da gran tempo e pure da tempo egli non sapeva più servirsi dei suoi utensili, delle sue armi; non sapeva più accendere il fuoco! Si vedeva ch’era ancora svelto e agile, ma che tutte le qualità fisiche s’erano sviluppate in lui a detrimento delle qualità morali! Gedeon Spilett gli parlò. Non parve comprendere e nemmeno udire… Eppure, guardandolo bene negli occhi, il cronista credette di vedere che la ragione non era interamente spenta in lui. Frattanto, il prigioniero non si dibatteva e non tentava di spezzare i suoi lacci. Era annientato dalla presenza di quegli uomini di cui era stato il simile? Ritrovava egli in un angolo del suo cervello qualche fuggitivo ricordo che lo riconduceva all’umanità? Lasciato libero, avrebbe tentato di fuggire o sarebbe rimasto? Non si sa, ma nemmeno ne fu fatta la prova e, dopo aver considerato il meschino con estrema attenzione: «Chiunque sia,» disse Gedeon Spilett «chiunque sia stato o possa divenire, il nostro dovere è di condurlo con noi all’isola di Lincoln!» «Sì, si!» rispose Harbert «e forse si potrà, con molte cure, risvegliare in lui qualche barlume d’intelligenza!» «L’anima non muore,» soggiunse il giornalista; «e sarebbe una grande soddisfazione strappare questa creatura di Dio all’abbrutimento!» Pencroff scuoteva la testa in aria di dubbio. «Bisogna tentare, a ogni modo,» riprese il giornalista «l’umanità ce lo impone.» Era infatti il loro dovere di essere civili e cristiani. Tutt’e tre lo compresero e sapevano bene che Cyrus Smith li avrebbe approvati per avere agito così. «Lo lasceremo legato?» domandò il marinaio. «Forse camminerebbe se gli sciogliessimo i piedi?» disse Harbert. «Proviamo» rispose Pencroff. Le corde che impacciavano i piedi del prigioniero furono sciolte, ma le sue braccia rimasero strettamente legate. Egli si alzò da sé e non parve manifestare alcun desiderio di fuggire. I suoi occhi aridi dardeggiavano sui tre uomini che camminavano vicino a lui, e nulla denotava ch’egli si ricordasse d’essere un loro simile o almeno d’esserlo stato. Un sibilo continuo gli sfuggiva dalle labbra, e il suo aspetto era feroce; ma non cercò di resistere. Per consiglio del giornalista, lo sventurato venne ricondotto al suo rifugio. Forse la vista degli oggetti che gli appartenevano avrebbe fatto qualche impressione su di lui! Forse bastava una scintilla per ravvivare il suo pensiero oscurato, per riaccendere la sua anima spenta! L’abitazione non era lontana. In pochi minuti vi giunsero; ma anche là il prigioniero non riconobbe nulla: sembrava aver perduto coscienza di tutto! Che pensare del grado d’abbrutimento in cui lo sciagurato era caduto, se non che la sua prigionia sull’isolotto datava già da gran tempo e che, dopo esservi arrivato ragionevole, l’isolamento l’aveva ridotto in quello stato? Il giornalista ebbe allora l’idea che la vista del fuoco forse avrebbe agito su di lui, e in un istante una di quelle belle fiammate, che attirano anche gli animali, illuminò il focolare. La vista della fiamma sembrò dapprima fissare l’attenzione dell’infelice; ma subito dopo egli indietreggiò e il suo sguardo incosciente si spense. Evidentemente, non c’era nient’altro da fare, almeno per il momento, che condurlo a bordo del Bonadventure, come fu fatto; e là egli rimase sotto la guardia di Pencroff. Harbert e Gedeon Spilett ritornarono sull’isolotto per terminarvi le loro ricerche, e alcune ore dopo erano di ritorno alla spiaggia, recando gli utensili e le armi, una raccolta di sementi di ortaggi, alcuni capi di selvaggina e due coppie di porci. Il tutto fu imbarcato e il Bonadventure si tenne pronto a levar l’ancora, appena la marea dell’indomani mattina si fosse fatta sentire. Il prigioniero era stato messo nella cabina di prua, dove rimase calmo, silenzioso, sordo e muto a un tempo. Pencroff gli offrì da mangiare, ma egli respinse la carne cotta che gli fu presentata e che, senza dubbio, non gli si addiceva più. Infatti, avendogli il marinaio mostrato una delle anatre uccise da Harbert, egli vi si gettò sopra con un’avidità bestiale, e la divorò. «Credete che tornerà in sé?» disse Pencroff scuotendo il capo. «Forse» rispose il giornalista. «Non è impossibile che le nostre cure finiscano per agire su di lui, poiché l’isolamento l’ha reso così, ma ormai non sarà più solo.» «È molto tempo, senza dubbio, che il poveretto si trova in questo stato!» disse Harbert. «Forse» rispose Gedeon Spilett. «Che età può avere?» domandò il ragazzo. «È difficile dirlo» rispose il giornalista; «giacché è impossibile vedere i suoi lineamenti sotto la folta barba che gli copre la faccia; ma non è più giovane e suppongo che debba avere almeno cinquant’anni.» «Avete notato, signor Spilett, come i suoi occhi sono profondamente infossati sotto l’arco delle sopracciglia?» domandò il ragazzo. «Sì, Harbert; ma aggiungo ch’essi sono più umani di quanto si potrebbe credere dall’aspetto della persona.» «Insomma, vedremo» rispose Pencroff. «Sono proprio curioso di conoscere il giudizio del signor Smith sul nostro selvaggio. Andavamo a cercare una creatura umana e riconduciamo un mostro! Insomma, si fa quel che si può!» La notte passò e non si sa se il prigioniero dormi oppure no, ma, a ogni modo, benché fosse stato slegato, non si mosse. Era come quelle belve che nei primi momenti della loro cattura rimangono accasciate, salvo a essere riprese più tardi da impeti di rabbia. Allo spuntare del giorno seguente, il 15 ottobre, il cambiamento di tempo previsto da Pencroff s’era prodotto. Il vento aveva piegato a nordovest e favoriva il ritorno del Bonadventure; ma nello stesso tempo rinforzava e quindi avrebbe reso la navigazione più difficile. Alle cinque del mattino fu levata l’ancora. Pencroff prese una mano di terzarolo alla randa e fece rotta per estnordest, con la prora sull’isola di Lincoln. Il primo giorno di traversata non si verificò alcun incidente. Il prigioniero era rimasto calmo nella cabina di prua, e siccome era stato marinaio, pareva che le agitazioni del mare producessero su di lui una specie di salutare reazione. Gli ritornava, dunque, qualche ricordo del suo antico mestiere? A ogni modo, si manteneva molto tranquillo, meravigliato, più che abbattuto. L’indomani, 16 ottobre, il vento crebbe molto, girando ancor più a nord, e di conseguenza in una direzione meno favorevole alla rotta del Bonadventure, che sobbalzava sulle onde. Pencroff fu presto costretto a navigare di bolina, e senza dir nulla cominciò a sentirsi inquieto sullo stato del mare, e dei suoi colpi sulla prua dell’imbarcazione. Certo, se il vento non cambiava, sarebbe occorso più tempo per raggiungere l’isola di Lincoln di quanto se n’era impiegato per arrivare fino all’isola di Tabor. Infatti, la mattina del 17, dopo quarantott’ore che il Bonadventure era partito, nulla indicava che fosse giunto nelle vicinanze dell’isola. Era impossibile, d’altronde, servirsi della stima per calcolare la rotta percorsa, perché la direzione e la velocità erano state troppo irregolari. Ventiquattr’ore dopo, non v’era ancora nessuna terra in vista. Il vento era allora del tutto contrario e il mare orribile. Bisognò manovrare rapidamente le vele perché i colpi di mare venivano a bordo, prendere mani di terzarolo e spesso cambiare le mure, facendo delle piccole bordate. Accadde persino che, nella giornata del 18, il Bonadventure fu interamente coperto da un’ondata, e se i passeggeri non avessero prima preso la precauzione di assicurarsi in coperta, ne sarebbero stati strappati via. In quell’occasione Pencroff e i suoi compagni, occupatissimi a trarsi d’imbarazzo, ricevettero un aiuto insperato dal prigioniero, che si slanciò su dal boccaporto, come se il suo istinto di marinaio avesse preso il sopravvento, e ruppe l’impavesata con un vigoroso colpo di asta per far scaricare più presto l’acqua, che inondava il ponte; poi, alleggiata l’imbarcazione, ridiscese nella sua cabina senza aver pronunciato una parola. Pencroff, Gedeon Spilett e Harbert, stupefatti, l’avevano lasciato agire liberamente. Nondimeno la situazione era cattiva, e il marinaio aveva motivo di credersi smarrito su quell’immenso mare, senza alcuna possibilità di ritrovare la rotta. La notte dal 18 al 19 fu oscura e fredda. Tuttavia, verso le undici il vento calò, il mare diminuì di violenza e il Bonadventure, meno scosso, acquistò una maggior velocità. Del resto, esso aveva meravigliosamente tenuto il mare. Né Pencroff, né Gedeon Spilett, né Harbert pensarono a prendersi un’ora di sonno. Vegliarono attentamente, poiché o l’isola di Lincoln non era lontana, e in tal caso al sorgere del giorno se ne sarebbe avuto conoscenza, o il Bonadventure, trascinato dalle correnti, aveva derivato, e allora sarebbe stato quasi impossibile rettificarne la rotta. Pencroff, inquietissimo, non disperava tuttavia, perché aveva un animo fortemente temprato, e, seduto al timone, cercava ostinatamente di penetrare l’ombra densa che l’avviluppava. Verso le due del mattino egli s’alzò improvvisamente: «Un fuoco! Un fuoco!» gridò. E, infatti, un vivo chiarore appariva a venti miglia a nordest. L’isola di Lincoln era là, e quel fuoco, evidentemente acceso da Cyrus Smith, mostrava la rotta da seguire. Pencroff, che dirigeva l’imbarcazione troppo a nord, modificò la direzione e mise la prora su quel fuoco che brillava all’orizzonte, come una stella di prima grandezza. CAPITOLO XV L’INDOMANI, 20 ottobre, alle sette del mattino, dopo quattro giorni di viaggio, il Bonadventure andava ad arenarsi dolcemente sulla spiaggia, alla foce del Mercy. Cyrus Smith e Nab, inquietissimi per quel cattivo tempo e per la prolungata assenza dei loro compagni, erano dall’alba sull’altipiano di Bellavista e avevano finalmente scorto l’imbarcazione, che aveva tanto tardato a tornare! «Dio sia lodato! Eccoli!» aveva esclamato Cyrus Smith. Quanto a Nab, per la gioia, s’era messo a ballare e a girare su se stesso, battendo le mani e gridando: «Oh, padrone!» pantomima più commovente di ogni più bel discorso! La prima idea dell’ingegnere, contando le persone che poteva scorgere sul ponte del Bonadventure, era stata che Pencroff non avesse trovato il naufrago dell’isola di Tabor o che, per lo meno, quello sventurato si fosse rifiutato di lasciare la sua isola e di cambiare la sua prigione con un’altra. Infatti, Pencroff, Gedeon Spilett e Harbert erano soli sul ponte del Bonadventure. Nel momento in cui l’imbarcazione accostò, l’ingegnere e Nab l’aspettavano sulla spiaggia e prima ancora che i passeggeri fossero saltati sulla sabbia, Cyrus Smith diceva loro: «Siamo stati molto inquieti per il vostro ritardo, amici miei! Vi è forse accaduta qualche disgrazia?» «No,» rispose Gedeon Spilett; «tutto è andato a meraviglia, invece. Vi racconteremo poi.» «Nondimeno,» riprese l’ingegnere «la vostra ricerca non ha avuto buon esito, poiché non siete che tre come alla partenza!» «Scusate, signor Cyrus,» rispose il marinaio «siamo in quattro!» «Avete trovato il naufrago?» «Sì.» «E l’avete condotto con voi?» «Sì.» «Vivo?» «Sì.» «Dov’è? Com’è?» «È,» rispose il giornalista «o piuttosto era un uomo! Ecco, Cyrus, tutto quello che possiamo dirvi!» L’ingegnere venne subito messo al corrente di quanto era accaduto durante il viaggio. Gli fu raccontato in quali condizioni si erano svolte le ricerche, come la sola abitazione dell’isolotto fosse da gran tempo abbandonata, come alla fine era stato catturato un naufrago, che pareva non più appartenere alla specie umana. «E per questo» aggiunse Pencroff «non so se abbiamo fatto bene a condurlo qui.» «Ma certo, avete fatto benissimo, Pencroff!» rispose vivamente l’ingegnere. «Ma questo disgraziato non ha più la ragione!» «Adesso, è possibile,» rispose Cyrus Smith «ma appena pochi mesi fa questo disgraziato era un uomo come voi e come me. E chi sa che cosa diverrebbe l’ultimo di noi che rimanesse vivo, dopo una lunga solitudine su quest’isola? Guai a chi è solo, amici; bisogna credere che l’isolamento può in breve distruggere la ragione, poiché avete ritrovato questo povero essere in così miserevole stato!» «Ma, signor Cyrus,» chiese Harbert «chi v’induce a credere che l’abbrutimento di questo sventurato risalga a pochi mesi soltanto?» «Perché il documento che abbiamo trovato era stato scritto recentemente,» rispose l’ingegnere «e solo il naufrago ha potuto scriverlo.» «A meno che» fece osservare Gedeon Spilett «non sia stato redatto da un compagno di quest’uomo, morto dopo.» «È impossibile, mio caro Spilett.» «Perché?» chiese il giornalista. «Perché il documento avrebbe parlato di due naufraghi,» rispose Cyrus Smith «e invece non parla che di uno solo.» Harbert narrò in poche parole gli avvenimenti della traversata e insisté sul curioso fatto di una specie di risurrezione passeggera operatasi nello spirito del prigioniero, quand’era ridivenuto marinaio nel più vivo della tempesta. «Harbert,» disse l’ingegnere «hai ragione di attribuire una grande importanza a questo fatto. L’infelice non dev’essere incurabile: la sola disperazione ne ha fatto quello che è. Ma qui egli ritroverà i suoi simili e poiché c’è ancora un’anima in lui, quest’anima noi la salveremo!» Il naufrago dell’isola di Tabor, fra la grande pietà dell’ingegnere e il grande stupore di Nab, fu allora tratto fuori dalla cabina, che occupava a prua del Bonadventure e una volta messo a terra, manifestò a tutta prima la volontà di fuggire. Ma Cyrus Smith, avvicinatosi, gli mise la mano sulla spalla con un gesto pieno d’autorità e lo guardò con infinita dolcezza. Il disgraziato, subendo come una specie di fascino istantaneo, si calmò a poco a poco, abbassò gli occhi, chinò la fronte e non oppose più alcuna resistenza. «Povero abbandonato!» mormorò l’ingegnere. Cyrus Smith l’aveva osservato attentamente. A giudicare dall’apparenza, quell’essere miserabile non aveva più niente di umano, e nondimeno Cyrus Smith, come già il giornalista, aveva sorpreso nel suo sguardo quasi un inafferrabile barlume d’intelligenza. Fu deciso che l’abbandonato, o piuttosto lo sconosciuto, giacché con questo nome i suoi nuovi compagni cominciarono a designarlo, avrebbe dimorato in una delle stanze di GraniteHouse, da cui, del resto, non poteva scappare. Egli vi si lasciò condurre senza difficoltà. Con un buon trattamento si poteva forse sperare di farne un giorno un compagno di più per i coloni dell’isola di Lincoln. Cyrus Smith, durante la colazione, che Nab aveva anticipata perché il giornalista, Harbert e Pencroff morivano di fame, si fece raccontare particolareggiatamente tutti gli avvenimenti che avevano accompagnato il viaggio di esplorazione all’isolotto. Fu d’accordo con i suoi amici sul fatto che lo sconosciuto doveva essere inglese o americano, perché il nome Britannici lo faceva pensare; e d’altronde, attraverso la barba incolta e sotto l’arruffìo della capigliatura, l’ingegnere aveva creduto di riconoscere i tratti caratteristici dell’anglosassone. «Ma, insomma,» disse Gedeon Spilett rivolgendosi ad Harbert «tu non ci hai detto come hai incontrato il selvaggio e noi non sappiamo nulla, se non ch’egli ti avrebbe strangolato, se non fossimo fortunatamente arrivati in tempo per soccorrerti!» «In fede mia,» rispose Harbert «sarei molto imbarazzato a raccontare quel ch’è accaduto. Stavo facendo la mia raccolta di piante, quando ho sentito come il rumore di una valanga, che cadeva da un albero altissimo. Ebbi appena il tempo di voltarmi. Questo disgraziato, ch’era senza dubbio rannicchiato su di un albero, si precipitò su di me in men che non si dica, e senza il signor Spilett e Pencroff…» «Figlio mio!» disse Cyrus Smith «tu hai corso un vero e serio pericolo, ma senza di esso, forse, questo povero essere si sarebbe sempre sottratto alle vostre ricerche e noi non avremmo un altro compagno.» «Voi, dunque, sperate, Cyrus, di riuscire a rifarne un uomo?» domandò il giornalista. «Sì» rispose l’ingegnere. A colazione ultimata, Cyrus Smith e i compagni lasciarono GraniteHouse e tornarono alla spiaggia. Scaricarono il Bonadventure e l’ingegnere esaminò armi e attrezzi, ma non fu in grado di identificare lo sconosciuto. La cattura dei porci fatta all’isolotto fu considerata come estremamente utile all’isola di Lincoln. Gli animali vennero condotti alle stalle, ove si sarebbero acclimatati facilmente. I due barili, contenenti polvere e piombo, come pure i pacchetti d’esca, furono accolti con gioia. Fu convenuto, anzi, di creare una piccola polveriera o fuori di GraniteHouse, oppure nella caverna superiore, ove non c’era alcuna esplosione da temere. Tuttavia, l’uso della pirossilina fu continuato, poiché dava eccellenti risultati e non c’era, quindi, alcuna ragione di sostituirla con la polvere ordinaria. Quando si finì di scaricare l’imbarcazione: «Signor Cyrus,» disse Pencroff «penso che sarebbe prudente mettere il nostro Bonadventure in luogo sicuro.» «La foce del Mercy non è, dunque, un luogo conveniente?» domandò Cyrus Smith. «No, signor Cyrus» rispose il marinaio. «La barca, qui, rimane per lo più in secco sulla sabbia e questo l’affatica. Perché si tratta di una buona imbarcazione, vedete; che si è mirabilmente comportata durante la burrasca che ci ha violentemente assaliti al ritorno.» «Non si potrebbe ormeggiarla nel fiume?» «Indubbiamente, signor Cyrus; si potrebbe, ma questa foce non offre alcun riparo e credo che il Bonadventure avrebbe da soffrire molto i colpi di mare, con il vento di levante.» «Ebbene, dove vorreste metterlo, Pencroff?» «A Porto Pallone» rispose il marinaio. «Quella piccola cala, riparata dalle rocce, mi pare appunto il luogo più indicato.» «Non è un po’ lontano?» «Bah! Non si trova a più di tre miglia da GraniteHouse, e abbiamo una bella strada tutta diritta per andarci!» «Fate pure, Pencroff, e conducete là il vostro Bonadventure» rispose l’ingegnere. «Tuttavia, preferirei che esso fosse sotto la nostra più immediata sorveglianza. Quando avremo tempo, bisognerà che gli prepariamo un piccolo porto.» «Eccellente idea» esclamò Pencroff. «Un porto con un faro, un molo e un bacino di carenaggio! Ah, signor Cyrus, con voi tutto diventa davvero fin troppo facile!» «Sì, mio bravo Pencroff» rispose l’ingegnere; «ma a condizione, però, che mi aiutiate, giacché entrate per tre quarti nelle nostre imprese!» Harbert e il marinaio si imbarcarono di nuovo sul Bonadventure; fu levata l’ancora, alzata la vela, e il vento del largo lo condusse rapidamente al capo Artiglio. Due ore dopo, esso riposava nelle acque tranquille di Porto Pallone. Durante i primi giorni che lo sconosciuto passò a GraniteHouse, aveva già lasciato sperare che la sua selvaggia natura si sarebbe modificata? Una luce più intensa brillava forse in fondo a quell’intelletto offuscato? L’anima, insomma, ritornava al corpo? Sì, certamente, e a tal punto, che Cyrus Smith e il cronista si domandarono se la ragione dell’infelice non fosse stata mai interamente spenta. Dapprima, abituato all’aria aperta, alla libertà illimitata di cui godeva all’isola di Tabor, lo sconosciuto aveva manifestato dei sordi furori, e i coloni temettero che si precipitasse sul greto da una finestra di GraniteHouse. Ma a poco a poco si calmò e fu possibile lasciargli libertà di movimento. C’era, dunque, da sperare, e molto. Già, dimenticando i suoi istinti di carnivoro, lo sconosciuto accettava un cibo meno bestiale di quello di cui si era pasciuto all’isolotto, e la carne cotta non produceva più su di lui il senso di repulsione manifestato a bordo del Bonadventure. Cyrus Smith aveva approfittato di un momento di sonno per tagliargli quella capigliatura e quella barba incolte, che formavano una specie di criniera e gli conferivano un aspetto tanto selvaggio. Lo aveva pure vestito più decentemente, dopo averlo sbarazzato del brandello di stoffa che lo copriva. Dopo queste cure, lo sconosciuto riprese un’apparenza umana, e parve persino che i suoi occhi fossero divenuti più dolci. Certamente, un tempo, quando l’intelligenza lo illuminava, il volto di quell’uomo doveva avere una sua bellezza. Ogni giorno, Cyrus Smith s’impose il compito di passare alcune ore in sua compagnia. Si metteva a lavorare vicino a lui e s’occupava di diverse cose, per attirare la sua attenzione. Poteva, infatti, bastare un lampo per far rivivere quell’anima, un ricordo che attraversasse quel cervello, per richiamarvi la ragione. S’era visto, del resto, durante la tempesta, a bordo del Bonadventure! L’ingegnere non trascurava, inoltre, di parlare ad alta voce, in modo da penetrare contemporaneamente, per mezzo degli organi dell’udito e della vista, sino in fondo a quell’intelligenza intorpidita. Ora l’uno, ora l’altro dei suoi compagni, qualche volta tutti, s’univano a lui. Conversavano principalmente di cose riguardanti la marina, che più dovevano interessare un marinaio. A momenti, lo sconosciuto prestava come una vaga attenzione a quel che i coloni dicevano, tanto che questi giunsero in breve a persuadersi ch’egli li comprendeva in parte. Alle volte l’espressione del suo viso era profondamente dolorosa, prova che soffriva internamente, giacché la sua fisionomia non poteva ingannare a quel punto; ma non parlava, benché a diverse riprese si fosse potuto credere che qualche parola stesse per sfuggire dalle sue labbra. Comunque, il povero essere era calmo e triste! Ma la sua calma era forse solo apparente? La sua tristezza non era forse altro che la conseguenza della reclusione forzata? Non si poteva ancora affermare nulla. Non vedendo che certi oggetti e in un campo limitato, continuamente a contatto dei coloni, ai quali doveva finire con l’abituarsi, non avendo alcun desiderio da soddisfare, nutrito meglio, meglio vestito, era naturale che la sua natura fisica si modificasse a poco a poco; ma era egli penetrato d’una vita nuova, oppure, per adoperare una parola che poteva giustamente applicarsi a lui, non s’era che addomesticato come un animale nei confronti del suo padrone? Questo era un problema importante, che Cyrus Smith aveva fretta di risolvere; ma, nello stesso tempo, non voleva irritare il suo malato! Per lui, infatti, lo sconosciuto non era che un malato. Sarebbe mai diventato un convalescente? L’ingegnere l’osservava continuamente. Come spiava la sua anima, se così si può dire! Com’era pronto ad afferrarla! I coloni seguivano, con sincera emozione, tutte le fasi della cura intrapresa da Cyrus Smith. Lo aiutavano anche in quell’opera di umanità, e tutti, salvo, forse, l’incredulo Pencroff, giunsero presto a condividere la sua speranza e la sua fede. La calma dello sconosciuto era profonda, come s’è detto, ed egli mostrava per l’ingegnere, di cui subiva visibilmente l’influenza, una specie di affezione. Cyrus Smith risolse, dunque, di metterlo alla prova, trasportandolo in un altro ambiente, dinanzi a quell’oceano che i suoi occhi avevano una volta l’abitudine di contemplare, al limitare di boschi, che dovevano ricordargli quelli dove aveva passato tanti anni della sua vita! «Ma,» disse Gedeon Spilett «possiamo sperare che, una volta in libertà, non ci scappi?» «È un esperimento da fare» rispose l’ingegnere. «Bene!» disse Pencroff «quando questo bel tipo avrà lo spazio innanzi a sé e sentirà l’aria aperta, filerà con tutta la forza delle sue gambe!» «Non credo» rispose Cyrus Smith. «Proviamo» disse Gedeon Spilett. «Proviamo» ripeté l’ingegnere. Era il 30 ottobre, e per conseguenza, da nove giorni il naufrago dell’isola di Tabor era prigioniero a GraniteHouse. Faceva caldo e un bel sole dardeggiava i suoi raggi sull’isola. Cyrus Smith e Pencroff andarono nella stanza occupata dallo sconosciuto, che trovarono coricato presso la finestra a guardare il cielo. «Venite, amico» gli disse l’ingegnere. Lo sconosciuto si alzò subito. Il suo occhio si fissò su Cyrus Smith e lo seguì, mentre il marinaio camminava dietro di lui, poco fiducioso nei risultati dell’esperimento. Arrivati alla porta, Cyrus Smith e Pencroff gli fecero prendere posto nell’ascensore, mentre Nab, Harbert e Gedeon Spilett li aspettavano ai piedi di GraniteHouse. L’ascensore discese e in pochi istanti tutti si trovarono riuniti sull’arenile. I coloni si allontanarono un po’ dallo sconosciuto, in modo da lasciargli qualche libertà. Questi fece alcuni passi, avanzando verso il mare, e il suo sguardo brillò di un’estrema animazione; ma non cercò in nessun modo di fuggire. Guardava le piccole onde, che venivano a morire sulla sabbia. «Non è altro che il mare» fece notare Gedeon Spilett «ed è possibile che non gli ispiri il desiderio di fuggire.» «Sì,» rispose Cyrus Smith «bisogna condurlo sull’altipiano, sul limitare della foresta. L’esperienza, là, sarà più concludente.» «D’altronde, non potrà scappare» osservò Nab «perché i ponti sono alzati.» «Oh!» fece Pencroff «è proprio uomo da trovarsi imbarazzato dinanzi a un ruscello come il Creek Glicerina! Farebbe presto a varcarlo, anche d’un balzo!» «Vedremo!» si accontentò di rispondere Cyrus Smith, i cui occhi non si staccavano da quelli del suo malato. Questi fu allora condotto verso la foce del Mercy e tutti, risalendo la riva sinistra del fiume, raggiunsero l’altipiano di Bellavista. Arrivati al punto ove crescevano i primi begli alberi della foresta, dal fogliame lievemente agitato dal vento, lo sconosciuto parve aspirare con ebbrezza l’odore penetrante che impregnava l’atmosfera, e un lungo sospiro gli sfuggì dal petto! I coloni si tenevano indietro, pronti a trattenerlo, se avesse fatto un movimento per fuggire! E, infatti, il povero essere fu sul punto di slanciarsi nel ruscello che lo separava dalla foresta, e per un attimo le sue gambe si distesero come una molla… Ma quasi subito si ripiegò su se stesso, s’accasciò, e una grossa lacrima cadde dai suoi occhi! «Ah!» esclamò Cyrus Smith «eccoti, dunque, ridivenuto uomo, poiché piangi!» CAPITOLO XVI Sì, L’INFELICE aveva pianto! Qualche ricordo, indubbiamente, aveva attraversato la sua memoria, e secondo l’espressione di Cyrus, egli s’era rifatto uomo attraverso le lacrime. I coloni lo lasciarono per qualche tempo sull’altipiano e si allontanarono anche un poco, perché egli potesse sentirsi libero, ma egli non pensò minimamente di approfittare di quella libertà, e Cyrus Smith si decise poco dopo a ricondurlo a GraniteHouse. Due giorni dopo questa scena, lo sconosciuto sembrò volersi mescolare a poco a poco alla vita comune. Era evidente che udiva e comprendeva, ma era altresì non meno evidente che si ostinava stranamente a non parlare ai coloni, giacché una sera Pencroff, origliando alla porta della sua camera, sentì queste parole sfuggire dalle sue labbra: «No! Qui! Io! Mai!» Il marinaio riferì queste parole ai compagni. «C’è in lui qualche doloroso mistero!» disse Cyrus Smith. Lo sconosciuto aveva cominciato a servirsi degli attrezzi agricoli e lavorava all’orto. Quando interrompeva il suo lavoro, e accadeva spesso, rimaneva come concentrato in se stesso; ma, grazie alle raccomandazioni dell’ingegnere, tutti rispettavano l’isolamento in cui sembrava voler persistere. Se uno dei coloni gli si avvicinava, egli arretrava, e qualche singhiozzo sollevava il suo petto, come se ne fosse stato troppo pieno! Era, dunque, il rimorso che lo abbatteva così? Si poteva pensarlo, e Gedeon Spilett non poté trattenersi, un giorno, dal fare quest’osservazione: «Se non parla, è perché avrebbe, credo, cose troppo gravi da dire! Bisognava aver pazienza e aspettare.» Alcuni giorni dopo, il 3 novembre, lo sconosciuto, lavorando sull’altipiano, s’era fermato, dopo aver lasciato cadere la vanga; e Cyrus Smith, che l’osservava a poca distanza, vide ancora una volta delle lacrime sgorgare dai suoi occhi. Una specie di pietà irresistibile lo spinse verso di lui; gli toccò leggermente il braccio. «Amico!» gli disse. Lo sguardo dello sconosciuto cercò di evitarlo, e avendo Cyrus Smith cercato di prendergli la mano, l’altro indietreggiò vivamente. «Amico mio,» disse Cyrus Smith con voce più ferma «guardatemi, lo voglio!» Lo sconosciuto guardò l’ingegnere e parve cedere al suo fascino, come un ipnotizzato sotto l’influenza dell’ipnotizzatore. Sembrò voler fuggire. Ma poi si operò nella sua fisionomia come una trasformazione. Il suo sguardo ebbe dei lampi. Delle parole cercarono di sfuggire dalle sue labbra. Non poteva più contenersi!… Finalmente, incrociò le braccia; poi, con voce sorda: «Chi siete?» domandò a Cyrus Smith. «Naufraghi come voi» rispose l’ingegnere, molto commosso. «Vi abbiamo condotto qui fra i vostri simili.» «I miei simili!… Io non ne ho!» «Siete in mezzo ad amici…» «Amici!… miei… degli amici!» esclamò lo sconosciuto, nascondendo la testa fra le mani. «No!… Mai!… Lasciatemi, lasciatemi!» Poi fuggì dalla parte dell’altipiano che dominava il mare, e vi rimase lungamente immobile. Cyrus Smith aveva, intanto, raggiunto i suoi compagni e narrava loro l’accaduto. «Sì, c’è un mistero nella vita di quell’uomo» disse Gedeon Spilett; «sembra che non sia rientrato nell’umanità che per la via del rimorso.» «Non so proprio che tipo d’uomo abbiamo portato qui» disse il marinaio. «Ha dei segreti…» «Che noi rispetteremo» rispose vivacemente Cyrus Smith. «Se ha commesso qualche colpa, l’ha crudelmente espiata e, ai nostri occhi, egli è assolto.» Per due ore lo sconosciuto rimase solo sulla spiaggia, evidentemente sotto l’influenza dei ricordi che gli ricostruivano tutto il suo passato; un passato funesto, senza dubbio; e i coloni, pur senza perderlo di vista, non cercarono minimamente di turbare la sua solitudine. Tuttavia, dopo due ore parve aver preso una risoluzione, e andò a cercare Cyrus Smith. I suoi occhi erano rossi per le lacrime versate, ma non piangeva più. Tutta la sua fisionomia era improntata a un’umiltà profonda. Pareva timoroso, vergognoso; si faceva piccino e il suo sguardo era costantemente abbassato verso terra. «Signore,» disse a Cyrus Smith «voi e i vostri compagni siete inglesi?» «No,» rispose l’ingegnere «siamo americani.» «Ah» fece lo sconosciuto; e mormorò queste parole: «Meglio così!» «E voi, amico?» chiese l’ingegnere. «Inglese» rispose egli precipitosamente. E come se quelle poche parole fossero state un gran peso per lui, s’allontanò sulla spiaggia, percorrendola dalla cascata fino alla foce del Mercy, in uno stato di estrema agitazione. Poi, passando un certo momento presso ad Harbert, s’arrestò e, con voce strozzata: «In che mese siamo?» gli chiese. «Novembre» rispose Harbert. «Che anno?» «1866.» «Dodici anni! dodici anni!» esclamò. Poi lasciò il ragazzo bruscamente. Harbert aveva riferito ai coloni le domande e le esclamazioni suscitate dalle sue risposte. «Questo disgraziato,» fece osservare Gedeon Spilett «non era più al corrente né dei mesi né degli anni!» «Proprio!» aggiunse Harbert «e si trovava già da dodici anni sull’isolotto, quando noi ve lo abbiamo trovato!» «Dodici anni!» disse Cyrus Smith. «Ah, dodici anni d’isolamento, dopo un’esistenza forse maledetta, possono ben alterare la ragione di un uomo!» «Io sono propenso a credere,» disse allora Pencroff «che quest’uomo non sia arrivato all’isola di Tabor in seguito a naufragio, ma che, a causa di qualche delitto, vi sia stato abbandonato.» «Dovete aver ragione, Pencroff,» rispose il giornalista «e se è così non è impossibile che coloro i quali lo hanno lasciato sull’isola ritornino un giorno a cercarlo!» «E non lo troveranno più» disse Harbert. «Ma allora,» riprese Pencroff «bisognerebbe ritornare, e…» «Amici,» disse Cyrus Smith «non stiamo a trattare tale questione prima di sapere su che cosa basare le nostre ipotesi. Credo che quest’infelice abbia sofferto, che abbia duramente espiato le sue colpe, quali esse siano, e che il bisogno di confidarsi, di sfogarsi lo soffochi. Non provochiamolo a raccontarci la sua storia! Egli ce la dirà indubbiamente, e quando la conosceremo, vedremo quale determinazione prendere. Lui solo, d’altronde, può dirci se ha conservato, più che la speranza, la certezza di essere rimpatriato un giorno; ma io ne dubito!» «E perché?» chiese il giornalista. «Perché, s’egli fosse stato sicuro d’essere liberato in un tempo determinato, avrebbe atteso l’ora della liberazione e non avrebbe gettato in mare quel documento. No, è più probabile che sia stato condannato a morire su quell’isolotto e che non dovesse mai più rivedere i suoi simili!» «Ma» osservò il marinaio «c’è una cosa che non mi posso spiegare.» «Quale?» «Se quest’uomo è stato abbandonato sull’isola di Tabor dodici anni or sono, è lecito supporre che già da parecchi anni fosse nello stato di selvatichezza in cui l’abbiamo trovato!» «È probabile» rispose Cyrus Smith. «Per conseguenza, sarebbero parecchi anni che avrebbe scritto il documento!» «Senza dubbio… Eppure il documento pareva scritto recentemente!…» «D’altronde, come ammettete che la bottiglia contenente il documento abbia impiegato parecchi anni a giungere dall’isola di Tabor all’isola di Lincoln?» «Non è proprio impossibile» rispose il giornalista. «Non poteva essere già da lungo tempo nelle vicinanze dell’isola?» «No,» rispose Pencroff «perché galleggiava ancora. E nemmeno si può supporre che, dopo aver sostato per un tempo più o meno lungo sulla spiaggia, abbia potuto essere ripresa dal mare, giacché la costa sud è tutta scogli e vi si sarebbe immancabilmente infranta!» «Infatti» disse Cyrus Smith, che rimase pensoso. «E poi,» soggiunse il marinaio «se il documento avesse avuto molti anni, se da parecchio tempo fosse stato rinchiuso nella bottiglia, sarebbe rimasto avariato per l’umidità. Invece si trovava in stato di perfetta conservazione.» L’osservazione del marinaio era giustissima: c’era davvero qualche cosa di incomprensibile, perché il documento sembrava scritto di recente, quando i coloni l’avevano trovato nella bottiglia. Inoltre, dava la situazione dell’isola di Tabor in latitudine e in longitudine con molta precisione, e questo richiedeva che chi lo aveva redatto avesse delle cognizioni abbastanza complesse di idrografia, che un semplice marinaio non può avere. «Ripeto, c’è qualche cosa d’inesplicabile» disse l’ingegnere; «ma non dobbiamo incitare il nostro nuovo compagno a parlare. Quando egli vorrà, amici miei, saremo sempre pronti ad ascoltarlo!» Nei giorni seguenti, lo sconosciuto non pronunciò una parola e non abbandonò una sola volta il recinto dell’altipiano. Lavorava la terra, senza perdere un istante, senza prendere un momento di riposo, ma sempre in disparte. Alle ore dei pasti, non risaliva a GraniteHouse, benché più volte gliene fosse fatto invito, e si contentava di mangiare verdura cruda. Venuta la notte, non si ritirava nella stanza assegnatagli, ma rimaneva là, sotto qualche gruppo d’alberi, e quando il tempo era cattivo, si rannicchiava in qualche anfrattuosità delle rocce. Così viveva ancora come al tempo in cui non aveva altro asilo che le foreste dell’isola di Tabor, ed essendo stata vana ogni insistenza per indurlo a modificare la sua vita, i coloni attesero pazientemente. Stava per giungere il momento in cui, involontariamente, come per un comando della coscienza, terribili confessioni gli sarebbero sfuggite. Il 10 novembre, verso le otto di sera, quando cominciava a farsi scuro, lo sconosciuto si presentò inopinatamente ai coloni, che erano riuniti sotto la veranda. I suoi occhi brillavano stranamente e tutta la sua persona aveva ripreso l’aspetto selvatico dei giorni peggiori. Cyrus Smith e i suoi compagni furono dolorosamente stupiti, vedendo che, dominato da una terribile emozione, gli battevano i denti come se avesse avuto la febbre. Che cosa aveva, dunque? La vista di suoi simili gli era insopportabile? Era forse già stanco di vivere in un ambiente onesto? Forse la nostalgia dell’abbrutimento lo riprendeva? C’era da crederlo, quando lo si udì pronunziare queste frasi incoerenti: «Perché sono qui?… Con qual diritto m’avete strappato al mio isolotto?… Può esservi forse un vincolo qualsiasi tra voi e me?… Sapete chi sono… che cosa ho fatto… perché ero laggiù… solo? E chi vi dice che non mi ci abbiano abbandonato?… e ch’io non fossi condannato a morire là?… Conoscete voi il mio passato?… Sapete s’io abbia rubato, assassinato… Se non sia un miserabile… un essere maledetto… buono solo a vivere come una bestia selvaggia… lontano da tutti… Dite… lo sapete voi?» I coloni ascoltavano senza interrompere lo sciagurato, al quale quelle mezze confessioni sfuggivano, per così dire, suo malgrado. Cyrus Smith volle allora avvicinarglisi per calmarlo, ma quegli indietreggiò vivamente. «No, no!» gridò. «Una parola soltanto… Sono libero?» «Siete libero!» rispose l’ingegnere. «Addio, dunque!» gridò, e fuggì come un pazzo. Nab, Pencroff, Harbert, corsero subito verso il margine del bosco… ma ritornarono soli. «Bisogna lasciarlo fare!» disse Cyrus Smith. «Non ritornerà mai più!» gridò Pencroff. «Ritornerà» rispose l’ingegnere. E, da allora, molti giorni passarono; ma Cyrus Smith — era una specie di presentimento? — persiste nell’incrollabile idea che lo sventurato sarebbe, presto o tardi, ritornato. «È l’ultima rivolta in quella rozza natura,» diceva «toccata dal rimorso e che un nuovo isolamento, ormai, spaventerebbe.» Intanto, tutti i lavori furono continuati, sull’altipiano di Bellavista e al recinto, dove Cyrus Smith aveva l’intenzione di erigere una fattoria. È inutile dire che le sementi raccolte da Harbert all’isola di Tabor erano state accuratamente seminate. L’altipiano formava allora un vasto orto, ben disegnato, ben tenuto, che non lasciava inoperose le braccia dei coloni. Là c’era sempre da lavorare. A mano a mano che i legumi e gli ortaggi s’erano moltiplicati, era stato necessario ingrandire le semplici aiuole, che tendevano a diventare dei veri campi, a detrimento dei pascoli. Ma il foraggio abbondava nelle altre parti dell’isola e gli onagri non avevano da temere di essere messi a razione. Era meglio, del resto, trasformare in orto l’altipiano di Bellavista, difeso dalla sua profonda cintura di piccoli corsi d’acqua, e lasciar fuori le praterie, che non avevano bisogno d’essere protette dalle depredazioni dei quadrumani e dei quadrupedi. Il 15 novembre venne fatta la terza mietitura. Il campo era naturalmente molto cresciuto in superficie, nei diciotto mesi da che il primo frumento era stato seminato! Il secondo raccolto di seicentomila chicchi produsse questa volta quattromila staia, ossia più di cinquecento milioni di chicchi! La colonia era ricca ora di frumento, poiché bastava seminarne una dozzina di staia per assicurare il raccolto ogni anno e perché tutti, uomini e bestie, potessero nutrirsi. La mietitura fu fatta e l’ultima quindicina del mese di novembre fu consacrata ai lavori di panificazione. Infatti, c’era il grano, ma non la farina, e fu dunque necessaria la costruzione di un mulino. Cyrus Smith avrebbe potuto utilizzare la seconda cascata, che si scaricava nel Mercy, per far funzionare il suo motore, la prima essendo già occupata a muovere i pestelli della gualchiera; ma dopo aver discusso, fu deciso di costruire un semplice mulino a vento sulle alture di Bellavista. Costruire l’uno non era più difficile che costruire l’altro, ed era certo, d’altra parte, che la forza non sarebbe mancata su quell’altipiano, esposto a tutti i venti del mare aperto. «Senza contare» disse Pencroff «che il mulino a vento sarà più allegro e farà un bell’effetto nel paesaggio!» I coloni si misero, dunque, all’opera, scegliendo legname da costruzione per la gabbia e il meccanismo del mulino. Alcune grosse pietre di grès, che si trovavano a nord del lago, potevano facilmente trasformarsi in macine, e quanto alle ali, l’inesauribile involucro del pallone fornì la tela necessaria. Cyrus Smith tracciò i piani, e l’area per il mulino fu scelta un po’ a destra del pollaio, vicino alla riva del lago. Tutta la gabbia doveva posare su di un perno piantato in grossi travi, in modo da poter girare con tutto il meccanismo, a seconda delle esigenze del vento. Questo lavoro fu rapidamente compiuto. Nab e Pencroff erano diventati abilissimi carpentieri e non avevano che da attenersi alle sagome fornite dall’ingegnere. Così una specie di garitta cilindrica, un vero macinino da pepe, sormontata da un tetto aguzzo, si elevò in poco tempo nel luogo designato. I quattro telai che costituivano le ali erano stati solidamente impiantati nell’albero, in modo da formare con esso un determinato angolo e vi furono fissati con tenoni di ferro. Le diverse parti del meccanismo interno, il tamburo destinato a contenere le due macine, la macina fissa e quella girante, la tramoggia, specie di grande cassa quadrata, larga in alto, stretta in basso, che doveva permettere ai chicchi di cadere sulle macine, la vaschetta oscillante destinata a regolare il passaggio del grano, alla quale il suo perpetuo tictac ha fatto dare il nome di «chiacchierona» e per finire il buratto che, mediante la stacciatura, separa la crusca dalla farina, tutto venne costruito senza fatica. Gli attrezzi erano buoni e il lavoro fu poco difficile, essendo le parti di un mulino molto semplici. Fu solo questione dì tempo. Tutti avevano lavorato alla costruzione del mulino e il primo di dicembre era già ultimato. Pencroff, come sempre, era entusiasta della sua opera e non dubitava che l’apparecchio fosse perfetto. «Adesso, un buon vento,» disse «e macineremo facilmente il nostro primo raccolto!» «Un buon vento, sì,» rispose l’ingegnere «ma non troppo, Pencroff.» «Bah! Il nostro mulino girerà più presto!» «Non è necessario che giri tanto velocemente» rispose Cyrus Smith. «Si sa per esperienza che un mulino dà il massimo rendimento quando il numero dei giri delle ali in un minuto è pari a sei volte il numero dei piedi percorsi dal vento in un secondo. Con una brezza media, che dia ventiquattro piedi al secondo, le ali faranno sedici giri al minuto, e di più non ne occorre!» «Appunto!» esclamò Harbert «soffia un vento maneggevole da nordest, che farà proprio al caso nostro!» Non c’era alcuna ragione di ritardare l’inaugurazione del mulino, poiché i coloni avevano fretta di gustare il primo pezzo di pane dell’isola di Lincoln. Quel giorno, quindi, nella mattinata, due o tre staia di frumento furono macinate e il giorno seguente, a colazione, una magnifica pagnotta, forse un po’ compatta, benché lievitata col lievito di birra, compariva sulla tavola di GraniteHouse. Ognuno vi affondava i denti, e con qual piacere è facile comprendere, del resto! Intanto, lo sconosciuto non era ricomparso. Più volte Gedeon Spilett e Harbert avevano percorso la foresta nei dintorni di GraniteHouse, senza incontrarlo, senza trovarne traccia. I coloni erano seriamente inquieti di questa sparizione prolungata. Certamente, l’antico selvaggio dell’isola di Tabor non poteva sentirsi a disagio in mezzo alle foreste del Far West, così ricche di selvaggina; ma non c’era da temere ch’egli riprendesse le sue abitudini e che quell’indipendenza risvegliasse i suoi istinti feroci? Tuttavia Cyrus Smith, forse per una specie di presentimento, persisteva sempre a dire che il fuggitivo sarebbe ritornato. «Sì, ritornerà!» ripeteva con una fiducia, che i suoi compagni non potevano condividere. «Quando quel disgraziato era all’isola di Tabor si sapeva solo! Qui invece, sa che i suoi simili l’aspettano! Poiché ha già a metà parlato della sua vita passata, quel poveretto ritornerà per narrarcela tutta intera, e quel giorno egli sarà nostro.» Gli avvenimenti si preparavano a dar ragione a Cyrus Smith. Il 3 dicembre, Harbert aveva lasciato l’altipiano di Bellavista ed era andato a pescare sulla riva meridionale del lago. Era disarmato, perché sino a quel giorno non era mai stato necessario prendere alcuna precauzione, in quanto gli animali pericolosi non si mostravano in quella parte dell’isola. Frattanto Pencroff e Nab lavoravano al pollaio, mentre Cyrus Smith e il cronista erano occupati ai Camini a fabbricare della soda, essendo esaurita la provvista di sapone. D’un tratto risuonarono delle grida: «Aiuto! A me!» Cyrus Smith e il giornalista, troppo lontani, non avevano potuto udire quel richiamo concitato. Pencroff e Nab, abbandonando il cortile in tutta fretta, s’erano precipitati verso il lago. Ma prima di essi, lo sconosciuto, di cui nessuno avrebbe potuto supporre la presenza in quel luogo, attraversò il Creek Glicerina, fra l’altipiano e la foresta, e saltò sulla riva opposta. Là, Harbert era di fronte a un formidabile giaguaro, simile a quello ch’era stato ucciso al promontorio del Rettile. Colto alla sprovvista, egli si teneva in piedi contro un albero; mentre l’animale, raggomitolato su se stesso, stava per slanciarsi… Ma lo sconosciuto, senz’altra arma che un coltello, si precipitò sulla temibile belva, che si rivolse contro il nuovo avversario. La lotta fu breve. Lo sconosciuto era d’una forza e d’una sveltezza prodigiose. Con una mano, possente come una morsa, aveva afferrato il giaguaro alla gola, senza curarsi che gli artigli della belva gli penetrassero nelle carni, e con l’altra mano gli trafiggeva il cuore con il coltello. Il giaguaro cadde. Lo sconosciuto lo respinse col piede, e stava già per fuggire proprio nel momento in cui i coloni arrivavano sul teatro della lotta, quando Harbert, attaccandosi a lui, gridò: «No, no! Non ve ne andrete!» Cyrus Smith andò incontro allo sconosciuto, che, al vederlo avvicinarsi, aggrottò le sopracciglia. Il sangue gli colava da una spalla sotto la giubba lacerata, ma egli non se ne curava. «Amico,» gli disse Cyrus Smith «noi abbiamo ora contratto un debito di riconoscenza verso di voi. Per salvare il nostro ragazzo, avete arrischiato la vita!» «La mia vita!…» mormorò lo sconosciuto «Che cosa vale? Meno che nulla!» «Siete ferito?» «Poco importa.» «Volete darmi la mano?» E siccome Harbert cercava di afferrare quella mano che l’aveva salvato, lo sconosciuto incrociò le braccia, il suo petto si gonfiò, gli occhi gli si velarono e sembrò voler fuggire; ma, facendo un violento sforzo su se stesso, e con tono brusco: «Chi siete?» disse «e che cosa pretendete di essere per me? Così egli domandava, per la prima volta, la storia dei coloni. Saputa questa» storia, egli avrebbe, forse, narrato la sua. In poche parole Cyrus Smith raccontò tutto quello che era successo dopo la loro partenza da Richmond, come s’erano tratti d’impaccio e quali risorse erano ora a loro disposizione. Lo sconosciuto ascoltava con estrema attenzione. Poi, l’ingegnere disse ancora chi e che cosa erano Gedeon Spilett, Harbert, Pencroff, Nab, lui, e aggiunse che la più grande gioia che avevano provata dal giorno del loro arrivo nell’isola di Lincoln era stata quando, al ritorno dall’isolotto, avevano creduto di poter avere un compagno di più. A queste parole, lo sconosciuto arrossì, chinò il capo sul petto e un sentimento di confusione si dipinse su tutta la persona. «E adesso che ci conoscete,» soggiunse Cyrus Smith «volete darci la mano?» «No,» rispose lo sconosciuto con voce sorda «no! Voi siete gente onesta, voi! E io!…» CAPITOLO XVII QUESTE ultime parole giustificavano i presentimenti dei coloni. C’era nella vita di quello sventurato un funesto passato, espiato forse agli occhi degli uomini, ma di cui la sua coscienza non l’aveva ancora assolto. In ogni modo, il colpevole aveva dei rimorsi, s’era pentito, e quella mano che gli avevano chiesta i suoi nuovi amici gliel’avrebbero cordialmente stretta, ma egli non si sentiva degno di porgerla a dei galantuomini! Ciò nonostante, dopo la scena del giaguaro, non ritornò nella foresta e non lasciò più il recinto di GraniteHouse. Qual era il mistero di quell’esistenza? Lo sconosciuto avrebbe parlato un giorno? All’avvenire la risposta. A ogni modo, fu assolutamente deciso che il suo segreto non gli sarebbe mai stato domandato e che la vita sarebbe continuata da allora in comune con lui, come se nulla si fosse saputo. Durante alcuni giorni l’esistenza in comune continuò a essere quella che era sempre stata. Cyrus Smith e Gedeon Spilett lavoravano assieme, ora chimici, ora fisici. Il giornalista non lasciava l’ingegnere che per andare a caccia con Harbert, poiché non sarebbe stato prudente lasciare che il giovanetto vagasse da solo per la foresta e bisognava stare in guardia. Quanto a Nab e Pencroff, un giorno alle stalle o al pollaio, un altro al recinto, e senza contare i lavori a GraniteHouse, non mancavano certo di occupazioni. Lo sconosciuto lavorava in disparte e aveva ripreso il suo consueto modo di vivere, non intervenendo ai pasti, coricandosi sotto gli alberi, senza unirsi mai ai compagni. Sembrava proprio che la compagnia di quelli che l’avevano salvato gli fosse insopportabile! «Ma, allora,» faceva notare Pencroff «perché ha richiesto il soccorso dei suoi simili? Perché ha gettato quel documento in mare?» «Ce lo dirà» rispondeva invariabilmente Cyrus Smith. «Quando?» «Forse più presto di quello che pensate, Pencroff. E, infatti, il giorno delle confessioni era prossimo.» Il 10 dicembre, una settimana dopo il ritorno dello sconosciuto a GraniteHouse, Cyrus Smith se lo vide venire incontro. «Signore, avrei da farvi una domanda» disse con voce calma e in tono umile. «Parlate» rispose l’ingegnere; «ma prima lasciate ch’io pure vi faccia una domanda.» A queste parole lo sconosciuto arrossì e fu sul punto di ritirarsi. Cyrus Smith comprese quello che passava nell’animo del colpevole, il quale temeva indubbiamente che l’ingegnere lo interrogasse sul suo passato! Cyrus Smith lo trattenne per la mano: «Compagno,» gli disse «non solo siamo per voi dei compagni, ma degli amici. Questo mi premeva di dirvi, questo era tutto quanto volevo chiedervi. E ora vi ascolto.» Lo sconosciuto si passò la mano sugli occhi. Era in preda a una specie di tremito e rimase alcuni istanti senza poter articolare parola. «Signore,» disse alla fine «vengo a pregarvi di accordarmi una grazia.» «Quale?» «Voi avete a quattro, o cinque miglia da qui, ai piedi della montagna, un recinto per i vostri animali domestici. Questi animali hanno bisogno d’essere curati. Volete permettermi di vivere con essi laggiù?» Cyrus Smith guardò per alcuni istanti l’infelice, con un sentimento di commiserazione profonda. Poi: «Amico,» disse «il recinto ha soltanto delle stalle, appena convenienti per gli animali…» «Sarà abbastanza per me, signore.» «Amico,» riprese Smith «noi non vi contrarieremo mai in nulla. Vi piace vivere al recinto? Sia. Sarete, d’altronde, sempre il benvenuto a GraniteHouse. Ma, poiché volete rimanere laggiù, prenderemo le disposizioni necessarie perché vi siate opportunamente ospitato.» «Non importa; io mi ci troverò sempre bene.» «Amico,» rispose Cyrus Smith, che insisteva apposta su questo cordiale appellativo «lascerete a noi decidere su quello che dobbiamo fare!» «Grazie, signore» rispose lo sconosciuto, scostandosi. L’ingegnere comunicò tosto ai compagni la proposta che gli era stata fatta e fu deciso di costruire nel recinto una casetta di legno più comoda possibile. Il giorno stesso, i coloni si recarono al recinto con gli attrezzi necessari, e la settimana non era ancora trascorsa che già la casa era pronta a ricevere il suo ospite. Era stata costruita a una ventina di piedi dalle stalle; di là sarebbe stato facile sorvegliare il gregge di mufloni, che contava allora più di ottanta capi. Alcuni mobili — un lettino, una tavola, una panca, un armadio, una cassapanca — furono fabbricati e, inoltre, armi, munizioni e utensili vari furono trasportati al recinto. Lo sconosciuto non era andato a vedere la sua nuova dimora e aveva lasciato che i coloni vi lavorassero senza di lui, mentre egli continuava a occuparsi dei lavori agricoli sull’altipiano, che voleva evidentemente ultimare. E difatti, grazie a lui, tutte le terre erano arate e pronte per essere seminate, appena fosse venuto il momento giusto. Era il 20 dicembre quando furono terminati i lavori al recinto. L’ingegnere annunciò allo sconosciuto che la sua dimora era pronta a riceverlo, e questi rispose che sarebbe andato ad abitarla la sera stessa. Quella sera i coloni erano radunati nel salone di GraniteHouse. Erano le otto, cioè l’ora in cui il loro compagno doveva lasciarli. Non volendo molestarlo, imponendogli con la loro presenza degli addii che gli sarebbero forse costati fatica, l’avevano lasciato solo ed erano saliti a GraniteHouse. Ora, essi conversavano nel salone da qualche minuto, quando un colpo leggero fu battuto alla porta. Lo sconosciuto entrò quasi subito, e senz’altri preamboli: «Signori,» disse «prima che vi lasci, è bene che sappiate la mia storia. Eccola.» Queste semplici parole non poterono non impressionare vivissimamente Cyrus Smith e i suoi compagni. «Noi non vi domandiamo nulla, amico» disse. «È vostro diritto tacere…» «È mio dovere parlare.» «Sedetevi dunque.» «Rimarrò in piedi.» «Siamo pronti ad ascoltarvi» rispose Cyrus Smith. Lo sconosciuto si teneva in un canto della sala, un poco protetto dalla penombra. Aveva il capo scoperto, le braccia incrociate sul petto, e in quell’atteggiamento, con voce sorda, sforzandosi a parlare, fece il seguente racconto, senza essere mai interrotto dai suoi uditori: «Il 20 dicembre 1854, uno yacht a vapore, il Duncan, appartenente al nobile scozzese lord Glenarvan, gettava l’ancora al capo Bernouilli, sulla costa occidentale dell’Australia, all’altezza del trentasettesimo parallelo. A bordo di questo yacht erano lord Glenarvan, sua moglie, un maggiore dell’esercito inglese, un geografo francese, una fanciulla e un giovinetto. Questi ultimi erano i figli del capitano Grant, il cui bastimento, il Britannici, era colato a picco un anno prima. Il Duncan era comandato dal capitano John Mangles e governato da un equipaggio di quindici uomini.» «Ecco perché questo yacht si trovava in quel tempo sulle coste dell’Australia. «Sei mesi prima, una bottiglia contenente un documento scritto in inglese, in tedesco e in francese, era stata trovata nel mare d’Irlanda e raccolta dal Duncan. Quel documento diceva, in sostanza, che esistevano ancora tre superstiti del naufragio del Britannia, che questi superstiti erano il capitano Grant e due dei suoi uomini, e che essi avevano trovato rifugio su una terra di cui il documento dava la latitudine, ma la cui longitudine, cancellata dall’acqua del mare, non era più leggibile. «La latitudine era quella di 37° 11’ australe. Dunque, essendo ignota la longitudine, seguendo il detto trentasettesimo parallelo attraverso i continenti e i mari, si era certi di arrivare sulla terra abitata dal capitano Grant e dai suoi due compagni. «Poiché l’ammiragliato inglese aveva esitato a intraprendere quella ricerca, lord Glenarvan risolse di tentare il tutto per tutto per ritrovare il capitano. Mary e Robert Grant erano stati messi in relazione con lui. Lo yacht Duncan fu equipaggiato per una lunga campagna, cui la famiglia del lord e i figli del capitano vollero prender parte; il Duncan, lasciando Glasgow, si diresse verso 273 l’Atlantico, doppiò lo stretto di Magellano e risalì il Pacifico sino alla Patagonia, dove, secondo una prima interpretazione del documento, si poteva supporre che il capitano Grant fosse rimasto prigioniero degli indigeni. «Il Duncan sbarcò i suoi passeggeri sulla costa occidentale della Patagonia e riparti per andarli a riprendere sulla costa orientale, al capo Corrientes. «Lord Glenarvan attraversò la Patagonia, seguendo il trentasettesimo parallelo e, non avendo trovato alcuna traccia del capitano, si rimbarcò il 13 novembre, allo scopo di proseguire le sue ricerche attraverso l’oceano. «Dopo aver visitato senza successo le isole Tristan d’Acunha e di Amsterdam, poste sul suo percorso, il Duncan, come ho detto, arrivò al capo Bernouilli, sulla costa australiana, il 20 dicembre 1854. «L’intenzione di lord Glenarvan era di attraversare l’Australia, come aveva attraversato l’America, e sbarcò. A poche miglia dal lido esisteva una fattoria, appartenente a un irlandese, che offri ospitalità ai viaggiatori. Lord Glenarvan fece conoscere a questo irlandese le ragioni che l’avevano condotto in quei paraggi e gli domandò se sapeva che un tre alberi inglese, il Britannia, si fosse perduto da meno di due anni sulla costa ovest dell’Australia. «L’irlandese non aveva mai sentito parlare di quel naufragio; ma, con gran sorpresa dei presenti, uno dei servitori dell’irlandese intervenne e disse: ««Milord, lodate e ringraziate Iddio. Se il capitano Grant è ancora vivo, è vivo in terra australiana». ««Chi siete voi?» chiese lord Glenarvan. ««Uno scozzese come voi, milord» rispose quell’uomo. «Sono uno dei compagni del capitano Grant, uno dei naufraghi del Britannia.» «Quell’uomo si chiamava Ayrton. Era, infatti, il nostromo del Britannia, come testimoniavano i suoi documenti. Ma, separato dal capitano Grant nel momento in cui la nave si infrangeva sugli scogli, aveva sino allora creduto che il suo capitano fosse perito con tutto l’equipaggio e che fosse lui, Ayrton, il solo superstite del Britannia. ««Solamente,» egli aggiunse «il Britannia s’è perduto non sulla costa, ovest, ma sulla costa est dell’Australia, e se il capitano Grant è ancora vivo, come indica il suo documento, è prigioniero degli indigeni australiani e bisogna cercarlo sull’altra costa.» «Quell’uomo, così parlando, aveva la voce sincera, lo sguardo sicuro. Non si poteva dubitare delle sue parole. L’irlandese, che l’aveva al suo servizio da più di un anno, ne rispondeva. Lord Glenarvan credette alla lealtà di quell’uomo, e mercé i suoi consigli, risolse di attraversare l’Australia, seguendo il trentasettesimo parallelo. Lord Glenarvan, sua moglie, i due fanciulli, il maggiore, il francese, il capitano Mangles e alcuni marinai dovevano comporre la piccola colonna, sotto la guida d’Ayrton, mentre il Duncan, agli ordini del secondo, Tom Austin, si sarebbe recato a Melbourne, ove avrebbe atteso le istruzioni di lord Glenarvan. «Essi partirono il 23 dicembre 1854. «È tempo di dire che Ayrton era un traditore. Era stato veramente nostromo del Britannia; ma, per divergenze con il comandante, aveva tentato di indurre l’equipaggio alla rivolta e impadronirsi della nave, e il capitano Grant, l’8 aprile 1852, l’aveva sbarcato sulla costa ovest dell’Australia, poi era ripartito abbandonandolo, e così facendo egli non aveva compiuto che un atto di giustizia. «Così, quel miserabile nulla sapeva del naufragio del Britannia, che aveva appreso per la prima volta dal racconto di Glenarvan! Dopo essere stato abbandonato, era divenuto, sotto il nome di Ben Joyce, il capo dei deportati evasi, e se sostenne impudentemente che il naufragio aveva avuto luogo sulla costa est, se spinse lord Glenarvan a prendere quella direzione, fu perché sperava di separarlo dal suo bastimento, d’impadronirsi del Duncan per dedicarsi alla pirateria nel Pacifico». Qui lo sconosciuto s’interruppe un istante. La sua voce tremava; ma riprese subito, in questi termini: «La spedizione partì e si diresse attraverso il continente australiano. Essa fu naturalmente disgraziata, poiché Ayrton o Ben Joyce, come si vorrà chiamarlo, la dirigeva, ora preceduto, ora seguito dalla sua banda di deportati, che era stata preavvisata del colpo da fare.» «Intanto il Duncan era stato mandato a Melbourne per essere riparato. Si trattava, dunque, di convincere lord Glenarvan a ordinare allo yacht di lasciare Melbourne e di raggiungere la costa est dell’Australia, ove sarebbe stato facile impadronirsene. Dopo aver condotto la spedizione abbastanza vicino a questa costa, in mezzo a vaste foreste, ove mancavano tutti i mezzi di sussistenza, Ayrton ottenne una lettera, ch’egli stesso s’era incaricato di portare al secondo del Duncan, lettera che ordinava allo yacht di raggiungere immediatamente, sulla costa est, la baia di Twofold, che si trovava ad alcune giornate di cammino dal punto ove la spedizione si era fermata. Là appunto Ayrton aveva dato convegno ai suoi complici. «Nel momento in cui questa lettera stava per essergli consegnata, il traditore fu smascherato e non gli rimase che fuggire. Ma gli occorreva a ogni costo avere quella lettera, che doveva mettere in sua balia il Duncan. Ayrton riuscì a impadronirsene, e due giorni dopo, arrivava a Melbourne. «Fino allora il criminale era riuscito nei suoi odiosi disegni. Egli stava per condurre il Duncan nella baia di Twofold, ove sarebbe stato facile ai deportati d’impadronirsene, e massacrato l’equipaggio, Ben Joyce sarebbe divenuto padrone di quei mari. Ma Dio doveva arrestarlo proprio quando la sua trama funesta stava per compiersi. «Ayrton, giunto a Melbourne, consegnò subito la lettera al secondo comandante, Tom Austin, che ne prese conoscenza e tosto salpò; ma si pensi alla costernazione e alla collera di Ayrton, quando l’indomani seppe che il secondo conduceva il bastimento, non già sulla costa est dell’Australia, nella baia di Twofold, ma bensì sulla costa est della Nuova Zelanda. Volle opporsi, Austin gli mostrò la lettera!… E, infatti, per un errore provvidenziale del geografo francese che aveva redatto la lettera, era indicato come luogo di destinazione la costa est della Nuova Zelanda. «Tutti i piani di Ayrton fallivano! Egli volle rivoltarsi. Venne imprigionato e poi condotto sulla costa della Nuova Zelanda, senza saper più che cosa sarebbe avvenuto dei suoi complici, né di lord Glenarvan. «Il Duncan rimase a incrociare in quei paraggi fino al 3 marzo. Quel giorno Ayrton sentì delle detonazioni. Erano le cannonate del Duncan, e poco dopo lord Glenarvan e tutti i suoi giungevano a bordo. «Ecco quello che era accaduto. «Dopo mille fatiche, mille pericoli,lord Glenarvan aveva potuto giungere alla fine del suo viaggio e arrivare alla costa est dell’Australia, alla baia di Twofold. Il Duncan non c’era! Telegrafò a Melbourne. Gli si rispose: «Duncan partito dal 18 corrente per destinazione ignota». «Lord Glenarvan non poté più pensare che una cosa: e cioè che lo yacht era caduto nelle mani di Ben Joyce e ch’era diventato un vascello di pirati! «Nondimeno lord Glenarvan non volle abbandonare la partita. Era un uomo intrepido e generoso. S’imbarcò su una nave mercantile, si fece condurre sulla costa ovest della Nuova Zelanda, l’attraversò sul trentasettesimo parallelo, senza trovare alcuna traccia del capitano Grant; ma sull’altra costa, con grande sorpresa, e per volontà divina, ritrovò il Duncan agli ordini del secondo, che lo aspettava da cinque settimane! «Era il 3 marzo 1855. Lord Glenarvan era, dunque, a bordo del Duncan; ma vi era anche Ayrton. Egli comparve innanzi al lord, che ne voleva ricavare tutto quello che il bandito poteva sapere in merito al capitano Grant. Ayrton ricusò di parlare. Lord Glenarvan allora gli disse che al primo scalo sarebbe stato consegnato alle autorità inglesi. Ayrton rimase muto. «Il Duncan riprese la rotta del trentasettesimo parallelo. Intanto, lady Glenarvan tentò di vincere la resistenza del bandito. Alla fine, l’influenza di lei lo conquistò, e Ayrton, in cambio di quello che stava per dire, pregò lord Glenarvan di abbandonarlo su una delle isole del Pacifico, invece di consegnarlo alle autorità inglesi. Lord Glenarvan, deciso a tutto per sapere quanto concerneva il capitano Grant, acconsenti. «Ayrton narrò allora tutta la sua vita, e ne risultò con certezza ch’egli non sapeva più nulla del capitano Grant, dal giorno in cui questi l’aveva sbarcato sulla costa australiana. «Nondimeno, lord Glenarvan mantenne la parola data. Il Duncan continuò la sua rotta e arrivò all’isola di Tabor. Là doveva essere lasciato Ayrton, là, per un vero miracolo, venne ritrovato il capitano Grant con i suoi due uomini, precisamente sul trentasettesimo parallelo. Il deportato andava, dunque, a sostituirlo su quell’isolotto deserto; ed ecco le parole che lord Glenarvan pronunziò nel momento in cui Ayrton abbandonò lo yacht: ««Qui, Ayrton, sarete lontano da ogni terra e senza comunicazione possibile coi vostri simili. Non potrete fuggire dall’isolotto, ove il Duncan vi lascia. Sarete solo, sotto l’occhio di un Dio, che legge nel più profondo dei cuori; ma non sarete né perduto né ignorato, come il capitano Grant. Per indegno che siate nel ricordo degli uomini, gli uomini si ricorderanno di voi. Io so dove siete, Ayrton, e so dove trovarvi. Non lo dimenticherò mai!» «E il Duncan salpò, sparendo in brevissimo tempo. «Era il 18 marzo 1855. (Nota: Gli avvenimenti che sono qui succintamente narrati sono tolti da un’opera che alcuni dei nostri lettori conoscono senz’altro, I figli del capitano Grant. Qui, come anche più innanzi, si noterà una certa discordanza nelle date; ma si comprenderà in seguito perché le date vere non si siano potute dare prima. (Nota dell’Editore Hetzel). Fine nota) «Ayrton era solo, ma né le munizioni, né le armi, né gli utensili, né le sementi gli mancavano. Era a sua disposizione, a disposizione di un deportato, la casa fabbricata dall’onesto capitano Grant. Non aveva che da lasciarsi vivere ed espiare nell’isolamento i delitti commessi. «Signori, egli si penti, ebbe vergogna dei suoi delitti e fu molto infelice! Pensò che se gli uomini fossero venuti un giorno a ricercarlo su quell’isolotto, bisognava ch’egli fosse degno di ritornare fra loro! Quanto soffri, il miserabile! Quanto lavorò per rifarsi con il lavoro! Come pregò per rigenerarsi con la preghiera! «Per due, tre anni fu così; ma Ayrton, abbattuto dall’isolamento, scrutando sempre se qualche nave fosse apparsa all’orizzonte della sua isola, chiedendosi se il tempo dell’espiazione fosse prossimo al suo termine, soffriva come nessuno ha mai sofferto! Oh, com’è dura la solitudine per un’anima rosa dai rimorsi! «Ma il Cielo, indubbiamente, non trovava che lo sciagurato fosse abbastanza punito; ed egli sentì che, a poco a poco, diventava selvaggio! Sentì a poco a poco l’abbrutimento impadronirsi di lui! Egli non può dire se fu dopo due o quattro anni d’abbandono; ma, alla fine, divenne il miserabile che avete trovato! «Non ho bisogno di dirvi, signori, che Ayrton o Ben Joyce e io non siamo che una sola persona!» Cyrus Smith e i suoi compagni, alla fine del racconto, s’erano alzati. È difficile dire fino a che punto fossero commossi! Tanta miseria, tanti dolori e tanta disperazione messi a nudo davanti a loro! «Ayrton,» disse allora Cyrus Smith «voi siete stato un grande criminale, ma il Cielo ha certamente giudicato che avete espiato i vostri delitti! L’ha provato riconducendovi fra i vostri simili. Ayrton, siete perdonato! E adesso, volete essere nostro compagno?» Ayrton indietreggiò. «Eccovi la mia mano!» disse l’ingegnere. Ayrton si precipitò sulla mano che Cyrus Smith gli tendeva, e grosse lacrime sgorgarono dai suoi occhi. «Volete vivere con noi?» domandò Cyrus Smith. «Signor Smith, lasciatemi qualche tempo ancora,» rispose Ayrton «lasciatemi solo nell’abitazione del recinto!» «Come vorrete, Ayrton» rispose Cyrus Smith. Ayrton stava per ritirarsi, quando l’ingegnere gli rivolse un’ultima domanda: «Ancora una parola, amico. Se davvero volevate vivere isolato, perché avete gettato in mare il documento che ci ha messi sulle vostre tracce?» «Un documento?» rispose Ayrton, che pareva non sapere di che cosa gli si parlava. «Sì, quel documento chiuso in una bottiglia, che abbiamo trovato e che dava la posizione esatta dell’isola di Tabor!» Ayrton si passò una mano sulla fronte. Poi, dopo aver riflettuto: «Non ho mai gettato in mare documenti!» rispose. «Mai?» gridò Pencroff. «Mai!» E Ayrton, inchinandosi, indietreggiò verso la porta e uscì. CAPITOLO XVIII «POVER’UOMO!» disse Harbert, che, slanciandosi verso la porta, aveva visto Ayrton scivolare lungo la corda dell’ascensore e sparire nell’oscurità. «Tornerà» disse Cyrus Smith. «Ah, perbacco, signor Cyrus,» esclamò Pencroff «che cosa vuol dir questo? Come! Non fu Ayrton a gettare la bottiglia in mare? Ma chi è stato, allora?» Certo, se una domanda doveva essere fatta, era proprio quella! «È stato lui» rispose Nab; «ma l’infelice era già metà fuori di senno.» «Sì,» disse Harbert «e non aveva più la coscienza di quel che faceva.» «Il fatto non può spiegarsi che così, amici,» rispose vivamente Cyrus Smith; «e io comprendo adesso come Ayrton abbia potuto indicare esattamente la situazione dell’isola di Tabor; infatti, gli avvenimenti stessi che avevano preceduto il suo abbandono nell’isola gliela facevano conoscere.» «Nondimeno,» fece notare Pencroff «s’egli non era ancora un bruto nel momento in cui redigeva il documento e se è sette od otto anni che l’ha gettato in mare, come mai quel foglio non fu alterato dall’umidità?» «Questo prova» rispose Cyrus Smith «che Ayrton è stato privato dell’intelligenza in un tempo molto più recente di quel che non creda.» «Bisogna che sia così,» rispose Pencroff «altrimenti la cosa sarebbe inesplicabile!» «Inesplicabile, davvero» disse l’ingegnere, che sembrava non voler prolungare quella conversazione. «Ma Ayrton avrà detto la verità?» chiese il marinaio. «Sì» rispose il giornalista. «La storia che ha narrata è assolutamente vera. Io mi ricordo benissimo che i giornali hanno riferito il tentativo fatto da lord Glenarvan e il risultato da lui ottenuto.» «Ayrton ha detto la verità,» aggiunse Cyrus Smith «non dubitatene, Pencroff, poiché essa era abbastanza crudele per lui. Si dice il vero quando ci si accusa così!» Il giorno seguente — 21 dicembre — i coloni discesero alla spiaggia ed essendosi portati sull’altipiano, non vi trovarono più Ayrton. Ayrton aveva raggiunto, durante la notte, la sua casa del recinto, e i coloni reputarono conveniente non importunarlo con la loro presenza. Il tempo indubbiamente avrebbe fatto ciò che non avevano potuto gli incoraggiamenti. Harbert, Pencroff e Nab ripresero allora le loro consuete occupazioni. Quel giorno appunto gli stessi lavori riunirono Cyrus Smith e il giornalista nel laboratorio dei Camini. «Sapete, caro Cyrus,» disse Gedeon Spilett «che la spiegazione che ieri avete data relativamente a quella bottiglia non m’ha soddisfatto per niente? Come ammettere che quel disgraziato abbia potuto scrivere il documento e gettare la bottiglia in mare, senza averne serbato il ricordo?» «Perché non è stato lui che l’ha gettata, caro Spilett.» «Allora, voi credete ancora…» «Non credo niente, non so niente!» rispose Cyrus Smith, interrompendo il giornalista. «Mi accontento di annoverare quest’incidente fra quelli che non ho potuto spiegare finora!» «Davvero, Cyrus,» disse Gedeon Spilett «queste cose sono incredibili! Il vostro salvataggio, la cassa arenata sulla sabbia, le avventure di Top e da ultimo quella bottiglia… Non avremo, dunque, mai la chiave di questi enigmi?» «Sì!» rispose vivacemente l’ingegnere «si, quand’anche dovessi frugare quest’isola fin nelle sue viscere!» «Il caso ci darà forse la chiave del mistero!» «Il caso! Spilett! Io non credo al caso più di quanto creda ai misteri di questo mondo. C’è una causa in tutto quello che succede d’inesplicabile qui, e questa causa io la scoprirò. Ma, intanto, osserviamo e lavoriamo.» Giunse il mese di gennaio. Incominciava l’anno 1867. I lavori estivi furono condotti con assiduità. Nei giorni seguenti, Harbert e Gedeon Spilett, essendo andati dalle parti del recinto, poterono constatare che Ayrton aveva preso possesso della dimora preparata per lui. Si occupava del numeroso gregge affidato alle sue cure, risparmiando ai suoi compagni la fatica di andare ogni due o tre giorni a visitare il recinto. Tuttavia, per non lasciare Ayrton troppo a lungo isolato, i coloni lo visitavano assai spesso. Non era inutile (tutt’altro!), dati certi sospetti che l’ingegnere e Gedeon Spilett condividevano, che quella parte dell’isola fosse soggetta a una certa sorveglianza; e Ayrton, se qualche incidente fosse intervenuto, non avrebbe mancato di informarne gli abitanti di GraniteHouse. Però, poteva darsi che l’incidente fosse subitaneo ed esigesse d’essere rapidamente conosciuto dall’ingegnere. Anche all’infuori di ogni fatto relativo al mistero dell’isola di Lincoln, molti altri se ne potevano verificare, che avrebbero richiesto un pronto intervento dei coloni, come l’apparizione d’una nave in vista della costa occidentale, un naufragio sugli atterraggi dell’ovest, il possibile arrivo di pirati, ecc. Così Cyrus Smith risolse di mettere il recinto in comunicazione immediata con GraniteHouse. Il 10 gennaio partecipò il suo progetto ai compagni. «Ah, diamine! E come farete, signor Cyrus?» domandò Pencroff. «Pensereste, per caso, d’installare un telegrafo?» «Precisamente» rispose l’ingegnere. «Elettrico?» esclamò Harbert. «Elettrico» rispose Cyrus Smith. «Abbiamo tutti gli elementi necessari per confezionare una pila. Più difficile sarà fare i fili di ferro, ma per mezzo di una filiera credo che ne verremo a capo.» «Dopo questo,» replicò il marinaio «non dispero più di viaggiare un giorno in ferrovia!» I coloni si misero all’opera, cominciando dalla parte più difficile, cioè dalla fabbricazione dei fili, giacché, se non fossero riusciti in questa operazione, sarebbe stato inutile fabbricare la pila e gli altri accessori. Il ferro dell’isola di Lincoln, com’è noto, era di qualità ottima e quindi molto adatto a lasciarsi distendere. Cyrus Smith cominciò con il fabbricare una filiera, o trafila, vale a dire una piastra d’acciaio, che fu forata a buchi conici di diverse grandezze; i quali dovevano successivamente ridurre il filo al grado di sottigliezza voluta. Questa lastra d’acciaio, dopo essere stata temperata alla massima durezza, venne fissata in maniera irremovibile su di un telaio solidamente piantato nel suolo, a pochi piedi soltanto dalla grande cascata, di cui l’ingegnere stava per utilizzare ancora la forza motrice. Infatti, là era la gualchiera, che allora non funzionava, ma il cui albero, mosso con forza poderosa, poteva servire a tirare il filo, avvolgendolo intorno a sé. L’operazione fu delicata e richiese molte cure. Il ferro, preliminarmente preparato in aste lunghe e sottili, le cui estremità erano state assottigliate con la lima, venne introdotto nel foro di maggior calibro della trafila, stirato dall’albero della gualchiera e avvolto per una lunghezza dai venticinque ai trenta piedi, poi svolto e introdotto successivamente nei fori di minore diametro. Finalmente, l’ingegnere ottenne dei fili lunghi da quaranta a cinquanta piedi, ch’era facile collegare e tendere sulla distanza di cinque miglia che separava il recinto da GraniteHouse. Bastarono alcuni giorni per condurre a buon fine quella faccenda. Dopo che la macchina fu avviata, Cyrus Smith lasciò i compagni a trafilare e s’occupò di fabbricare la sua pila. Si trattava di ottenere una pila a corrente continua. È noto che gli elementi delle pile moderne si compongono generalmente di carbone di storta, di zinco e di rame. Il rame mancava totalmente all’ingegnere, che, malgrado le sue ricerche, non ne aveva trovato traccia nell’isola di Lincoln, e bisognava farne a meno. Il carbone di storta, vale a dire quella dura grafite che si trova nelle storte delle officine del gas, dopo che al carbon fossile è stato tolto l’idrogeno, si sarebbe potuto produrre, ma sarebbe stato necessario impiantare apparecchi speciali, con un lavoro complicato. Quanto allo zinco, si ricorderà che la cassa trovata alla punta del Relitto era foderata con un rivestimento di questo metallo, che non poteva essere meglio utilizzato. Cyrus Smith, dopo mature riflessioni, risolse, dunque, di fabbricare una pila semplicissima, somigliante a quella che Becquerel ideò nel 1820 e nella quale è adoperato unicamente lo zinco. Quanto alle altre sostanze, acido nitrico e potassa, erano a sua disposizione. Ecco, dunque, come fu composta questa pila, i cui effetti dovevano essere prodotti dalla reazione reciproca dell’acido e della potassa. Furono fabbricati barattoli di vetro, che vennero riempiti di acido nitrico. L’ingegnere li tappò con un turacciolo attraversato da un tubo di vetro chiuso alla sua estremità inferiore (e destinato a immergersi nell’acido) per mezzo di un tampone d’argilla, trattenuto da un pezzo di tela. Dall’estremità superiore di questo tubo, egli versò allora nel medesimo una soluzione di potassa, precedentemente ottenuta mediante l’incenerimento di diverse piante, e in questo modo l’acido e la potassa poterono reagire l’uno sull’altra attraverso l’argilla. Cyrus Smith prese poi le due lamine di zinco e ne immerse una nell’acido nitrico, l’altra nella soluzione di potassa. Presto si produsse una corrente, che passò dalla lamina del barattolo a quella del tubo; le due lamine erano state unite con un filo metallico, per cui la lamina del tubo divenne il polo positivo e quella della fialetta il polo negativo dell’apparecchio. Ogni barattolo produceva, dunque, altrettante correnti, che, riunite, sarebbero bastate a provocare tutti i fenomeni della telegrafia elettrica. Tale fu l’ingegnoso e semplicissimo apparecchio che Cyrus Smith costruì e che gli avrebbe presto consentito di stabilire una comunicazione telegrafica fra GraniteHouse e il recinto. Il 6 febbraio fu iniziato l’impianto dei pali, muniti di isolatori di vetro, e destinati a sostenere il filo lungo la strada del recinto. Pochi giorni dopo il filo era steso, pronto a condurre, con una velocità di centomila chilometri al secondo, la corrente elettrica, che la terra avrebbe poi ricondotto al suo punto di partenza. Erano state fabbricate due pile, una per GraniteHouse, l’altra per il recinto, poiché se il recinto doveva comunicare con GraniteHouse, poteva anche essere utile che GraniteHouse comunicasse con il recinto. Quanto al ricevitore e al trasmettitore, furono semplicissimi a farsi. Alle due stazioni il filo s’avvolgeva su di un’elettrocalamita, cioè su di un pezzo di ferro dolce, circondato da un filo. Se la comunicazione fra i due poli era stabilita, la corrente, partendo dal polo positivo, attraversava il filo, passava nell’elettrocalamita, che si magnetizzava temporaneamente, e ritornava via terra al polo negativo. Se la corrente era interrotta, l’elettrocalamita si smagnetizzava subito. Bastava dunque collocare una lamina di ferro dolce davanti all’elettrocalamita, perché la lamina stessa ricadesse quando la corrente era interrotta. Ottenuto così questo movimento della lastra di ferro, Cyrus Smith poté assai facilmente collegarvi un ago disposto su un quadrante, il quale portava in evidenza le lettere dell’alfabeto, e in tal modo, stabilire la corrispondenza da una stazione all’altra. L’impianto fu interamente completato il 12 febbraio. Quel giorno Cyrus Smith, lanciando la corrente attraverso il filo, domandò se tutto andava bene al recinto, e alcuni istanti dopo ricevette da Ayrton una risposta soddisfacente. Pencroff non stava più in sé dalla gioia, e ogni mattina e sera lanciava un telegramma al recinto, telegramma che non restava mai senza risposta. Questo modo di comunicazione presentava due effettivi vantaggi; anzitutto perché permetteva di constatare la presenza di Ayrton al recinto e poi perché non lasciava mai costui in un completo isolamento. Del resto, Cyrus Smith non lasciava mai passare una settimana senza andarlo a trovare e Ayrton pure veniva di tanto in tanto a GraniteHouse. La bella stagione trascorse così in mezzo ai soliti lavori. Le ricchezze della colonia, specialmente in ortaggi e cereali, crescevano di giorno in giorno, e le pianticelle portate dall’isola di Tabor avevano magnificamente attecchito. L’altipiano di Bellavista offriva un aspetto molto rassicurante. Il quarto raccolto di grano era stato magnifico, e naturalmente nessuno pensò di contare se i quattrocento miliardi di chicchi venivan tutti fuori alla mietitura. Tuttavia, Pencroff aveva avuto l’idea di farlo, ma quando Cyrus Smith gli ebbe detto che, pur contando trecento chicchi al minuto, cioè novemila all’ora, gli sarebbero occorsi circa cinquemilacinquecento anni per compiere la sua operazione, il bravo marinaio credette di dovervi rinunziare. Il tempo era magnifico e la temperatura caldissima durante la giornata; ma, alla sera, le brezze provenienti dal largo temperavano gli ardori dell’atmosfera e procuravano notti fresche agli abitanti di GraniteHouse. Nondimeno, vi furono alcuni temporali, che, se non erano di lunga durata, colpivano però l’isola con straordinaria violenza. Per alcune ore i lampi non cessavano di incendiare il cielo e i brontolii del tuono proseguivano ininterrottamente. In quel periodo la colonia era estremamente prospera. Nel pollaio abbondavano gli ospiti e i coloni si nutrivano a esuberanza, poiché era urgente ridurre la popolazione a un numero più moderato. I porci avevano già prolificato e si capisce che le cure da dedicare a questi animali assorbivano gran parte del tempo di Nab e di Pencroff. Gli onagri, che anch’essi avevano dato due graziose bestiole, erano molto spesso montati da Gedeon Spilett e da Harbert, divenuto un eccellente cavaliere sotto la direzione del giornalista, e venivano pure attaccati al carretto per trasportare a GraniteHouse la legna e il carbon fossile o i diversi prodotti minerali che l’ingegnere adoperava. Parecchie ricognizioni furono effettuate in quel periodo fino nel più fitto delle foreste del Far West. Gli esploratori potevano arrischiarvisi senza temere gli eccessi di temperatura, giacché i raggi del sole penetravano appena tra le folte fronde intrecciate sul loro capo. Visitarono così tutta la riva sinistra del Mercy, che costeggiava la strada che andava dal recinto alla foce del Creek della Cascata. Ma durante queste escursioni, i coloni ebbero cura di essere bene armati, poiché incontravano frequentemente certi cinghiali, estremamente selvatici e ferocissimi, contro i quali bisognava lottare seriamente. Durante quella stagione venne pure mossa una guerra terribile ai giaguari. Gedeon Spilett aveva votato loro un odio tutto speciale e il suo allievo Harbert lo assecondava bene. Armati com’erano, non temevano per nulla l’incontro di una di quelle belve. Il coraggio di Harbert era magnifico e il sangue freddo del giornalista stupefacente. Così, una ventina di magnifiche pelli ornavano già il salone di GraniteHouse e se la fortunata caccia continuava, la razza dei giaguari sarebbe stata in breve estinta sull’isola, e i cacciatori perseguivano appunto quello scopo. Anche l’ingegnere prese parte a diverse ricognizioni nei paraggi sconosciuti dell’isola, ch’egli osservava con minuziosa attenzione. Ben altre tracce che quelle degli animali egli cercava nei punti più folti di quei vasti boschi, ma mai nulla di sospetto apparve ai suoi occhi. Né Top né Jup, che l’accompagnavano, lasciavano supporre, con il loro atteggiamento, che ci fosse qualcosa di straordinario; eppure più d’una volta il cane aveva ancora abbaiato alla bocca del pozzo, che l’ingegnere aveva invano esplorato. In quel tempo Gedeon Spilett, aiutato da Harbert, prese parecchie vedute delle parti più pittoresche dell’isola, servendosi dell’apparecchio fotografico ch’era stato trovato nella cassa e che fino allora non avevano mai adoperato. Questo apparecchio, munito d’un potente obiettivo, era completissimo. Nulla vi mancava; v’erano tutte le sostanze necessarie alla riproduzione fotografica: collodio per preparare la lastra di vetro, nitrato d’argento per renderla sensibile, iposolfato di soda per fissare l’immagine ottenuta, cloruro d’ammonio per bagnare la carta destinata a dare la prova positiva, acetato di soda e cloruro d’oro per impregnare quest’ultima. C’erano persino le carte già clorurate, e prima di posarle sulle prove negative bastava immergerle per alcuni minuti nel nitrato d’argento allungato con acqua. Il giornalista e il suo aiutante divennero in breve abili operatori e ottennero vedute di paesaggi assai belle, come l’insieme dell’isola preso dall’altipiano di Bellavista, con il monte Franklin all’orizzonte, la foce del Mercy, così pittorescamente incorniciata nelle sue alte rocce, la radura e il recinto addossato ai primi gioghi della montagna, tutta la curiosa conformazione del Capo Artiglio, della Punta del Relitto, ecc. I fotografi non dimenticarono di fare il ritratto a tutti gli abitanti dell’isola, nessuno eccettuato. «L’isola si sta popolando» diceva Pencroff. E il marinaio era felicissimo di vedere la sua immagine, fedelmente riprodotta, ornare i muri di GraniteHouse e si fermava volentieri davanti a quell’esposizione, come avrebbe fatto davanti alle più ricche vetrine di Broadway. Ma, bisogna dirlo, il ritratto meglio riuscito fu incontestabilmente quello di mastro Jup. Mastro Jup aveva posato con una serietà impossibile a descriversi e la sua immagine era parlante! «Si direbbe che sta per fare una smorfia!» esclamò Pencroff. Se mastro Jup non fosse stato contento, sarebbe proprio stato il caso di dire che era molto difficile da accontentare; ma era soddisfatto, e contemplava la sua immagine con un’aria sentimentale, che rivelava una leggera dose di fatuità. I grandi calori estivi finirono con il mese di marzo. Il tempo fu talvolta piovoso, ma l’atmosfera era ancora calda. Il mese di marzo, corrispondente al settembre delle latitudini boreali, non fu così bello come si sarebbe potuto sperare. Forse annunciava un inverno precoce e rigoroso. I coloni, una mattina, il 21, furono persino sul punto di credere che la prima neve avesse fatto la sua apparizione. Infatti, Harbert, essendosi affacciato di buon’ora a una finestra di GraniteHouse, gridò: «To’! L’isolotto è coperto di neve!» «Della neve in questa stagione!» disse il giornalista, che aveva raggiunto il ragazzo. Gli altri compagni si avvicinarono subito e non poterono costatare che una cosa, cioè che non solo l’isolotto, ma tutto il greto ai piedi di GraniteHouse era coperto di uno strato bianco, uniformemente sparso al suolo. «È proprio neve!» disse Pencroff. «O le assomiglia molto!» osservò Nab. «Ma il termometro segna cinquantotto gradi (14 gradi centigradi sopra zero)!» fece notare Gedeon Spilett. Cyrus Smith guardava la distesa bianca senza pronunciarsi, poiché non sapeva davvero come spiegare il fenomeno, in quella stagione dell’anno e con quella temperatura. «Per mille diavoli!» esclamò Pencroff «le nostre piantagioni si geleranno!» E il marinaio si disponeva a scendere, quando fu preceduto dall’agile Jup, che si lasciò scivolare fino a terra. Ma la scimmia non aveva ancora toccato terra, che l’enorme strato di neve si sollevava e si sparpagliava nell’aria in così infinita quantità di fiocchi, che la luce del sole ne fu velata per alcuni minuti. «Sono uccelli!» gridò Harbert. Erano, infatti, sciami d’uccelli marini, dalle piume d’un candore abbagliante. S’erano abbattuti a centinaia di migliaia sull’isolotto e sulla costa e sparvero in lontananza, lasciando i coloni sbalorditi, come avessero assistito a un mutamento a vista, che avesse fatto succedere l’estate all’inverno in uno scenario magico. Disgraziatamente, il cambiamento era stato così subitaneo, che né il cronista, né il giovanetto poterono abbattere uno solo di quegli uccelli, di cui non riuscirono quindi a precisare la specie. Pochi giorni dopo, il 26 marzo, si compivano due anni da che i naufraghi dell’aria erano stati gettati sull’isola di Lincoln! CAPITOLO XIX GIÀ DUE ANNI! E da due anni i coloni non avevano più avuto alcuna comunicazione con i loro simili! Erano senza notizie del mondo civile, perduti su quell’isola, come se fossero stati su qualche infimo asteroide del mondo solare! Che cosa accadeva intanto nel loro paese? L’immagine della patria era sempre presente ai loro occhi, quella patria dilaniata dalla guerra civile, quando essi l’avevano lasciata e che la ribellione del Sud insanguinava forse ancora! Questo era per loro un grande dolore e spesso parlavano di tali cose, senza tuttavia mai dubitare che la causa del Nord avesse a trionfare, per l’onore della Confederazione Americana. Durante quei due anni non un bastimento era passato in vista dell’isola o, per lo meno, non una vela era stata scorta. Era evidente che l’isola di Lincoln si trovava fuori dalle rotte ordinariamente seguite, e inoltre ch’era sconosciuta — come, del resto, provavano anche le carte — giacché, pur non essendovi un porto, le sue acque dolci avrebbero dovuto attirare i bastimenti desiderosi di rinnovare la loro provvista d’acqua. Ma il mare che l’attorniava era sempre deserto, fin dove si stendeva lo sguardo, e i coloni non dovevano contare che su se stessi per tornare in patria. Nondimeno, una probabilità di salvezza esisteva, e quella probabilità fu appunto discussa dai coloni un giorno della prima settimana d’aprile, mentre erano riuniti nella sala di GraniteHouse. Avevano per l’appunto parlato dell’America e del loro Paese natale, che avevano così poca speranza di rivedere. «Decisamente, non avremo che un mezzo,» disse Gedeon Spilett «un solo mezzo per lasciare l’isola di Lincoln, e sarà di costruire un bastimento abbastanza grande da poter tenere il mare per alcune centinaia di miglia. Mi sembra che, quando s’è fatta una barca, si possa fare anche una nave.» «E che si può anche andare alle Paumotu» soggiunse Harbert «quando si è andati all’isola di Tabor!» «Non dico di no» rispose Pencroff, che aveva sempre voce in capitolo nelle questioni marittime; «non dico di no, benché non sia proprio la stessa cosa andare vicino o andar lontano! Durante il viaggio all’isola di Tabor se la nostra imbarcazione fosse stata minacciata da qualche pericolosa burrasca, sapevamo che il porto non era lontano, né da una parte né dall’altra; ma milleduecento miglia da percorrere, sono un bel tratto di strada, e la terra più vicina è almeno a questa distanza!» «All’occorrenza, Pencroff, non tentereste l’avventura?» chiese il giornalista. «Tenterò tutto quello che si vorrà, signor Spilett,» rispose il marinaio «sapete che non sono uomo da tirarmi indietro!» «Faccio notare, d’altronde, che ora abbiamo un marinaio in più» disse Nab. «Chi?» domandò Pencroff. «Ayrton.» «Giusto» disse Harbert. «Ammesso ch’egli consenta a venire con noi!» osservò Pencroff. «Bene!» disse il giornalista «credete dunque che se lo yacht di lord Glenarvan si fosse presentato all’isola di Tabor, mentre Ayrton l’abitava ancora, egli si sarebbe rifiutato di partire?» «Voi dimenticate, amici,» disse allora Cyrus Smith « che Ayrton aveva perso la ragione, durante gli ultimi anni della sua permanenza nell’isola. Ma il problema non sta qui. Si tratta di sapere se fra le nostre probabilità di salvezza dobbiamo contare sul ritorno della nave scozzese. Ora, lord Glenarvan ha promesso ad Ayrton di venirlo a riprendere all’isola di Tabor, quando riterrà le sue colpe sufficientemente espiate; e credo che ritornerà.» «Sì,» disse il giornalista «e mi pare che dovrebbe tornare presto, giacché son già dodici anni che Ayrton è stato abbandonato!» «Eh!» rispose Pencroff «anch’io ritengo come voi che il lord ritornerà, e fra poco anche. Ma dove approderà? All’isola di Tabor e non all’isola di Lincoln.» «Questo è tanto più certo» rispose Harbert «in quanto l’isola di Lincoln non è nemmeno segnata sulle carte.» «Perciò, amici,» riprese l’ingegnere «dobbiamo prendere le precauzioni necessarie, affinché la nostra presenza e quella di Ayrton all’isola di Lincoln siano segnalate sull’isola di Tabor.» «Evidentemente» rispose il giornalista; «e nulla è più facile che depositare nella capanna, ex dimora del capitano Grant e di Ayrton, un breve scritto con la posizione della nostra isola, scritto che lord Glenarvan o il suo equipaggio non potranno non trovare.» «Peccato» fece osservare il marinaio «che abbiamo dimenticato di prendere questa precauzione nel nostro primo viaggio all’isola di Tabor!» «E perché avremmo dovuto prenderla?» rispose Harbert. «Allora non conoscevamo la storia di Ayrton; ignoravamo che un giorno dovessero venire a ricercarlo, e quando lo abbiamo saputo, la stagione era troppo avanzata per permetterci di ritornare all’isola di Tabor.» «Sì,» rispose Cyrus Smith «era troppo tardi e bisogna rimandare questa traversata alla prossima primavera.» «E se lo yacht scozzese venisse nel frattempo?» disse Pencroff. «Non è probabile,» rispose l’ingegnere «giacché lord Glenarvan non sceglierebbe la stagione invernale per avventurarsi in questi mari remoti. O è già ritornato all’isola di Tabor dopo che Ayrton è giunto da noi, cioè da cinque mesi, e ne è ripartito, o non verrà che più tardi, e allora avremo il tempo, dai primi bei giorni di ottobre in avanti, per andare di nuovo all’isola di Tabor e lasciarvi uno scritto.» «Bisogna ammettere,» disse Nab «che sarebbe proprio un malaugurato caso se il Duncan fosse ricomparso in questi mari solo negli ultimi mesi!» «Spero che questo non sia avvenuto,» rispose Cyrus Smith «e che il. Cielo non ci abbia tolto la migliore probabilità che ci rimane!» «Credo» osservò il cronista «che, in tutti i casi, sapremo meglio a che partito appigliarci quando saremo ritornati all’isola di Tabor, poiché se gli scozzesi vi saranno tornati, avranno necessariamente lasciato tracce del loro passaggio.» «È evidente» rispose l’ingegnere. «Dunque, amici, poiché abbiamo questa probabilità di rimpatrio, aspettiamo con pazienza, e se la probabilità verrà a mancare, sapremo allora quel che dovremo fare.» «A ogni modo,» disse Pencroff «è sottinteso che, se, in una maniera o nell’altra, abbandoneremo l’isola di Lincoln, non sarà perché ci troviamo male!» «No, Pencroff,» rispose l’ingegnere «sarà perché qui siamo lungi da tutto quello che ogni uomo deve amare di più al mondo, la sua famiglia, i suoi amici, il suo paese natale!» In seguito a queste decisioni, i coloni non pensarono più, per il momento, a intraprendere la costruzione di un bastimento abbastanza grande per spingersi fino agli arcipelaghi, al nord, o fino alla Nuova Zelanda, all’ovest, e non si occuparono che dei consueti lavori, in vista d’una terza invernata da trascorrere a GraniteHouse. Tuttavia, fu deciso che la barca sarebbe stata adoperata, per fare un viaggio intorno all’isola, prima che venisse la cattiva stagione. L’esplorazione completa delle coste non era terminata ancora e i coloni non avevano che un’idea imperfetta del litorale a ovest e a nord, dalla foce del Creek della Cascata fino ai capi Mandibola, come pure della stretta baia che s’incuneava tra essi, simile a una bocca di pescecane. La proposta di quest’escursione fu avanzata da Pencroff, e Cyrus Smith vi aderì pienamente, giacché voleva vedere egli stesso tutta quella parte del suo dominio. Il tempo era variabile allora, ma il barometro non oscillava con bruschi spostamenti e si poteva, quindi, far assegnamento su di un tempo maneggevole. Infatti, durante la prima settimana d’aprile, dopo una forte discesa barometrica, la risalita fu segnalata da una forte burrasca da ovest, che durò cinque o sei giorni; poi, l’ago dello strumento ridivenne stazionario, indicando ventinove pollici e nove decimi (mm 759,45), e le circostanze parvero propizie all’esplorazione. Il giorno della partenza fu fissato al 16 aprile e il Bonadventure, ormeggiato a Porto Pallone, venne approvvigionato per un viaggio abbastanza lungo. Cyrus Smith avvertì Ayrton della spedizione imminente e gli propose di parteciparvi; ma, avendo Ayrton preferito rimanere a terra, fu deciso ch’egli si sarebbe trasferito a GraniteHouse durante l’assenza dei compagni. Mastro Jup doveva tenergli compagnia e non fece alcuna difficoltà. La mattina del 16 aprile tutti i coloni, accompagnati da Top, erano imbarcati. Il vento soffiava moderatamente da sudovest, e il Bonadventure, lasciando Porto Pallone, dovette bordeggiare, per raggiungere il promontorio del Rettile. Delle novanta miglia di perimetro dell’isola, la costa sud ne contava una ventina, dal porto al promontorio. Di qui, la necessità di superare queste venti miglia navigando sui bordi, poiché il vento era assolutamente contrario. Occorse l’intera giornata per scapolare il promontorio, giacché l’imbarcazione, lasciato il porto, non trovò che due ore di riflusso ed ebbe, invece, sei ore di flusso, cui fu difficilissimo resistere. La notte era dunque già scesa, quando il promontorio fu doppiato. Pencroff propose allora all’ingegnere di continuare la rotta a piccola velocità, con due mani di terzarolo alla vela. Ma Cyrus Smith preferì dare fondo alla distanza di alcune gomene da terra, per veder meglio di giorno quella parte della costa. Venne anche stabilito che, trattandosi di un’esplorazione minuziosa della costa, non si sarebbe navigato di notte e che, venuta la sera, l’imbarcazione sarebbe stata ancorata presso terra, finché il tempo lo avesse permesso. La notte passò quindi all’ancora sotto il promontorio, ed essendo il vento cessato con il sopraggiungere della nebbia, il silenzio non fu più turbato. I passeggeri, eccettuato il marinaio, dormirono forse un po’ meno bene a bordo del Bonadventure, che nelle loro camere a GraniteHouse, ma insomma dormirono. L’indomani, 17 aprile, Pencroff salpò al levar del giorno e randeggiò lungo la costa occidentale, navigando al gran lasco, mura a sinistra. I coloni conoscevano quella magnifica costa boscosa, perché ne avevano già percorso il margine a piedi; eppure essa suscitò ancora tutta la loro ammirazione. Costeggiavano la terra il più vicino possibile, moderando la velocità, in modo da poter osservare tutto, avendo cura soltanto di non urtare i tronchi d’albero che galleggiavano qua e là. Varie volte gettarono anche l’ancora e Gedeon Spilett prese alcune vedute fotografiche di quel magnifico litorale. Verso mezzogiorno il Bonadventure era arrivato alla foce del fiume della Cascata. Al di là, sulla riva destra, gli alberi riapparvero, ma più rari, e tre miglia più innanzi, essi non formavano che gruppetti isolati fra i contrafforti occidentali del monte, la cui arida schiena si prolungava fino al litorale. Quale contrasto fra la parte sud e la parte nord di quella costa! Tanto la prima era boscosa e verdeggiante, quanto l’altra era aspra e selvaggia! Si sarebbe detta una «costa ferrigna», come viene chiamata in certi paesi, e la sua struttura tormentata sembrava indicare che una vera cristallizzazione s’era bruscamente prodotta nel basalto ancora ardente delle epoche geologiche. Ammassamento dall’aspetto terribile, che avrebbe a tutta prima spaventato i coloni, se il caso li avesse gettati su questa parte dell’isola. Dalla cima del monte Franklin non avevano potuto notare l’aspetto profondamente sinistro di quella sponda, giacché la dominavano troppo dall’alto; ma, visto dal mare, quel litorale si presentava con un carattere così strano, che forse non si sarebbe trovato l’uguale in nessuna parte del mondo. Il Bonadventure passò davanti a quella costa alla distanza di mezzo miglio. Fu facile vedere che si componeva di massi delle più svariate dimensioni, da venti fino a trecento piedi di altezza, e di tutte le forme, cilindrici come rulli, prismatici come campanili, piramidali come obelischi, conici come ciminiere di fabbriche. Una banchisa di mare glaciale non sarebbe stata più capricciosa nel suo sublime orrore! Qui, ponti gettati da uno scoglio all’altro; là, arcate disposte come quelle di una navata di cattedrale, di cui lo sguardo non poteva scoprire la profondità; in un punto, larghi incavi, le cui volte avevano un aspetto monumentale; in un altro, una vera folla di punte, di piccole piramidi, di guglie, come nessuna cattedrale gotica ha mai potuto vantare. Tutti i capricci della natura, più variati ancora di quelli dell’immaginazione, ornavano il litorale grandioso, che si prolungava per una lunghezza di otto o nove miglia. Cyrus Smith e i suoi compagni guardavano con un sentimento di sorpresa, che confinava con la stupefazione. Ma se essi rimanevano muti, Top non si peritava di emettere latrati, che destavano i mille echi della muraglia basaltica. L’ingegnere osservò che quei latrati avevano qualche cosa di strano, proprio come quelli fatti udire dal cane alla bocca del pozzo di GraniteHouse. «Andiamo ancora sotto costa» disse. E il Bonadventure andò a randeggiare lungo gli scogli. Esisteva forse là qualche grotta, che conveniva esplorare? Ma Cyrus Smith non vide nulla: non una caverna, non un’anfrattuosità, che potesse servire di rifugio a un essere qualsiasi, poiché la base delle rocce era sotto il livello delle acque. Poco dopo i latrati di Top cessarono e l’imbarcazione tornò in rotta ad alcune gomene dal litorale. Nella parte nordovest dell’isola, il lido ridivenne piano e sabbioso. Rari alberi si profilavano sopra una terra bassa e paludosa, che i coloni avevano già intravista, e, con contrasto violento con l’altra costa deserta, la vita vi si manifestava con la presenza di miriadi d’uccelli acquatici. La sera, il Bonadventure ormeggiò in un piccolo seno della costa, a nord dell’isola, vicino a terra, talmente le acque erano profonde in quel punto. La notte passò tranquillamente, perché la brezza cessò con le ultime luci del giorno e non riprese che con le prime sfumature dell’alba. Siccome era facile prendere terra quella mattina, i cacciatori ufficiali della colonia, cioè Harbert e Gedeon Spilett, andarono a fare una passeggiata di due ore e ritornarono con parecchie filze di beccaccini e anatre. Top aveva fatto prodigi e non un capo di selvaggina era andato perduto, grazie al suo zelo e alla sua destrezza. Alle otto del mattino, il Bonadventure salpava e filava rapidissimamente verso il capo MandibolaNord, andando in fil di ruota mentre il vento tendeva a rinfrescare. «Del resto,» disse Pencroff «non mi meraviglierei che si preparasse qualche burrasca da ovest. Ieri il sole è tramontato su un orizzonte molto rosso e stamane vedo delle «code di gatto» che non promettono nulla di buono.» Le «code di gatto» erano cirri lunghi e sottili, sparpagliati allo zenit, e la cui altezza sul livello del mare non è mai inferiore ai cinquemila piedi. Si sarebbero detti leggeri batuffoli di ovatta, e la loro presenza annuncia generalmente l’approssimarsi di qualche perturbazione atmosferica. «Bene,» disse Cyrus Smith, «spieghiamo tutta la tela possibile e andiamo a ridosso nel golfo del Pescecane. Credo che il Bonadventure vi si troverà al sicuro.» «Benissimo» rispose Pencroff; «d’altronde, la costa nord è formata di dune di scarso interesse.» «Non mi dispiacerebbe» soggiunse l’ingegnere «passare non solo la notte, ma anche tutta la giornata di domani in questa baia, che merita d’essere esplorata con ogni cura.» «Credo che vi saremo costretti, lo vogliamo o no» rispose Pencroff; «giacché l’orizzonte comincia a diventare minaccioso verso ovest! Guardate come s’oscura!» «A ogni modo, abbiamo vento favorevole per raggiungere il capo Mandibola» osservò il giornalista. «Vento buonissimo» rispose il marinaio; «ma per entrare nel golfo, bisognerà bordeggiare, e mi piacerebbe vederci chiaro in quei paraggi che non conosco!» «Paraggi che devono essere seminati di scogli,» aggiunse Harbert «se dobbiamo giudicare da quanto abbiamo veduto sulla costa sud del golfo del Pescecane.» «Pencroff,» disse allora Cyrus Smith «fate ciò che credete meglio. Ci rimettiamo a voi.» «State tranquillo, signor Cyrus,» rispose il marinaio «non mi esporrò senza necessità! Preferirei una coltellata nella mia opera viva, che andare su uno scoglio con quella del mio Bonadventure!» Ciò che Pencroff chiamava opera viva era la parte immersa dello scafo, alla quale egli teneva più che alla sua stessa pelle! «Che ora è?» chiese Pencroff. «Le dieci» rispose Gedeon Spilett. «Che distanza ci separa dal capo, signor Cyrus?» «Circa quindici miglia» rispose l’ingegnere. «È questione di due ore e mezzo» disse allora il marinaio. «Saremo all’altezza del capo fra mezzogiorno e l’una. Sfortunatamente, la marea diventa discendente in quel momento, e il riflusso uscirà dal golfo. Temo molto che sarà difficile entrarvi, avendo vento e mare contrari.» «Tanto più che oggi è luna piena» fece osservare Harbert; «e le maree d’aprile sono fortissime.» «Bene, Pencroff,» domandò Cyrus Smith «non potete dare fondo alla punta del capo?» «Gettare l’ancora vicino a terra, con cattivo tempo in vista?» esclamò il marinaio. «Ci pensate, signor Cyrus? Sarebbe proprio voler finire in costa!» «Allora, che cosa farete?» «Cercherò di tenermi al largo fino all’ora del flusso, vale a dire sino alle sette della sera; e poi, se sarà ancora abbastanza chiaro, tenterò di entrare nel golfo; altrimenti, ci terremo sui bordi per tutta la notte ed entreremo domani al sorgere del sole.» «Ve l’ho detto, Pencroff, ci rimettiamo a voi!» disse Cyrus Smith. «Ah!» fece Pencroff «se ci fosse un faro su questa costa, sarebbe più comodo per i naviganti!» «Sì» rispose Harbert; «ma questa volta non avremo l’ingegnere compiacente che ci accenda un fuoco per guidarci in porto!» «To’! È vero, caro Cyrus,» disse Gedeon Spilett «non vi abbiamo mai ringraziato; ma, francamente, senza quel fuoco, non avremmo mai potuto raggiungere…» «Un fuoco?» chiese Cyrus Smith, meravigliatissimo delle parole del cronista. «Vogliamo dire, signor Cyrus,» spiegò Pencroff «che fummo assai preoccupati a bordo del Bonadventure durante le ultime ore che precedettero il nostro ritorno, e saremmo passati sottovento all’isola, se non fosse stato per la precauzione da voi presa, la notte dal 19 al 20 ottobre, di accendere un fuoco sull’altipiano di GraniteHouse.» «Ah, si, si! Ebbi proprio una felice idea in quell’occasione!» rispose l’ingegnere. «Ma questa volta,» seguitò il marinaio «a meno che questo pensiero non venga ad Ayrton, non ci sarà nessuno che ci renda questo piccolo servigio!» «No! Nessuno!» rispose Cyrus Smith. Ma pochi istanti dopo, trovandosi solo con il giornalista sulla prua dell’imbarcazione, l’ingegnere si chinò al suo orecchio per dirgli: «Se c’è al mondo una cosa sicura, Spilett, è che io non ho acceso nessun fuoco nella notte dal 19 al 20 ottobre, né sull’altipiano di GraniteHouse, né in alcun’altra parte dell’isola!» CAPITOLO XX LE COSE andarono come aveva previsto Pencroff, giacché i suoi presentimenti non potevano sbagliare. Il vento rinforzò, e da teso passò allo stato di temporale moderato, acquistò, cioè, una velocità da quaranta a quarantacinque miglia l’ora, per cui un bastimento in alto mare avrebbe serrato i velacci e fatto prendere tutte le mani dei terzaroli. Ora, siccome erano circa le sei quando il Bonadventure giunse all’altezza del golfo, e appunto allora il riflusso si faceva sentire, fu impossibile entrarvi. Bisognò quindi tenersi al largo, perché, anche se l’avesse voluto, Pencroff non avrebbe potuto raggiungere la foce del Mercy. Per cui, dopo aver alzato il fiocco all’albero maestro a guisa di trinchettina di fortuna, attese mettendo la prora verso terra. Fortunatamente, se il vento fu fortissimo, il mare, protetto dalla costa, non ingrossò molto. Non si ebbero, dunque, a temere le ondate, che sono un gran pericolo per le piccole imbarcazioni. Il Bonadventure non si sarebbe capovolto, giacché era ben zavorrato; ma grossi colpi di mare in coperta avrebbero potuto comprometterlo, se i boccaporti non avessero resistito. Pencroff, da abile marinaio, fronteggiò ogni evento. Certo, aveva una fiducia estrema nella sua imbarcazione; tuttavia, aspettava il giorno con una certa ansietà. Durante quella notte, Cyrus Smith e Gedeon Spilett non ebbero occasione di parlare fra loro, e nondimeno la frase pronunciata dall’ingegnere all’orecchio del giornalista esigeva che si discutesse ancora circa la misteriosa influenza, che sembrava regnare sull’isola di Lincoln. Gedeon Spilett non cessò di pensare al nuovo fatto inesplicabile, a quell’apparizione d’un fuoco sulla costa dell’isola. Eppure quel fuoco egli l’aveva veduto! E i suoi compagni, Harbert e Pencroff, l’avevano veduto come lui! Quel fuoco aveva loro servito a riconoscere la posizione dell’isola in quella notte oscura, ed essi non potevano pensare che non fosse stata la mano dell’ingegnere ad accenderlo, ed ecco che Cyrus Smith dichiarava formalmente di non aver fatto nulla di simile! Gedeon Spilett si propose di ritornare sull’incidente appena il Bonadventure avesse fatto ritorno a GraniteHouse, nonché di consigliare Cyrus Smith di mettere tutti i compagni al corrente di quegli strani fatti. Forse allora avrebbero deciso di fare in comune un’investigazione completa di tutte le parti dell’isola di Lincoln. Comunque sia, quella sera nessun fuoco s’accese sulle rive ancora sconosciute, che formavano l’entrata del golfo, e la piccola imbarcazione continuò a tenersi al largo durante tutta la notte. Quando le prime luci dell’alba si mostrarono all’orizzonte, il vento, ch’era un poco diminuito, girò di due quarte e permise a Pencroff d’imboccare più facilmente la stretta entrata del golfo. Verso le sette della mattina, il Bonadventure, dopo aver preso l’andatura di buon braccio verso il capo MandibolaNord, entrava prudentemente nello stretto e si arrischiava in quelle acque, chiuse nella più strana cornice di lave. «Ecco,» disse Pencroff «un tratto di mare che formerebbe una magnifica rada, in cui una flotta potrebbe compiere evoluzioni a suo agio!» «Quello che è soprattutto singolare,» fece osservare Cyrus Smith «è che questo golfo è stato formato da due colate di lava, eruttate dal vulcano e accumulatesi in seguito a eruzioni successive. Ne risulta che il golfo stesso è completamente riparato da tutti i lati, e ritengo che, anche con il peggior vento, il mare vi sia calmo come un lago.» «Indubbiamente,» riprese il marinaio «poiché il vento per penetrarvi non ha che questa stretta gola scavata fra i due capi, e inoltre il capo Nord protegge quello Sud, in modo da rendere difficilissima l’entrata delle raffiche. Il nostro Bonadventure potrebbe davvero rimanervi da un capo all’altro dell’anno, senza che la catena dell’ancora venga messa in forza!» «È un po’ grande per lui» osservò il giornalista. «Eh, signor Spilett,» rispose il marinaio «penso anch’io che sia un po’ troppo grande per il Bonadventure, ma se le flotte dell’Unione hanno bisogno di un ridosso sicuro nel Pacifico, credo che non troveranno mai luogo migliore di questa rada.» «Siamo nella gola del Pescecane» fece allora osservare Nab, alludendo alla forma del golfo. «In piena gola, mio bravo Nab!» rispose Harbert «ma non avete paura ch’essa si chiuda su di noi?» «No, signor Harbert,» rispose Nab; «eppure questo golfo non mi piace molto! Ha una fisionomia malvagia!» «Bravo!» esclamò Pencroff. «Ecco Nab che disprezza il mio golfo, proprio mentre io medito di farne omaggio all’America!» «Ma le acque sono profonde, almeno?» chiese l’ingegnere; «poiché ciò che basta per la chiglia del Bonadventure non basterebbe certo a quella delle nostre corazzate.» «Si fa presto a verificare» rispose Pencroff. E il marinaio mise in acqua una lunga corda, che gli serviva da scandaglio, alla quale era dato volta un pezzo di ferro. Essa misurava circa cinquanta braccia, e si svolse tutta senza toccare il fondo. «Via!» fece Pencroff. «Le nostre corazzate possono entrare! Non s’incaglieranno!» «Infatti,» disse Cyrus Smith «questo golfo è un vero abisso; ma, tenendo conto dell’origine plutonica dell’isola, non può stupire che il fondo del mare offra simili depressioni.» «Si direbbe anche» fece osservare Harbert «che queste muraglie siano state tagliate a picco, e sono convinto che ai loro piedi, pur con uno scandaglio cinque o sei volte più lungo, Pencroff non troverebbe fondo.» «Tutto questo va bene» disse allora il giornalista; «ma farò notare a Pencroff che alla sua rada manca una cosa importante.» «Quale, signor Spilett?» «Una spaccatura qualunque, che dia accesso all’interno dell’isola. Non vedo un punto su cui si possa metter piede!» Infatti, le alte pareti di lava, molto scoscese, non offrivano, su tutto il perimetro del golfo, un solo punto propizio per uno sbarco. Era un’insormontabile cortina, che ricordava i fiordi della Norvegia. Il Bonadventure, pur rasentando quelle alte muraglie fino a toccarle, non trovò nemmeno una sporgenza che potesse permettere ai passeggeri di scendere a terra. Pencroff si consolò dicendo che, con l’aiuto delle mine, quella muraglia sarebbe stata sventrata quando fosse stato necessario, e poiché non c’era assolutamente nulla da fare in quel golfo, diresse l’imbarcazione verso la stretta imboccatura aperta fra i due promontori e ne uscì verso le due circa del pomeriggio. «Auf!» fece Nab, mandando un sospiro di soddisfazione. Si sarebbe proprio detto che il bravo negro non si sentiva a suo agio entro quell’enorme mascella! Dal capo Mandibola alla foce del Mercy non c’erano che otto miglia circa. Si mise dunque in rotta verso GraniteHouse e il Bonadventure, andando di buon braccio, costeggiò a un miglio da terra. Alle enormi rocce laviche successero, poco dopo, le dune capricciose, fra cui l’ingegnere era stato tanto singolarmente ritrovato e che gli uccelli marini frequentavano a centinaia. Verso le quattro, Pencroff, lasciando alla sua sinistra la punta dell’isolotto, entrava nel canale che lo separava dalla costa, e alle cinque l’ancora del Bonadventure mordeva il fondo sabbioso alla foce del Mercy. Da tre giorni i coloni avevano lasciato la loro dimora. Ayrton li aspettava sulla spiaggia e mastro Jup andò loro incontro allegramente, con grugniti di soddisfazione. L’intera esplorazione delle coste dell’isola era, dunque, compiuta, e nessuna traccia sospetta era stata rilevata. Se qualche essere misterioso vi risiedeva, non poteva trovarsi che nel fitto dei boschi impenetrabili della penisola Serpentine, là dove i coloni non avevano ancora spinto le loro indagini. Gedeon Spilett parlò di queste cose con l’ingegnere e tutt’e due convennero di attirare l’attenzione dei loro compagni sullo strano carattere di certi casi avvenuti sull’isola, l’ultimo dei quali era anche il più inesplicabile. Pure Cyrus Smith, ritornando sul fatto del fuoco acceso da mano ignota sul litorale, non poté fare a meno di chiedere per la ventesima volta al cronista: «Ma siete sicuro d’aver visto bene? Non si trattava di un’eruzione parziale del vulcano, di una meteora qualunque?» «No, Cyrus,» rispose il giornalista «era certamente un fuoco acceso dalla mano dell’uomo. Del resto, interrogate Pencroff e Harbert. Essi hanno visto, come ho visto io stesso, e confermeranno le mie parole.» Ne seguì che, alcuni giorni dopo, il 25 aprile, durante la serata, quando tutti i coloni erano riuniti sull’altipiano di Bellavista, Cyrus Smith prese la parola, dicendo: «Amici miei, credo di dover richiamare la vostra attenzione su certi fatti accaduti nell’isola, in merito ai quali sarei lietissimo di conoscere la vostra opinione. Questi fatti sono, per così dire, soprannaturali…» «Soprannaturali» esclamò il marinaio, lanciando una boccata di fumo. «Potrebbe darsi che la nostra isola fosse soprannaturale?» «No, Pencroff, ma misteriosa certamente,» rispose l’ingegnere «a meno che voi non possiate spiegarci quello che Spilett e io non abbiamo ancora potuto comprendere.» «Parlate, signor Cyrus» fece il marinaio. «Orbene! Avete capito,» disse allora l’ingegnere «come abbia potuto avvenire che, dopo esser caduto in mare, io sia stato ritrovato a un quarto di miglio nell’interno dell’isola, e questo senza ch’io abbia avuto coscienza dello spostamento?» «Forse, essendo svenuto…» disse Pencroff. «Non è possibile» rispose l’ingegnere. «Ma proseguiamo. Avete compreso come Top abbia potuto scoprire il vostro rifugio, a cinque miglia dalla grotta ove giacevo?» «L’istinto del cane…» rispose Harbert. «Singolare istinto!» fece notare il cronista «poiché, malgrado la pioggia e il vento che infuriavano in quella notte, Top arrivò ai Camini asciutto e senza macchie di fango.» «Continuiamo» riprese l’ingegnere. «Siete riusciti a comprendere come mai il nostro cane sia stato stranamente gettato fuori dalle acque del lago, dopo la sua lotta con il dugongo?» «No! non l’ho compreso troppo, lo confesso,» rispose Pencroff «e la ferita che il dugongo aveva al fianco e che sembrava fatta con uno strumento tagliente, è altrettanto incomprensibile.» «Proseguiamo ancora» riprese Cyrus Smith. «Vi siete spiegato, amici, come abbia potuto trovarsi nel corpo del giovane pecari il pallino di piombo? Come la cassa si sia tanto facilmente arenata, senza traccia di naufragio? Come la bottiglia contenente il documento si sia presentata tanto opportunamente in occasione della nostra prima escursione in mare? Come il nostro canotto, che aveva rotto l’ormeggio, sia venuto, seguendo la corrente del Mercy, a raggiungerci proprio nel momento in cui ne avevamo bisogno? Come, dopo l’invasione delle scimmie, la scala ci sia stata calata di nuovo e così a proposito dall’alto di GraniteHouse? Come, infine, il documento che Ayrton pretende di non aver mai scritto sia caduto nelle nostre mani?» Cyrus Smith aveva enumerato, senza dimenticarne nemmeno uno, i fatti strani verificatisi nell’isola. Harbert, Pencroff e Nab si guardarono, non sapendo che cosa rispondere, perché quella serie di avvenimenti considerati per la prima volta nel loro insieme, non poté non meravigliarli estremamente. «In fede mia,» disse alla fine Pencroff «avete ragione, signor Cyrus; è difficile spiegare queste cose!» «Ebbene, amici,» proseguì l’ingegnere «un ultimo fatto è venuto ad aggiungersi a quelli fin qui elencati, e non meno incomprensibile degli altri!» «Quale, signor Cyrus?» chiese vivamente Harbert. «Quando siete ritornati dall’isola di Tabor, voi, Pencroff» riprese l’ingegnere «affermate che un fuoco vi è apparso sull’isola di Lincoln, vero?» «Certamente» rispose il marinaio. «E siete ben certo di averlo veduto questo fuoco?» «Come vedo voi.» «Anche tu, Harbert?» «Ah, signor Cyrus,» esclamò Harbert «quel fuoco brillava come una stella di prima grandezza!» «Ma non era una stella?» ripete l’ingegnere con insistenza. «No,» rispose Pencroff «perché il cielo era coperto da grosse nubi, e perché una stella, in ogni caso, non sarebbe stata così bassa sull’orizzonte. Ma il signor Spilett l’ha veduta come noi e può confermare le nostre parole!» «Aggiungerò,» disse il giornalista «che quel fuoco era molto vivo e che proiettava come un largo alone elettrico.» «Sì, sì! Proprio così» rispose Harbert «ed era certamente piazzato sulle alture di GraniteHouse.» «Orbene, amici,» rispose Cyrus Smith «durante la notte dal 19 al 20 ottobre né Nab né io abbiamo acceso un fuoco sulla costa.» «Voi non avete?…» esclamò Pencroff, al colmo della meraviglia; e non poté nemmeno finire la frase. «Noi non abbiamo lasciato GraniteHouse,» riprese Cyrus Smith «e se un fuoco è apparso sulla costa, un’altra mano l’ha acceso, non la nostra!» Pencroff, Harbert e Spilett erano sbalorditi! Non era possibile che si fosse trattato di un’illusione, ma era un vero e proprio fuoco, che i loro occhi avevano visto durante la notte dal 19 al 20 ottobre! Sì! Dovettero convenirne: un mistero esisteva! Un’influenza inesplicabile, evidentemente favorevole ai coloni, ma molto irritante per la loro curiosità, si faceva sentire a tempo opportuno sull’isola di Lincoln. C’era, dunque, qualche essere nascosto nelle sue più profonde cavità? Bisognava saperlo a ogni costo! Cyrus Smith ricordò inoltre ai compagni il curioso atteggiamento di Top e di Jup quando s’aggiravano attorno alla bocca del pozzo, che metteva GraniteHouse in comunicazione con il mare, e disse loro che aveva esplorato quel pozzo, senza scoprirvi nulla di sospetto. Infine, la conclusione fu che tutti i membri della colonia avrebbero perlustrato l’intera isola, appena fosse ritornata la bella stagione. Ma da quel giorno Pencroff parve preoccupato. Gli sembrava che l’isola di Lincoln, da lui considerata come proprietà sua personale, non gli appartenesse più tutt’intera, ma la dovesse dividere con un altro padrone, al quale, per amore o per forza, si sentiva sottomesso. Nab e lui parlavano spesso di quelle cose inesplicabili, ed entrambi, molto inclini alle fantasticherie, per la loro stessa natura, non erano lungi dal credere che l’isola di Lincoln fosse soggetta a qualche potere soprannaturale. Intanto, il cattivo tempo era incominciato con il mese di maggio (il novembre delle zone boreali). L’inverno si annunciava crudo e precoce; perciò i lavori per le necessità dell’invernata furono iniziati senza indugio. Del resto, i coloni erano ben preparati ad accogliere l’inverno, per inclemente che fosse. I vestiti di feltro non mancavano, perché i mufloni, ormai numerosi, avevano abbondantemente provvisto la lana necessaria alla fabbricazione di quella stoffa così calda. Naturalmente, anche Ayrton era stato munito di quei confortevoli indumenti. Cyrus Smith gli offri di andare a passare la cattiva stagione a GraniteHouse, ove sarebbe stato alloggiato meglio che al recinto, e Ayrton promise di farlo, appena avesse terminato gli ultimi lavori. Egli, infatti, prese dimora a GraniteHouse verso la metà d’aprile. Da allora in poi condivise la vita comune, rendendosi utile in ogni occasione; ma, sempre umile e triste, non prendeva mai parte agli svaghi dei suoi compagni. I coloni passarono la maggior parte di quell’inverno, il terzo che trascorrevano nell’isola di Lincoln, confinati in GraniteHouse. Vi furono furiose tempeste e terribili burrasche, che sembravano scuotere le rocce fin dalle fondamenta. Violentissime ondate minacciarono di coprire l’isola, e certo, qualunque nave all’ormeggio sarebbe andata perduta. Due volte, durante una di quelle bufere, il Mercy ingrossò al punto da far temere che i ponti e i ponticelli venissero travolti dalla corrente. Bisognò anche consolidare quelli del greto, che sparivano sotto le onde, quando il mare batteva il litorale. Tremendi remolini, simili a trombe, ove si mescolavano pioggia e neve, causarono danni all’altipiano di Bellavista. Il mulino e il pollaio ne soffrirono particolarmente. I coloni dovettero spesso operarvi riparazioni urgenti, senza di che l’esistenza dei volatili sarebbe stata seriamente minacciata. Durante quelle grandi intemperie, alcune coppie di giaguari e bande di quadrumani s’avventurarono sino all’altipiano, e c’era sempre da temere che i più agili e i più audaci, spinti dalla fame, riuscissero a varcare il ruscello, il quale, d’altronde, quand’era gelato, offriva loro un passaggio facile. Piantagioni e animali domestici sarebbero stati infallibilmente perduti senza una continua sorveglianza, e spesso fu necessario sparare per tenere a rispettosa distanza quei pericolosi visitatori. Così il lavoro non mancò ai coloni, poiché, oltre alle cure esterne, c’erano sempre mille cose da fare a GraniteHouse. Ebbero luogo anche alcune belle cacce, durante i grandi freddi, nelle vaste paludi delle tadorne. Gedeon Spilett e Harbert, aiutati da Jup e da Top, non fallivano un colpo in mezzo a quella miriade di anatre, di beccaccini, di arzavole, di codoni e di vanelli. L’accesso a quel territorio, così ricco di selvaggina, era facile, del resto, sia per la strada di Porto Pallone, passato il ponte del Mercy, sia girando le rocce della punta del Relitto. I cacciatori non s’allontanavano mai da GraniteHouse più di due o tre miglia. Così passarono i quattro mesi dell’inverno, che furono veramente rigidi, cioè giugno, luglio, agosto e settembre. Ma, insomma, GraniteHouse non soffri troppo delle, inclemenze del tempo e lo stesso poteva dirsi del recinto, il quale, meno esposto dell’altipiano e protetto in gran parte dal monte Franklin, non riceveva i colpi di vento, se non smorzati dalle foreste e dalle alte rupi del litorale. I guasti furono, quindi, poco importanti e la mano operosa e provetta di Ayrton bastò a ripararli rapidamente, quando, nella seconda quindicina d’ottobre, egli ritornò per alcuni giorni al recinto. Durante quell’inverno non avvenne alcun nuovo fatto inesplicabile. Nulla di strano accadde, benché Pencroff e Nab stessero attenti a cogliere i fatti più insignificanti, che avessero potuto collegarsi a una causa misteriosa. Nemmeno Top e Jup giravano più attorno al pozzo, né davano segno d’inquietudine. Pareva, dunque, che la serie degli incidenti soprannaturali si fosse interrotta, quantunque se ne discutesse spesso durante le serate a GraniteHouse, e rimanesse definitivamente convenuto che l’isola sarebbe stata frugata sin nelle sue parti più difficili a esplorarsi; Ma un avvenimento della più alta importanza, le cui conseguenze avrebbero potuto riuscire funeste, venne a distogliere momentaneamente dai loro propositi Cyrus Smith e i suoi compagni. Era il mese di ottobre. La bella stagione ritornava a gran passi. La natura si rinnovava sotto i raggi del sole, e in mezzo al fogliame perenne delle conifere che formavano il lembo dei boschi, apparivano già le foglie nuove dei bagolari, delle banksie e dei deodora. Si ricorderà che Gedeon Spilett e Harbert avevano preso più volte delle vedute fotografiche dell’isola di Lincoln. Ora, il 17 di ottobre, verso le tre del pomeriggio, Harbert, sedotto dalla purezza del cielo, pensò di ritrarre tutta la baia dell’Unione di fronte all’altipiano di Bellavista, dal capo Mandibola fino al capo Artiglio. L’orizzonte era mirabilmente nitido e visibile, e il mare, ondulato da una debole brezza, presentava sullo sfondo l’immobilità delle acque d’un lago, picchiettate qua e là di pagliuzze luminose. L’obiettivo era stato collocato a una delle finestre del salone di GraniteHouse e, di conseguenza, dominava la spiaggia e la baia. Harbert procedette come di solito, e, ottenuto il negativo, andò a fissarlo per mezzo delle apposite sostanze, ch’erano depositate nella camera oscura di GraniteHouse. Tornato in piena luce, Harbert esaminò bene il suo negativo e vi scoperse un puntino quasi impercettibile, che macchiava l’orizzonte del mare. Provò a farlo sparirei lavando ripetutamente, ma non vi riuscì. «È un difetto del vetro», pensò. E allora ebbe la curiosità d’esaminare quel difetto con una forte lente, che svitò da uno dei binocoli. Ma appena ebbe guardato, cacciò un grido, e poco mancò che il negativo gli sfuggisse di mano. Correndo subito nella camera ove si trovava Cyrus Smith, porse il negativo e la lente all’ingegnere, indicandogli la piccola macchia. Cyrus Smith esaminò quel punto; poi afferrando il suo cannocchiale, si precipitò alla finestra. Il cannocchiale, dopo aver percorso lentamente l’orizzonte, si fermò alla fine sul punto sospetto, e Cyrus Smith, abbassandolo, pronunciò questa sola parola: «Nave!» Infatti, una nave era in vista dell’isola di Lincoln! FINE DELLA SECONDA PARTE Parte Terza IL SEGRETO DELL’ISOLA CAPITOLO I DA DUE ANNI e mezzo i naufraghi del pallone erano stati gettati sull’isola di Lincoln e nessuna comunicazione era stata ancora possibile fra essi e i loro simili. Una volta il giornalista aveva tentato di mettersi in contatto con il mondo abitato, affidando a un uccello uno scritto rivelante il segreto della loro situazione, ma si trattava di una probabilità sulla quale era impossibile fare un serio assegnamento. Solo Ayrton, nelle note circostanze, era venuto ad aggiungersi ai membri della piccola colonia. E ora, ecco che quel giorno, il 17 ottobre, altri uomini apparivano inopinatamente in vista dell’isola, su quel mare costantemente deserto! Nessun dubbio era possibile! Laggiù v’era una nave! Ma sarebbe passata al largo o avrebbe approdato? Da li a poche ore, evidentemente, i coloni avrebbero saputo a che partito appigliarsi. Cyrus Smith e Harbert avevano subito chiamato Gedeon Spilett, Pencroff e Nab nel salone di GraniteHouse e li avevano informati di quanto accadeva. Pencroff, afferrando il cannocchiale, percorse rapidamente l’orizzonte, e fermandosi sul punto, che aveva prodotto l’impercettibile macchia sulla negativa fotografica: «Per mille diavoli! È proprio una nave!» disse con voce che non esprimeva una eccessiva soddisfazione. «Viene verso di noi?» domandò Gedeon Spilett. «Non è ancora possibile precisar nulla,» rispose Pencroff «perché solo la sua alberatura è visibile sull’orizzonte e non si scorge nessuna parte dello scafo.» «Che cosa bisogna fare?» domandò il ragazzo. «Aspettare» rispose Cyrus Smith. E per non breve spazio, di tempo i coloni rimasero silenziosi, in preda a tutti i pensieri, a tutte le emozioni, a tutti i timori, a tutte le speranze, che poteva far nascere in loro quell’avvenimento, il più grave che fosse accaduto dal loro arrivo all’isola di Lincoln. I coloni, certo, non erano nella situazione di naufraghi abbandonati su di uno sterile isolotto, che disputano la loro miserabile esistenza a una natura maligna e sono incessantemente divorati dal bisogno di rivedere le terre abitate. Pencroff e Nab soprattutto, che si sentivano felici e ricchi a un tempo, non avrebbero lasciato l’isola senza rammarico. Del resto, erano fatti apposta per quella vita nuova, in quella terra che la loro intelligenza aveva, per così dire, incivilito! Ma, insomma, quella nave era, in ogni caso, apportatrice di notizie del continente; era, forse, un lembo di patria che veniva loro incontro! Essa portava degli esseri simili a loro, e si comprende che i loro cuori avessero vivamente trasalito alla sua vista. Di tanto in tanto Pencroff riprendeva il cannocchiale e si metteva alla finestra. Di là, esaminava con estrema attenzione il bastimento, che era a una distanza di venti miglia a est. I coloni non avevano, dunque, ancora alcun mezzo per segnalare la loro presenza. Una bandiera non sarebbe stata scorta; una detonazione non sarebbe stata udita; un fuoco non sarebbe stato visto. Tuttavia, era certo che l’isola, dominata dal monte Franklin, non poteva essere sfuggita alle vedette della nave. Ma perché la nave stessa avrebbe atterrato là? Non era un semplice caso, che la spingeva in quella parte del Pacifico, ove le carte non menzionavano alcuna terra, salvo l’isolotto di Tabor, ch’era esso pure fuori delle rotte ordinariamente seguite dalle navi di altura degli arcipelaghi polinesiani, della Nuova Zelanda e della costa americana? A questa domanda, che ciascuno faceva a se stesso, Harbert diede subito una risposta. «Che sia il Duncan!» esclamò. Com’è noto, il Duncan era lo yacht di lord Glenarvan, che aveva abbandonato Ayrton sull’isolotto e che doveva un giorno tornare a riprenderlo. Ora, l’isolotto non si trovava a tale distanza dall’isola di Lincoln, che un bastimento, facendo rotta per quello, non potesse passare in vista di questa. Centocinquanta miglia soltanto li separavano in longitudine e settantacinque miglia in latitudine. «Bisogna avvertire Ayrton,» disse Gedeon Spilett «e mandarlo a chiamare immediatamente. Egli solo può dirci se si tratta del Duncan.» Tutti furono d’accordo e il giornalista, andando all’apparecchio telegrafico, che metteva in comunicazione il recinto con GraniteHouse, lanciò questo telegramma: «Venite immediatamente». Pochi istanti dopo il campanello suonava. «Vengo» rispondeva Ayrton. I coloni continuarono poi a osservare la nave. «Se è il Duncan,» disse Harbert «Ayrton lo riconoscerà facilmente, poiché vi è stato a bordo per qualche tempo.» «E riconoscendolo» soggiunse Pencroff «ne proverà una straordinaria emozione!» «Sì» rispose Cyrus Smith. «Ma ora Ayrton è degno di risalire a bordo del Duncan; voglia il Cielo che sia davvero lo yacht di lord Glenarvan, perché ogni altra nave mi sembrerebbe sospetta! Questi mari sono mal frequentati e temo sempre per la nostra isola la visita dei pirati malesi.» «Ma noi la difenderemo!» esclamò Harbert. «Indubbiamente, ragazzo mio» rispose l’ingegnere sorridendo; «ma è meglio non aver bisogno di difenderla.» «Una semplice osservazione» disse Gedeon Spilett. «L’isola di Lincoln non è conosciuta dai naviganti, perché non è indicata nemmeno sulle carte più recenti. Non credete, Cyrus, che sia questo un motivo perché un bastimento, trovandosi inopinatamente in vista di una terra nuova, cerchi di visitarla, anziché allontanarsene?» «Certo» rispose Pencroff. «Anch’io lo penso» soggiunse l’ingegnere. «Si può, anzi, affermare ch’è dovere di ogni capitano segnalare e per conseguenza prender conoscenza di ogni terra o isola non ancora catalogata; questo è appunto il caso dell’isola di Lincoln.» «Ebbene,» disse allora Pencroff «ammettiamo che quel bastimento prenda terra, che dia fondo, a qualche gomena dalla nostra isola; che cosa faremo?» Il quesito, posto così bruscamente, rimase dapprima senza risposta. Ma Cyrus Smith, dopo aver riflettuto, rispose con il tono calmo che gli era abituale: «Ecco quello che faremo, amici miei, quello che dovremo fare: prenderemo contatto col bastimento, ci imbarcheremo su di esso e lasceremo la nostra isola, dopo averne preso possesso nel nome degli Stati dell’Unione. Poi vi torneremo con tutti coloro che vorranno seguirci, per colonizzarla definitivamente e dotare la Repubblica Americana d’uno scalo utile in questa parte dell’Oceano Pacifico!» «Evviva!» gridò Pencroff «e non sarà un piccolo regalo, che faremo al nostro Paese! La colonizzazione è già quasi compiuta, i nomi sono dati a tutte le parti dell’isola, c’è un porto naturale, un punto di acquata, vi sono strade, una linea telegrafica, un cantiere, un’officina, e non rimarrà altro da fare che iscrivere il nome dell’isola di Lincoln sulle carte!» «Ma se ce la prendono durante la nostra assenza?» osservò Gedeon Spilett. «Per mille diavoli!» esclamò il marinaio «piuttosto resterei io solo a custodirla, e, quant’è vero che sono Pencroff, non me la ruberebbero certo come si ruba un orologio di tasca a un balordo; state pure tranquilli!» Per un’ora ancora fu impossibile dire con sicurezza se il bastimento segnalato facesse o non facesse rotta verso l’isola di Lincoln. S’era avvicinato, tuttavia, ma a quale velocità navigava? Pencroff non riuscì a stabilirlo. Nondimeno, siccome il vento soffiava da nordest era verosimile che navigasse con le mure a dritta. D’altronde il vento era favorevole per spingerlo verso gli approdi dell’isola e, con quella calma, non poteva. temere di avvicinarsi, benché i fondali non fossero riportati sulla carta. Verso le quattro, un’ora dopo la chiamata, Ayrton arrivò a GraniteHouse. Entrò nel salone, dicendo: «Ai vostri ordini, signori.» Cyrus Smith gli porse la mano, come faceva di solito, e conducendolo presso la finestra: «Ayrton,» gli disse «vi abbiamo pregato di venire per un motivo grave. Un bastimento è in vista dell’isola.» Ayrton, a tutta prima, impallidì leggermente e il suo sguardo si turbò per un istante. Poi, sporgendosi dalla finestra, percorse l’orizzonte con lo sguardo, ma non vide nulla. «Prendete questo cannocchiale,» disse Gedeon Spilett «e guardate bene, Ayrton; perché potrebbe darsi che quella nave fosse il Duncan, venuto in questi mari per rimpatriarvi.» «Il Duncan!» mormorò Ayrton. «Già!» Quest’ultima parola sfuggì quasi involontariamente dalle labbra di Ayrton, che chinò la testa fra le mani. Dodici anni di abbandono su di un isolotto deserto non gli parevano, dunque, un’espiazione sufficiente? Il colpevole punito non si sentiva, dunque, ancora perdonato, di fronte a se stesso, e di fronte agli altri? «No,» disse «no! Non può essere il Duncan.» «Guardate, Ayrton,» disse allora l’ingegnere «perché è necessario che noi sappiamo fin d’ora a che partito appigliarci.» Ayrton prese il cannocchiale e lo puntò nella direzione indicata. Per alcuni minuti osservò l’orizzonte senza muoversi, senza pronunciare una parola. Poi: «Infatti, è una nave,» disse «ma non credo che sia il Duncan.» «Perché mai non dovrebbe essere il Duncan?» domandò allora Gedeon Spilett. «Perché il Duncan è uno yacht a vapore, mentre non scorgo nessuna traccia di fumo, né sopra, né intorno a quel bastimento.» «Che navighi forse soltanto alla vela?» fece osservare Pencroff. «Il vento è buono per la rotta che sembra seguire e deve avere interesse a economizzare il carbone, trovandosi molto lontano da ogni terra.» «È possibile che abbiate ragione, signor Pencroff,» rispose Ayrton «e che quella nave abbia spento i fuochi. Lasciamo, dunque che si avvicini alla costa, e poi sapremo che cosa pensare.» Ciò detto, Ayrton andò a sedersi in un angolo del salone e rimase silenzioso. I coloni discussero ancora della nave sconosciuta, ma senza che Ayrton prendesse parte alla conversazione. Tutti si trovavano in una disposizione di spirito che non avrebbe loro permesso di continuare a lavorare. Gedeon Spilett e Pencroff erano singolarmente nervosi e andavano, venivano, non potendo star fermi. Harbert provava piuttosto curiosità. Nab solo conservava la sua calma abituale. Il suo Paese era là dove si trovava il suo padrone. Quanto all’ingegnere, rimaneva assorto nei suoi pensieri, e, in fondo, temeva, più che desiderare, l’arrivo di quella nave. Intanto, il bastimento si era un poco avvicinato all’isola. Con l’aiuto del cannocchiale, era stato possibile appurare che si trattava di una nave di altura e non di uno di quei prahos malesi, di cui si servono abitualmente i pirati del Pacifico. Era, dunque, lecito credere che le apprensioni dell’ingegnere non fossero giustificate e che la presenza di quel bastimento nelle acque dell’isola di Lincoln non costituisse alcun pericolo. Pencroff, dopo una minuziosa osservazione, credette poter affermare che la nave era armata a brigantino e che correva in direzione obliqua alla costa, con le mure a dritta, le basse vele, le vele di gabbia e i velacci, come confermò Ayrton. Ma, continuando con quell’andatura, il bastimento avrebbe dovuto in breve sparire dietro la punta del capo Artiglio, e per osservarlo sarebbe stato necessario salire sulle alture della baia Washington, vicino a Porto Pallone. Circostanza spiacevole, giacché erano già le cinque del pomeriggio e il crepuscolo non avrebbe tardato a rendere difficilissima qualunque osservazione. «Che cosa faremo quando sarà scesa la notte?» chiese Gedeon Spilett. «Accenderemo un fuoco per segnalare la nostra presenza?» Era un problema molto grave; tuttavia, quantunque l’ingegnere nutrisse dei dubbi, venne risolto affermativamente. Durante la notte la nave poteva sparire, allontanarsi per sempre e, scomparsa quella nave, ne sarebbe ritornata un’altra nelle acque dell’isola di Lincoln? Ora, chi poteva prevedere quel che l’avvenire riservava ai coloni? «Sì,» disse il giornalista «dobbiamo far conoscere a quel bastimento, qualunque esso sia, che l’isola è abitata. Trascurare la probabilità che ci si offre, equivarrebbe senz’altro a crearci dei rammarichi per l’avvenire.» Fu, dunque, deciso che Nab e Pencroff si sarebbero recati a Porto Pallone e che là, giunta la notte, avrebbero acceso un gran fuoco, il cui splendore avrebbe certamente attirato l’attenzione dell’equipaggio del brigantino. Ma, mentre Nab e il marinaio si preparavano a lasciare GraniteHouse, il bastimento cambiò andatura e avendo poggiato verso l’isola, mise la prora sulla baia dell’Unione. Era un buon camminatore quel brigantino, perché si avvicinava rapidamente. Allora Nab e Pencroff sospesero la partenza e il cannocchiale fu messo nelle mani d’Ayrton, affinché potesse riconoscere in modo definitivo se quella nave era, oppure no, il Duncan. Lo yacht scozzese era anch’esso attrezzato a brigantino. Si trattava dunque di sapere se un fumaiolo si elevasse tra i due alberi del bastimento avvistato, il quale non era allora che a una distanza di dieci miglia. L’orizzonte era ancora chiarissimo. L’accertamento fu, quindi, facile e Ayrton lasciò tosto ricadere il cannocchiale, dicendo: «Non è affatto il Duncan! Non poteva esserlo!…» Pencroff inquadrò nuovamente il brigantino nel campo visivo del cannocchiale e constatò che quel brigantino, di tre o quattrocento tonnellate di stazza, era di forme meravigliosamente affinate, arditamente alberato e mirabilmente costruito per la corsa, sicché doveva essere un rapido «corridore» dei mari. Ma a quale nazione apparteneva? Questo era difficile dire. «Eppure,» aggiunse il marinaio «una bandiera sventola al picco, ma non ne distinguo i colori.» «Fra meno di mezz’ora ne sapremo qualche cosa» rispose il giornalista. «D’altronde, è evidente che il capitano di quel bastimento ha intenzione di approdare, e di conseguenza, se non oggi, domani, al più tardi, faremo la sua conoscenza.» «Non importa!» disse Pencroff. «È sempre meglio sapere con chi si ha a che fare, e non mi spiacerebbe distinguere bene i colori di quella bandiera.» E, mentre così parlava, il marinaio non abbandonava il cannocchiale. Il giorno cominciava a declinare e, con il giorno, calava anche il vento del largo. La bandiera, del brigantino, sempre meno tesata, s’impigliò fra le drizze e diventava così sempre più difficile poterla osservare. «Non è una bandiera americana,» diceva di tratto in tratto Pencroff, «né inglese, il cui colore rosso si vedrebbe facilmente; né sono i colori francesi o tedeschi, e nemmeno il bianco della Russia o il giallo della Spagna… Si direbbe ch’è di una tinta uniforme… Vediamo… In questi mari… che cosa si potrebbe trovare più comunemente?… La bandiera cilena? Ma è tricolore… Brasiliana? È verde… giapponese? È nera e gialla… Mentre questa…» In quel momento un soffio di vento spiegò la bandiera sconosciuta. Ayrton, afferrando il cannocchiale che il marinaio aveva deposto, se lo mise all’occhio, e con voce sorda: «La bandiera nera!» esclamò. E, infatti, una tela scura ondeggiava al picco del brigantino, e ora si poteva con molte buone ragioni considerare la nave in vista come sospetta! L’ingegnere l’aveva dunque azzeccata con i suoi presentimenti? Era un bastimento di pirati? Uno schiumatore dei bassi mari del Pacifico, in concorrenza con i pirati malesi, che ancora li infestavano? Che cosa veniva a cercare sulle coste dell’isola di Lincoln? Vedeva in essa una terra sconosciuta, ignorata, atta a diventare un ricettacolo di carichi rubati? Veniva a domandare a quelle coste un ridosso per i mesi dell’inverno? L’onesto dominio dei coloni era forse destinato a trasformarsi in un covo infame, specie di capitale della pirateria del Pacifico? Tutti questi dubbi si affacciarono istintivamente alla mente dei coloni. Non v’era dubbio, d’altronde, sul significato da attribuirsi al colore della bandiera inalberata. Era proprio quella dei corsari del mare! Era quella che avrebbe dovuto portare il Duncan, se i deportati fossero riusciti nei loro criminali disegni! I coloni non si perdettero in discussioni. «Amici,» disse Cyrus Smith «quella nave vorrà solo esaminare il litorale dell’isola? Potrebbe anche darsi che il suo equipaggio non sbarcasse. Siamo nelle mani del destino. Comunque, dobbiamo fare tutto il possibile per nascondere la nostra presenza. Il mulino esistente sull’altipiano di Bellavista è troppo facilmente visibile. Ayrton e Nab vadano a smontarne le ali. Dissimuliamo parimenti, sotto fronde più fitte, le finestre di GraniteHouse. Tutti i fuochi siano spenti. Nulla, insomma, tradisca la presenza dell’uomo su quest’isola!» «E la nostra imbarcazione?» disse Harbert. «Oh!» rispose Pencroff «è al sicuro a Porto Pallone, e sfido quei miserabili a trovarla!» Gli ordini dell’ingegnere furono immediatamente eseguiti. Nab e Ayrton salirono sull’altipiano e presero le misure necessarie perché ogni indizio d’abitazione vi fosse dissimulato. Mentre si occupavano di questa faccenda, i loro compagni si recarono nel bosco dello Jacamar e ne ritornarono con una grande quantità di rami e di liane, che dovevano, a una certa distanza, parere verzura naturale e velare abbastanza bene le finestre aperte nella muraglia granitica. Nello stesso tempo, le munizioni e le armi furono disposte in modo da poter essere subito utilizzate, nel caso di un’aggressione improvvisa. Quando tutte queste precauzioni furono prese: «Amici,» disse Cyrus Smith (e si sentiva dalla voce ch’era commosso) «se quei miserabili vogliono impadronirsi dell’isola di Lincoln, noi la difenderemo, nevvero?» «Sì,» rispose il giornalista «e se occorre morremo per difenderla! L’ingegnere porse la mano ai compagni, che la strinsero con effusione. Solo Ayrton, rimasto in un angolo, non s’era unito ai coloni. Forse egli,» l’antico deportato, si sentiva ancora indegno di essi. Cyrus Smith comprese quello che passava nell’animo di Ayrton, e andando a lui: «E voi, Ayrton,» gli chiese «che cosa farete?» «Il mio dovere» rispose Ayrton. Poi andò a porsi vicino alla finestra, scrutando attraverso il fogliame. Erano le sette e mezzo. Il sole era tramontato da circa venti minuti dietro GraniteHouse. Di conseguenza, l’orizzonte verso est s’oscurava a poco a poco. Tuttavia il brigantino avanzava sempre verso la baia dell’Unione. Esso si trovava allora a non più di otto miglia e precisamente di fronte all’altipiano di Bellavista, perché, dopo aver virato all’altezza del capo Artiglio, aveva molto guadagnato a nord, con l’ausilio della corrente di marea montante. Si poteva, anzi, dire che anche a quella distanza era già entrato nella vasta baia, giacché una linea retta, tracciata dal capo Artiglio al capo Mandibola, gli sarebbe passata ad ovest, all’anca di dritta. Il brigantino sarebbe entrato nella baia? Tale era il primo quesito. Ivi giunto, vi si sarebbe ancorato? Era il secondo. Non si sarebbe accontentato, dopo aver esaminato il litorale, di riprendere il largo senza sbarcare il proprio equipaggio? I coloni l’avrebbero saputo fra meno di un’ora. Non rimaneva, dunque, che aspettare. Cyrus Smith aveva veduto non senza una profonda ansietà il bastimento sospetto inalberare la bandiera nera. Non era una minaccia diretta contro l’opera che lui e i suoi compagni avevano, con lieto esito, svolta fino allora? I pirati, che altro non potevano essere i marinai di quel brigantino, avevano, dunque, già frequentato l’isola, poiché, approdandovi, avevano issato i loro colori? Vi avevano forse anteriormente operato qualche scorreria, il che avrebbe spiegato certi particolari rimasti sino allora inesplicabili? Esisteva nelle sue parti non ancora esplorate qualche complice, pronto a entrare in comunicazione con loro? A tutte queste domande, che rivolgeva silenziosamente a se stesso, Cyrus Smith non sapeva che cosa rispondere; solo sentiva con certezza che la situazione della colonia era gravemente compromessa dall’arrivo di quel brigantino. Tuttavia, lui e i suoi compagni erano decisi a resistere fino all’estremo. I pirati erano numerosi e meglio armati dei coloni? Sarebbe stato molto importante saperlo! Ma, come arrivare sino a essi? Era ormai notte fatta. La luna nuova, investita dall’irradiazione solare, era scomparsa. Una profonda oscurità avvolgeva l’isola e il mare. Le nubi, pesanti, ammucchiate all’orizzonte, non lasciavano filtrare alcun chiarore. Il vento era cessato completamente con il crepuscolo. Non una foglia si agitava sugli alberi, non un mormorio d’onda sul lido. Della nave avvistata non si vedeva nulla, essendo abolito ogni fanale, e quindi non si poteva nemmeno sapere s’era ancora in vista dell’isola, né in qual punto si trovasse. «Eh, chi sa» disse allora Pencroff «che quel dannato bastimento non riprenda il mare durante la notte e che non lo ritroviamo più allo spuntar del giorno?» Per tutta risposta all’osservazione del marinaio, un vivo bagliore si diffuse lungi sul mare e rimbombò un colpo di cannone. La nave era sempre là e aveva artiglieria a bordo. Erano passati sei secondi fra il primo bagliore e il colpo. Dunque, il brigantino era a circa un miglio e un quarto dalla costa. Nello stesso tempo s’udì un rumore di catene che scorrevano stridendo attraverso le cubie. Il bastimento dava fondo in vista di GraniteHouse! CAPITOLO II NON C’ERA più alcun dubbio sulle intenzioni dei pirati. Avevano gettato l’ancora a breve distanza ed era evidente che l’indomani, per mezzo delle lance, avrebbero tentato di accostarsi alla riva! Cyrus Smith e i suoi compagni erano pronti ad agire, ma, per quanto fossero risoluti, non dovevano dimenticare la prudenza. Forse la loro presenza poteva ancora essere celata, e questo nel caso in cui i pirati si fossero accontentati di sbarcare sul litorale, senza spingersi nell’interno dell’isola. Poteva darsi, infatti, ch’essi non avessero altro disegno che di fare acqua al Mercy, e non era impossibile che il ponte gettato a un miglio e mezzo dalla foce, nonché i lavori di adattamento fatti ai Camini, sfuggissero alla loro attenzione. Ma perché, allora, la bandiera issata sull’antenna del brigantino? Perché quella cannonata? Pura spavalderia, senza dubbio; a meno che non fosse indizio d’una presa di possesso! Cyrus Smith sapeva ora che il bastimento era formidabilmente armato. Per rispondere ai cannoni dei pirati, che cosa avevano i coloni dell’isola di Lincoln? Pochi fucili soltanto. «Tuttavia,» fece notare Cyrus Smith «qui siamo in una posizione inespugnabile. Il nemico non potrà scoprire l’apertura dello scarico, adesso che è nascosto sotto le canne e le erbe; e di conseguenza, gli è impossibile penetrare a GraniteHouse.» «Ma le nostre piantagioni, il nostro pollaio, il nostro recinto, tutto insomma, tutto!» esclamò Pencroff, battendo un piede in terra. «Essi possono tutto rovinare, tutto distruggere in poche ore!» «Tutto, Pencroff,» rispose Cyrus Smith «e noi non abbiamo alcun modo di impedirlo.» «Sono molti? Ecco il problema» disse allora il giornalista. «Se non sono che una dozzina, potremo arrestarli, ma quaranta, cinquanta, forse anche di più…» «Signor Smith,» disse allora Ayrton, avanzandosi verso l’ingegnere «volete concedermi un permesso?» «Quale, amico mio?» «Quello di raggiungere la nave per constatare la forza del suo equipaggio.» «Ma, Ayrton…» rispose esitando l’ingegnere «arrischiereste la vita…» «Perché no, signore?» «Questo è più del vostro dovere.» «Io devo fare più del mio dovere» rispose Ayrton. «Andreste fino al bastimento con la piroga?» domandò Gedeon Spillett. «No, signore; vi andrò a nuoto. La piroga non passerebbe dove invece un uomo può insinuarsi immergendosi.» «Sapete che il brigantino è a un miglio e un quarto dalla costa?» disse Harbert. «Sono un buon nuotatore, signor Harbert.» «Vuol dire arrischiare la vostra vita, vi dico» aggiunse ancora l’ingegnere. «Poco importa» rispose Ayrton. «Signor Smith, ve lo chiedo come una grazia. È forse un mezzo di riabilitarmi ai miei stessi occhi!» «Andate, Ayrton» rispose l’ingegnere, che sentiva come un rifiuto avrebbe profondamente contristato l’ex deportato, che ormai era ridivenuto un uomo onesto. «Vi accompagnerò» disse Pencroff. «Diffidate di me!» rispose vivamente Ayrton. Poi, più umilmente: «Ahimè!» «No, no!» soggiunse vivamente Cyrus Smith «No, Ayrton, Pencroff non diffida di voi! Avete male interpretato le sue parole.» «Infatti,» rispose il marinaio «propongo ad Ayrton di accompagnarlo solamente fino all’isolotto. Potrebbe darsi, quantunque sia poco probabile, che uno di quei bricconi fosse sbarcato, e in questo caso due uomini non saranno di troppo per impedirgli di dare l’allarme. Aspetterò Ayrton sull’isolotto ed egli andrà alla nave da solo, dal momento che ha deciso di farlo.» Così stabilito, Ayrton fece i preparativi per la partenza. Il suo proposito era audace, ma poteva riuscire, grazie all’oscurità della notte. Una volta arrivato al bastimento, Ayrton, aggrappandosi o alle briglie di bompresso o alle landre dei parasartie, avrebbe potuto conoscere il numero e forse sorprendere le intenzioni dei deportati. Ayrton e Pencroff, seguiti dai compagni, scesero sulla spiaggia. Ayrton si spogliò e si spalmò di grasso, per soffrir meno della temperatura dell’acqua, che era ancora fredda. Poteva darsi, infatti, che fosse obbligato a rimanervi per parecchie ore. Pencroff e Nab, intanto, erano andati a cercare la piroga, ormeggiata alcune centinaia di passi più in su, sulla riva del Mercy, e quando ritornarono, Ayrton era pronto a partire. Sulle spalle di Ayrton venne gettata una coperta, e i coloni gli strinsero la mano. Erano le dieci e mezzo della sera, quando tutti e due sparvero nell’oscurità. I loro compagni andarono ad attenderli ai Camini. Il canale fu agevolmente attraversato e la piroga approdò alla riva opposta dell’isolotto. Questo fu fatto non senza qualche precauzione, nel caso in cui dei pirati si fossero aggirati da quelle parti. Ma, dopo alcuni accertamenti, parve assodato che l’isolotto fosse deserto. Dunque, Ayrton, seguito da Pencroff, lo attraversò con passo rapido, spaventando gli uccelli annidati nei buchi delle rocce; poi, senza esitare, si gettò in mare e nuotò senza rumore in direzione del bastimento, del quale alcune luci, accese da poco, indicavano allora la posizione esatta. Quanto a Pencroff, si rannicchiò in un’anfrattuosita della riva e attese il ritorno del compagno. Intanto, Ayrton nuotava vigorosamente e scivolava attraverso la distesa d’acqua senza produrvi nemmeno il più lieve fremito. La sua testa affiorava appena e i suoi occhi si fissavano sulla massa scura del brigantino, i cui fanali si riflettevano nel mare. Egli non pensava che al dovere che aveva promesso di compiere e non si preoccupava nemmeno dei pericoli che correva, non solo a bordo della nave, ma anche in quei paraggi, spesso frequentati dai pescicani. La corrente lo portava ed egli s’allontanava rapidamente dalla costa. Una mezz’ora dopo, Ayrton, senza essere stato veduto né sentito, si immergeva, accostava la nave e s’aggrappava con una mano alle briglie del bompresso. Allora respirò, e issandosi sulle catene, pervenne a raggiungere l’estremità del tagliamare. Là stavano ad asciugare alcune paia di calzoncini da marinaio. Ne infilò un paio. Poi, essendosi collocato in posizione sicura, ascoltò. A bordo del brigantino non si dormiva. Tutt’altro. Si discuteva, si cantava, si rideva. Ed ecco le parole, accompagnate da bestemmie, che maggiormente colpirono Ayrton: «Che buon acquisto il nostro brigantino!» «Fila bene, lo Speedy! (Nota: Parola inglese che significa veloce. Fine nota) Merita il suo nome!» «Tutta la marina di Norfolk può mettersi al suo inseguimento, senza poterlo raggiungere.» «Evviva il suo comandante!» «Evviva Bob Harvey!» Sarà facile comprendere quello che Ayrton provasse udendo questo frammento di conversazione, quando si saprà che in Bob Harvey aveva riconosciuto uno dei suoi vecchi compagni d’Australia, un marinaio audace, che aveva proseguito i suoi criminosi disegni. Bob Harvey s’era impadronito, nei paraggi dell’isola di Norfolk, di quel brigantino, carico d’armi, di munizioni, di utensili d’ogni sorta, destinati a una delle isole Sandwich. Tutta la sua banda era salita a bordo e, pirati dopo essere stati deportati, quei miserabili scorrevano ora l’Oceano Pacifico, distruggendo le navi, massacrando gli equipaggi, depredando, più feroci degli stessi malesi! I deportati parlavano ad alta voce, raccontavano le loro nefande prodezze, bevevano esageratamente. Ed ecco quello che Ayrton poté comprendere dai loro discorsi: L’equipaggio dello Speedy si componeva ora unicamente di prigionieri inglesi, evasi da Norfolk. Ed ecco che cos’è Norfolk. A 29° 2’ di latitudine sud e 165° 42’ di longitudine est, ad est dell’Australia, si trova una piccola isola di sei leghe di circonferenza; è dominata dal monte Pitt, da un’altezza di millecinquecento piedi sul livello del mare. È l’isola di Norfolk, divenuta sede di uno stabilimento di pena, ove sono rinchiusi i più pericolosi condannati dei penitenziari inglesi. Ve ne sono cinquecento, sottoposti a una disciplina di ferro, colpiti da pene terribili, custoditi da centocinquanta soldati e centocinquanta guardie agli ordini d’un governatore. Sarebbe difficile immaginare una peggior genia di scellerati. Qualche volta, benché accada raramente, nonostante la ferrea sorveglianza di cui sono oggetto, parecchi riescono a fuggire, impadronendosi di navi, che sorprendono; con queste poi si danno alla pirateria negli arcipelaghi polinesiani. Così avevano fatto Bob Harvey e i suoi compagni. Così un giorno aveva voluto fare anche Ayrton. Bob Harvey s’era impadronito del brigantino Speedy, ancorato in vista dell’isola di Norfolk; l’equipaggio era stato massacrato e da un anno la nave, divenuta bastimento di pirati, batteva i mari del Pacifico, al comando di Harvey, un tempo capitano di lungo corso, ora predone del mare. E Ayrton lo conosceva bene! I pirati erano per la maggior parte riuniti sul casseretto, a poppa della nave, ma alcuni, stesi in coperta, parlavano fra loro ad alta voce. Mentre la conversazione continuava sempre in mezzo alle grida e alle libagioni, Ayrton apprese che soltanto il caso aveva condotto lo Speedy in vista dell’isola di Lincoln. Bob Harvey non vi aveva mai messo piede, ma — come Cyrus Smith aveva presagito — trovando sulla sua rotta quella terra sconosciuta, di cui nessuna carta indicava l’ubicazione, aveva pensato di visitarla e, all’occorrenza, se essa gli conveniva, di farne il porto di armamento del brigantino.. Quanto alla bandiera nera inalberata sull’antenna dello Speedy e al colpo di cannone ch’era stato sparato, come fanno le navi da guerra nel momento in cui ammainano la bandiera, era una pura spavalderia da pirati. Non era punto un segnale e nessuna comunicazione esisteva ancora tra gli evasi da Norfolk e l’isola di Lincoln. La proprietà dei coloni era, dunque, minacciata da un enorme pericolo! Evidentemente, l’isola, con la sua abbondante riserva d’acqua dolce, il suo piccolo porto, le sue ricchezze naturali d’ogni sorta, così ben valorizzate dai coloni, le profondità celate di GraniteHouse, non poteva non convenire ai deportati. Nelle loro mani, essa sarebbe divenuta un eccellente luogo di rifugio e, per il fatto stesso ch’era sconosciuta, avrebbe assicurato loro, per lungo tempo forse, l’impunità e la sicurezza. Era pure evidente che la vita dei coloni non sarebbe stata rispettata e che il primo proposito di Bob Harvey e dei suoi complici sarebbe stato di massacrarli senza misericordia. Cyrus Smith e i suoi non avevano, dunque, nemmeno la speranza di fuggire, di nascondersi nell’interno dell’isola, perché i deportati si proponevano di stabilirvi la loro residenza e perché, anche nel caso che lo Speedy fosse partito per una spedizione, probabilmente alcuni uomini dell’equipaggio sarebbero pur sempre rimasti a terra, per colonizzarla. Dunque, bisognava combattere, bisognava distruggere fino all’ultimo quei miserabili, indegni di pietà e contro i quali ogni mezzo sarebbe stato buono. Questo pensò Ayrton, e sapeva bene che Cyrus Smith avrebbe condiviso il suo modo di vedere. Ma, la resistenza e, alla fine, la vittoria, erano possibili? Ciò dipendeva dall’armamento del brigantino e dal numero d’uomini ch’erano a bordo. Ayrton volle saperlo a ogni costo e siccome, un’ora dopo il suo arrivo, le vociferazioni s’erano calmate un poco e buona parte dei deportati erano immersi nel sonno dell’ubriachezza, egli non esitò ad avventurarsi sul ponte dello Speedy, che le lanterne spente lasciavano allora in una profonda oscurità. Si issò, dunque, sul tagliamare e per il bompresso arrivò al castello di prua del brigantino. Insinuandosi allora fra i pirati distesi qua e là, fece il giro del bastimento e constatò che lo Speedy era armato di quattro cannoni, che dovevano lanciare proiettili da otto a dieci libbre. S’avvide anche, toccandoli, che detti cannoni erano a retrocarica. Erano dunque pezzi moderni, di facile uso e di terribile effetto. Gli uomini sdraiati sul ponte dovevano essere circa una decina, ma era presumibile che altri, e più numerosi, dormissero nell’interno del brigantino. E d’altronde, ascoltandoli, Ayrton aveva creduto comprendere che erano una cinquantina a bordo. Erano molti, per i sei coloni dell’isola di Lincoln! Ma intanto, grazie alla devozione di Ayrton, Cyrus Smith non sarebbe stato sorpreso, e conoscendo la forza dei suoi avversari, avrebbe preso le disposizioni del caso. Ad Ayrton non restava, dunque, che ritornare per render conto ai compagni della sua missione; si preparò quindi a raggiungere nuovamente la prua del brigantino, allo scopo di scivolare poi fino in mare. Ma, a quest’uomo che voleva — come aveva detto «fare più del suo dovere, venne allora un’idea eroica. Equivaleva a sacrificare la sua vita, ma avrebbe salvato l’isola e i coloni. Cyrus Smith non avrebbe potuto, evidentemente, resistere a cinquanta banditi, armati di tutto punto, che, sia penetrando a viva forza in GraniteHouse, sia affamandovi gli assediati, ne avrebbero avuto ragione. E allora egli si raffigurò i suoi salvatori, coloro che avevano rifatto di lui un uomo e un onest’uomo, coloro ai quali doveva tutto, uccisi senza pietà, i loro lavori annientati, la loro isola mutata in un covo di pirati! Si disse che, insomma, era lui, Ayrton, la causa prima di tanti disastri, poiché il suo antico compagno, Bob Harvey, non aveva fatto che mettere in esecuzione i suoi stessi disegni, e un sentimento d’orrore s’impadronì di tutto il suo essere. Allora fu preso dall’irresistibile desiderio di far saltare il brigantino con tutti coloro che portava. Ayrton sarebbe perito nell’esplosione, ma avrebbe fatto il suo dovere.» Ayrton non esitò. Raggiungere la cala delle polveri, che si trova sempre a poppa di un bastimento, era facile. La polvere non doveva mancare su una simile nave, e sarebbe bastata una scintilla per annientarla in un istante. Ayrton si calò cautamente in batteria, sparsa di numerosi dormienti, che l’ubriachezza, più che il sonno, teneva assopiti. Una lanterna era accesa, al piede dell’albero maestro circondato da una cavigliera carica d’armi da fuoco di tutte le specie. Ayrton staccò dalla cavigliera una rivoltella e s’assicurò che fosse carica. Non gli occorreva di più per compiere l’opera di distruzione. S’inoltrò prudentemente verso poppa, in modo da arrivare sotto il casseretto del brigantino, ove doveva essere la cala delle polveri. Malgrado la massima attenzione, era difficile strisciare su quel ponte quasi oscuro, senza urtare qualche pirata non abbastanza addormentato. Di qui, bestemmie e urli. Ayrton fu, più d’una volta, costretto a fermarsi. Ma, alla fine, arrivò alla paratia che chiudeva il compartimento di poppa e trovò la porta, che doveva aprirsi direttamente sulla cala. Ayrton, costretto a doverla forzare, si mise all’opera. Era difficile riuscire in questa faccenda senza far rumore, poiché si trattava di spezzare un lucchetto. Ma sotto la mano vigorosa di Ayrton, il lucchetto saltò e la porta si aprì… D’un tratto, un braccio s’appoggiò sulla spalla di Ayrton. «Che cosa fai qui?» domandò con voce dura un uomo alto che, drizzandosi nell’ombra, levò bruscamente sulla faccia di Ayrton la luce d’una lanterna. Ayrton si gettò all’indietro. A un rapido bagliore della lanterna, aveva riconosciuto il suo antico complice, Bob Harvey, ma non poteva esser stato riconosciuto da questi, che doveva credere Ayrton morto da gran tempo. «Che cosa fai qui?» ripeté Bob Harvey, afferrando Ayrton per la cintura dei calzoni. Ma Ayrton, senza rispondere, respinse vigorosamente il capo dei deportati e cercò di slanciarsi nel deposito delle polveri. Un colpo di rivoltella in mezzo a quei barili di polvere e tutto era finito!… «A me, ragazzi!» aveva gridato Bob Harvey. Due o tre pirati, svegliati da quel grido, s’erano alzati e gettandosi su Ayrton, tentarono di atterrarlo. Il vigoroso Ayrton si sbarazzò dalle loro strette. Due sue rivoltellate rimbombarono e due deportati caddero; ma una coltellata ch’egli non poté evitare gli incise le carni della spalla. Ayrton capì che non poteva più effettuare il suo disegno. Bob Harvey aveva richiuso la porta della cala e nel corridoio cominciava un movimento, che indicava il risveglio generale dei pirati. Bisognava che Ayrton si risparmiasse per combattere a fianco di Cyrus Smith. Non gli rimaneva che fuggire! Ma la fuga era ancora possibile? La cosa era molto dubbia, benché Ayrton fosse deciso a tentare il tutto per tutto pur di raggiungere i compagni. Gli restavano ancora quattro colpi da sparare. Due ne sparò allora, uno dei quali diretto su Bob Harvey, che però non rimase ferito gravemente. Ayrton, allora, approfittando di un movimento all’indietro dei suoi avversari, si precipitò verso la scala del boccaporto, in modo da raggiungere il ponte del brigantino. Passando davanti alla lanterna, la mandò in frantumi con il calcio della rivoltella e ne seguì una profonda oscurità, che doveva favorire la sua fuga. Due o tre pirati, destati dal rumore, scendevano la scala in quel momento. Un quinto colpo di rivoltella di Ayrton ne gettò uno giù dai gradini, mentre gli altri si traevano in disparte, non comprendendo nulla di quel che succedeva. Ayrton in due salti fu sul ponte del brigantino e in capo a tre secondi, dopo aver scaricato per l’ultima volta la rivoltella in viso a un pirata che stava afferrandolo per il collo, scavalcò il parapetto e si gettò in mare. Ayrton non aveva fatto sei bracciate nell’acqua che già le palle crepitavano intorno a lui come una gragnuola. Quale dovette essere l’emozione di Pencroff, ricoverato sotto una roccia dell’isolotto, e quella di Cyrus Smith, del giornalista, di Harbert, di Nab, appiattati nei Camini quando udirono quelle detonazioni esplodere a bordo del brigantino! S’erano tutti slanciati sulla spiaggia e, con i fucili spianati, si tenevano pronti a respingere ogni aggressione. Per loro, non c’era più dubbio! Ayrton, sorpreso dai pirati, era stato massacrato e probabilmente quei miserabili avrebbero approfittato della notte per operare uno sbarco sull’isola. Una mezz’ora passò in preda ad ansie mortali. Anche quando le detonazioni cessarono, né Ayrton, né Pencroff riapparvero. L’isolotto era, dunque, invaso? Non bisognava correre in aiuto di Ayrton e di Pencroff? Ma come? La marea, alta in quel momento, rendeva il canale insuperabile. La piroga non c’era più! Si può immaginare la terribile inquietudine che s’impadronì di Cyrus Smith e dei suoi compagni! Finalmente, verso mezzanotte e mezzo, una piroga, con due uomini, s’accostò alla riva. Erano Ayrton, leggermente ferito alla spalla, e Pencroff, sano e salvo, che furono ricevuti dagli amici a braccia aperte. Tutti si rifugiarono subito ai Camini. Quivi giunti, Ayrton narrò quant’era accaduto e non nascose il suo disegno di far saltare il brigantino, e come avesse tentato di metterlo in esecuzione. Tutte le mani si tesero verso Ayrton, che non dissimulò ai compagni la gravità della situazione. I pirati erano sull’avviso. Sapevano ormai che l’isola di Lincoln era abitata. Non vi sarebbero sbarcati, quindi, che in buon numero e bene armati! Nulla avrebbero rispettato. Se i coloni fossero caduti nelle loro mani, non potevano sperarne pietà! «Ebbene! Sapremo morire!» disse il giornalista. «Rientriamo e vegliamo» disse l’ingegnere. «Abbiamo qualche probabilità di cavarcela, signor Cyrus?» chiese il marinaio. «Sì, Pencroff.» «Uhm! Sei contro cinquanta!» «Sì, sei!… senza contare…» «Chi, dunque?» domandò Pencroff. Cyrus non rispose, ma mostrò il cielo con la mano. CAPITOLO III LA NOTTE passò senza incidenti. I coloni s’erano tenuti in guardia e non avevano abbandonato i Camini. I pirati, dal canto loro, non sembravano aver fatto alcun tentativo di sbarco. Da che erano state tirate le ultime fucilate su Ayrton, non una detonazione, né un rumore qualsiasi aveva rivelato la presenza del brigantino presso le coste dell’isola. A rigore, si poteva credere che, pensando di aver a che fare con un avversario troppo forte, avesse levato l’ancora e si fosse allontanato da quei paraggi. Ma non era così, e quando sorse l’alba poterono intravedere nelle brume del mattino una massa confusa. Era lo Speedy. «Ecco, amici,» disse allora l’ingegnere «i provvedimenti che mi sembra conveniente prendere, prima che la nebbia sia completamente svanita. Essa ci nasconde agli occhi dei pirati, e noi potremo agire senza svegliare la loro attenzione. Importa, soprattutto, di lasciar credere ai corsari che gli abitanti dell’isola sono numerosi e quindi capaci di resistere. Vi propongo, dunque, di dividerci in tre gruppi, che si apposteranno, il primo ai Camini stessi, il secondo alla foce del Mercy. Quanto al terzo, credo sarebbe bene appostarlo sull’isolotto, allo scopo di impedire, o almeno di ritardare, ogni tentativo di sbarco. Abbiamo a nostra disposizione due carabine e quattro fucili. Ciascuno di noi, dunque, sarà armato e, siccome siamo ampiamente forniti di polvere e di proiettili, non risparmieremo i colpi. Non abbiamo nulla a temere dai fucili, né dai cannoni del brigantino. Che cosa potrebbero contro queste rocce? Poiché, d’altra parte, non spareremo dalle finestre di GraniteHouse, ai pirati non verrà l’idea di colpirla con le granate, che potrebbero causare danni irreparabili. Quel che bisogna temere è la necessità di venire alle mani, perché i deportati hanno in loro favore il numero. Bisogna, dunque, tentare di opporsi allo sbarco, ma senza scoprirsi. Dunque, non economizziamo le munizioni. Spariamo spesso, ma con precisione. Ciascuno di noi ha otto o dieci nemici da uccidere e bisogna che li uccida.» Cyrus Smith aveva esposto nettamente la situazione, pur parlando con voce calmissima, come se si fosse trattato di dirigere i consueti lavori e non di una battaglia da predisporre. I suoi compagni approvarono quelle disposizioni senza pronunciare una parola. A ciascuno non rimaneva che prendere il posto assegnatogli, prima che la nebbia si fosse completamente dissipata. Nab e Pencroff risalirono subito a GraniteHouse, ritornandone con munizioni sufficienti. Gedeon Spilett e Ayrton, tutt’e due buonissimi tiratori, vennero armati con le due carabine di precisione, che tiravano a quasi un miglio di distanza. Gli altri quattro fucili furono ripartiti tra Cyrus Smith, Nab, Pencroff e Harbert. I corpi di guardia furono composti così. Cyrus Smith e Harbert rimasero nascosti nei Camini, avendo così per campo d’azione la spiaggia, ai piedi di GraniteHouse, per un tratto abbastanza largo. Gedeon Spilett e Nab andarono ad appiattarsi in mezzo alle rocce, alla foce del Mercy, di cui erano stati alzati il ponte e i ponticelli, in modo da impedire ogni passaggio in barca e anche ogni sbarco sulla riva opposta. Ayrton e Pencroff spinsero in acqua la piroga e s’accinsero a traversare il canale, per occupare separatamente due punti dell’isolotto. In questa guisa, partendo il fuoco da quattro punti diversi, i corsari avrebbero avuto l’illusione che l’isola fosse a un tempo sufficientemente popolata ed energicamente difesa. Nel caso in cui uno sbarco si fosse effettuato, senza che potessero impedirlo, e anche se si fossero veduti sul punto di essere aggirati da qualche imbarcazione del brigantino, Pencroff e Ayrton dovevano ritornare con la piroga, rimetter piede sulla spiaggia e portarsi verso il punto più minacciato. Prima di recarsi a occupare i rispettivi posti, i coloni si strinsero un’ultima volta la mano. Pencroff riuscì a rendersi abbastanza padrone di sé per reprimere l’emozione, quando abbracciò Harbert, il suo figliolo!… E si separarono. Pochi istanti dopo, Cyrus Smith e Harbert da una parte, il giornalista e Nab dall’altra erano scomparsi dietro le rocce, e cinque minuti più tardi Ayrton e Pencroff, attraversato felicemente il canale, sbarcavano sull’isolotto e si nascondevano nelle anfrattuosita della riva orientale. Nessuno poteva essere stato veduto, giacché si distingueva a malapena il brigantino nella nebbia. Erano le sei e mezzo del mattino. In breve la nebbia si squarciò a poco a poco negli strati superiori dell’aria e la cima degli alberi del brigantino uscì dai vapori. Per alcuni istanti ancora grosse volute, dall’apparenza fumosa, rotolarono alla superficie del mare; poi si levò una brezza, che dissipò rapidamente quelle masse di brume. Lo Speedy apparve tutto intero, ormeggiato su due ancore, la prora a nord e presentando all’isola l’anca di sinistra. Come Cyrus Smith aveva calcolato, non era che a un miglio e un quarto dalla riva. L’infausta bandiera nera sventolava sul picco. Con il suo cannocchiale, l’ingegnere poté vedere, che i quattro cannoni di bordo erano stati puntati sull’isola, evidentemente pronti a far fuoco al primo segnale. Tuttavia, lo Speedy restava muto. Si vedevano una trentina di pirati andare e venire sul ponte. Alcuni erano montati sul casseretto; altri due, appostati sulla crocetta dell’albero di maestra e muniti di cannocchiali, osservavano l’isola con estrema attenzione. Certamente, Bob Harvey e il suo equipaggio potevano molto difficilmente rendersi conto di quanto era successo durante la notte a bordo del brigantino. Quell’uomo, seminudo, che s’accingeva a forzare la porta della cala delle polveri e contro il quale avevano lottato, che aveva scaricato sei volte la sua rivoltella su di essi, che aveva ucciso uno dei loro e ferito altri due, quell’uomo era sfuggito alle loro palle? Aveva potuto raggiungere la costa a nuoto? Da dove veniva? Che cosa veniva a fare a bordo? Il suo proposito era veramente quello di far saltare il brigantino, come Bob Harvey pensava? Tutto questo doveva essere abbastanza confuso nel cervello dei deportati. Di una sola cosa non potevano più dubitare ormai: che l’isola sconosciuta, davanti alla quale lo Speedy aveva gettato l’ancora, era abitata e che v’era, probabilmente, tutta una colonia pronta a difenderla. Eppure, nessuno si mostrava, né sul lido né sulle alture. Il litorale pareva assolutamente deserto. In ogni caso, non si vedeva alcuna traccia di abitazione. Gli abitanti erano, dunque, fuggiti verso l’interno? Ecco quello che doveva chiedersi il capo dei pirati e, senza dubbio, da uomo prudente, cercava di esplorare la località, prima d’impegnare la sua banda. Durante un’ora e mezzo, non fu possibile sorprendere a bordo del brigantino nessun indizio d’attacco né di sbarco. Era evidente che Bob Harvey esitava. I suoi migliori cannocchiali non gli avevano indubbiamente permesso di scorgere nemmeno uno dei coloni rannicchiati fra le rocce. Né era probabile che la sua attenzione fosse stata destata dalla copertura di rami verdi e di liane che mascherava le finestre di GraniteHouse e spiccava sulla muraglia nuda. Infatti, come avrebbe potuto immaginare che un’abitazione fosse scavata, a quell’altezza, entro quel masso granitico? Dal capo Artiglio sino ai promontori Mandibola, su tutto l’arco della baia dell’Unione, nulla aveva dovuto rivelargli che l’isola fosse o potesse essere occupata. Nondimeno, alle otto, i coloni notarono un certo movimento a bordo dello Speedy. Qualcuno alava sui paranchi delle gru delle imbarcazioni. Una lancia fu messa in mare. Sette uomini vi discesero, armati di fucili. Uno di essi si mise al timone, quattro ai remi e gli altri due, accoccolati a prua, pronti a sparare, esaminavano l’isola. Il loro scopo era, senza dubbio, quello di operare una prima ricognizione, ma non di sbarcare, giacché, in quest’ultimo caso, si sarebbero mossi in maggior numero. I pirati, appollaiati sull’alberatura fin sulle crocette, evidentemente avevano potuto vedere che un isolotto proteggeva la costa e che era separato da essa per mezzo di un canale lungo circa mezzo miglio. Tuttavia, Cyrus Smith, osservando la direzione seguita dalla lancia, ebbe presto la certezza che non avrebbe cercato a tutta prima di penetrare nel canale, ma si sarebbe accostata all’isolotto; misura di prudenza giustificata, del resto. Pencroff e Ayrton, nascosti, ognuno per suo conto, in strette anfrattuosita delle rocce, la videro venire direttamente su di loro e attesero che fosse a tiro. La lancia avanzava con precauzione estrema. I remi si tuffavano nell’acqua solo a lunghi intervalli. Si distingueva pure che uno dei deportati, stando a prua, teneva in mano la sagola di una sonda e cercava di scandagliare il canale scavato dalla corrente del Mercy. Ciò indicava che Bob Harvey aveva intenzione d’avvicinare quanto più possibile il suo brigantino alla costa. Una trentina di pirati, sparsi qua e là sulle sartie, non perdevano di vista uno solo dei movimenti della lancia e rilevarono certi punti, che dovevano loro permettere di atterrare senza pericolo. La lancia non distava che due gomene dall’isolotto, quando s’arrestò. Il timoniere, in piedi, cercava il miglior punto per poter approdare. In quell’istante, due colpi di fucile esplosero. Una nuvoletta di fumo turbinò sopra le rocce dell’isolotto. L’uomo al timone e l’uomo dello scandaglio caddero riversi nella lancia. Erano stati colpiti tutt’e due contemporaneamente dalle palle di Ayrton e di Pencroff. Una detonazione più violenta si fece sentire quasi subito; un fragoroso getto di fumo sfuggì dal fianco del brigantino e una palla di cannone, colpendo la parte alta delle rocce che riparavano Ayrton e Pencroff, le fece volare in schegge; ma i due tiratori non erano stati colpiti. Orribili imprecazioni partirono dalla lancia, che riprese subito a navigare. Il timoniere venne immediatamente sostituito da uno dei suoi camerati, e i remi si tuffarono energicamente nell’acqua. Tuttavia, invece di tornare a bordo, come sarebbe stato lecito credere, la lancia proseguì lungo la riva dell’isolotto, in modo da scapolare la punta sud. I pirati facevano forza sui remi allo scopo di mettersi fuori tiro. Avanzarono così fino a cinque gomene dalla parte rientrante del litorale, che terminava con la punta del Relitto, e dopo averla seguita in linea semicircolare, sempre protetti dai cannoni del brigantino, si diressero verso la foce del Mercy. La loro intenzione evidente era di penetrare così nel canale e di prendere alle spalle i coloni appostati nell’isolotto, in modo che questi, qualunque fosse il loro numero, sarebbero venuti a trovarsi tra i fuochi della lancia e quelli del brigantino e, quindi, in una posizione molto svantaggiosa. Un quarto d’ora passò così, mentre la lancia correva nella suddetta direzione. Silenzio assoluto, calma completa nell’aria e sulle acque. Pencroff e Ayrton, benché comprendessero che arrischiavano d’essere aggirati, non avevano abbandonato il loro posto, sia che non volessero ancora mostrarsi agli assalitori ed esporsi ai cannoni dello Speedy, sia che contassero su Nab e Spilett, veglianti allo sbocco del Mercy e su Cyrus Smith e Harbert, imboscati fra le rocce dei Camini. Venti minuti dopo i primi colpi di fucile, la lancia era all’altezza del fiume Mercy, a meno di due gomene. Siccome il flusso cominciava a salire con la sua abituale violenza, provocata dalla strettezza del passaggio, i deportati si sentirono trascinati verso il fiume e solo a forza di remi riuscirono a mantenersi nel mezzo del canale. Ma mentre passavano a tiro dello sbocco del Mercy, due palle li salutarono al passaggio e ancora due dei loro furono stesi nell’imbarcazione. Nab e Spilett non avevano fallito il colpo. Tosto il brigantino mandò una seconda palla sulla posizione rivelata dal fumo degli spari, ma senz’altro risultato che quello di intaccare alcune rocce. La lancia non aveva ormai che tre soli uomini validi. Trascinata dalla corrente, filò nel canale con la rapidità d’una freccia, passò davanti a Cyrus Smith e ad Harbert, i quali non giudicandola a tiro, rimasero muti; poi, doppiando la punta nord dell’isolotto, con i due vogatori superstiti, si accinse a tornare al brigantino. Sin qui i coloni non avevano di che lamentarsi. La partita s’iniziava male per i loro avversari. Questi contavano già quattro uomini gravemente feriti, morti forse; i coloni invece, senza ferite, non avevano sprecato nemmeno un proiettile. Se i pirati continuavano ad attaccarli in quel modo, se rinnovavano i tentativi di sbarco per mezzo della lancia, potevano essere distrutti a uno a uno. Si comprende quanto le disposizioni prese dall’ingegnere fossero vantaggiose. I pirati potevano credere di aver a che fare con avversari numerosi e bene armati, di cui non avrebbero avuto facilmente ragione. Mezz’ora trascorse prima che la lancia, che doveva lottare contro la corrente proveniente dal largo, avesse raggiunto lo Speedy. Grida spaventevoli echeggiarono quando venne a bordo con i feriti, e tre o quattro cannonate furono sparate senza alcun risultato. Ma allora altri deportati, ebbri di collera e probabilmente ancora delle libagioni della vigilia, si gettarono nell’imbarcazione in numero di dodici circa. Una seconda lancia venne ugualmente calata in mare, e vi presero posto otto uomini, e mentre la prima si dirigeva sull’isolotto per stanarne i coloni, la seconda manovrava in maniera da forzare l’entrata del Mercy. La situazione diventava evidentemente pericolosissima per Pencroff e Ayrton; e compresero che dovevano affrettarsi a tornare sulla terraferma. Tuttavia, attesero ancora che la prima lancia fosse a tiro, e due palle, accortamente dirette, gettarono nuovamente il disordine nel suo equipaggio. Poi Pencroff e Ayrton, abbandonando il loro appostamento, inseguiti da una decina di fucilate, attraversarono l’isolotto con tutta la rapidità delle loro gambe, si gettarono nella piroga, passarono il canale nel momento in cui la seconda lancia raggiungeva la punta sud e corsero ad appiattarsi nei Camini. Avevano appena raggiunto Cyrus Smith e Harbert che l’isolotto era invaso e i pirati della prima imbarcazione lo percorrevano in tutti i sensi. Quasi nel medesimo istante, nuove detonazioni esplodevano dal posto di guardia del Mercy, al quale la seconda lancia s’era rapidamente avvicinata. Due degli otto uomini che la montavano furono mortalmente colpiti da Gedeon Spilett e Nab, e l’imbarcazione stessa, irresistibilmente trasportata dalla corrente sui frangenti, si fracassò alla foce del Mercy. Ma i superstiti, sollevando le armi sopra la testa per preservarle dal contatto dell’acqua, riuscirono a toccar terra sulla riva destra del fiume. Poi, vedendosi esposti troppo da vicino al fuoco della postazione, fuggirono a precipizio in direzione della punta del Relitto, per portarsi fuori tiro. La situazione in quel momento era, dunque, questa: nell’isolotto, dodici pirati, di cui parecchi feriti indubbiamente, ma con una lancia a loro disposizione; nell’isola sei sbarcati, ma nell’impossibilità di raggiungere GraniteHouse, giacché non potevano attraversare il fiume, i cui ponti erano rialzati. «La faccenda si mette bene!» aveva detto Pencroff, precipitandosi entro i Camini. «Che cosa ne pensate, signor Cyrus?» «Penso,» rispose l’ingegnere «che il combattimento stia per prendere una forma nuova, giacché non si può supporre che i deportati siano tanto poco intelligenti da continuare in condizioni così sfavorevoli per loro!» «Non potranno mai attraversare il canale» disse il marinaio. «Le carabine di Nab e del signor Spilett sono là per impedirlo. Sapete bene che tirano a più d’un miglio di distanza!» «Senza dubbio,» rispose Harbert «ma che cosa potrebbero fare due carabine contro i cannoni del brigantino?» «Eh, per ora il brigantino non è ancora nel canale!» rispose Pencroff. «E se ci viene?» disse Cyrus Smith. «È impossibile, perché rischierebbe d’incagliarvisi e di perdersi!» «È possibile, invece» disse allora Ayrton. «I deportati possono approfittare dell’alta marea per entrare nel canale, salvo arenarvisi al sopraggiungere della bassa marea. In tal caso, noi non potremmo, sotto il fuoco dei loro cannoni, tenere le nostre posizioni.» «Per tutti i diavoli dell’inferno!» esclamò Pencroff «Sembra proprio che i miserabili si preparino a levar l’ancora!» «Saremo forse costretti a rifugiarci in GraniteHouse» fece osservare Harbert. «Aspettiamo» rispose Cyrus Smith. «Ma Nab e il signor Spilett?» disse Pencroff. «Sapranno raggiungerci in tempo utile. Tenetevi pronto, Ayrton. Adesso devono parlare la vostra carabina e quella di Spilett.» Era purtroppo vero! Lo Speedy cominciava a virare sull’ancora e manifestava l’intenzione di avvicinarsi all’isolotto. La marea doveva continuare a salire ancora per un’ora e mezzo e, essendo ormai in fase di stanca, sarebbe riuscito facile al brigantino di manovrare. Ma quanto a entrare nel canale, Pencroff, contrariamente all’opinione di Ayrton, non poteva ammettere che osasse tentarlo. Intanto i pirati che occupavano l’isolotto s’erano a poco a poco portati verso la riva opposta e non erano separati dalla terra che dal canale. Armati soltanto di fucili, non potevano fare alcun male ai coloni, imboscati sia ai Camini, sia alla foce del Mercy; ma, non sapendoli muniti di carabine a lunga portata, non credevano d’essere esposti al pericolo. Allo scoperto, dunque, esploravano l’isolotto e ne percorrevano la riva. La loro illusione fu di breve durata. Le carabine di Ayrton e di Gedeon Spilett parlarono ancora e dissero indubbiamente cose molto sgradevoli a due di quei pirati, poiché caddero riversi. Fu uno sbandamento generale. Gli altri dieci non si curarono nemmeno di raccogliere i loro compagni, feriti o morti; ritornarono in fretta e furia sull’altro lato dell’isolotto, si gettarono nell’imbarcazione che li aveva condotti e raggiunsero il brigantino vogando a tutta forza. «Otto di meno!» aveva esclamato Pencroff. «Si direbbe davvero che il signor Spilett e Ayrton si diano la parola per agire di conserva!» «Signori,» rispose Ayrton, caricando la carabina «la faccenda sta per diventare grave. Il brigantino salpa!» «L’ancora è a picco!» gridò Pencroff. «Sì, è già spedata.» E infatti, si sentiva distintamente il ticchettio della castagna che batteva sull’argano, a mano a mano che l’equipaggio del brigantino virava. Lo Speedy era dapprima corso sull’ancora, poi, quand’essa ebbe lasciato, cominciò a derivare verso terra. Il vento soffiava dal largo; furono issati il gran fiocco e il parrocchetto, e la nave, a poco a poco, s’avvicinò alla terra. Dai due posti di vedetta del Mercy e dei Camini, i coloni lo guardavano manovrare senza dar segno di vita, ma non senza una certa emozione. La situazione dei coloni sarebbe divenuta davvero terribile quando si fossero trovati esposti a breve distanza al fuoco dei cannoni del brigantino, senza essere in grado di rispondere utilmente. Come avrebbero potuto, allora, impedire lo sbarco ai pirati? Cyrus Smith intuiva questo pericolo e si domandava che cosa fosse possibile fare. Fra poco avrebbe dovuto prendere una decisione. Ma quale? Rinchiudersi in GraniteHouse, lasciarvisi assediare, resistere per qualche settimana, per qualche mese anche, poiché i viveri vi abbondavano? Sta bene! Ma dopo? I pirati sarebbero rimasti ugualmente padroni dell’isola, che avrebbero devastata a loro agio e, col tempo, avrebbero finito per aver ragione dei prigionieri di GraniteHouse. Nondimeno, una probabilità rimaneva ancora: che Bob Harvey non si arrischiasse col suo bastimento nel canale, ma si tenesse al di fuori dell’isolotto. Un mezzo miglio l’avrebbe separato in tal caso dalla costà, e a quella distanza i suoi colpi potevano non essere estremamente dannosi. «Mai,» ripeteva Pencroff «mai questo Bob Harvey, se è un buon marinaio, entrerà nel canale! Egli sa troppo bene che vorrebbe dire arrischiare il brigantino, per poco che il mare diventi cattivo! E che cosa sarebbe di lui, senza la sua nave?» Intanto, il brigantino s’era avvicinato all’isolotto ed era evidente che cercava di raggiungerne l’estremità inferiore. Spirava una brezza leggera e, siccome la corrente aveva allora perduto molto della sua forza, Bob Harvey era assolutamente padrone di manovrare come voleva. La rotta precedentemente seguita dalle imbarcazioni gli aveva dato agio di prender conoscenza del canale ed egli vi si era sfrontatamente introdotto. Il suo piano era anche troppo evidente: voleva dare fondo all’ancora dinanzi ai Camini, e di là rispondere con granate e palle di cannone alle palle che avevano decimato il suo equipaggio. In breve lo Speedy raggiunse la punta dell’isolotto e la scapolò con facilità. La randa fu spiegata e, stringendo il vento, il brigantino si trovò allora proprio all’altezza del Mercy. «Banditi! Vengono proprio nel canale!» esclamò Pencroff. In quel momento Cyrus Smith, Ayrton, il marinaio e Harbert furono raggiunti da Nab e Gedeon Spilett. Il cronista e il suo compagno avevano stimato opportuno di abbandonare l’appostamento del Mercy, dove non potevano far più nulla contro il bastimento e avevano agito saggiamente. Era meglio che i coloni si trovassero riuniti nel momento in cui stava indubbiamente per impegnarsi un’azione decisiva. Gedeon Spilett e Nab erano arrivati svignandosela dietro le rocce, ma non senza essere fatti segno a una gragnuola di palle, che però non li avevano colpiti. «Spilett! Nab!» aveva gridato l’ingegnere. «Non siete feriti?» «No!» rispose il giornalista «alcune contusioni soltanto, per palle di rimbalzo! Ma quel dannato brigantino entra nel canale.» «Sì» rispose Pencroff «e fra meno di dieci minuti, sarà alla fonda davanti a GraniteHouse!» «Avete un piano, Cyrus?» domandò il giornalista. «Bisogna rifugiarci in GraniteHouse, finché siamo in tempo e mentre i pirati non possono vederci.» «Questa è pure la mia opinione» rispose Gedeon Spilett; «ma, una volta rinchiusi là dentro…» «Prenderemo consiglio dalle circostanze» rispose l’ingegnere. «In cammino, dunque, e sbrighiamoci!» disse il giornalista. «Non volete, signor Cyrus, che Ayrton e io restiamo qui?» chiese Pencroff. «A che scopo, Pencroff?» rispose Cyrus Smith. «No. Non separiamoci!» Non c’era un istante da perdere. I coloni lasciarono i Camini. Il ritorno di una leggera cortina di nebbia impediva la loro vista al brigantino; ma due o tre detonazioni e il fragore delle palle sulle rocce li avvertirono che lo Speedy era a brevissima distanza. Precipitarsi nell’ascensore, issarsi fino alla porta di GraniteHouse, dove Top e Jup erano rinchiusi sin dal giorno prima, e slanciarsi nel salone, fu l’affare d’un momento. Era tempo, perché i coloni scorsero, attraverso le frasche, lo Speedy circondato di fumo, che filava nel canale. Dovettero, anzi, tirarsi da parte, poiché le scariche erano incessanti e i proiettili dei quattro cannoni colpivano ciecamente, sia la postazione del Mercy, benché non fosse più occupata, sia i Camini. Le rocce si erano frantumate e grida di evviva accompagnavano ogni detonazione. Ciò nonostante, si poteva sperare che GraniteHouse venisse risparmiata, in virtù della precauzione presa da Cyrus Smith di dissimularne le finestre; ma una palla di cannone, infilando il vano della porta, penetrò nel corridoio. «Maledizione! Siamo forse scoperti?» esclamò Pencroff. Forse i coloni non erano stati veduti, ma certo Bob Harvey aveva ritenuto opportuno mandare un proiettile attraverso il fogliame sospetto, che mascherava quella parete dell’alta muraglia. Poco dopo, i colpi raddoppiarono e un altro proiettile, fendendo la cortina di fronde, lasciò scorgere un’apertura spalancata nel granito. La situazione dei coloni era disperata. Il loro rifugio era stato scoperto. Essi non potevano opporre ostacoli a quei proiettili, né difendere la muraglia, le cui schegge volavano come mitraglia intorno a loro. Non potevano che rifugiarsi nel cunicolo superiore di GraniteHouse e abbandonare la loro dimora a tutte le devastazioni, quando a un tratto un rumore sordo si fece udire, seguito da grida spaventose. Cyrus Smith e i suoi si precipitarono a una delle finestre… Il brigantino, irresistibilmente sollevato su una specie di tromba liquida, s’era aperto in due e, in meno di dieci secondi, venne inghiottito assieme al suo equipaggio di criminali! CAPITOLO IV «SONO SALTATI!» gridò Harbert. «Sì! Saltati come se Ayrton avesse dato fuoco alle polveri!» rispose Pencroff, gettandosi nell’ascensore, assieme a Nab e al ragazzo. «Ma che cosa è accaduto?» domandò Gedeon Spilett, ancora stupefatto per quella inattesa soluzione. «Ah! Questa volta sapremo!» rispose vivamente l’ingegnere. «Che cosa sapremo?» «Più tardi! Più tardi! Venite, Spilett. L’importante è che i pirati siano stati sterminati.» E Cyrus Smith, traendo con sé il giornalista e Ayrton, raggiunse sul greto Pencroff, Nab e Harbert. Non si vedeva più nulla del brigantino, nemmeno l’alberatura. Dopo essere stato sollevato dalla tromba, si era inclinato sul fianco ed era colato a fondo in quella posizione, senza dubbio in seguito all’improvvisa apertura di qualche enorme via d’acqua. Ma siccome il canale in quel punto non misurava più di venti piedi di profondità, era certo che il fianco del brigantino immerso sarebbe riapparso durante la bassa marea. Alcuni relitti galleggiavano alla superficie delle acque. Si vedeva tutta una droma costituita da alberi e pennoni di rispetto, stie con i loro volatili ancora vivi, casse e barili che, a poco a poco, salivano a galla, dopo essere sfuggiti dai boccaporti; ma non c’era alla deriva nessun rottame del bastimento sommerso, né tavole del ponte, né fasciame dello scafo, il che rendeva abbastanza inesplicabile l’affondamento improvviso dello Speedy. Tuttavia, i due alberi, ch’erano stati spezzati a pochi piedi sopra la mastra, dopo aver rotto stragli e sartie, risalirono tosto alla superficie del canale, con le loro vele, di cui alcune spiegate e altre serrate. Ma non bisognava lasciare al riflusso il tempo di portar via tutte quelle ricchezze; Ayrton e Pencroff si gettarono quindi nella piroga con l’intenzione di ormeggiare quei rottami alla spiaggia dell’isola, oppure a quella dell’isolotto. Ma mentre stavano per imbarcarsi, una riflessione di Gedeon Spilett li arrestò. «E i sei pirati sbarcati sulla riva destra del Mercy?» diss’egli. Infatti, non bisognava dimenticare che i sei uomini, la cui lancia s’era spezzata sugli scogli, si erano riavuti e si erano quindi ritirati sulla punta del Relitto. I coloni guardarono in quella direzione. Nessuno dei fuggitivi era in vista. Forse, dopo aver veduto il brigantino inabissarsi nelle acque del canale, avevano preso la fuga nell’interno dell’isola. «Più tardi ci occuperemo anche di loro» disse allora Cyrus Smith. «Possono ancora essere pericolosi, perché sono armati; ma, insomma, sei contro sei, le forze sono uguali. Badiamo, dunque, alle cose più urgenti.» Ayrton e Pencroff s’imbarcarono sulla piroga e vogarono vigorosamente verso i resti della nave affondata. La marea era allora stanca e altissima, poiché la luna era nuova da due giorni. Almeno un’ora abbondante doveva, dunque, trascorrere, prima che lo scafo del brigantino emergesse dalle acque del canale. Ayrton e Pencroff ebbero il tempo di ormeggiare gli alberi e i pennoni per mezzo di cime, la cui estremità fu portata sul greto di GraniteHouse, ove appunto i coloni, unendo i loro sforzi, riuscirono ad alare a terra quei relitti. Poi la piroga raccolse tutto quel che galleggiava: stie, barili, casse; e ogni cosa fu immediatamente trasportata ai Camini. Anche alcuni cadaveri galleggiavano. Fra gli altri Ayrton riconobbe quello di Bob Harvey e lo mostrò al compagno, dicendo con voce commossa: «Ecco, Pencroff! Quello che sono stato anch’io.» «Ma quello che non siete più, mio bravo Ayrton!» rispose il marinaio. Era, però, strano che i corpi galleggianti fossero in così piccolo numero. Se ne contavano cinque o sei appena, e il riflusso cominciava già a spingerli in alto mare. Quasi certamente i pirati, sorpresi dall’affondamento, non avevano avuto il tempo di fuggire, ed essendosi il bastimento inclinato sul fianco, erano rimasti per la maggior parte prigionieri sotto le impavesate. Il riflusso, che stava per trascinare verso l’alto mare i cadaveri di quei miserabili, avrebbe risparmiato ai coloni la triste bisogna di sotterrarli in qualche angolo della loro isola. Per due ore, Cyrus Smith e i suoi compagni furono unicamente occupati a tirare in secco i rottami, a mollare le inferiture delle vele, che erano intatte, e a metterle ad asciugare sulla sabbia. Essi parlavano assai poco, assorti com’erano nel lavoro; ma quanti pensieri attraversavano la loro mente! Il possesso di quel brigantino, o meglio di tutto quanto esso conteneva, rappresentava una fortuna. Infatti, una nave è come un piccolo mondo completo, e il materiale della colonia stava quindi per accrescersi di un buon numero d’oggetti utili. Sarebbe stato, «in grande», l’equivalente della cassa trovata alla punta del Relitto. «E inoltre», pensava Pencroff, «perché dovrebbe essere impossibile rimettere a galla il brigantino? Se non c’è che una via d’acqua, si può turarla, e una nave di tre o quattrocento tonnellate è un vascello in confronto al nostro Bonadventure! E si può andar lontano con essa! Si va dove si vuole! Bisognerà che il signor Cyrus, Ayrton e io esaminiamo la cosa! Ne vale la pena!» Infatti, se il brigantino era ancora in grado di navigare, le probabilità di rimpatrio dei coloni dell’isola di Lincoln venivano a essere singolarmente accresciute. Ma per risolvere questo importante quesito, conveniva aspettare che la marea fosse del tutto discesa, affinché lo scafo del brigantino potesse essere visitato in ogni sua parte. Quando i relitti si trovarono al sicuro sulla spiaggia, Cyrus Smith e i suoi compagni si riunirono per una rapida colazione. Morivano letteralmente di fame. Fortunatamente, la dispensa non era lontana e Nab passava per un capocuoco svelto. Si mangiò, dunque, vicino ai Camini e durante il pasto non parlarono che dell’avvenimento inatteso, che aveva miracolosamente salvato la colonia. «Miracolosamente è la parola più adatta,» ripeteva Pencroff «giacché bisogna confessare che quei bricconi sono morti proprio al momento giusto! GraniteHouse cominciava a diventare inabitabile!» «E immaginate, Pencroff,» chiese il giornalista «come il fatto sia avvenuto e chi abbia potuto provocare l’esplosione del brigantino?» «Eh, signor Spilett, niente di più semplice» rispose Pencroff. «Una nave di pirati non è tenuta come una nave da guerra! E dei deportati non sono dei marinai! Le cale del brigantino erano certamente aperte, perché ci cannoneggiava senza tregua, ed è bastata un’imprudenza o una disattenzione per far saltare in aria la baracca.» «Signor Cyrus,» disse Harbert «ciò che mi stupisce però è che questa esplosione non abbia prodotto maggiore effetto. La detonazione non è stata forte e, insomma, pochi sono i rottami e le tavole divelte. Sembrerebbe che il bastimento sia piuttosto colato a picco che saltato.» «Ti stupisce questo, figlio mio?» domandò l’ingegnere. «Sì, signor Cyrus.» «E meraviglia anche me, Harbert» rispose l’ingegnere; «ma quando visiteremo lo scafo del brigantino, avremo la spiegazione del fatto.» «Ah, diamine, signor Cyrus,» disse Pencroff «non pretenderete, spero, che lo Speedy sia colato così, semplicemente, come un bastimento che urta contro uno scoglio!» «Perché no?» osservò Nab «Vi sono degli scogli nel canale!» «Bravo, Nab!» rispose Pencroff. «Non hai aperto gli occhi al momento buono! Un istante prima di affondare, il brigantino — l’ho veduto perfettamente — s’è sollevato su di un’onda enorme ed è poi ricaduto, inclinandosi sulla sinistra. Ora, se avesse soltanto urtato, sarebbe colato molto tranquillamente, come ogni onesta nave che cola a picco.» «Ma è che appunto non si trattava di un’onesta nave!» rispose Nab. «Insomma, vedremo, Pencroff» soggiunse l’ingegnere. «Vedremo» aggiunse il marinaio. «Ma scommetterei la testa che non ci sono rocce nel canale. Via, signor Cyrus; vorreste forse dire che c’è ancora qualcosa di misterioso in questo avvenimento?» Cyrus Smith non rispose. «A ogni modo,» disse Gedeon Spilett «urto o esplosione, converrete, Pencroff, che è arrivato proprio a puntino.» «Sì!… sì…» rispose il marinaio «ma non è questa la faccenda.» Domando al signor Smith se vede, in quanto è avvenuto, qualcosa di soprannaturale. «Non mi pronuncio, Pencroff» disse l’ingegnere. «Questo è tutto quanto vi posso rispondere.» Risposta che non soddisfece menomamente Pencroff. Egli propendeva per «un’esplosione», e non volle ricredersi. Mai avrebbe potuto ammettere che in quel canale, formato da un letto di sabbia fine come quella della spiaggia stessa, e ch’egli aveva spesso attraversato con la bassa marea, vi fosse uno scoglio ignorato. E d’altronde, nel momento in cui il brigantino affondava, la marea era alta, vale a dire aveva più acqua sotto la chiglia di quanta gliene occorresse per superare, senza urtarli, tutti gli scogli che si fossero mostrati scoperti a marea bassa. Dunque, non poteva esservi stato urto. Dunque, il bastimento non aveva toccato. Dunque, era saltato in aria. E bisognava convenire che il ragionamento del marinaio non mancava di una certa logica. Verso l’una e mezzo i coloni s’imbarcarono nella piroga e si recarono sul luogo del disastro. Era deplorevole che le due imbarcazioni del brigantino non avessero potuto essere ricuperate. Una, com’è noto, s’era fracassata alla foce del Mercy ed era assolutamente fuori uso; l’altra era sparita con il brigantino, e schiacciata indubbiamente dal medesimo, non era più riapparsa. Intanto, lo scafo dello Speedy cominciava a mostrarsi al di sopra della linea d’acqua. Il brigantino era talmente inclinato sul fianco, che, dopo aver rotto gli alberi sotto il peso della zavorra spostata dalla caduta, si trovava quasi con la chiglia in aria. Era stato veramente capovolto dall’inesplicabile, ma spaventosa azione sottomarina, che s’era nello stesso tempo manifestata con un’enorme tromba d’acqua. I coloni fecero il giro dello scafo, e via via che la marea calava, poterono conoscere, se non la causa che aveva provocato la catastrofe, per lo meno l’effetto prodotto. A prua, ai due lati della chiglia, da sette ad otto piedi prima della ruota di prua, i fianchi del brigantino erano spaventevolmente squarciati per una lunghezza di venti piedi almeno. S’aprivano colà due larghe falle che sarebbe stato impossibile turare. Non solo la fodera di rame e il fasciame erano scomparsi, ridotti senza dubbio in polvere, ma persino dell’ossatura della nave, della chiodatura e delle caviglie di legno che la tenevano insieme non v’era più traccia. Lungo tutto lo scafo, sino alle forme di poppa, i corsi disgiunti non tenevano più. La falsa chiglia era stata divelta con violenza inesplicabile, e la chiglia stessa, strappata dal paramezzale in parecchi punti, era rotta in tutta la sua lunghezza. «Per mille diavoli!» esclamò Pencroff. «Ecco una nave che sarà difficile rimettere a galla.» «Dite impossibile» osservò Ayrton. «In ogni caso,» fece osservare a sua volta Gedeon Spilett al marinaio «l’esplosione, se esplosione c’è stata, ha prodotto degli strani effetti. Ha provocato lo squarcio dello scafo nelle sue parti inferiori, invece di far saltare il ponte e l’opera morta! Queste larghe. aperture sembra siano state fatte piuttosto dall’urto di uno scoglio, che dall’esplosione di un deposito di polvere!» «Non ci sono scogli nel canale!» replicò il marinaio. «Ammetto tutto quello che volete, eccetto l’urto contro una secca.» «Cerchiamo di penetrare nell’interno del brigantino» disse l’ingegnere. «Forse sapremo che cosa pensare circa la causa della sua distruzione.» Era la miglior decisione da prendere e, del resto, conveniva inventariare tutte le ricchezze contenute a bordo e disporre per il loro ricupero. L’accesso nell’interno del brigantino era facile. La marea scendeva sempre e il disotto del ponte, divenuto ora il disopra per il rovesciamento dello scafo, era praticabile. La zavorra, composta di pesanti pani di ghisa, l’aveva sfondato in più punti. Si sentiva il mare rumoreggiare, passando per le fessure dello scafo. Cyrus Smith e i suoi compagni, con l’ascia in mano, avanzarono sul ponte molto danneggiato. Casse d’ogni sorta lo ingombravano e siccome erano rimaste in acqua solo per un tempo limitato, il loro contenuto, probabilmente, non era avariato. I coloni s’occuparono dunque di mettere tutto quel carico in un posto sicuro. L’acqua non sarebbe risalita che entro alcune ore, che furono utilizzate nel modo più profittevole. Ayrton e Pencroff avevano fissato, ad un’apertura praticata nello scafo, un paranco che serviva ad alare i barili e le casse. La piroga riceveva il materiale e lo trasportava immediatamente sulla spiaggia. Si raccoglieva tutto indistintamente, salvo fare più tardi una cernita degli oggetti ricuperati. In ogni caso, i coloni poterono subito constatare, con viva soddisfazione, che il brigantino possedeva un carico molto svariato, un assortimento d’articoli di tutte le specie: utensili, manufatti, strumenti, il carico, cioè, dei bastimenti che fanno il grande cabotaggio della Polinesia. Forse i coloni avrebbero trovato un po’ di tutto, e bisognava convenire ch’era appunto quello che loro occorreva. Tuttavia, e Cyrus Smith l’osservava con tacita meraviglia, non solo lo scafo del brigantino, come s’è detto, aveva sofferto enormemente per l’urto, qualunque fosse la sua origine, che aveva determinato la catastrofe, ma tutta la struttura interna era devastata, specialmente verso prua. Paratie e puntelli erano schiantati, come se qualche formidabile granata fosse scoppiata nell’interno del brigantino. I coloni poterono portarsi facilmente da prua a poppa, dopo aver rimosso le casse che venivano estratte a poco a poco. Non erano pesanti, né difficili a rimuoversi, ma semplici colli, il cui stivaggio era reso irriconoscibile. I coloni giunsero sino a poppa del brigantino, nella parte, un tempo, sormontata dal casseretto. Secondo l’indicazione di Ayrton qui bisognava cercare la cala della polvere. Poiché Cyrus Smith pensava ch’essa non fosse esplosa, era possibile che alcuni barili potessero essere recuperati e che la polvere, ordinariamente contenuta in involucri metallici, non avesse sofferto al contatto dell’acqua. Così era, infatti. In mezzo a una grande quantità di proiettili, i coloni trovarono una ventina di barili, internamente foderati di rame, che furono estratti con precauzione. Pencroff si convinse con i suoi propri occhi che la distruzione dello Speedy non poteva essere attribuita a un’esplosione. La parte dello scafo in cui si trovava la cala della polvere era precisamente quella che aveva sofferto meno. «Possibile!» esclamò l’ostinato marinaio; «eppure, non può trattarsi di uno scoglio: nel canale non ci sono scogli!» «Ma, allora, che cosa è accaduto?» chiese Harbert. «Io, non ne so niente» rispose Pencroff; «il signor Cyrus non ne sa niente e nessuno sa, né saprà mai nulla.» In quelle diverse ricerche erano trascorse parecchie ore e il flusso cominciava già a farsi sentire di nuovo. Bisognò sospendere i lavori di ricupero. Del resto, non c’era da temere che la carcassa del brigantino venisse portata via dal mare, giacché era già affondata nella sabbia del fondo e così solidamente piantata, come fosse ancorata. Si poteva, dunque, senza inconvenienti, aspettare il prossimo riflusso per riprendere le operazioni. Ma il bastimento era proprio condannato e sarebbe anzi stato necessario affrettarsi a recuperare i resti dello scafo, giacché non avrebbero tardato a scomparire nelle sabbie mobili del canale. Erano le cinque della sera. La giornata era stata dura per i lavoratori. Mangiarono con grande appetito e, per quanto stanchissimi, dopo il pasto non resistettero al desiderio di visitare le casse, di cui si componeva il carico dello Speedy. La maggior parte di esse conteneva vestiti confezionati, i quali, come si può immaginare, furono bene accolti. C’era di che vestire un’intera colonia: biancheria per tutti gli usi, calzature per tutti i piedi. «Eccoci fin troppo ricchi!» esclamava Pencroff. «Ma come utilizzeremo questa roba?» E a ogni momento l’allegro marinaio prorompeva in evviva, via via che trovava barili di tafia, barili di tabacco, armi da fuoco, armi bianche, balle di cotone, strumenti agricoli, utensili da carpentiere, da falegname, da fabbro, casse di sementi d’ogni specie, che la breve permanenza in acqua non aveva danneggiato. Ah, come tutte quelle cose sarebbero venute a proposito due anni prima! Ma, insomma, anche allora, sebbene gli industriosi coloni si fossero già provveduti di utensili, quelle ricchezze avrebbero trovato il loro impiego. Lo spazio ove collocarle non mancava nei magazzini di GraniteHouse; ma in quel giorno non si poté immagazzinare tutto, per mancanza di tempo. Non bisognava, poi, dimenticare che sei superstiti dell’equipaggio dello Speedy avevano posto piede nell’isola, che probabilmente erano dei furfanti di prim’ordine e che bisognava, quindi, stare in guardia. Benché il ponte del Mercy e i ponticelli fossero alzati, quei detenuti non erano uomini da essere imbarazzati per un fiume o un ruscello e, spinti dalla disperazione, manigoldi simili potevano essere temibili. Più tardi si sarebbe deciso quali disposizioni convenisse prendere verso di loro, ma intanto, bisognava vegliare sulle casse e sui colli ammucchiati nei pressi dei Camini, e di questo appunto s’occuparono i coloni durante la notte, dandosi il cambio. Tuttavia, la notte passò senza che i pirati tentassero qualche aggressione. Mastro Jup e Top, di guardia ai piedi di GraniteHouse, avrebbero subito dato l’allarme. I tre giorni seguenti, 19, 20 e 21 ottobre, furono impiegati a mettere in salvo tutto quello che poteva avere un valore o un’utilità qualsiasi, sia del carico, sia dell’attrezzatura del brigantino, A bassa marea si vuotava la stiva. A marea alta si mettevano in magazzino gli oggetti recuperati. Gran parte del rivestimento in rame poté essere strappato dallo scafo, che s’insabbiava ogni giorno di più. Ma, prima che le sabbie avessero inghiottito gli oggetti più pesanti ch’erano colati a fondo, Ayrton e Pencroff, essendosi più volte immersi fino al letto del canale, ritrovarono le catene e le ancore del brigantino, i pani di ghisa costituenti la zavorra e persino i quattro cannoni, che, sollevati per mezzo di barili vuoti, poterono essere alati a terra. Come si vede, l’arsenale della colonia non aveva guadagnato meno delle dispense e dei magazzini di GraniteHouse da quell’avvenimento. Pencroff, sempre entusiasta nei suoi piani, parlava già di costruire una batteria, che avrebbe dominato il canale e la foce del fiume. Con quattro cannoni, egli s’impegnava d’impedire a qualsiasi flotta, «per quanto potente», di avventurarsi nelle acque dell’isola di Lincoln! Intanto, quando del brigantino non rimaneva ormai che una carcassa senza utilità, il tempo divenne cattivo e finì per distruggerla. Cyrus Smith aveva avuto l’intenzione di farla saltare, per poi raccoglierne i rottami sulla costa, ma un forte vento di nordest e una mareggiata gli permisero d’economizzare la polvere. Infatti, nella notte dal 23 al 24, lo scafo del brigantino fu interamente sconquassato e una parte dei suoi resti, rigettati dal mare, s’arenò sul greto. Quanto alle carte di bordo, è sottinteso che, sebbene Cyrus Smith avesse frugato minuziosamente gli armadi del casseretto, non ne trovò traccia. Evidentemente, i pirati avevano distrutto tutto quanto concerneva il capitano e l’armatore dello Speedy, e siccome il nome del suo porto d’iscrizione non era indicato sul quadro di poppa, nulla poteva nemmeno far supporre la sua nazionalità. Tuttavia, dalla conformazione della prora, Ayrton e Pencroff erano propensi a credere trattarsi di un brigantino di costruzione inglese. Otto giorni dopo la catastrofe, o piuttosto dopo la felice, ma inesplicabile soluzione dell’avventura, cui la colonia doveva la sua salvezza, non si vedeva più nulla della nave, nemmeno a marea bassa. I resti erano andati dispersi e GraniteHouse s’era arricchita di quasi tutto quello che la nave aveva contenuto. Però, il mistero che avvolgeva la sua strana distruzione indubbiamente non sarebbe stato mai chiarito, se il 30 novembre Nab, girando per il greto, non avesse trovato un pezzo di uno spesso cilindro di ferro, che portava delle tracce di esplosione. Detto cilindro era contorto e aveva gli orli slabbrati, come se avesse subito l’azione di una sostanza esplosiva. Nab portò quel pezzo di metallo al suo padrone, che era allora occupato con i compagni nell’officina dei Camini. Cyrus Smith esaminò attentamente il cilindro, poi, voltandosi verso Pencroff: «Amico,» gli disse «persistete nel sostenere che lo Speedy non è perito in seguito a un urto?» «Sì, signor Cyrus» rispose il marinaio. «Sapete quanto me che non ci sono scogli nel canale.» «Ma se avesse urtato in questo pezzo di ferro?» disse l’ingegnere, mostrando il cilindro spezzato. «Che cosa, questo pezzettino di tubo?» esclamò Pencroff, in tono di assoluta incredulità. «Amici,» rispose Cyrus Smith «vi ricordate che, prima di sommergersi, il brigantino si è sollevato in cima a una vera tromba d’acqua?» «Sì, signor Cyrus» rispose Harbert. «Ebbene, volete sapere da che cosa era stata sollevata quella tromba? Da questo» disse l’ingegnere, mostrando il tubo spezzato. «Questo?» replicò Pencroff. «Sì! Questo cilindro è tutto quel che rimane d’una torpedine!» «Una torpedine!» esclamarono i compagni dell’ingegnere. «E chi l’aveva messa là, questa torpedine?» domandò Pencroff, che non voleva arrendersi. «Tutto quanto posso dirvi è che non sono stato io,» rispose Cyrus Smith; «ma essa c’era, e avete potuto giudicare voi stessi la sua incomparabile potenza!» CAPITOLO V Così, DUNQUE, con l’esplosione sottomarina della torpedine, tutto si spiegava. Cyrus Smith, che durante la guerra dell’Unione aveva avuto occasione d’esperimentare questi terribili congegni distruttivi, non poteva sbagliarsi. Appunto in seguito all’azione di quel cilindro, riempito d’una sostanza esplosiva (nitroglicerina, picrato o altra materia della stessa natura), l’acqua del canale s’era sollevata come una tromba, e il brigantino, colpito nella carena, era colato istantaneamente a picco; perciò era stato impossibile rimetterlo a galla, tanto erano stati notevoli i danni subiti dal suo scafo. A una torpedine, capace di distruggere una corazzata come una semplice barca da pesca, lo Speedy non aveva potuto resistere! Sì, tutto si spiegava, tutto… eccetto la presenza di quella torpedine nelle acque del canale! «Amici,» riprese allora Cyrus Smith «ormai non possiamo più mettere in dubbio la presenza di un essere misterioso, un naufrago come noi, forse, abbandonato sulla nostra isola, e io lo dico perché anche Àyrton sia al corrente di tutto quello che di strano è successo in due anni. Chi è il benefico sconosciuto il cui intervento, così propizio per noi, s’è manifestato in frequenti circostanze? Non posso nemmeno immaginarlo. Che interesse egli ha ad agire così, a celarsi dopo averci reso tanti servigi? Io non posso comprenderlo. Ma i suoi servigi non sono, per questo, meno veri e solo può renderli un uomo che dispone d’una potenza prodigiosa. Ayrton dev’essergli grato quanto noi, poiché se è stato lo sconosciuto a salvarmi dalle onde dopo la caduta del pallone, evidentemente è stato ancora lui che ha scritto il documento, che ha messo la bottiglia sulla nostra rotta e che ci ha fatto conoscere la situazione del nostro compagno. Aggiungo che quella cassa, tanto convenientemente provvista di tutto ciò che ci mancava, dev’essere stato lui a condurla a incagliarsi alla punta del Relitto; che il fuoco veduto sulle colline dell’isola, grazie al quale poteste approdare, lo accese lui; che il pallino di piombo trovato nel corpo del pecari si deve a una sua schioppettata; che questa torpedine, che ha distrutto il brigantino, è stata immersa nel canale da lui; in una parola, tutti i fatti inesplicabili, di cui non sappiamo renderci conto, sono dovuti a quest’essere misterioso. Perciò, chiunque egli sia, naufrago o esiliato in quest’isola, saremmo ingrati se ci credessimo sciolti da ogni obbligo di riconoscenza verso di lui. Abbiamo contratto un debito e spero che un giorno lo pagheremo.» «Avete ragione di parlare così, mio caro Cyrus» rispose Gedeon Spilett. «Sì, c’è un essere, quasi onnipotente, nascosto in qualche parte dell’isola e la sua influenza è stata singolarmente utile per la nostra colonia. Aggiungerò che questo sconosciuto mi sembra disponga di mezzi d’azione che avrebbero del soprannaturale, se il soprannaturale fosse accettabile nei fatti della vita pratica. È lui che si mette in comunicazione segreta con noi attraverso il pozzo di GraniteHouse e ha così conoscenza di tutti i nostri proponimenti? È stato lui che ci ha messo a portata di mano la bottiglia, quando il canotto ha fatto la sua prima escursione in mare? È stato lui che ha gettato fuori Top dalle acque del lago e ha ucciso il dugongo? È stato lui, come tutto induce a credere, che ha salvato voi, Cyrus, dai flutti e in circostanze in cui chiunque altro, che fosse stato un uomo comune, non avrebbe potuto agire? Se è stato sempre lui, egli possiede una potenza che lo rende padrone degli elementi.» L’osservazione del cronista era giusta e ognuno la comprendeva. «Sì,» rispose Cyrus Smith «se abbiamo ormai la certezza dell’intervento di un essere umano, bisogna convenire che esso ha a sua disposizione dei mezzi che sono superiori a quelli di cui dispone l’umanità. Qui è ancora il mistero, ma se scopriremo l’uomo, scopriremo anche il mistero. Il problema è, perciò, questo: dobbiamo rispettare l’incognito di quest’essere generoso, o dobbiamo fare di tutto per arrivare fino a lui? Qual è la vostra opinione?» «La mia opinione,» rispose Pencroff «è che, chiunque sia, è un brav’uomo e ha tutta la mia stima!» «Sia,» riprese Cyrus Smith «ma questa non è una risposta sufficiente, Pencroff.» «Padrone,» disse allora Nab «la mia idea è che potremo cercare quanto vorremo il signore di cui si tratta, ma che non lo scopriremo che quando piacerà a lui.» «Non è sciocco quello che dici, Nab» rispose Pencroff. «Sono del parere di Nab,» rispose Gedeon Spilett «ma penso che non sia una ragione per non tentare l’avventura. Che noi troviamo o no quest’essere misterioso, avremo, almeno, compiuto tutto il nostro dovere verso di lui.» «E tu, figlio mio, vuoi dirci il tuo parere?» disse l’ingegnere, rivolgendosi ad Harbert. «Ah!» esclamò Harbert, con lo sguardo animato «io vorrei ringraziare colui che ha salvato prima voi e poi noi!» «Lo credo, ragazzo mio» rispose Pencroff; «anch’io lo vorrei e noi tutti lo vorremmo! Io non sono curioso, ma darei volentieri uno dei miei occhi per vedere di persona quell’uomo! Mi sembra che debba essere bello, grande, forte, con una bella barba, con dei capelli simili a raggi di sole e coricato su una massa di nuvole, con un gran globo in mano!» «Eh! Pencroff,» disse Gedeon Spilett «ma voi ci fate il ritratto del Padre Eterno!» «Possibilissimo, signor Spilett» replicò il marinaio; «ma, insomma, io me lo figuro così!» «E voi, Ayrton?» chiese l’ingegnere. «Signor Smith,» rispose Ayrton «io non posso darvi un consiglio in questa circostanza. Quello che farete voi sarà ben fatto. Se vorrete associarmi alle vostre ricerche, sarò pronto a seguirvi.» «Vi ringrazio, Ayrton,» rispose Cyrus Smith «ma vorrei una risposta più diretta alla domanda che vi ho fatta. Voi siete nostro compagno; vi siete già parecchie volte sacrificato per noi, e, come tutti gli altri, dovete essere consultato, quando si tratta di prendere qualche decisione importante. Parlate, dunque.» «Signor Smith,» rispose Ayrton «penso che dobbiamo fare tutto il possibile per ritrovare l’ignoto benefattore. Potrebbe darsi che sia solo. Forse egli soffre. Forse è un’esistenza da rigenerare. Io pure, come avete detto, ho un debito di riconoscenza verso di lui. È certamente lui, non può essere stato che lui, a venire all’isola di Tabor, dove ha trovato il miserabile che avete conosciuto, e vi ha fatto sapere che c’era là un infelice da salvare!… Per merito suo, dunque, sono ridivenuto un uomo. No, non me ne dimenticherò mai!» «Allora, è deciso!» disse Cyrus Smith. «Cominceremo le nostre ricerche al più presto possibile. Non lasceremo inesplorata una sola parte dell’isola. La frugheremo fino nei suoi più segreti nascondigli, e l’amico sconosciuto ce lo perdoni grazie alla nostra intenzione!» Durante alcuni giorni i coloni si dedicarono attivamente ai lavori della fienagione e della mietitura. Prima di mettere in esecuzione il loro proposito di esplorare le parti ancora sconosciute dell’isola, volevano che ogni lavoro indispensabile fosse finito. Era anche il tempo in cui si faceva il raccolto dei diversi ortaggi provenienti dalle piante dell’isola di Tabor. Tutto era, dunque, da mettere in magazzino e, fortunatamente, lo spazio non mancava in GraniteHouse, ove si sarebbero potute riporre tutte le ricchezze dell’isola. I prodotti della colonia erano là, metodicamente sistemati e in luogo sicuro, al riparo dalle bestie e dagli uomini. Non v’erano certo da temere i danni dell’umidità, in mezzo a quel compatto masso di granito. Parecchie delle escavazioni naturali situate nel cunicolo superiore furono ingrandite e approfondite, sia con il piccone, che con le mine e GraniteHouse divenne così un deposito generale, contenente gli approvvigionamenti, le munizioni, gli strumenti e gli utensili di ricambio, in una parola, tutto il materiale della colonia. I cannoni provenienti dal brigantino erano dei bei pezzi in acciaio fuso che, in seguito alle istanze di Pencroff, furono issati, per mezzo di gru, fino al pianerottolo di GraniteHouse; alcune aperture furono praticate fra una finestra e l’altra e presto si videro sporgere le loro bocche lucenti attraverso la parete granitica. Da quell’altezza, le bocche da fuoco dominavano veramente tutta la baia dell’Unione. Era come un piccolo stretto di Gibilterra e ogni nave, che fosse venuta alla fonda al largo dell’isolotto, sarebbe stata inevitabilmente esposta al fuoco di quella batteria aerea. «Signor Cyrus,» disse un giorno Pencroff (era l’8 novembre) «adesso che l’armamento è terminato, dobbiamo provare la gittata dei pezzi.» «Credete che sia utile?» rispose Cyrus Smith. «È più che utile, è necessario! Altrimenti, come conoscere la distanza alla quale possiamo mandare uno di questi bei proiettili?» «Proviamo, dunque, Pencroff» rispose l’ingegnere. «Tuttavia, credo che ci convenga fare l’esperimento adoperando non la polvere ordinaria, di cui desidero lasciare intatta la riserva, ma la pirossilina, che non ci mancherà mai.» «Questi cannoni potranno sopportare la deflagrazione della pirossilina?» chiese il giornalista che non desiderava meno di Pencroff far la prova dell’artiglieria di GraniteHouse. «Credo di sì. D’altronde,» soggiunse l’ingegnere «agiremo prudentemente.» L’ingegnere aveva notato che quei cannoni erano di eccellente fabbricazione ed egli se ne intendeva. Fatti in acciaio temperato e a retrocarica, dovevano poter sopportare una carica considerevole e di conseguenza avere un’enorme portata. Infatti, dal punto di vista dell’effetto utile, la traiettoria descritta della palla da cannone dev’essere tesa il più possibile, e questa tensione non si può ottenere che a condizione che il proiettile sia animato da una grandissima velocità iniziale. «Ora,» disse Cyrus Smith ai compagni «la velocità iniziale è in ragione della quantità di polvere utilizzata. Nella fabbricazione dei pezzi, tutto sta nell’impiego di un materiale quanto più possibile resistente e l’acciaio è incontestabilmente di tutti i metalli quello che resiste meglio. Ho, dunque, ragione di pensare che i nostri cannoni sopporteranno senza rischio l’espansione dei gas della pirossilina e daranno risultati eccellenti.» «Ne saremo ancora più certi quando avremo provato!» disse Pencroff. È inutile dire che i quattro cannoni erano in perfetto stato. Dopo che furono tolti dall’acqua, il marinaio s’era assunto il compito di lucidarli coscienziosamente. Quante ore aveva passato a sfregarli, ungerli di grasso, lisciarli, a pulire il meccanismo dell’otturatore e la vite di pressione! E adesso i pezzi erano brillanti come a bordo d’una fregata della marina degli Stati Uniti. In quel giorno, dunque, alla presenza di tutto il personale della colonia, mastro Jup e Top compresi, i quattro cannoni furono successivamente provati. Vennero caricati con pirossillina, tenendo conto della sua potenza esplosiva, la quale, come si è detto, è quadrupla di quella della polvere ordinaria. I proiettili che dovevano lanciare erano cilindroconici. Pencroff, tenendo la corda della miccia, era pronto a far fuoco. A un segno di Cyrus Smith, il colpo parti. Il proiettile, diretto sul mare, passò al disopra dell’isolotto e andò a perdersi al largo, a una distanza che non fu possibile calcolare con esattezza. Il secondo cannone fu puntato sulle estreme rocce della punta del Relitto e il proiettile, colpendo una pietra aguzza a circa tre miglia da GraniteHouse, la fece volare in schegge. Era Harbert che aveva puntato il cannone e sparato, e fu molto fiero del suo colpo di prova. Ma Pencroff ne fu più fiero di lui! Un colpo simile, e tutto il merito spettava al suo caro ragazzo! Il terzo proiettile, lanciato stavolta sulle dune che formavano la costa superiore della baia dell’Unione, colpì la sabbia a una distanza di almeno quattro miglia; poi, dopo aver rimbalzato, si perdette in mare, entro una nube di spuma. Per il quarto pezzo Cyrus Smith forzò un poco la carica, allo scopo di provarne l’estrema portata. Poi fu accesa la miccia a mezzo di una lunga corda, poiché ognuno s’era tratto in disparte per l’eventualità che esplodesse. Fu udita una violenta detonazione, ma il pezzo aveva resistito, e i coloni, che s’erano precipitati alla finestra, poterono vedere il proiettile sfiorare, smussandole, le rocce del capo Mandibola, a circa cinque miglia di distanza da GraniteHouse, e scomparire poi nel golfo del Pescecane. «Ebbene, signor Cyrus,» esclamò Pencroff, i cui evviva avrebbero potuto gareggiare con le detonazioni prodotte dalle cannonate «che cosa dite della nostra batteria? Tutti i pirati del Pacifico non hanno che da presentarsi davanti a GraniteHouse! Non uno sbarcherà adesso senza il nostro permesso!» «Credete a me, Pencroff,» rispose l’ingegnere «è meglio non farne l’esperienza.» «A proposito!» riprese il marinaio «e dei sei furfanti che s’aggirano per l’isola, che cosa ne faremo? Li lasceremo scorrazzare per le nostre foreste, i nostri campi, le nostre praterie? Sono veri giaguari, quei pirati, e mi sembra che non dobbiamo esitare a trattarli come tali. Che cosa ne pensate, Ayrton?» soggiunse Pencroff voltandosi verso il compagno. Ayrton esitò sulle prime a rispondere, e Cyrus Smith deplorò che Pencroff gli avesse un po’ sbadatamente rivolto quella domanda; provò, quindi, una forte commozione quando Ayrton rispose con voce umile: «Sono stato uno di quei giaguari, signor Pencroff, e non ho il diritto di parlare…» E si allontanò lentamente. Pencroff aveva compreso. «Maledetta bestia che sono!» esclamò. «Povero Ayrton! Eppure egli ha diritto di parlare qui quanto chiunque altro!» «Sì,» disse Gedeon Spilett «ma la sua riservatezza gli fa onore e conviene rispettare il sentimento di dolore, che conserva per il suo triste passato.» «Ho inteso, signor Spilett,» rispose il marinaio «e non ricadrò più in simile indelicatezza! Preferirei mangiarmi la lingua piuttosto che esser causa di un dispiacere ad Ayrton! Ma ritorniamo al nostro argomento. Mi sembra che quei banditi non abbiano diritto ad alcuna pietà e che dobbiamo al più presto sbarazzarne l’isola.» «È proprio questo il vostro parere, Pencroff?» chiese l’ingegnere. «Assolutamente.» «E prima di dar loro la caccia senza misericordia, non vorreste aspettare che facciano nuovi atti di ostilità contro di noi?» «Quello che hanno fatto non basta, dunque?» domandò Pencroff, che non capiva quelle esitazioni. «Possono rinascere a nuovi sentimenti e, forse, pentirsi…» «Pentirsi, quelli!» esclamò il marinaio, alzando le spalle. «Pencroff, pensa ad Ayrton!» disse allora Harbert, prendendo la mano del marinaio. «È tornato un uomo onesto!» Pencroff guardò i suoi compagni uno dopo l’altro. Non avrebbe mai creduto che la sua proposta dovesse provocare un’esitazione qualunque. La sua rude natura non poteva ammettere che si transigesse con i malfattori sbarcati nell’isola, con i complici di Bob Harvey, gli assassini dell’equipaggio dello Speedy; ed egli li considerava come bestie feroci, che bisognava distruggere senza esitazione e senza rimorsi. «To’!» fece. «Ho tutti contro. Volete esser generosi con quei miserabili! Sia pure. Voglia il Cielo che non dobbiamo pentircene!» «Quale pericolo possiamo correre,» disse Harbert «se stiamo in guardia?» «Uhm!» fece il giornalista, che non si pronunciava. «Sono sei e bene armati. Se ciascuno di loro s’imbosca in un angolo e spara su di noi, saranno in breve padroni della colonia!» «Perché non l’hanno ancora fatto?» disse Harbert. «Indubbiamente perché trovano che non è nel loro interesse. Del resto, noi pure siamo sei.» «Bene, bene!» rispose Pencroff, che nessun ragionamento avrebbe potuto convincere. «Lasciamo quei galantuomini dedicarsi alle loro piccole occupazioni e non ci pensiamo più.» «Andiamo, Pencroff» disse Nab. «Non dimostrarti più cattivo di quel che sei! Scommetto che se uno di quegli sciagurati fosse qui, dinanzi a te, a buon tiro di fucile, tu non gli spareresti addosso…» «Tirerei su lui come su un cane arrabbiato, Nab» rispose freddamente Pencroff. «Pencroff,» disse allora l’ingegnere «avete spesso dimostrato molta deferenza verso i miei consigli. Volete anche in questa circostanza rimettervi alla mia decisione?» «Farò come piacerà a voi, signor Smith» rispose il marinaio, che però non era per nulla convinto. «Ebbene, aspettiamo, e non attacchiamo che quando saremo attaccati. In questo senso fu decisa la condotta da tenere verso i pirati, benché» Pencroff non se ne aspettasse niente di buono. I coloni non li avrebbero attaccati, ma sarebbero stati in guardia. Dopo tutto, l’isola era grande e fertile. Se qualche sentimento d’onestà era rimasto in fondo alla loro anima, quei miserabili potevano forse emendarsi. Conveniva loro, nelle condizioni in cui dovevano ormai vivere, rifarsi una vita nuova. A ogni modo, non foss’altro che per umanità, si doveva attendere. I coloni forse non avrebbero più avuta la facoltà d’andare e venire senza timore, come per il passato. Sino allora non avevano avuto da guardarsi che dagli animali selvaggi; ora, invece, sei pirati, forse della peggior specie, s’aggiravano per l’isola. Era grave, indubbiamente, e per uomini meno coraggiosi sarebbe stata la perdita di ogni tranquillità. Non importa! I coloni avevano ora ragione contro Pencroff. Avrebbero avuto ragione anche in avvenire? Vedremo. CAPITOLO VI LA PIÙ GRANDE preoccupazione dei coloni era adesso quell’esplorazione completa dell’isola, ch’era stata decisa e che avrebbe avuto ora due scopi: prima di tutto, scoprire l’essere misterioso la cui esistenza non era più discutibile, e nello stesso tempo sapere che cosa ne era stato dei pirati, quale rifugio avevano scelto, che vita conducevano e che cosa si poteva temere da parte loro. Cyrus Smith desiderava partire senza indugio; ma, dovendo la spedizione durare parecchi giorni, era sembrato opportuno caricare il carro di oggetti diversi per accampamento e di utensili atti a facilitare l’organizzazione delle soste. Ora, in quel momento, uno degli onagri, ferito a una gamba, non poteva essere attaccato; gli erano necessari alcuni giorni di riposo; i coloni ritennero, quindi, di poter senza pregiudizio rimandare la partenza di una settimana, cioè al 20 novembre. Il mese di novembre, alla latitudine di quelle terre, corrisponde al maggio delle zone boreali. Si era, dunque, nella bella stagione. Il sole arrivava sul tropico del Capricorno e rendeva i giorni più lunghi che in ogni altro mese dell’anno. Il tempo sarebbe stato, quindi, in tutto favorevole alla spedizione, la quale, anche se non avesse raggiunto il suo fine principale, poteva essere feconda di scoperte, soprattutto dal punto di vista dei prodotti naturali, poiché Cyrus Smith si proponeva d’esplorare le fitte foreste del Far West, che si estendevano sino alla estremità della penisola Serpentine. Intanto, fu stabilito che, durante i nove giorni precedenti la partenza, tutti avrebbero posto mano agli ultimi lavori dell’altipiano di Bellavista. Però, era necessario che Ayrton tornasse al recinto, dove gli animali domestici reclamavano le sue cure. Venne, dunque, deciso ch’egli sarebbe andato a passarvi due giorni e che non sarebbe ritornato a GraniteHouse, se non dopo aver abbondantemente approvvigionato le stalle. Mentre stava per partire, Cyrus Smith, facendogli osservare che l’isola era ora meno sicura di un tempo, gli domandò se voleva che uno di loro lo accompagnasse. Ayrton rispose ch’era inutile, ch’egli bastava, e che, d’altronde, non temeva nulla. Se fosse accaduto qualche incidente nel recinto o nei dintorni, ne avrebbe immediatamente avvertito i coloni mediante un telegramma a GraniteHouse. Ayrton parti, dunque, il giorno 9 all’alba, conducendo seco il carro, tirato da un solo onagro e due ore dopo il campanello elettrico annunciava che al recinto aveva trovato tutto in ordine. In quei due giorni Cyrus Smith s’occupò dell’esecuzione di un progetto, che doveva mettere definitivamente GraniteHouse al sicuro da ogni sorpresa. Si trattava di dissimulare completamente l’apertura superiore dell’antico scaricatoio, ch’era già murato e seminascosto sotto erbe e piante, all’angolo sud del lago Grant. Niente di più facile, perché bastava alzare di due o tre piedi il livello delle acque del lago, sotto le quali l’apertura sarebbe stata allora completamente immersa. Ora, per rialzare detto livello, non c’era che da mettere uno sbarramento stabile ai due canali aperti nel lago, per i quali si alimentavano il Creek Glicerina e quello della Grande Cascata. I coloni si posero subito all’opera e i due sbarramenti, che del resto non misuravano più di sette o otto piedi di larghezza per tre di altezza, furono rapidamente eretti con macigni cementati. Dopo questa sistemazione, era impossibile supporre che all’estremità del lago esistesse un condotto sotterraneo, attraverso il quale un tempo si scaricava l’eccedenza delle acque. Inutile dire che la piccola derivazione che serviva ad alimentare il serbatoio di GraniteHouse e a manovrare l’ascensore era stata trattata col massimo riguardo, sicché l’acqua non sarebbe mai mancata. Così, una volta tirato su l’ascensore, quel sicuro e comodo rifugio avrebbe sfidato ogni sorpresa o colpo di mano. Il lavoro era stato sbrigato sollecitamente, per modo che Pencroff, Gedeon Spilett e Harbert trovarono il tempo di fare una capatina a Porto Pallone. Il marinaio era desiderosissimo di sapere se il piccolo seno, in fondo al quale era ormeggiato il Bonadventure, era stato visitato dai corsari. «Quei gentiluomini,» fece osservare Pencroff «hanno appunto preso terra sulla costa meridionale e, se hanno seguito il litorale, c’è da temere che abbiano scoperto il piccolo porto, nel qual caso non arrischierei nemmeno mezzo dollaro per il nostro Bonadventure.» Le apprensioni di Pencroff non erano prive di fondamento, e una visita a Porto Pallone parve a tutti molto opportuna. Il marinaio e i suoi compagni partirono, dunque, bene armati, nel pomeriggio del 10 novembre. Pencroff, introducendo palesemente due palle in ciascuna canna del suo fucile, crollava il capo, il che non presagiva niente di buono per chiunque gli fosse andato troppo vicino, «bestia o uomo che fosse», disse. Anche Gedeon Spilett e Harbert presero i loro fucili e, verso le tre, lasciarono tutt’insieme GraniteHouse. Nab li accompagnò sin dove il Mercy faceva gomito e dopo il loro passaggio alzò il ponte. Fu convenuto che un colpo di fucile avrebbe annunciato il ritorno dei coloni e che a quel segnale Nab sarebbe andato a ristabilire la comunicazione tra le due rive del fiume. La piccola comitiva avanzò diritta lungo la strada del porto verso la costa meridionale dell’isola. Non c’erano che tre miglia e mezzo, ma Gedeon Spilett e i suoi compagni impiegarono due ore a percorrere la breve distanza. Frugarono tutto il margine della strada, tanto dal Iato della folta foresta che da quello della palude delle tadorne, ma non trovarono traccia alcuna dei fuggitivi, che senza dubbio, non ancora informati del numero dei coloni né dei mezzi di difesa di cui disponevano, dovevano essersi ritirati nelle parti meno accessibili dell’isola. Pencroff, arrivato a Porto Pallone, vide con soddisfazione estrema il Bonadventure tranquillamente ormeggiato nella stretta cala. Del resto, Porto Pallone era si ben celato in mezzo a quelle alte rocce, che né dal mare, né dalla terra si poteva scoprirlo, a meno di non esservi proprio sopra o dentro. «Andiamo» disse Pencroff; «quei furfanti non sono ancora venuti qui. Le erbe alte convengono di più ai rettili: vedrete che li troveremo nel Far West.» «È una gran fortuna,»— aggiunse Harbert «poiché se avessero trovato il Bonadventure, se ne sarebbero impadroniti per fuggire, il che ci avrebbe impedito di ritornare appena possibile all’isola di Tabor.» «Infatti,» rispose il giornalista «sarà bene portarvi un documento, che faccia conoscere la situazione dell’isola di Lincoln e la nuova residenza di Ayrton, nel caso in cui lo yacht scozzese venisse a riprenderlo.» «Ebbene, il Bonadventure è sempre qui, signor Spilett» replicò il marinaio. «Il suo equipaggio è pronto a ripartire al primo segnale!» «Penso, Pencroff, che sarà una cosa da fare non appena sia terminata la nostra spedizione nell’isola. Dopo tutto, è possibile che quest’ignoto, se riusciamo a trovarlo, la sappia lunga sull’isola di Lincoln e sull’isola di Tabor. Non dimentichiamo ch’egli è l’autore incontestabile del documento e che probabilmente sa qualche cosa di positivo circa il ritorno dello yacht!» «Per tutti i diavoli!» esclamò Pencroff «chi può dunque essere! Quel personaggio ci conosce e noi non lo conosciamo! Se è un semplice naufrago, perché si nasconde? Noi siamo delle brave persone, suppongo, e la compagnia delle brave persone non è sgradita a nessuno! È venuto volontariamente qui? Può abbandonare l’isola, se vuole? Si trova ancora qui o non c’è più?» Così ragionando, Pencroff, Harbert e Gedeon Spilett s’erano imbarcati e percorrevano il ponte del Bonadventure. A un tratto, il marinaio, esaminando la bitta sulla quale era dato volta il cavo dell’ancora: «Ah, diamine!» gridò. «Questa è grossa!» «Che cosa c’è, Pencroff?» domandò il giornalista. «C’è, che non sono stato io a far questo nodo!» E Pencroff mostrò una cima che assicurava il cavo alla bitta stessa, per impedirgli di mollare. «Come? Non siete stato voi?» chiese Spilett. «No! Lo giurerei. Questo è un nodo piano mentre io ho l’abitudine di prendere due mezzi colli. (Nota: Tipo di nodo, diffuso tra i marinai, che ha il vantaggio di non sciogliersi mai. Fine nota) «Vi sarete sbagliato, Pencroff.» «Non mi sono sbagliato!» affermò il marinaio. «Noi marinai abbiamo la mano in queste cose, naturalmente, e la mano non si sbaglia!» «Allora, i deportati sarebbero, dunque, venuti a bordo?» chiese Harbert. «Non so,» rispose Pencroff «ma una cosa però è certa, e cioè che l’ancora del Bonadventure è stata levata e poi gettata di nuovo! E guardate! ecco un’altra prova. Hanno filato il cavo dell’ancora e la sua fasciatura (Nota: La fasciatura è un pezzo di vecchia tela con cui si avvolge il cavo dell’ancora, perché non si logori nella parte che è a contatto con la cubia. Fine nota) non arriva più sulla cubia. Vi ripeto che qualcuno si è servito della nostra imbarcazione!» «Ma se i deportati se ne fossero serviti, l’avrebbero saccheggiata, oppure sarebbero fuggiti…» «Fuggiti!… E dove? All’isola di Tabor?» ribatté Pencroff. «Credete che si sarebbero arrischiati su di una barca di così piccolo tonnellaggio?» «Bisognerebbe, in tal caso, ammettere ch’essi avessero conoscenza dell’isolotto» disse il giornalista. «Comunque sia,» disse il marinaio «com’è vero ch’io sono Bonadventure Pencroff di Vineyard, il Bonadventure ha navigato senza di noi!» Il marinaio affermava ciò con tanta sicurezza, che né Gedeon Spilett né Harbert poterono contestare le sue parole. Era evidente che, da quando Pencroff l’aveva ricondotta a Porto Pallone, l’imbarcazione era stata, più o meno, rimossa. Per il marinaio, l’ancora era stata levata e poi ricalata, non c’era dubbio. Ora, perché queste manovre, se l’imbarcazione non era stata adoperata per qualche spedizione? «Ma non avremmo dovuto vedere il Bonadventure passare al largo dell’isola?» fece notare il giornalista, che ci teneva a formulare tutte le obiezioni possibili. «Eh, signor Spilett,» rispose il marinaio «basta salpare di notte con buon vento, e in due ore si è fuori di vista dell’isola!» «Ebbene,» riprese Gedeon Spilett «mi domando ancora: a che scopo i deportati si sarebbero serviti del Bonadventure e perché dopo essersene serviti, l’avrebbero ricondotto in porto?» «Eh, signor Spilett,» rispose il marinaio «mettiamo anche questo nel numero delle cose inesplicabili e non pensiamoci più! L’importante era che il Bonadventure fosse al suo posto e vi è. Disgraziatamente, se i deportati riuscissero a prenderlo una seconda volta, potrebbe darsi davvero che non lo ritrovassimo più al suo posto!» «Allora, Pencroff,» disse Harbert «sarebbe forse prudente ricondurre l’imbarcazione davanti a GraniteHouse.» «Si e no,» rispose Pencroff «o piuttosto no. L’imbocco del Mercy è un punto cattivo per un’imbarcazione, esposto al mare.» «Ma tirandolo in secco, fin proprio sotto ai Camini?…» «Forse… sì…» rispose Pencroff. «A ogni modo, dato che dobbiamo lasciare GraniteHouse per una spedizione abbastanza lunga, credo che il Bonadventure sarà più al sicuro qui durante la nostra assenza, e faremo bene a lasciarvelo sino a che l’isola sia liberata da quei manigoldi.» «Così pare anche a me» disse il giornalista. «Almeno, in caso di cattivo tempo, esso non sarà esposto come all’imboccatura del Mercy.» «E se i pirati venissero nuovamente a fargli visita?» disse Harbert. «Ebbene,» rispose Pencroff «anche non trovandolo più qui, farebbero presto a cercarlo dalla parte di GraniteHouse e, durante la nostra assenza, nulla impedirebbe loro d’impadronirsene lo stesso. Penso dunque, come il signor Spilett, che bisogna lasciarlo a Porto Pallone. Ma al nostro ritorno, se non abbiamo ancora sbarazzato l’isola da quei furfanti, sarà prudente ricondurre la nostra imbarcazione a GraniteHouse, fino al momento in cui essa non avrà più da temere nessuna cattiva visita.» «Siamo intesi. In cammino!» disse il cronista. Pencroff, Harbert e Gedeon Spilett, al loro ritorno a GraniteHouse comunicarono all’ingegnere quel ch’era successo, e questi approvò le loro disposizioni per il presente e per l’avvenire. Egli promise, anzi, al marinaio di studiare il tratto di canale fra l’isolotto e la costa, per vedere se fosse possibile crearvi un porto artificiale per mezzo di sbarramenti. Così, il Bonadventure sarebbe stato sempre sotto gli occhi dei coloni, e, all’occorrenza, anche sotto chiave. La sera stessa fu inviato ad Ayrton un telegramma per pregarlo di portar con sé dal recinto una coppia di capre, che Nab voleva acclimatare sulle praterie dell’altipiano. Cosa strana, Ayrton non diede segno di aver ricevuto il telegramma, com’era sua abitudine. La cosa non mancò di meravigliare l’ingegnere. Ma poteva darsi che Ayrton non si trovasse al recinto in quel momento, oppure che fosse già in cammino per tornare a GraniteHouse. Infatti, due giorni erano trascorsi dalla sua partenza ed egli aveva deciso che appunto la sera del 10 o la mattina dell’11 al più tardi, sarebbe stato di ritorno. I coloni attesero, dunque, che Ayrton si mostrasse sulle alture di Bellavista. Nab e Harbert vigilarono, anzi, nelle vicinanze del ponte, per abbassarlo appena il loro compagno si fosse presentato. Ma verso le dieci della sera nulla ancora si sapeva di Ayrton. Fu, quindi, giudicato opportuno di lanciare un nuovo dispaccio, chiedendo una risposta immediata. Ma il campanello di GraniteHouse rimase muto. Allora, l’inquietudine dei coloni fu grande. Che cos’era accaduto? Ayrton non era, dunque, più al recinto o, se si trovava ancora, non aveva forse più la libertà dei suoi movimenti? Dovevano andare al recinto nell’oscurità della notte? La cosa fu discussa. Gli uni volevano partire, gli altri restare. «Ma,» disse Harbert «può darsi che si sia prodotto qualche guasto nell’apparecchio telegrafico e che non funzioni più.» «Può essere» disse il giornalista. «Aspettiamo fino a domani» rispose Cyrus Smith. «È possibile, infatti, che Ayrton non abbia ricevuto il nostro telegramma, oppure che noi non abbiamo ricevuto il suo.» E attesero, non senza una certa ansietà, com’era facile immaginare. Alle prime luci del giorno successivo «l’11 novembre — Cyrus Smith lanciò ancora la corrente elettrica attraverso il filo e non ricevette alcuna risposta.» Ripeté il tentativo, ma col medesimo risultato. «In cammino per il recinto!» disse. «E bene armati!» aggiunse Pencroff. Fu subito deciso che GraniteHouse non sarebbe rimasta deserta e che Nab vi si sarebbe fermato. Dopo aver accompagnato gli altri fino al Creek Glicerina, avrebbe rialzato il ponte e, nascosto dietro un albero, sarebbe stato attento al loro ritorno, o a quello di Ayrton. Nel caso in cui i pirati si fossero presentati o avessero tentato di varcare il passaggio, egli doveva tentare di arrestarli a fucilate e, in fine, rifugiarsi in GraniteHouse, dove, una volta tirato su l’ascensore, sarebbe stato al sicuro. Cyrus Smith, Gedeon Spilett, Harbert e Pencroff dovevano recarsi direttamente al recinto e, se non vi trovavano Ayrton, battere i boschi circostanti. Alle sei della mattina, l’ingegnere e i suoi tre compagni avevano passato il Creek Glicerina, mentre Nab s’appostava dietro una specie di parapetto, circondato da alcune grandi dracene sulla riva sinistra del ruscello. I coloni, dopo aver lasciato l’altipiano di Bellavista, presero immediatamente la via del recinto. Portavano il fucile al braccio, pronti a far fuoco alla minima dimostrazione ostile. Le due carabine e i due fucili erano stati caricati a palla. Da ogni lato della strada il bosco era fittissimo e poteva agevolmente nascondere dei malfattori, i quali, armati come erano, sarebbero stati veramente temibili. I coloni camminavano rapidamente e in silenzio. Top li precedeva, ora correndo sulla strada, ora facendo qualche svolta improvvisa nel folto del bosco, ma sempre muto e non dando segno di alcunché d’insolito. E si poteva star certi che il fedele animale non si sarebbe lasciato sorprendere, ma avrebbe abbaiato alla minima apparenza di pericolo. Strada facendo, Cyrus Smith e i suoi compagni seguivano il filo telegrafico, che univa il recinto a GraniteHouse. Dopo aver percorso due miglia circa, non avevano ancora notato nessuna interruzione. I pali erano in buono stato, gli isolatori intatti, il filo regolarmente teso. Tuttavia a un certo punto l’ingegnere osservò che la tensione cominciava a diminuire e, alla fine, al palo n. 74, Harbert, che camminava innanzi a tutti, si fermò gridando: «Il filo è rotto!» Gli altri affrettarono il passo e giunsero al punto ove il giovinetto s’era fermato. Il palo abbattuto attraversava la strada. L’interruzione del filo era dunque constatata ed era evidente che i dispacci di GraniteHouse non avevano potuto esser ricevuti al recinto, né quelli del recinto a GraniteHouse. «Non è stato il vento ad atterrare questo palo» osservò Pencroff. «No» rispose Gedeon Spilett. «La terra è stata scavata alla sua base ed è stato divelto da mano d’uomo.» «Inoltre, il filo è spezzato» aggiunse Harbert, mostrando le due estremità del filo di ferro, ch’era stato rotto violentemente. «La rottura è recente?» chiese Cyrus Smith. «Sì,» rispose Harbert «è stata prodotta da poco tempo.» «Al recinto! Al recinto!» gridò il marinaio. I coloni si trovavano allora a metà strada fra GraniteHouse e il recinto. Dunque rimanevano loro ancora due miglia e mezzo. Si avviarono a passo di corsa. Infatti, c’era da temere che fosse accaduto qualche grave avvenimento al recinto. Indubbiamente, Ayrton aveva mandato un telegramma, che non era arrivato. Ma la ragione dell’inquietudine dei suoi compagni era più grave; la circostanza più inesplicabile era che Ayrton, mentre aveva promesso di tornare la sera innanzi, non si era ancora visto. Inoltre, non era senza un motivo, che era stata interrotta ogni comunicazione fra il recinto e GraniteHouse. E chi altri se non i pirati aveva interesse a interrompere questa comunicazione? I coloni correvano, dunque, con il cuore stretto dall’emozione. Si erano ormai sinceramente affezionati al loro nuovo compagno. Stavano forse per trovarlo colpito dalla mano stessa di coloro di cui un tempo era stato il capo? Giunsero in breve al punto in cui la strada costeggiava il ruscelletto derivato dal Creek Rosso, che irrigava le praterie del recinto. Avevano allora moderato il passo, per non arrivare ansanti nel momento in cui era forse necessario cimentarsi in una lotta. I fucili non erano più in posizione di riposo, ma pronti a far fuoco. Ognuno sorvegliava un lato della foresta. Top faceva sentire dei sordi brontolii, che non erano di buon augurio. Lo steccato di cinta apparve finalmente attraverso gli alberi. Non vi si vedeva alcuna traccia di danni. La porta era chiusa come al solito. Un silenzio profondo regnava nel recinto. Non si facevano sentire né i belati consueti dei mufloni, né la voce di Ayrton. «Entriamo!» disse Cyrus Smith. E l’ingegnere avanzò, mentre i suoi compagni, appostati a venti passi da lui, erano pronti a far fuoco. Cyrus Smith alzò il saliscendi interno della porta e stava per spingere uno dei battenti, quando Top abbaiò violentemente. Di sopra la palizzata si udì uno sparo, cui rispose un grido di dolore. Harbert, colpito da una palla, giaceva a terra! CAPITOLO VII AL GRIDO di Harbert, Pencroff, lasciando cadere la sua arma, s’era slanciato verso di lui. «Me l’hanno ucciso!» gridava. «Lui, il mio caro ragazzo! Me l’hanno ucciso!» Cyrus Smith e Gedeon Spilett si erano precipitati verso Harbert. Il giornalista ascoltava se il cuore del povero ragazzo battesse ancora. «Vive!» disse. «Ma bisogna trasportarlo…» «A GraniteHouse? È impossibile!» rispose l’ingegnere. «Al recinto, allora!» gridò Pencroff. «Un momento» disse Cyrus Smith. E si slanciò a sinistra, in modo da girare attorno al recinto. Là si trovò alla presenza di uno dei deportati che, mirandolo, gli attraversò il cappello con una palla. Pochi secondi dopo, prima ancora che avesse avuto il tempo di sparare un secondo colpo, questi cadeva, colpito al cuore dal pugnale di Cyrus Smith, più sicuro ancora del fucile. Contemporaneamente Gedeon Spilett e il marinaio si issarono sugli angoli della palizzata, la scavalcarono, saltarono dentro al recinto, abbatterono i puntelli, che sostenevano la porta internamente e si precipitarono nella casa, ch’era vuota, e subito dopo il povero Harbert riposava sul letto di Ayrton. Alcuni istanti più tardi Cyrus Smith era vicino a lui. Vedendo Harbert inanimato, il dolore del marinaio fu terribile. Singhiozzava, piangeva, voleva rompersi la testa contro il muro. Né l’ingegnere, né il giornalista poterono calmarlo. L’emozione soffocava anch’essi. Non potevano parlare. Tuttavia fecero quanto dipendeva da loro per sottrarre alla morte il povero giovane, che agonizzava sotto i loro occhi. Gedeon Spilett, dopo i tanti incidenti di cui era stata ricca la sua vita, non era digiuno di qualche pratica di medicina spicciola. Sapeva un po’ di tutto e già in molte circostanze s’era trovato a dover curare ferite prodotte tanto da arma bianca che da arma da fuoco. Aiutato da Cyrus Smith, procedette, dunque, alle cure che lo stato di Harbert richiedeva. A tutta prima, il giornalista fu colpito dal torpore generale che prostrava il giovinetto, torpore dovuto forse all’emorragia, forse alla commozione, se la palla aveva urtato un osso con tale forza da produrre una scossa violenta. Harbert era estremamente pallido e il suo polso d’una debolezza tale, che Gedeon Spilett non lo sentiva battere se non a lunghi intervalli, come se fosse sul punto di fermarsi. In pari tempo, v’era una paralisi quasi completa dei nervi e della coscienza. Questi sintomi erano gravissimi. Il petto di Harbert fu messo a nudo e, dopo che il sangue fu stagnato mediante alcuni fazzoletti, venne lavato con acqua fredda. La contusione, o piuttosto la piaga contusa apparve: un foro ovale fra la terza e la quarta costola. Era là che Harbert era stato colpito. Cyrus Smith e Gedeon Spilett voltarono allora il povero ragazzo, che lasciò sfuggire un lamento così flebile, da sembrare il suo ultimo respiro. Un’altra piaga contusa insanguinava la schiena di Harbert e la palla che l’aveva colpito non tardò a uscirne. «Dio sia lodato!» disse il giornalista «la palla non è rimasta nel corpo e non avremo da estrarla.» «Ma il cuore?…» chiese Cyrus Smith. «Il cuore non è stato toccato, altrimenti Harbert sarebbe già morto!» «Morto!» esclamò Pencroff mandando un ruggito. Il marinaio non aveva sentito che l’ultima parola del giornalista. «No, Pencroff,» rispose Cyrus Smith «no! Non è morto. Il suo polso batte sempre. Ha mandato anche un gemito. Ma, nell’interesse stesso del vostro ragazzo, calmatevi. Abbiamo bisogno di tutto il nostro sangue freddo.» Non ce lo fate perdere, caro amico. Pencroff tacque, ma una reazione avvenne in lui e le lacrime gli inondarono il viso. Intanto Gedeon Spilett cercava di richiamare alla memoria tutte le sue nozioni mediche e di procedere con metodo. Dopo l’esame fatto, egli aveva la certezza che il proiettile, entrato dal petto, era uscito per la schiena. Ma quali danni aveva potuto causare al suo passaggio? Ecco quello che anche un chirurgo di professione avrebbe stentato a dire in quel momento e che, quindi, era tanto più difficile per un giornalista. Tuttavia, egli sapeva una cosa: e cioè che doveva prevenire la contrazione infiammatoria delle parti lese e poi combattere l’infiammazione locale e la febbre, che sarebbero derivate dalla ferita — ferita mortale, forse! Ora, quali specifici, quali antiflogistici usare? Come evitare l’infiammazione?. A ogni modo, importava soprattutto che le due ferite fossero medicate senza, indugio. Non parve necessario a Gedeon Spilett provocare una nuova uscita di sangue, lavandole con acqua tiepida e comprimendone i margini. L’emoraggìa era stata abbondantissima e Harbert era fin troppo indebolito dalla perdita di sangue. Il giornalista si accontentò di lavare le due piaghe con l’acqua fredda. Harbert era adagiato sul fianco sinistro e fu lasciato in quella posizione. «Non deve muoversi» disse Gedeon Spilett. «Ora si trova nella posizione più confortevole, perché le piaghe della schiena e del petto possano comodamente suppurare, ed è necessario un riposo assoluto.» «Come! Non possiamo trasportarlo a GraniteHouse?» chiese Pencroff. «No, Pencroff» rispose il giornalista. «Maledizione!» esclamò il marinaio, mostrando il pugno al cielo. «Pencroff!» disse Cyrus Smith. Gedeon Spilett si era rimesso a esaminare il giovinetto ferito con estrema attenzione. Harbert era sempre così spaventosamente pallido che il giornalista si sentì prendere dallo sgomento. «Cyrus,» disse «io non sono medico… sono in una terribile perplessità… Bisogna che mi aiutiate con i vostri consigli, con la vostra esperienza!…» «Ritornate calmo, amico» rispose l’ingegnere, stringendo la mano al cronista. «Giudicate con sangue freddo… Non pensate che a questo: bisogna salvare Harbert!» Queste parole resero a Gedeon Spilett quella sicurezza di sé che, in un istante di scoraggiamento, il vivo senso della propria responsabilità gli aveva fatto smarrire. Si sedette accanto al letto. Cyrus Smith rimase in piedi. Pencroff aveva lacerato la sua camicia e macchinalmente ne faceva filacce. Gedeon Spilett spiegò allora a Cyrus Smith che credeva di dovere prima di tutto arrestare l’emorragia, ma non chiudere le due piaghe, né provocare la loro cicatrizzazione immediata, perché c’era stata la perforazione interna e non bisognava, quindi, lasciare che la suppurazione s’accumulasse nel petto. Cyrus Smith l’approvò completamente. Fu, quindi, deciso di medicare le due ferite, senza però tentare di chiuderle mediante un bendaggio troppo rigido. Fortunatamente non parve che avessero bisogno d’essere drenate. E adesso, per reagire contro la sopravveniente infiammazione, avevano i coloni un agente efficace? Sì, ne avevano uno, poiché la natura l’ha generosamente prodigato. Avevano l’acqua fredda, cioè il sedativo più potente che si possa adoperare contro l’infiammazione delle piaghe, l’agente terapeutico più efficace nei casi gravi e che, adesso, è adottato da tutti i medici. L’acqua fredda offre per di più il vantaggio di lasciare la piaga in assoluto riposo e di rendere inutile ogni medicazione prematura, vantaggio questo considerevole, giacché l’esperienza ha dimostrato che il contatto diretto con l’aria è piuttosto funesto durante i primi giorni. Gedeon Spilett e Cyrus Smith ragionavano così, con il loro semplice buon senso, e agirono come avrebbe agito il migliore dei chirurghi. Compresse di tela furono applicate sulle due ferite del povero Harbert e dovettero essere costantemente inzuppate d’acqua fredda. Il marinaio, innanzi tutto, aveva acceso il fuoco nel caminetto. Non mancavano in quella dimora le cose indispensabili alla vita. Zucchero d’acero e piante medicinali — le medesime che il giovinetto aveva colte sulle sponde del lago Grant — permisero di fare delle tisane rinfrescanti, che vennero fatte bere all’infermo senza ch’egli se ne rendesse conto. La febbre era straordinariamente alta e tutta la giornata e la notte passarono così, senza che riprendesse conoscenza. La vita di Harbert era attaccata a un filo e questo filo poteva rompersi a ogni momento. L’indomani, 12 novembre, Cyrus Smith e i suoi compagni ripresero qualche speranza. Harbert rinvenne dal suo lungo assopimento. Aperse gli occhi, riconobbe Cyrus Smith, il giornalista, Pencroff. Pronunciò due o tre parole. Egli non aveva nozione dell’accaduto. I compagni lo informarono e Gedeon Spilett lo supplicò di conservare un riposo assoluto, dicendogli che la sua vita non era in pericolo e che le ferite si sarebbero cicatrizzate in pochi giorni. Del resto, Harbert non soffriva quasi più e l’acqua fredda, con cui si bagnavano incessantemente le ferite, ne impediva l’infiammazione. La suppurazione si produceva regolarmente, la febbre non tendeva ad aumentare e si poteva sperare che la terribile ferita non avrebbe prodotto nessuna sciagura. Pencroff si sentiva a poco a poco più sollevato. Egli era come una suora di carità, come una madre al letto del suo figliolo. Harbert s’assopì di nuovo, ma il suo sonno parve assai migliore. «Ditemi che sperate, signor Spilett!» disse Pencroff. «Ripetetemi che salverete Harbert!» «Sì, lo salveremo!» rispose il giornalista. «La ferita è grave e probabilmente la palla ha attraversato il polmone, ma la perforazione di quest’organo non è mortale.» «Che Dio vi ascolti!» aggiunse Pencroff. Come si può immaginare, da ventiquattro ore ch’erano al recinto i coloni non avevano avuto altro pensiero che di curare Harbert. Non s’erano preoccupati né del pericolo che poteva minacciarli se i deportati ritornavano, né delle precauzioni da prendere per l’avvenire. Ma quel giorno, mentre Pencroff vegliava al letto del malato, Cyrus Smith e il giornalista discussero in merito a quello che conveniva fare. Prima di tutto visitarono il recinto. Non v’era traccia di Ayrton. Lo sventurato era forse stato trascinato via dai suoi complici d’un tempo? Era stato sorpreso nel recinto? Aveva lottato e dovuto soccombere nella lotta? Quest’ultima ipotesi era fin troppo probabile. Gedeon Spilett, nel momento in cui dava la scalata alla palizzata, aveva veduto perfettamente uno dei deportati scappare per il contrafforte sud del monte Franklin, mentre Top si slanciava alle sue calcagna. Era uno di quelli la cui lancia si era sfasciata sugli scogli all’imboccatura del Mercy. D’altronde, quello che Cyrus Smith aveva ucciso e che fu ritrovato cadavere al di fuori della cinta, apparteneva proprio alla banda di Bob Harvey. Il recinto non aveva ancora subito alcuna devastazione. Le porte erano chiuse e gli animali domestici non avevano potuto disperdersi nella foresta. Non si vedeva traccia di lotta, né guasto alcuno all’abitazione o alla palizzata. Solo le munizioni di cui Ayrton era provvisto erano sparite con lui. «L’infelice sarà stato sorpreso,» disse Cyrus Smith «e, siccome avrà opposto resistenza, avrà dovuto soccombere.» «Sì, lo temo!» rispose il giornalista. «Poi, senza dubbio, i deportati si sono installati nel recinto, dove han trovato tutto in abbondanza, e hanno preso la fuga solo quando ci hanno veduti arrivare. È chiaro, altresì, che al nostro arrivo Ayrton, morto o vivo che fosse, non era più qui.» «Bisognerà battere la foresta,» disse l’ingegnere «e sbarazzare l’isola da quei miserabili. Pencroff aveva dei giusti presentimenti, quando voleva che si desse loro la caccia come a bestie feroci. Ci sarebbero state risparmiate molte disgrazie!» «Sì,» rispose il giornalista «ma adesso abbiamo il diritto d’essere senza pietà.» «Però,» disse l’ingegnere «adesso siamo costretti ad aspettare qualche tempo e a rimanere qui sino a quando si potrà trasportare senza pericolo Harbert a GraniteHouse.» «E Nab?» chiese il giornalista. «Nab è al sicuro.» «E se, inquieto per la nostra assenza, si arrischiasse a venir qui?» «Bisogna che non venga!» rispose vivacemente Cyrus Smith. «Sarebbe assassinato per via!» «Il guaio è che molto probabilmente egli cercherà di raggiungerci!» «Ah, se il telegrafo funzionasse ancora, si potrebbe avvertirlo! Ma adesso è impossibile! Lasciar soli qui Harbert e Pencroff, non possiamo! Ebbene, andrò io solo a GraniteHouse.» «No, no! Cyrus,» rispose il giornalista «bisogna che voi non vi esponiate! Il vostro coraggio sarebbe vano. Quei miserabili, evidentemente, sorvegliano il recinto, sono in agguato nelle fitte boscaglie che lo circondano e, se partite, avremo presto a lamentare due disgrazie invece di una!» «Ma Nab?» ripeteva l’ingegnere. «Da ventiquattr’ore è senza nostre notizie! Vorrà certo venire.» «E siccome starà meno in guardia di noi,» rispose Gedeon Spilett «sarà colpito!…» «Non c’è, dunque, modo di avvertirlo?» Mentre l’ingegnere rifletteva, il suo sguardo cadde su Top che, andando e venendo, sembrava dicesse: «E non ci sono qua io?» «Top!» chiamò Cyrus Smith. L’animale diede un balzo alla chiamata del padrone. «Sì, andrà Top!» disse il giornalista, che aveva compreso l’idea dell’ingegnere. «Top passerà dove noi non passeremmo! Porterà a GraniteHouse le notizie del recinto e ritornerà con quelle di GraniteHouse.» «Presto!» rispose Cyrus Smith. «Presto!» Gedeon Spilett aveva rapidamente strappato una pagina dal suo taccuino e vi scrisse queste righe: «Harbert ferito. Siamo al recinto. Sta’ in guardia. Non abbandonare GraniteHouse. I deportati sono comparsi nelle vicinanze? Rispondi per mezzo di Top». Questo laconico biglietto conteneva tutto quello che Nab doveva sapere e chiedeva contemporaneamente a lui tutto quel che i coloni avevano interesse di conoscere. Il biglietto fu piegato e attaccato al collare di Top in modo molto visibile. «Top! Cane mio,» disse allora l’ingegnere accarezzando l’animale «Nab, Top! Nab! Va’, va’!» A queste parole, Top si mise a saltellare. Comprendeva, indovinava quanto si esigeva da lui. La strada del recinto gli era nota. In meno di mezz’ora poteva percorrerla ed era sperabile, che dove né Cyrus Smith né il giornalista avrebbero potuto avventurarsi senza pericolo, Top invece, correndo fra le erbe o nei boschi, sarebbe passato inosservato. L’ingegnere andò alla porta del recinto e spinse uno dei battenti. «Nab! Top, Nab!» ripeté ancora una volta l’ingegnere, stendendo la mano in direzione di GraniteHouse. Top si slanciò fuori e disparve quasi subito. «Arriverà!» disse il cronista. «Sì, e tornerà, il fedele animale!» «Che ora è?» domandò Gedeon Spilett. «Le dieci.» «Fra un’ora può essere qui. Spieremo il suo ritorno.» La porta del recinto fu di nuovo chiusa. L’ingegnere e il giornalista rientrarono in casa. Harbert era profondamente assopito. Pencroff manteneva le compresse sempre umide. Gedeon Spilett, vedendo che in quel momento non c’era niente da fare, s’accinse a preparare qualche cibo, pur sorvegliando attentamente la parte del recinto addossata al contrafforte, dalla quale era possibile una aggressione. I coloni attesero il ritorno di Top non senza ansietà. Un po’ prima delle undici Cyrus Smith e il giornalista, con la carabina in mano, stavano dietro alla porta, pronti ad aprirla al primo latrato del cane. Essi erano certi che se Top avesse potuto arrivare felicemente a GraniteHouse, Nab l’avrebbe immediatamente rimandato. Erano là, ambedue, da dieci minuti circa, quando una detonazione rimbombò, subito seguita da ripetuti latrati. L’ingegnere aperse la porta e, vedendo ancora un resto di fumo nel bosco a cento passi di distanza, fece fuoco in quella direzione. Quasi subito Top balzò nel recinto, di cui venne impetuosamente richiusa la porta. «Top! Top!» esclamò l’ingegnere, prendendo fra le braccia la buona, grossa testa del suo cane. Un biglietto era attaccato al collo dell’animale e Cyrus Smith lesse queste parole, tracciate con grossolana scrittura da Nab: «Niente pirati nei dintorni di GraniteHouse. Non mi muoverò. Povero signor Harbert!» CAPITOLO VIII E così i deportati erano sempre là: spiavano il recinto ed erano decisi a uccidere i coloni uno dopo l’altro! Non c’era che da trattarli come bestie feroci. Ma bisognava prendere grandi precauzioni, giacché i miserabili avevano in quel momento il vantaggio della posizione, vedendo senza essere veduti, potendo attaccare di sorpresa senza essere sorpresi. Cyrus Smith sistemò le cose in modo da poter vivere nel recinto, le cui provviste, del resto, potevano bastare per un tempo abbastanza lungo. La dimora di Ayrton era stata fornita di tutto il necessario alla vita, e i deportati, spaventati dall’arrivo dei coloni, non avevano avuto tempo di metterla a sacco. Probabilmente, come fece notare Gedeon Spilett, le cose erano andate così: i sei deportati, sbarcati nell’isola, s’erano tenuti sul litorale sud e, dopo aver girato intorno alla penisola Serpentine, non essendo disposti ad avventurarsi fra le boscaglie del Far West, avevano raggiunto la foce del fiume della Cascata. Quivi giunti, rimontando la riva destra del corso d’acqua, erano arrivati ai contrafforti del monte Franklin, fra i quali era naturale che cercassero qualche rifugio e non avevano tardato a scoprire il recinto allora disabitato. Molto verosimilmente, s’erano installati là, aspettando il momento di mettere in esecuzione i loro abominevoli disegni. L’arrivo di Ayrton li aveva colti di sorpresa, ma erano riusciti a impadronirsi dell’infelice e… il seguito s’indovinava facilmente! Adesso i deportati — ridotti a cinque, è vero, ma bene armati — s’aggiravano per i boschi e avventurarvisi equivaleva a esporsi ai loro colpi senza possibilità né di pararli, né di prevenirli. «Aspettare! Non c’è altro da fare!» ripeteva Cyrus Smith. «Quando Harbert sarà guarito, potremo organizzare una battuta generale nell’isola e aver ragione dei deportati. Questo sarà l’oggetto della nostra spedizione, e al tempo stesso…» «La ricerca del nostro misterioso protettore» aggiunse Gedeon Spilett, completando la frase dell’ingegnere. «Oh! Bisogna confessare, mio caro Cyrus, che questa volta la sua protezione ci è mancata, e nel momento stesso in cui ci era più necessaria!» «Chi sa!» osservò l’ingegnere. «Che cosa volete dire?» chiese il giornalista. «Che non siamo al termine delle nostre pene, caro Spilett, e che il potente intervento forse avrà ancora l’occasione di manifestarsi. Ma non si tratta di questo. La vita di Harbert prima di tutto.» Era la più dolorosa preoccupazione dei coloni. Alcuni giorni passarono e lo stato del povero giovinetto non era, fortunatamente, peggiorato. Ora, guadagnar del tempo nella malattia era già molto. L’acqua fredda, mantenuta sempre a temperatura conveniente, aveva impedito l’infiammazione delle ferite. Parve, anzi, al giornalista, che quell’acqua, un po’ solforosa — il che si spiegava con la vicinanza del vulcano — avesse un’azione più diretta sulla cicatrizzazione. La suppurazione era molto meno abbondante e, mercé le cure incessanti che gli si prodigavano, Harbert ritornava alla vita e la sua febbre tendeva a decrescere. Era, del resto, sottoposto a una dieta severa e, di conseguenza, la sua debolezza era e doveva essere estrema; ma i decotti non gli mancavano e il riposo assoluto gli faceva un gran bene. Cyrus Smith, Gedeon Spilett e Pencroff erano diventati abilissimi nel medicare il giovane ferito. Tutta la biancheria dell’abitazione era stata sacrificata. Le ferite di Harbert, coperte di compresse e filacce, non erano strette, né troppo né poco, in modo da portarle alla cicatrizzazione senza determinare reazioni infiammatorie. Il giornalista dedicava a queste medicazioni una cura straordinaria, ben sapendo quale ne fosse l’importanza e ripetendo ai suoi compagni, quello che la maggior parte dei medici riconoscono volentieri: che è più raro, forse, vedere ben fatta una medicazione che un’operazione. In capo a dieci giorni, il 22 novembre, Harbert stava sensibilmente meglio. Aveva cominciato a prendere un po’ di cibo. Il colorito ritornava sulle sue gote e i suoi occhi buoni sorridevano ai suoi infermieri. Conversava anche un poco, malgrado gli sforzi di Pencroff, che parlava sempre lui per impedirgli di prendere la parola e raccontava le storie più inverosimili. Harbert l’aveva interrogato in merito ad Ayrton, ch’era stupito di non veder presso di sé, sapendo che doveva trovarsi al recinto. Ma il marinaio, non volendo affliggere Harbert, s’era limitato a rispondere che Ayrton aveva raggiunto Nab, allo scopo di difendere GraniteHouse. «Eh!» diceva «quei pirati! Sono dei gentiluomini, che non hanno più diritto a nessun riguardo! E il signor Smith, che voleva prenderli dal lato del sentimento! Io, si, che manderò loro del sentimento, ma in buon piombo di calibro, però!» «E non sì. sono più rivisti?» chiese Harbert. «No, figlio mio,» rispose il marinaio «ma li ritroveremo, e quando sarai guarito, vedremo se quei vigliacchi, che colpiscono alle spalle, oseranno attaccarci di fronte!» «Io sono ancora molto debole, mio povero Pencroff!» «Eh, le forze ritorneranno a poco a poco! Che cosa è una palla attraverso il petto? Un semplice scherzo! Ne ho visto di peggio, io, e sono ancora qui sano e salvo.» Insomma, sembrava che le cose andassero per il meglio e, visto che nessuna complicazione era sopraggiunta, la guarigione di Harbert poteva ritenersi sicura. Ma quale sarebbe stata la situazione dei coloni se lo stato di Harbert fosse andato aggravandosi; se, per esempio, il proiettile gli fosse rimasto nella ferita, se un braccio o una gamba avessero dovuto essergli amputati? «No,» disse più d’una volta Gedeon Spilett «non ho mai pensato a simile eventualità senza fremere!» «Eppure, sé vi fosse stata la necessità d’agire,» gli rispose un giorno Cyrus Smith «non avreste esitato, vero?» «No, Cyrus!» disse Spilett «ma che Dio sia benedetto, per averci risparmiato questa complicazione!» In questa, come in tante altre circostanze, i coloni avevano fatto appello alla logica del semplice buon senso, che tante volte aveva loro giovato e ancora una volta con l’ausilio delle loro cognizioni generali, erano riusciti! Ma non sarebbe venuto il momento in cui tutto il loro sapere sarebbe diventato insufficiente? Erano soli su quell’isola. Ora, gli uomini si completano vivendo in società e sono necessari gli uni agli altri. Cyrus Smith lo sapeva bene e talvolta si domandava se in qualche circostanza non si sarebbero trovati di fronte a un ostacolo insuperabile! Gli pareva, d’altra parte, che egli e i suoi compagni, finora così fortunati, fossero entrati in un periodo nefasto. Nei due anni e mezzo da che erano fuggiti da Richmond, si può dire che tutto era. andato secondo i loro desideri. L’isola aveva loro abbondantemente fornito minerali, vegetali, animali, e se la natura li aveva costantemente colmati dei suoi benefici, la loro scienza aveva però saputo trar partito da quanto essa offriva. Il benessere materiale della colonia si poteva dire completo. Per di più, in certe circostanze, un’influenza inesplicabile era venuta loro in aiuto!… Ma, naturalmente, tutto questo non poteva durare a lungo. Insomma, Cyrus Smith credeva d’accorgersi che la sorte volgeva loro le spalle. Infatti, il bastimento dei deportati era apparso nelle acque dell’isola e se i pirati erano stati, per così dire, miracolosamente annientati, sei però erano sfuggiti alla catastrofe, erano sbarcati sull’isola e i cinque che sopravvivevano eran quasi inafferrabili. Ayrton era stato indubbiamente massacrato da quei miserabili, che possedevano delle armi da fuoco e al primo uso che ne avevano fatto, Harbert era caduto, colpito quasi mortalmente. Questi erano dunque i primi colpi che la sorte avversa infliggeva ai coloni? Ecco quello che si chiedeva Cyrus Smith, ecco quello che ripeteva spesso al giornalista, e pareva loro inoltre che l’intervento si strano, ma pur tanto efficace e tanto utile fino allora, venisse ormai loro a mancare. L’essere misterioso, chiunque fosse, di cui non si poteva negare l’esistenza, aveva dunque, abbandonato l’isola? Era morto a sua volta? A queste domande era impossibile dare una risposta. Ma non bisognava credere che Cyrus e il suo compagno, perché parlavano di queste cose, fossero gente da disperarsi! Nemmeno per sogno. Essi guardavano in faccia la situazione, analizzavano tutte le probabilità, si preparavano a ogni evento e si piantavano fermi e diritti dinanzi all’avvenire; e se mai l’avversità avesse dovuto alla fine colpirli, avrebbe trovato in essi uomini preparati ad affrontarla. CAPITOLO IX LA CONVALESCENZA del giovane malato procedeva regolarmente. Una cosa sola adesso era da desiderare, e cioè che il suo stato permettesse di ricondurlo a GraniteHouse. Per ben sistemata e rifornita che fosse l’abitazione del recinto, non poteva offrire le comodità della sana dimora di GraniteHouse. Inoltre, non offriva nemmeno la stessa sicurezza, e i suoi ospiti, malgrado l’attenta sorveglianza, vi si trovavano sempre sotto la minaccia del fuoco dei deportati. Laggiù, invece, in quell’inespugnabile e inaccessibile massiccio, nulla avrebbero avuto da temere e qualsiasi tentativo contro le loro persone sarebbe forzatamente fallito. Aspettavano dunque con impazienza il momento in cui Harbert avrebbe potuto essere trasportato senza pericolo per la sua ferita, ed erano fermamente decisi a effettuare il trasporto, benché le comunicazioni attraverso il bosco dello Jacamar fossero difficilissime. Mancavano notizie di Nab, ma non si sentivano inquieti per lui. Il coraggioso negro, trincerato dentro GraniteHouse, non si sarebbe lasciato sorprendere. Top non gli era più stato rimandato, giacché era parso inutile esporre il fedele animale a qualche fucilata, che avrebbe privato i coloni del loro più utile ausiliario. I coloni, dunque, attendevano, ma avevano fretta di trovarsi tutti riuniti a GraniteHouse. L’ingegnere soffriva nel vedere le sue forze divise, perché ciò faceva il gioco dei pirati. Dopo che Ayrton era sparito, essi non erano che quattro contro cinque, giacché Harbert non contava ancora, e non era questa la preoccupazione minore del bravo ragazzo, che comprendeva di quale imbarazzo egli fosse causa. Sul modo di agire, allo stato presente delle cose, contro i deportati si discusse a fondo nella giornata del 29 novembre fra Cyrus Smith, Gedeon Spilett e Pencroff, in un momento in cui Harbert, assopito, non poteva udirli. «Amici,» disse il giornalista, dopo che ebbero parlato di Nab e dell’impossibilità di comunicare con lui «anch’io credo, come voi, che avventurarsi sulla strada del recinto sarebbe rischiare di ricevere una fucilata senza poterla restituire. Ma non avete pensato che adesso converrebbe, invece, dare apertamente la caccia a quei miserabili?» «Ci pensavo» rispose Pencroff. «Credo che noi non siamo uomini da paventare un proiettile e, per conto mio, se il signor Cyrus approva, sono pronto a gettarmi nella foresta! Che diavolo! Un uomo vale quanto un altro!» «Ma può valerne cinque?» domandò l’ingegnere. «Io mi unirò a Pencroff,» rispose il giornalista «e tutt’e due, bene armati e accompagnati da Top…» «Caro Spilett, e voi, Pencroff,» riprese Cyrus Smith «ragioniamo freddamente. Se i deportati avessero il loro covo in una determinata località dell’isola; se questa località ci fosse nota, e non si trattasse che di stanarveli, capirei un attacco diretto. Ma non ci sarà, piuttosto, da temere che essi siano sicuri di essere i primi a sparare?» «Eh, signor Cyrus,» esclamò Pencroff «non sempre una palla giunge a segno!» «Quella che ha colpito Harbert non ha sbagliato, Pencroff» rispose l’ingegnere. «D’altronde, dovete convenire che se tutt’e due lasciate il recinto, rimarrei io solo a difenderlo. Potete garantire che i banditi non vi vedranno uscire, che non vi lasceranno addentrare nella foresta e che non ci attaccheranno durante la vostra assenza, sapendo non esservi qui che un ragazzo ferito e un uomo?» «Avete ragione, signor Cyrus,» rispose Pencroff, in preda a una sorda collera «avete ragione. Faranno di tutto per riprendere il recinto, che sanno ben fornito di provviste. E da solo voi non potreste tener loro testa. Ah, se fossimo a GraniteHouse!» «Se fossimo a GraniteHouse,» disse l’ingegnere «la situazione sarebbe molto differente! Là non temerei di lasciare Harbert con uno di noi e gli altri tre andrebbero a perlustrare le foreste dell’isola. Ma siamo al recinto, e conviene che ci restiamo sino al momento in cui potremo lasciarlo tutti assieme!» Nulla si poteva opporre ai ragionamenti di Cyrus Smith, e i suoi compagni lo compresero. «Se Ayrton fosse ancora dei nostri!» disse Gedeon Spilett. «Poveretto! Il suo ritorno alla vita sociale è stato di breve durata!» «Se è morto!…» aggiunse Pencroff in tono piuttosto singolare. «Sperate, dunque, Pencroff, che quei furfanti lo abbiano risparmiato?» «chiese Gedeon Spilett.» «Sì, se hanno avuto interesse a farlo!» «Come! Supporreste che Ayrton, ritrovando i suoi vecchi complici, dimenticando tutto quello che ci deve…» «Chi sa?» rispose il marinaio, che non arrischiava senza esitare questa spiacevole supposizione. «Pencroff,» disse Cyrus Smith, afferrando per un braccio il marinaio «questo è un cattivo pensiero, e mi affliggereste molto persistendo a parlare così. Garantisco della fedeltà di Ayrton.» «E io pure» aggiunse con vivacità il giornalista. «Si… sì… signor Cyrus… ho torto» rispose Pencroff. «Ho avuto un cattivo pensiero, infatti, e nulla lo giustifica! Ma che cosa volete? Non son più padrone di me! Ho perduto completamente la testa. Questa detenzione nel recinto mi pesa orribilmente e non sono mai stato tanto sovreccitato come adesso!» «Abbiate pazienza, Pencroff» disse l’ingegnere. «Fra quanto tempo, caro Spilett, credete che Harbert possa essere trasportato a GraniteHouse?» «È un po’ difficile dirlo, Cyrus,» rispose il giornalista «perché un’imprudenza potrebbe produrre conseguenze funeste. Ma, insomma, se la convalescenza si svolge regolarmente e se fra otto giorni le forze gli saranno ritornate, ebbene, allora vedremo!» Otto giorni! Il ritorno a GraniteHouse sarebbe avvenuto soltanto ai primi di dicembre. Allora la primavera sarebbe stata già al suo secondo mese. Il tempo era bello e il caldo incominciava a farsi sentire. Le foreste dell’isola erano in pieno rigoglio e si avvicinava il momento dei consueti raccolti. Il ritorno a GraniteHouse sarebbe stato dunque seguito da grandi lavori che solo la ideata spedizione nell’isola avrebbe interrotti. Si capisce, quindi, quanto nuocesse ai coloni quel sequestro nel recinto. Ma, se erano obbligati a piegarsi alla necessità, non lo facevano senza impazienza. Una volta o due il cronista s’arrischiò a uscire sulla strada e fece il giro del recinto chiuso dalla palizzata. Top l’accompagnava e Gedeon Spilett, con la carabina carica, era pronto a ogni evento. Non fece alcun cattivo incontro e non trovò alcuna traccia sospetta. Il cane l’avrebbe avvertito d’ogni pericolo, e siccome Top non abbaiava, se ne poteva dedurre che non c’era nulla da temere, in quel momento almeno, e che i deportati erano occupati in un’altra parte dell’isola. Nondimeno, durante la sua seconda uscita, il 27 novembre, Gedeon Spilett, che s’era avventurato nei boschi per un quarto di miglio a sud della montagna, notò che Top fiutava qualche cosa. Il cane non aveva più la sua andatura indifferente; andava e veniva, frugando nelle erbe e negli sterpi, come se il suo odorato gli avesse rivelato qualche oggetto sospetto. Gedeon Spilett seguì Top, l’incoraggiò, lo incitò con la voce, pur avendo l’occhio attento a tutto e la carabina spianata, approfittando del riparo degli alberi per nascondersi. Non era probabile che Top avesse sentito la presenza di un uomo, giacché, in tal caso, l’avrebbe annunciata con latrati contenuti e una specie di collera sorda. Ora, dato che il cane non faceva sentire alcun brontolio, voleva dire che il pericolo non era né vicino, né imminente. Circa cinque minuti passarono così, Top frugando, il giornalista seguendolo e secondandolo prudentemente, quando, tutto a un tratto, il cane si precipitò verso un folto cespuglio e ne trasse un brandello di stoffa. Era un pezzo di vestito, macchiato e lacero, che Gedeon Spilett portò immediatamente al recinto. I coloni l’esaminarono e riconobbero in esso un pezzo della giacca di Ayrton; era infatti un pezzo del feltro fabbricato unicamente nel laboratorio di GraniteHouse. «Vedete, Pencroff,» fece osservare Cyrus Smith «c’è stata resistenza da parte del povero Ayrton. I pirati l’hanno trascinato suo malgrado. Dubitate ancora della sua onestà?» «No, signor Cyrus» rispose il marinaio; «è già molto tempo che mi sono liberato della mia diffidenza di un istante. Ma mi pare che da questo fatto si possa trarre una conseguenza.» «Quale?» chiese il giornalista. «Che Ayrton non è stato ucciso al recinto, ma l’hanno trascinato via vivo, poiché ha resistito! Ora, forse, egli vive ancora!» «Può essere, infatti» rispose l’ingegnere che rimase pensieroso. C’era, nel rinvenimento di quel pezzo di stoffa, una speranza in cui i compagni di Ayrton potevano confidare. Infatti, sulle prime avevano creduto che, sorpreso nel recinto, Ayrton fosse caduto sotto qualche palla, com’era caduto Harbert. Ma, se i predoni non l’avevano ucciso subito, e l’avevano invece condotto vivo in qualche altra parte dell’isola, non era lecito ammettere che fosse ancora loro prigioniero? Poteva darsi anche che qualcuno di essi avesse riconosciuto in Ayrton un vecchio compagno d’Australia, il Ben Jovce, il capo dei deportati evasi. E chi sa che non avessero concepito l’inverosimile speranza di ricondurlo nelle loro file! Sarebbe stato molto utile per loro farne un traditore!… Quell’incidente fu, dunque, favorevolmente interpretato al recinto, e il ritrovamento di Ayrton non parve più impossibile. V’era, inoltre, la certezza che, dal canto suo, Ayrton — se era prigioniero — avrebbe fatto di tutto per sfuggire dalle mani dei banditi, e allora sarebbe stato un potente aiuto per i coloni! «In ogni caso,» osservò Gedeon Spilett «se, per fortuna, Ayrton riesce a salvarsi, andrà direttamente a GraniteHouse, perché non conosce il tentativo d’assassinio di cui Harbert è stato vittima e, di conseguenza, non può supporre che noi siamo imprigionati nel recinto.» «Ah, vorrei ch’egli fosse già a GraniteHouse!» esclamò Pencroff «e che vi fossimo noi pure. Poiché, insomma, se quei furfanti nulla possono tentare contro la nostra dimora, possono però saccheggiare l’altipiano, le nostre piantagioni, il nostro pollaio!» Pencroff era, come un vero e proprio contadino, attaccato con il cuore ai suoi raccolti. Ma bisogna dire che Harbert era il più impaziente di tutti di tornare a GraniteHouse, perché sapeva quanto la presenza dei coloni vi fosse necessaria. Ed era lui che li tratteneva al recinto! Così la sua mente era occupata da quest’unica idea: lasciare il recinto, lasciarlo a ogni costo! Egli credeva di poter sopportare il trasferimento fino a GraniteHouse! Assicurava che le forze gli sarebbero ritornate più presto nella sua camera, con l’aria e la vista del mare! Parecchie volte sollecitò Gedeon Spilett, ma questi, temendo con ragione che le ferite di Harbert, mal cicatrizzate, si riaprissero per via, non dava l’ordine di partire. Ma nel frattempo si verificò un incidente, che indusse Cyrus Smith e i suoi due amici a cedere al desiderio del giovinetto, e Dio sa quanti dolori e quanti rimorsi causò poi loro quella determinazione! Era il 29 novembre. Alle sette di mattina i tre coloni conversavano nella camera di Harbert, quando udirono Top abbaiare vivacemente. Cyrus Smith, Pencroff e Gedeon Spilett afferrarono i fucili, sempre pronti a far fuoco, e uscirono dalla casa. Top, ai piedi dello steccato, saltava, abbaiava, ma di contentezza, non di collera. «Viene qualcuno!» «Sì!» «Non è un nemico!» «Nab, forse?» «O Ayrton?» Queste parole erano appena state scambiate fra l’ingegnere e i suoi compagni, quando un corpo, scavalcando la palizzata, ricadeva nel recinto. Era Jup, mastro Jup in persona, al quale Top fece un’accoglienza da vero amico! «Jup!» esclamò Pencroff. «È Nab che ce lo manda» disse il cronista. «Allora,» disse l’ingegnere «deve avere qualche biglietto. Pencroff si precipitò sull’orango. Evidentemente, se Nab avesse avuto» qualche cosa d’importante da annunciare al suo padrone, non avrebbe potuto impiegare un messaggero più sicuro e più rapido, che poteva passare laddove né ai coloni, né allo stesso Top sarebbe stato possibile. Cyrus Smith non si era ingannato. Al collo di Jup era appeso un sacchettino, in cui si trovava un biglietto scritto di pugno da Nab. Si pensi alla disperazione di Cyrus Smith e dei suoi compagni quando lessero queste parole: «Venerdì, ore sei del mattino. Altipiano invaso dai deportati! NAB.» Si guardarono senza pronunciar parola, poi rientrarono in casa. Che cosa dovevano fare? I deportati sull’altipiano di Bellavista volevano dire il disastro, la devastazione, la rovina! Harbert, vedendo rientrare l’ingegnere, il giornalista e Pencroff, comprese che la situazione s’era aggravata e, quando poi scorse Jup, non dubitò più che una disgrazia minacciasse GraniteHouse. «Signor Cyrus,» disse «voglio partire. Posso sopportare il viaggio! Voglio partire!» Gedeon Spilett s’avvicinò ad Harbert. Poi, dopo averlo guardato: «Partiamo, dunque!» disse. In breve si decise se Harbert sarebbe stato trasportato su di una barella o nel carretto che Ayrton aveva condotto al recinto. La barella avrebbe avuto movimenti più dolci per il ferito, ma rendeva necessari due portatori, e quindi due fucili sarebbero mancati alla difesa, in caso di un attacco per la strada. Non si poteva, invece, adoperare il carro, lasciando così tutte le braccia disponibili? Era, dunque, impossibile collocarvi i materassi su cui riposava Harbert e avanzare con tanta precauzione, che ogni scossa gli fosse evitata? Si poteva. Fu condotto il carro. Pencroff vi attaccò l’onagro. Cyrus Smith e il giornalista sollevarono i materassi di Harbert e li posarono sul fondo del carro fra le due sponde. Il tempo era bello. Vivi raggi di sole s’insinuavano attraverso gli alberi. «Le armi sono pronte?» domandò Cyrus Smith. Erano pronte. L’ingegnere e Pencroff, armati ciascuno di un fucile a due colpi e Gedeon Spilett, con la sua carabina, non avevano che da partire. «Sei sistemato bene, Harbert?» domandò l’ingegnere. «Ah, signor Cyrus,» rispose il ragazzo «state tranquillo, non morirò per via!» Il povero ragazzo parlava così, ma si vedeva che faceva appello a tutta la sua energia e che solo per un supremo sforzo di volontà teneva deste le sue forze prossime a estinguersi. L’ingegnere si sentì stringere il cuore dolorosamente. Esitò ancora a dare il segnale della partenza. Ma sarebbe stato come mettere Harbert alla disperazione, forse anche ucciderlo. «In cammino!» disse Cyrus Smith. La porta del recinto venne aperta. Jup e Top, che sapevano tacere quand’era necessario, si slanciarono avanti. Il carretto uscì, la porta fu richiusa e l’onagro, guidato da Pencroff, avanzò con passo lento. Sarebbe stato certo meglio prendere un’altra strada, non quella che andava direttamente dal recinto a GraniteHouse, ma il carro avrebbe incontrato grandi difficoltà a muoversi in mezzo ai boschi. Bisognò, dunque, seguire questa via, benché certamente nota ai deportati. Cyrus Smith e Gedeon Spilett camminavano ai due lati del carro, pronti a rispondere a ogni attacco. Ma non era probabile che i deportati avessero già abbandonato l’altipiano di Bellavista. Il biglietto di Nab evidentemente era stato scritto e mandato appena i deportati vi si erano mostrati. Ora, questo biglietto era stato scritto alle sei del mattino e l’agile scimmia, abituata a venire spesso al recinto, aveva impiegato appena tre quarti d’ora a percorrere le cinque miglia che lo separavano da GraniteHouse. La strada doveva essere sicura in quel momento e, se fosse stato necessario sparare, sarebbe stato nelle vicinanze di GraniteHouse. Tuttavia, i coloni stavano in guardia. Top e Jup, — questo armato del suo bastone — ora precedendo i coloni, ora perlustrando il bosco ai lati della strada, non segnalavano alcun pericolo. Il carro avanzava lentamente, guidato da Pencroff. Avevano lasciato il recinto alle sette e mezzo. Un’ora dopo, quattro miglia su cinque erano state superate, senza alcun incidente. La strada era deserta come tutta la parte del bosco dello Jacamar, che si stendeva fra il Mercy e il lago. Nessun allarme. I cedui parevano deserti come nel giorno in cui i coloni erano sbarcati sull’isola. I coloni si avvicinavano all’altipiano. Ancora un miglio e sarebbero stati in vista del ponticello del Creek Glicerina. Cyrus Smith era persuaso che il ponticello sarebbe stato al suo posto, sia che i deportati fossero entrati da quella parte, sia che, dopo aver passato uno dei corsi d’acqua che chiudevano la cinta, avessero preso la precauzione di abbassarlo, per aprirsi la via a un’eventuale ritirata. Finalmente gli ultimi alberi si diradarono, permettendo ai coloni di vedere il mare. Ma il carretto continuò la sua strada, poiché nessuno dei suoi difensori poteva pensare ad abbandonarlo. A un tratto Pencroff fermò l’onagro e con voce terribile: «Ah, miserabili!» esclamò. E con la mano mostrò una densa nuvola di fumo, che turbinava al disopra del mulino, delle stalle e della corte degli animali. Un uomo s’agitava in mezzo a quei vapori. Era Nab. I suoi compagni mandarono un grido. Egli udì e corse loro incontro… I deportati avevano abbandonato l’altipiano da circa mezz’ora, dopo averlo devastato! «E il signor Harbert?» esclamò Nab. Gedeon Spilett ritornò allora presso il carro. Harbert era svenuto! CAPITOLO X I COLONI non si curarono più né dei pirati, né dei pericoli che minacciavano GraniteHouse, né delle rovine di cui era coperto l’altipiano. Lo stato di Harbert aveva l’assoluta precedenza. Il trasporto, forse, gli era stato funesto, provocando qualche lesione interna? Il giornalista non poteva dirlo, ma tanto lui che i suoi compagni erano disperati. Il carretto fu condotto alla svolta del fiume. Su alcuni rami, disposti a barella, furono deposti i materassi su cui riposava Harbert svenuto. Dieci minuti dopo, Cyrus Smith, Gedeon Spilett e Pencroff erano ai piedi della muraglia, mentre a Nab venne lasciata la cura di ricondurre il carro sull’altipiano di Bellavista. L’ascensore fu messo in movimento e poco dopo Harbert era disteso sul suo lettuccio di GraniteHouse. Le cure che gli furono prodigate lo richiamarono in vita. Sorrise per un istante, ritrovandosi nella sua camera, ma poté appena mormorare qualche parola, tant’era grande la sua debolezza. Gedeon Spilett esaminò le ferite. Temeva che, essendo imperfettamente cicatrizzate, si fossero riaperte… Nulla di tutto questo. Da che cosa derivava dunque quella prostrazione? Perché Harbert era peggiorato? Il giovinetto fu preso allora da una specie di torpore febbrile e il giornalista e Pencroff rimasero vicino al suo letto. Intanto, Cyrus Smith metteva Nab al corrente di quel che era successo al recinto e Nab raccontava al suo padrone gli avvenimenti di cui l’altipiano era stato teatro. Soltanto nel corso della notte precedente i deportati s’erano mostrati sull’estremo limite della foresta nei pressi del Creek Glicerina. Nab, che vegliava presso il pollaio, non aveva esitato a far fuoco su uno di essi, che si accingeva ad attraversare il corso d’acqua; ma, poiché la notte era piuttosto scura, non aveva potuto sapere se quel miserabile era stato colpito. A ogni modo, lo sparo non era bastato ad allontanare la banda e Nab aveva avuto appena il tempo di risalire a GraniteHouse, ove, almeno, si trovò al sicuro. Che cosa fare allora? Come impedire la devastazione di cui i deportati minacciavano l’altipiano? Aveva Nab la possibilità di comunicare con il suo padrone? E, d’altra parte, in quale situazione si trovavano anch’essi, gli ospiti del recinto? Cyrus Smith e i suoi compagni erano partiti l’11 novembre ed era ormai il 29. In quei diciannove giorni Nab non aveva avuto altre notizie se non quelle recate da Top, che erano disastrose: Ayrton sparito, Harbert gravemente ferito, l’ingegnere, il giornalista, il marinaio, prigionieri, per così dire, nel recinto! Che cosa fare? si chiedeva il povero Nab. Per sé, personalmente, nulla da temere, giacché i deportati non potevano raggiungerlo entro GraniteHouse. Ma le costruzioni, le piantagioni, tutti i frutti di tanto lavoro in balia dei pirati! Non era meglio lasciare Cyrus Smith giudice di quel che vi sarebbe stato da fare e prevenirlo, almeno, del pericolo che li sovrastava? Nab ebbe allora l’idea di servirsi di Jup, affidandogli un biglietto. Conosceva l’estrema intelligenza dell’orango, ch’era stata sovente messa alla prova. Jup comprendeva la parola recinto, pronunciata spesso in sua presenza, e varie volte aveva condotto colà il carro in compagnia di Pencroff. Non era ancora giorno fatto. L’agile orango avrebbe certo saputo passare inosservato nei boschi, di cui, d’altronde, i pirati l’avrebbero creduto un abitatore. Nab non esitò. Scrisse il biglietto, l’attaccò al collo di Jup, condusse la scimmia alla porta di GraniteHouse, dalla quale lasciò scendere fino a terra una lunga corda; poi, a più riprese, gli ripete queste parole: «Jup! Jup! Recinto! Recinto!». L’animale comprese, afferrò la corda, si lasciò scivolare rapidamente fin sul greto e disparve nell’ombra, senza che l’attenzione dei deportati fosse stata menomamente destata. «Hai fatto bene, Nab,» rispose Cyrus Smith «ma, non avvertendoci, forse avresti fatto meglio ancora!» E così dicendo Cyrus Smith pensava ad Harbert, il cui trasporto sembrava averne gravemente compromesso la convalescenza. Nab finì il suo racconto. I deportati non s’erano mostrati sulla spiaggia. Non conoscendo il numero degli abitanti dell’isola, potevano supporre che GraniteHouse fosse difesa da forze rilevanti. Dovettero ricordarsi che, durante l’attacco del brigantino, numerosi colpi di armi da fuoco li avevano accolti, tanto dalle rocce inferiori, che da quelle superiori, e indubbiamente non vollero esporsi. Ma l’altipiano di Bellavista era loro aperto e non cadeva sotto i tiri di GraniteHouse. Essi si abbandonarono, dunque, al loro istinto di depredazione, saccheggiando, bruciando, facendo il male per il male, e non si ritirarono che mezz’ora prima dell’arrivo dei coloni, che, forse, credevano ancora rinchiusi nel recinto. Nab s’era precipitato fuori del suo rifugio. Era risalito sull’altipiano, a rischio di esser colpito da qualche proiettile; aveva tentato di spegnere l’incendio, che distruggeva le costruzioni del pollaio, lottando, ma invano, contro il fuoco, sino al momento in cui il carro era apparso al limite del bosco. Questi erano stati i gravi avvenimenti svoltisi durante l’assenza dei coloni. Era evidente che la presenza dei deportati costituiva una minaccia permanente per i coloni dell’isola di Lincoln, sino allora così felici, e che adesso invece, potevano aspettarsi sventure anche più gravi! Gedeon Spilett rimase a GraniteHouse, vicino ad Harbert e a Pencroff, mentre Cyrus Smith, accompagnato da Nab, andò a esaminare con i suoi occhi l’entità del disastro. Era una fortuna che i deportati non si fossero avanzati sino ai piedi di GraniteHouse. I laboratori dei Camini non sarebbero sfuggiti alla devastazione. Ma, tutto considerato, questo male sarebbe stato forse più facilmente riparabile delle rovine accumulate sull’altipiano di Bellavista! Cyrus Smith e Nab si diressero verso il Mercy e ne risalirono la riva sinistra senza incontrare alcuna traccia del passaggio dei deportati. Nemmeno dall’altra parte del fiume, nel fitto bosco, ebbero a osservare indizi sospetti. D’altra parte, ecco ciò che si poteva pensare, secondo ogni probabilità: o i deportati sapevano del ritorno dei coloni a GraniteHouse, per averli veduti passare sulla strada del recinto; o, dopo la devastazione dell’altipiano, s’erano cacciati nel bosco dello Jacamar, seguendo il corso del Mercy, e ignoravano il loro ritorno. Nel primo caso, erano senza dubbio ritornati verso il recinto ormai indifeso, e che racchiudeva risorse per loro preziose. Nel secondo caso dovevano aver raggiunto di nuovo il loro accampamento, ivi aspettando qualche buona occasione per ricominciare l’attacco. V’era, dunque, modo di prevenirli; ma ogni impresa destinata a sbarazzar l’isola era ancora subordinata alle condizioni di salute di Harbert. Infatti, Cyrus Smith avrebbe avuto bisogno dei suoi compagni e nessuno poteva, in quel momento, abbandonare GraniteHouse. L’ingegnere e Nab arrivarono sull’altipiano. Era una desolazione. I campi erano stati calpestati. Le spighe, mature per essere mietute, giacevano al suolo. Le altre colture non avevano sofferto meno. L’orto era sconvolto. Fortunatamente GraniteHouse possedeva una riserva di sementi, che avrebbe permesso di riparare quei danni. Quanto al mulino, alle costruzioni del cortile, alla stalla degli onagri, il fuoco aveva distrutto tutto. Alcuni animali spauriti vagavano qua e là per l’altipiano. I volatili, che durante l’incendio s’erano rifugiati sulle acque del lago, ritornavano già alle loro sedi abituali lungo le rive. Là tutto era da rifare. Il volto di Cyrus Smith, più pallido del solito, denotava una collera interna dominata a fatica; ma egli non disse una sola parola. Guardò un’ultima volta i suoi campi devastati, il fumo che s’innalzava ancora dalle rovine, poi ritornò a GraniteHouse. I giorni che seguirono furono i più tristi che i coloni avessero sino allora trascorsi nell’isola. La debolezza di Harbert aumentava visibilmente. Sembrava che una malattia più grave, conseguenza della profonda prostrazione fisiologica subita, lo minacciasse, e Gedeon Spilett presentiva un così forte aggravamento del suo stato da sentirsi impotente a combatterlo. Infatti, Harbert rimaneva in un assopimento quasi continuo e alcuni sintomi di delirio cominciarono a manifestarsi. Le tisane rinfrescanti erano i soli rimedi a disposizione dei coloni. La febbre non era ancora fortissima, ma presto parve volersi stabilire in accessi a intermittenza regolare. Gedeon Spilett se ne rese conto il 6 dicembre. Il povero ragazzo, il cui naso, le dita, le orecchie divennero estremamente pallidi, fu dapprima preso da leggeri brividi, da sudore freddo, da tremiti. Il battito del polso era breve e irregolare, la pelle secca; aveva inoltre una sete intensa. A questo periodo successe una fase di calore: il viso s’animò, la pelle arrossò, il polso si accelerò; poi si manifestò un sudore abbondante, in seguito al quale la febbre parve diminuire. L’accesso era durato cinque ore circa. Gedeon Spilett non aveva lasciato un momento Harbert, affetto adesso da una febbre intermittente, questo era ormai certo, purtroppo. E questa febbre doveva essere arrestata a ogni costo, prima che aumentasse ancora. «E per arrestarla,» disse Gedeon Spilett a Cyrus Smith «occorre un febbrifugo.» «Un febbrifugo!…» rispose l’ingegnere. «Non abbiamo né china, né solfato di chinino!» «No» disse Gedeon Spilett «ma ci sono dei salici sull’orlo del lago, e la corteccia del salice può qualche volta sostituire il chinino.» «Proviamo, dunque, senza perdere un istante!» rispose Cyrus Smith. La corteccia del salice, infatti, è stata giustamente considerata come un succedaneo della china, così come l’ippocastano, la foglia dell’agrifoglio, la serpentaria, ecc. Bisognava evidentemente provare quella sostanza, quantunque non valesse la china, e adoperarla allo stato naturale, perché mancavano i mezzi per estrarne l’alcaloide, vale a dire la salicina. Cyrus Smith andò egli stesso a tagliare dal tronco d’una specie di salice nero alcuni pezzi di corteccia; li portò a GraniteHouse, li ridusse in polvere e questa polvere fu somministrata ad Harbert la sera stessa. La notte passò senza gravi incidenti. Harbert ebbe un po’ di delirio, ma la febbre non ritornò nella notte, né durante il giorno seguente. Pencroff ricominciò a sperare. Gedeon Spilett taceva. Poteva darsi che le intermittenze non fossero quotidiane, che la febbre fosse terzana, in una parola, e che ritornasse, quindi, il giorno dopo. Per conseguenza, i coloni attendevano l’indomani con la più viva ansietà. Era da notare, inoltre, che, durante il periodo d’apiressia, Harbert rimaneva molto abbattuto, gli pesava la testa ed era facile agli stordimenti. Ma un nuovo sintomo sgomentò al massimo grado il cronista: il fegato di Harbert cominciava a congestionarsi, e poco dopo un delirio più intenso dimostrò che anche il suo cervello era attaccato dalla congestione. Gedeon Spilett sentì che il coraggio lo abbandonava davanti a questa nuova complicazione. Chiamò in disparte l’ingegnere. «È una febbre perniciosa!» gli disse. «Una febbre perniciosa!» esclamò Cyrus Smith. «Vi ingannate, Spilett. La febbre perniciosa non si manifesta spontaneamente. Bisogna averne contratto il germe!…» «Non mi sbaglio» rispose il giornalista. «Harbert avrà indubbiamente contrattoli germe nelle paludi dell’isola, ed è quanto basta. Ha già avuto un primo attacco. Se ne sopravviene un secondo e non riusciamo a impedire il terzo… è perduto!…» «Ma questa corteccia di salice?…» «È insufficiente,» rispose il giornalista «e un terzo attacco di febbre perniciosa, se non cessa per mezzo del chinino, è sempre mortale!» Fortunatamente, Pencroff non aveva udito una parola di questa conversazione. Sarebbe impazzito. Si può immaginare in quale inquietudine vissero l’ingegnere e il giornalista durante quella giornata del 7 dicembre e la notte seguente. Verso la metà della giornata, si verificò il secondo accesso. La crisi fu terribile. Harbert si sentiva perduto! Tendeva le braccia verso Cyrus Smith, verso Spilett, verso Pencroff! Non voleva morire!… La scena fu straziante. Bisognò allontanare Pencroff. L’attacco durò cinque ore. Era evidente che Harbert non ne avrebbe sopportato un terzo. La notte fu spaventosa. Nel suo delirio, Harbert diceva cose che spezzavano il cuore dei suoi compagni! Vaneggiava, lottava contro i deportati, chiamava Ayrton! Supplicava l’essere misterioso, il protettore, sparito ormai e la cui immagine l’ossessionava… Poi ricadeva in una prostrazione profonda, che lo annientava completamente… Parecchie volte Gedeon Spilett credette che il povero giovane fosse morto! La giornata successiva, 8 dicembre, non fu che un succedersi di allarmi. Le mani smagrite di Harbert si contraevano sulle lenzuola. Gli erano state somministrate nuove dosi di corteccia pestata, ma il giornalista non si aspettava alcun risultato. «Se prima di domani mattina non gli abbiamo dato un febbrifugo più energico» disse il giornalista «Harbert sarà morto!» E venne la notte, l’ultima indubbiamente di quel ragazzo coraggioso, buono, intelligente, tanto superiore alla sua età e che tutti amavano come un figlio! Il solo rimedio che esistesse contro quella terribile febbre perniciosa, il solo specifico che potesse vincerla, non si trovava nell’isola di Lincoln! Durante quella notte, dall’8 al 9 dicembre, Harbert fu ripreso da un delirio più intenso. Il suo fegato era orribilmente congestionato, il suo cervello colpito, ed era ormai impossibile che riconoscesse alcuno. Sarebbe vissuto sino all’indomani, fino a quel terzo accesso, che doveva immancabilmente portarlo via? Non vi era più da sperarlo. Le sue forze erano esaurite, e nell’intervallo fra una crisi e l’altra, sembrava esanime. Verso le tre del mattino Harbert mandò un urlo spaventoso. Sembrò contorcersi in una suprema convulsione. Nab, ch’era presso di lui, spaventato si precipitò nella camera vicina, dove gli altri vegliavano. In quel mentre Top abbaiò in modo strano… Tutti accorsero subito e riuscirono a trattenere il giovane morente, che voleva gettarsi dal letto, mentre Gedeon Spilett, prendendogli il braccio, sentiva il polso rianimarsi a poco a poco… Erano le cinque del mattino. I raggi del sole che spuntava cominciavano a penetrare nelle stanze di GraniteHouse. S’annunciava una bella giornata e questa giornata sarebbe stata l’ultima per il povero Harbert! Un raggio s’insinuò sino alla tavola vicina al letto. Improvvisamente Pencroff, cacciando un grido, mostrò un oggetto posto sulla tavola. Era una scatoletta oblunga, che portava sul coperchio queste parole: Solfato di chinino. CAPITOLO XI GEDEON SPILETT prese la scatola e l’aprì. Conteneva circa duecento granelli d’una polvere bianca, di cui portò alle labbra qualche particella. Il sapore molto amaro di quella sostanza non poteva lasciar dubbi. Era proprio il prezioso alcaloide della china, l’antiperniciosa per eccellenza. Bisognava somministrare senza indugio quella polvere ad Harbert. Sul come essa si trovasse là, si sarebbe discusso più tardi. «Un po’ di caffè» chiese Gedeon Spilett. Pochi istanti dopo, Nab portava una tazza della tiepida bevanda. Gedeon Spilett vi gettò circa diciotto grani (Nota: 10 grammi. Fine nota) di chinino e fece bere questa mistura ad Harbert. Si era ancora in tempo, giacché il terzo accesso della febbre perniciosa non s’era manifestato! E, sia concesso di aggiungere, non doveva più ritornare! D’altra parte, bisogna pur dirlo, tutti avevano ripreso speranza. L’influenza misteriosa s’era nuovamente manifestata, in un momento supremo, quando si disperava di essa!… In capo ad alcune ore, Harbert riposava più tranquillamente. I coloni poterono allora parlare di quell’ultimo fatto. L’intervento dello sconosciuto era più evidente che mai. Ma come aveva egli potuto penetrare, durante la notte, in GraniteHouse? Era assolutamente inesplicabile e, in verità, il modo di procedere del «genio dell’isola» era non meno strano del genio medesimo. Nel corso di quella giornata, e di tre ore in tre ore circa, il solfato di chinino fu somministrato ad Harbert. Harbert, sin dall’indomani cominciò a risentire un certo miglioramento. Tuttavia, egli non era ancora guarito, e le febbri intermittenti sono soggette a frequenti e pericolose ricadute; ma le cure non gli mancarono. Eppoi, lo specifico era là e non lungi, indubbiamente, era colui che l’aveva portato. Insomma, un’immensa speranza rinacque in tutti i cuori. Questa speranza non fu delusa. Dieci giorni dopo, il 20 dicembre, Harbert entrava in convalescenza. Era debole ancora e gli era stata imposta una severa dieta, ma non gli era più tornato nessun accesso di febbre. Eppoi, il docile ragazzo si sottometteva così volentieri a tutte le prescrizioni! Aveva tanta voglia di guarire! Pencroff era come un uomo tratto dal fondo di un abisso. Aveva delle deliranti crisi di gioia. Superato lo sgomento del terzo accesso, egli aveva stretto fra le sue braccia il giornalista sino a soffocarlo. Da allora lo chiamò sempre «dottor Spilett». Rimaneva da scoprire il vero dottore. «Lo scopriremo!» ripeteva il marinaio. E, certo, quell’uomo, chiunque fosse, doveva aspettarsi qualche rude abbraccio del buon Pencroff! Il mese di dicembre terminò e con esso anche l’anno 1867, durante il quale i coloni dell’isola di Lincoln erano stati così duramente provati. L’anno 1868 incominciò con un tempo splendido, un caldo intenso, una temperatura tropicale che il venticello marino fortunatamente mitigava. Harbert rinasceva e dal suo letto, presso una delle finestre di GraniteHouse, aspirava quell’aria salubre, carica d’emanazioni saline, che gli ridonava la salute. Incominciava a mangiare, e Dio sa che buoni piattini, leggeri e saporiti, gli preparava Nab! «C’è da aver voglia d’essere stato morente!» diceva Pencroff. Durante tutto quel periodo di tempo, i deportati non si erano mai mostrati nei dintorni di GraniteHouse. Di Ayrton nessuna notizia, e se l’ingegnere e Harbert conservavano ancora qualche speranza di ritrovarlo, gli altri erano convinti che il disgraziato fosse morto. Tuttavia, era impossibile perdurare in quell’incertezza e appena il giovinetto si fosse rimesso in forze, l’ideata importante spedizione sarebbe stata subito intrapresa. Ma bisognava forse aspettare un mese, perché tutte le forze della colonia non sarebbero state di troppo per aver ragione dei deportati. Del resto, Harbert andava di bene in meglio. La congestione del fegato era sparita e le ferite potevano considerarsi come definitivamente cicatrizzate. In quel mese di gennaio, lavori importanti furono fatti sull’altipiano di Bellavista, ma non servirono che a salvare quel che poteva essere salvato dei raccolti devastati, sia di grano, sia d’ortaggi. Le sementi e le pianticelle furono raccolte, perché potessero produrre una nuova messe per la prossima stagione. Cyrus Smith preferì invece aspettare a ricostruire i fabbricati del cortile, il mulino e le scuderie. Mentre lui e i suoi compagni sarebbero andati all’inseguimento dei deportati, questi avrebbero potuto fare una nuova visita all’altipiano e quindi non bisognava dar loro la possibilità di rinnovare le loro gesta di predoni e d’incendiari. Quando l’isola fosse stata sgomberata dai malfattori, si sarebbe pensato a riedificare. Il giovane convalescente aveva incominciato ad alzarsi nella seconda quindicina di gennaio, prima un’ora al giorno, poi due, poi tre. Le forze gli ritornavano a vista d’occhio, tanto la sua costituzione era vigorosa. Aveva ora diciotto anni. Era alto e prometteva di divenire un uomo bello e prestante. A datare da quel momento la sua convalescenza, pur esigendo ancora qualche cura, e benché il dottor Spilett si mostrasse severissimo, procedette regolarmente. Verso la fine del mese, Harbert percorreva già l’altipiano di Bellavista e il litorale. Alcuni bagni di mare, presi in compagnia di Pencroff e di Nab, gli fecero un gran bene. Cyrus Smith credette di poter fin da allora stabilire il giorno della partenza, che venne fissata per il 15 febbraio. Le notti, molto chiare in quell’epoca dell’anno, sarebbero state propizie alle ricerche che si trattava di fare in tutta l’isola. I preparativi richiesti dall’esplorazione furono dunque iniziati e dovevano essere assai accurati perché i coloni s’erano proposti di non rientrare a GraniteHouse, se prima non avessero raggiunto un doppio scopo: da una parte, distruggere i pirati e ritrovare Ayrton, se era ancora in vita; dall’altra scoprire colui che presiedeva così. efficacemente ai destini della colonia. Dell’isola di Lincoln i coloni conoscevano a fondo tutta la costa orientale, dal capo Artiglio fino ai capi Mandibola, le vasti paludi delle tadorne, i dintorni del lago Grant, i boschi dello Jacamar, compresi fra la strada del recinto e il Mercy, i corsi d’acqua del Mercy e del Creek Rosso e, infine, i contrafforti del monte Franklin, tra i quali era stato costruito il recinto. Avevano poi esplorato, ma solamente in modo imperfetto, il vasto litorale della baia Washington, dal capo Artiglio sino al promontorio del Rettile; il margine forestale e paludoso della costa ovest e quelle interminabili dune che finivano nelle fauci semiaperte del golfo del Pescecane. Ma non avevano mai percorso i larghi tratti boscosi che coprivano la penisola Serpentine, tutta la destra del Mercy, la riva sinistra del fiume della Cascata e quel groviglio capriccioso di contrafforti e di controvalli che sostenevano per tre quarti la base del monte Franklin, a ovest, a nord e a est, dove molte migliaia di acri dell’isola erano sfuggiti alla loro esplorazione e, di conseguenza, anche parecchi nascondigli. Fu, perciò, deciso che la spedizione avrebbe attraversato il Far West, in modo da comprendere tutta la parte situata sulla destra del Mercy. Forse sarebbe stato meglio dirigersi prima di tutto verso il recinto, ove era da temere che i deportati si fossero di nuovo rifugiati, sia per depredarlo, sia per installarvisi. Ma, o la devastazione del recinto era ormai un fatto compiuto, e allora era troppo tardi per impedirla, o i deportati avevano trovato opportuno trincerarvisi, e in questo caso i coloni sarebbero stati sempre in tempo, per andarli a snidare da quel covo. Perciò, venne approvato nella discussione il primitivo progetto e i coloni risolsero di raggiungere, attraverso i boschi, il promontorio del Rettile. Si sarebbero aperti il cammino a colpi di scure, segnando così il primo tracciato d’una via di comunicazione fra GraniteHouse e l’estremità della penisola, per una lunghezza di sedici o diciassette miglia. Il carro era in ottimo stato. Gli onagri, ben riposati, avrebbero potuto resistere per lungo tratto di strada. Viveri, oggetti da accampamento, cucina portatile, utensili diversi furono caricati sul carro, insieme alle armi e alle munizioni, scelte con ogni cura nell’arsenale, ormai così completo, di GraniteHouse. Ma bisognava non dimenticare che i deportati correvano forse i boschi e che, in mezzo a quelle fitte foreste, ci voleva poco a far partire una fucilata e poco anche a riceverla. Di qui la necessità, per la piccola schiera dei coloni, di restare compatta e di non dividersi per nessuna ragione. Fu anche stabilito che nessuno sarebbe rimasto a GraniteHouse. Persino Top e Jup dovevano far parte della spedizione. L’inaccessibile dimora poteva anche custodirsi da sé. Il 14 febbraio, vigilia della partenza, era una domenica. Fu consacrata interamente al riposo e santificata con le preghiere, che i coloni rivolsero al Creatore. Harbert, completamente guarito, ma ancora un po’ debole, avrebbe avuto un posto riservato sul carro. L’indomani allo spuntar del giorno, Cyrus Smith prese le precauzioni necessarie per mettere GraniteHouse al sicuro da ogni invasione. Le scale che servivano un tempo all’ascensione furono portate ai Camini e profondamente sotterrate nella sabbia, in modo che potessero servire al ritorno, poiché il tamburo dell’ascensore fu smontato, e dell’apparecchiatura non restò più niente. Pencroff restò per ultimo in GraniteHouse per condurre a termine questa operazione, e ridiscese mediante una corda, l’altra estremità della quale era trattenuta in basso. Una volta tirata a terra, non lasciò più sussistere alcuna comunicazione fra il piano superiore e la spiaggia. Il tempo era magnifico. «Si prepara una giornata calda!» disse allegramente il giornalista. «Ebbene, dottor Spilett,» rispose Pencroff, «cammineremo all’ombra degli alberi e non ci accorgeremo nemmeno del sole!» «In cammino!» disse l’ingegnere. Il carro aspettava sulla spiaggia davanti ai Camini. Il giornalista aveva preteso che Harbert vi prendesse posto, almeno durante le prime ore del viaggio e il giovinetto dovette sottomettersi alle prescrizioni del suo medico. Nab si mise alla testa degli onagri, Cyrus Smith, il giornalista e il marinaio precedevano. Top sgambettava allegramente, Harbert aveva offerto a Jup un posto nel suo veicolo e Jup aveva accettato senza complimenti. Il momento della partenza era giunto e la piccola comitiva si mise in marcia. Il carro prima svoltò l’angolo alla foce del Mercy, e dopo aver risalito per un miglio la riva sinistra del fiume stesso, attraversò il ponte alla cui estremità incominciava la strada di Porto Pallone, e là gli esploratori, lasciandola a sinistra, si addentrarono sotto la volta degli immensi boschi, che formavano la regione del Far West. Durante le due prime miglia gli alberi, largamente spaziati fra loro, permisero al carro di circolare liberamente: di tanto in tanto bisognava tagliare delle liane e folti cespugli, ma nessun ostacolo serio arrestò la marcia dei coloni. I densi rami degli alberi mantenevano una fresca ombra sul suolo. Deodara, douglas, casuarine, banksie, acacie gommifere, dracene e altre specie già note ai coloni si succedevano a perdita d’occhio. Nell’isola si trovava ogni specie di uccelli comuni: tetraoni, jacamar, fagiani, lori, e tutta la ciarliera famiglia dei cacatoa e dei pappagalli, maschi e femmine. Aguti, canguri, capibara correvano fra le erbe e tutto ciò rammentava ai coloni le prime escursioni fatte al loro arrivo nell’isola. «Però» fece notare Cyrus Smith «sembra che questi animali, sia quadrupedi che volatili, siano più paurosi di allora. Questi boschi sono, dunque, stati recentemente percorsi dai deportati, dei quali dobbiamo sicuramente trovare le tracce.» E, infatti, in parecchi punti, i coloni poterono osservare tutti gli indizi del passaggio, più o meno recente, di un gruppetto d’uomini: qui, rami d’alberi rotti, forse nell’intento di segnare il cammino; là, le ceneri d’un fuoco spento e le impronte di passi, che certe parti argillose del terreno avevano conservate. Ma, insomma, niente che sembrasse appartenere a un accampamento stabile. L’ingegnere aveva raccomandato ai compagni di astenersi dal cacciare. Le detonazioni delle armi da fuoco avrebbero potuto metter sull’avviso i deportati, che s’aggiravano forse nella foresta. Poi, i cacciatori sarebbero stati necessariamente trascinati dalla caccia a qualche distanza dal carro, mentre era severamente proibito avanzare isolati. Nella seconda parte della giornata, a sei miglia circa da GraniteHouse, divenne abbastanza difficile procedere. Per poter passare attraverso certi folti macchioni, bisognò abbattere degli alberi e aprirsi una strada. Prima però di entrare in quei fitti cedui, Cyrus Smith aveva cura di mandare avanti Top e Jup, che adempivano coscienziosamente il loro compito, e quando il cane e la scimmia ritornavano senza aver segnalato nulla, voleva dire che niente v’era da temere, né da parte dei deportati, né da parte delle fiere, due specie di individui del regno animale, messe allo stesso livello dai loro feroci istinti. La sera di quella prima giornata, i coloni si accamparono a circa nove miglia da GraniteHouse, in riva a un piccolo affluente del Mercy, di cui ignoravano l’esistenza e che doveva collegarsi al sistema idrografico da cui il suolo dell’isola traeva la sua meravigliosa fertilità. Cenarono abbondantemente, giacché il loro appetito era stato fortemente eccitato dalla marcia, e vennero prese le misure necessarie perché la notte passasse senza incidenti. Se l’ingegnere avesse avuto a che fare solo con gli animali feroci, giaguari o altro, avrebbe semplicemente acceso dei fuochi intorno al suo accampamento, e questo sarebbe bastato a difenderlo; ma i deportati sarebbero stati piuttosto attratti che fermati dalle fiamme, ed era, quindi, meglio in questo caso circondarsi di tenebre. La sorveglianza fu, del resto, severamente organizzata. Due coloni dovevano vegliare insieme ed era convenuto che ogni due ore i compagni avrebbero dato loro il cambio. Ora, siccome Harbert, malgrado le sue proteste, fu dispensato da quel compito, Pencroff e Gedeon Spilett da una parte, l’ingegnere e Nab dall’altra, montarono la guardia uno dopo l’altro agli accessi dell’accampamento. Del resto, la notte durò appena poche ore. L’oscurità era dovuta piuttosto alla folta cupola delle fronde che all’assenza del sole. Il silenzio fu appena turbato dai rauchi urli dei giaguari e dal ghignare delle scimmie, che sembrava irritare particolarmente mastro Jup. La notte passò senza incidenti, e il giorno successivo, 16 febbraio, la marcia, più lenta che faticosa, venne ripresa attraverso la foresta. In quel giorno, la comitiva non poté fare che sei miglia, perché a ogni momento bisognava aprirsi la strada con l’accetta. Da veri settlers, i coloni risparmiavano gli alberi grandi e belli, il cui taglio, d’altra parte, sarebbe costato loro enormi fatiche, e sacrificavano i piccoli; ma ne risultava che la strada prendeva una direzione poco rettilinea e s’allungava in numerose svolte. Nel corso della giornata Harbert scoprì nuove specie di piante, la cui presenza non era ancora stata segnalata nell’isola, e cioè delle felci arborescenti, con foglie a palma ricadenti, che sembravano espandersi come le acque d’una fontana; dei carrubi, di cui gli onagri brucarono avidamente i lunghi baccelli dalle polpe zuccherine di sapore eccellente. I coloni trovarono pure colà dei magnifici kauri, disposti a gruppi, i cui tronchi cilindrici, coronati da un cono di verzura, s’elevavano a un’altezza di duecento piedi. Erano quelli i tipici alberi della Nuova Zelanda, celebri quanto i cedri del Libano. Quanto alla fauna, essa non presentò altri esemplari che quelli già sino allora conosciuti dai cacciatori. Intravidero, però, ma senza poterla avvicinare, una coppia di quei grandi uccelli propri dell’Australia, specie di casuari chiamati emù, alti cinque piedi, bruni di penne, che appartengono all’ordine dei trampolieri. Top si slanciò dietro di loro con tutta la velocità delle sue quattro zampe, ma i casuari lo distanziarono facilmente, tanto era prodigiosa la loro rapidità. Quanto alle tracce lasciate dai deportati nella foresta, se ne rilevarono altre. Vicino a un fuoco, che sembrava spento da poco, i coloni osservarono delle impronte che esaminarono con estrema attenzione. Misurandole l’una dopo l’altra, secondo la loro lunghezza e larghezza, fu facile individuare la traccia dei piedi di cinque uomini. I cinque deportati si erano evidentemente accampati in quel punto, ma — e questo era l’oggetto d’un così minuzioso esame! — non fu possibile scoprire una sesta impronta, che sarebbe stata quella del piede di Ayrton. «Ayrton non era con loro» disse Harbert. «No,» rispose Pencroff «e se non era con loro, vuol dire che i miserabili l’hanno già ucciso! Ma quei farabutti non hanno, dunque, una tana dove si possa braccarli come tigri?» «No» rispose il giornalista. «È più probabile che vadano alla ventura, ed è loro interesse, del resto, errare così, fino al momento in cui saranno padroni dell’isola.» «Padroni dell’isola!…» esclamò Pencroff. «Padroni dell’isola!…» ripeté, e la sua voce era strozzata, come se una mano di ferro l’avesse afferrato alla gola. Poi, in tono più calmo: «Sapete, signor Cyrus,» disse «che palla ho messo nel mio fucile?» «No, Pencroff!» «La palla che ha attraversato il petto di Harbert e vi prometto ch’essa non fallirà il colpo!» Ma queste giuste rappresaglie non potevano però rendere la vita ad Ayrton; e dall’esame delle impronte lasciate sul terreno, i coloni dovevano, ahimè! concludere che non c’era più nessuna speranza di rivederlo! Quella sera l’accampamento fu stabilito a quattordici miglia da GraniteHouse e Cyrus Smith calcolò che non dovevano essere lontani più di cinque miglia dal promontorio del Rettile. Infatti, l’indomani, raggiunsero l’estremità della penisola, e così la foresta era stata attraversata in tutta la sua lunghezza; ma nessun indizio aveva permesso di trovare il rifugio, ove s’erano nascosti i deportati; né quello, non meno segreto, che dava asilo al misterioso sconosciuto. CAPITOLO XII LA GIORNATA seguente, 18 febbraio, fu dedicata all’esplorazione di tutta la parte boscosa che formava il litorale; dal promontorio del Rettile sino al fiume della Cascata. I coloni poterono perlustrare minutamente quella foresta, la cui larghezza variava da tre a quattro miglia, giacché era compresa fra le due coste della penisola Serpentine. Gli alberi, per la loro altezza e il ricchissimo fogliame, attestavano la potenza vegetativa del suolo, più sbalorditiva qui, che in ogni altra parte dell’isola. Si sarebbe detto un angolo delle foreste vergini dell’America o dell’Africa centrale, trasportato su quella zona temperata. Ciò induceva ad ammettere che quei magnifici vegetali trovassero nel suolo, umido alla superficie, ma scaldato internamente da fuochi vulcanici, un calore impossibile a trovarsi in un clima di quel tipo. Le piante dominanti erano precisamente quei kauri e quegli eucalipti che assumono dimensioni gigantesche. Ma lo scopo dei coloni non era di ammirare quelle magnificenze vegetali. Sapevano già che sotto questo aspetto l’isola di Lincoln avrebbe meritato di far parte di quel gruppo delle Canarie, che da principio si chiamavano isole Fortunate. Ma adesso, ahimè! l’isola non apparteneva loro più per intero; altri ne avevano preso possesso, degli scellerati ne calpestavano il suolo e bisognava annientarli tutti. Sulla costa occidentale non si scoprì più nessuna traccia, quantunque si fosse messa la massima cura nelle ricerche. Non più impronte di passi, non più rami d’alberi spezzati, non più ceneri spente, non più accampamenti abbandonati. «La cosa non mi stupisce» disse Cyrus Smith ai compagni. «I deportati sono sbarcati sull’isola nelle vicinanze della Punta del Relitto, e dopo aver attraversato la palude delle tadorne, si sono immediatamente gettati nelle foreste del Far West. Hanno, dunque, seguito press’a poco la strada che abbiamo preso noi, lasciando GraniteHouse. Questo spiega le tracce che abbiamo trovato nei boschi. Ma, arrivati al litorale, i deportati hanno compreso che non vi potevano trovare un conveniente rifugio, e allora, risalendo verso il nord, hanno scoperto il recinto…» «Ove sono forse ritornati…» disse Pencroff. «Non credo,» rispose l’ingegnere «perché devono certo supporre che le nostre ricerche ci porteranno da quella parte. Il recinto non è per loro che un luogo d’approvvigionamento e non un accampamento definitivo.» «Sono del parere di Cyrus,» disse il giornalista «e secondo la mia opinione, i deportati devono aver cercato un nascondiglio in mezzo ai contrafforti del monte Franklin.» «Allora, signor Cyrus, direttamente al recinto!» esclamò Pencroff. «Bisogna finirla e finora abbiamo perduto il nostro tempo!» «No, amico mio» rispose l’ingegnere. «Voi dimenticate che avevamo interesse a sapere se le foreste del Far West nascondessero qualche rifugio. La nostra esplorazione ha un doppio scopo, Pencroff. Se da una parte dobbiamo punire il delitto, dall’altra abbiamo un atto di riconoscenza da compiere!» «Ben detto, signor Cyrus» rispose il marinaio. «Ritengo, tuttavia, che troveremo quel gentiluomo solo s’egli lo vorrà!» E, veramente, Pencroff non faceva che esprimere l’opinione di tutti. Era probabile che il rifugio dello sconosciuto non fosse meno misterioso di lui stesso! Quella sera il carro si fermò allo sbocco del fiume della Cascata. Per pernottare tutto fu organizzato secondo il solito e vennero prese le abituali precauzioni per la notte. Harbert, ridivenuto il ragazzo vigoroso e aitante ch’era prima della malattia, traeva un gran profitto da quella vita all’aria aperta fra le brezze dell’oceano e l’atmosfera vivificante della foresta. Il suo posto non era più sul carro, ma in testa alla carovana. All’indomani, 19 febbraio, i coloni, abbandonando il litorale, sul quale, al di là della foce, s’ammucchiavano pittorescamente basalti di svariatissime forme, risalirono il corso del fiume, tenendosi sulla riva sinistra. La strada era in parte libera, in seguito alle escursioni precedenti, dal recinto fino alla costa ovest. I coloni si trovavano allora a sei miglia dal monte Franklin. Il piano dell’ingegnere era questo: perlustrare minuziosamente tutta la valle, il cui fondo formava il letto del fiume, e raggiungere con circospezione le vicinanze del recinto; se il recinto era occupato, prenderlo con la forza; se non era occupato, trincerarsi e farne il centro delle operazioni, che avrebbero avuto per obiettivo l’esplorazione del monte Franklin. Questo piano fu unanimemente approvato dai coloni, che davvero non vedevano l’ora di riprendere interamente possesso della loro isola! Camminarono, dunque, per la stretta vallata, che separava due dei più potenti contrafforti del monte Franklin. Gli alberi, numerosi e vicinissimi fra loro sulle sponde del fiume, divenivano più rari verso le zone superiori del vulcano. Era un suolo montuoso, abbastanza irregolare, favorevolissimo alle imboscate e sul quale i coloni non si arrischiarono che con estrema precauzione. Top e Jup fungevano da esploratori e, gettandosi a destra e a sinistra nei cedui folti, gareggiavano fra loro in intelligenza e astuzia. Ma nulla indicava che le rive del corso d’acqua fossero state frequentate di recente, nulla annunciava né la presenza, né la vicinanza dei deportati. Verso le cinque della sera, il carro si fermò a circa seicento passi dalla palizzata che attorniava il recinto. Una cortina semicircolare di grandi alberi lo nascondeva ancora. Si trattava di avvicinarsi al recinto per sapere s’era occupato. Andarvi apertamente, in piena luce, se i deportati vi fossero celati, era come esporsi a ricevere qualche brutto colpo, com’era accaduto ad Harbert. Era, dunque, meglio aspettare che fosse scesa la notte. Nondimeno Gedeon Spilett voleva esplorare, senza ulteriore indugio, i dintorni del recinto e Pencroff, la cui pazienza era agli estremi, si offrì di accompagnarlo. «No, amici» disse l’ingegnere. «Aspettate la notte. Non lascerò nessuno di voi esporsi in pieno giorno.» «Ma, signor Cyrus…» ribatté il marinaio, poco disposto a obbedire. «Ve ne prego, Pencroff» soggiunse l’ingegnere. «Sia!» rispose il marinaio, che diede altro sfogo alla sua collera, gratificando i deportati delle più aspre qualifiche del repertorio marinaro. I coloni rimasero attorno al carro, sorvegliando accuratamente il limitare della foresta. Passarono così tre ore. Il vento era cessato e un silenzio assoluto regnava sotto i grandi alberi. Lo spezzarsi del più sottile ramo, un rumore di passi sulle foglie secche, lo strisciare di un corpo fra le erbe, sarebbero stati uditi senza fatica. Tutto era tranquillo. Del resto, Top, sdraiato per terra, con la testa appoggiata sulle zampe, non dava nessun segno d’inquietudine. Alle otto, parve abbastanza buio, perché la ricognizione potesse essere fatta in buone condizioni. Gedeon Spilett si dichiarò pronto a partire in compagnia di Pencroff. Cyrus Smith acconsenti. Top e Jup dovettero restare con l’ingegnere, Harbert e Nab, giacché bisognava evitare che un latrato o un grido, lanciati in momento non opportuno, dessero l’allarme. «Non impegnatevi in azioni imprudenti» raccomandò Cyrus Smith al marinaio e al cronista. «Non dovete impossessarvi del recinto, ma solo cercar di sapere se è occupato o no.» «D’accordo» rispose Pencroff. E tutt’e due partirono. Sotto gli alberi, grazie al loro folto fogliame, una certa oscurità rendeva già invisibili gli oggetti oltre una distanza di trenta o quaranta piedi. Il giornalista e Pencroff, sostando non appena un rumore qualunque sembrava loro sospetto, avanzavano con la massima precauzione. Camminavano l’uno distante dall’altro per offrire minor bersaglio ai colpi, giacché s’aspettavano da un momento all’altro una detonazione. Cinque minuti dopo aver lasciato il carro, Gedeon Spilett e Pencroff erano arrivati al termine del bosco, dinanzi alla radura, in fondo alla quale sorgeva la palizzata del recinto. Si fermarono. Alcuni vaghi chiarori inondavano ancora la prateria priva d’alberi. A trenta passi si vedeva la porta del recinto, che pareva chiusa. Quei trenta passi da superare, fra il margine del bosco e la cinta, costituivano la zona pericolosa, per impiegare un’espressione presa in prestito dalla balistica. Infatti, una o più palle partite dalla cresta della palizzata avrebbero gettato a terra chiunque si fosse arrischiato su quella zona. Gedeon Spilett e il marinaio non erano certo uomini da indietreggiare, ma sapevano che una loro imprudenza, di cui essi sarebbero stati le prime vittime, sarebbe poi ricaduta sui loro compagni. Morti loro, che cosa sarebbe avvenuto di Cyrus Smith, di Nab, di Harbert? Ma Pencroff, eccitatissimo dalla vicinanza al recinto, ove supponeva che i deportati si fossero rifugiati, stava per spingersi avanti, quando il giornalista lo trattenne con mano vigorosa. «Fra pochi istanti, sarà notte del tutto,» mormorò Gedeon Spilett all’orecchio di Pencroff «e allora sarà il momento d’agire.» Pencroff, stringendo convulsamente il calcio del suo fucile, si contenne e attese imprecando. In breve le ultime luci del crepuscolo si spensero completamente. L’ombra, che pareva uscire dalla tenebrosa foresta, invase la radura. Il monte Franklin si drizzava come un’enorme cortina all’orizzonte occidentale e l’oscurità scese rapidamente, come nelle regioni di bassa latitudine. Era il momento. Il cronista e Pencroff, da quando s’erano appostati sul margine del bosco, non avevano perduto di vista il recinto chiuso dalla palizzata, che pareva assolutamente deserto. La sommità della palizzata formava una linea un po’ più nera dell’ombra circostante, e nulla ne alterava il netto disegno. Se i deportati erano colà, dovevano aver appostato uno dei loro, in modo da garantirsi da ogni sorpresa. Gedeon Spilett strinse la mano del compagno ed entrambi avanzarono strisciando verso il recinto, con i fucili pronti a far fuoco. Giunsero alla porta della cinta, senza che l’ombra fosse stata solcata da un solo bagliore di luce. Pencroff tentò di spingere la porta, la quale, come il giornalista e lui avevano supposto, era chiusa. Però il marinaio poté constatare che le sbarre esterne non erano state messe. Se ne poteva, dunque, dedurre che i deportati occupavano ancora il recinto e che, verosimilmente, avevano assicurato la porta, in guisa che non si potesse forzarla. Gedeon Spilett e Pencroff si posero in ascolto. Nessun rumore all’interno del recinto. I mufloni e le capre, senza dubbio addormentati nelle loro stalle, non turbavano affatto la calma della notte. Il giornalista e il marinaio, sentendo così profondo il silenzio, si domandarono se dovevano scalare la palizzata e penetrare nel recinto, il che era contrario alle istruzioni di Cyrus Smith. L’operazione poteva riuscire, è vero, ma poteva anche fallire. Ora, se i deportati non sospettavano di nulla, se non erano a conoscenza della spedizione tentata contro di loro, se, insomma, esisteva in quel momento una probabilità di sorprenderli, era il caso di compromettere questa probabilità arrischiandosi sconsideratamente a scavalcare la palizzata? Il giornalista non fu di quest’idea. Egli trovò, invece, ragionevole aspettare che i coloni fossero tutti riuniti per tentar di penetrare nel recinto. Intanto era stato possibile accertare che si poteva giungere fino alla palizzata senza essere veduti, e che la cinta non pareva essere sorvegliata. Chiarito questo punto, non si trattava ormai che di tornare verso il carro, ove tutti insieme avrebbero deciso il da farsi. Pencroff condivise forse questo modo di vedere, perché non fece alcuna difficoltà a seguire il giornalista, quando questi si ritirò per far di nuovo ritorno nel bosco. Alcuni minuti dopo, l’ingegnere era al corrente della situazione. «Ebbene,» disse, dopo aver riflettuto «adesso ho motivo di credere che i deportati non siano al recinto.» «Lo sapremo,» rispose Pencroff «quando avremo scalato la cinta.» «Al recinto, amici!» disse Cyrus Smith. «Lasciamo il carro nel bosco?» domandò Nab. «No,» rispose l’ingegnere «è il nostro carro di munizioni e di viveri e, all’occorrenza, ci servirà da trinceramento.» «Avanti, dunque!» disse Gedeon Spilett. Il carro uscì dal bosco e cominciò ad avanzare senza rumore verso la palizzata. L’oscurità allora era profonda e il silenzio completo, come al momento in cui Pencroff e il giornalista s’erano allontanati, strisciando sul suolo. L’erba folta soffocava completamente il rumore dei passi. I coloni erano pronti a sparare. Jup, per ordine di Pencroff, stava indietro. Nab conduceva Top al guinzaglio, perché non si lanciasse avanti. Presto apparve la radura. Era deserta. Senza esitare, la piccola comitiva si diresse verso la cinta. In breve spazio di tempo, la zona pericolosa fu superata. Non un colpo era stato sparato. Raggiunta la palizzata, il carro si fermò. Nab rimase alla testa degli onagri per trattenerli. L’ingegnere, il giornalista, Harbert e Pencroff avanzarono allora verso la porta, per vedere se era sprangata internamente… Uno dei battenti era aperto! «Ma che cosa ci avete detto?» domandò l’ingegnere, rivolgendosi al marinaio e a Gedeon Spilett. Tutt’e due erano stupefatti. «Per l’anima mia,» disse Pencroff «questa porta poco fa era chiusa!» Allora i coloni esitarono. I deportati erano, dunque, nel recinto nel momento in cui Pencroff e il giornalista vi si trovavano in ricognizione? La cosa non poteva essere dubbia, poiché la porta, allora chiusa, non aveva potuto essere aperta che da loro! Vi si trovavano ancora, oppure uno di essi ne era appena uscito? Tutte queste domande s’affacciarono istantaneamente alla mente di ciascuno, ma come rispondere? In quel mentre, Harbert, che s’era avanzato di alcuni passi nell’interno del recinto, indietreggiò precipitosamente e afferrò la mano di Cyrus Smith. «Che cosa c’è?» chiese l’ingegnere. «Una luce!» «Nella casa?» «Sì!» Tutt’e cinque avanzarono verso la porta e, infatti, attraverso i vetri della finestra in faccia a loro, videro tremolare un debole barlume. Cyrus Smith prese rapidamente una decisione. «È una fortuna veramente unica,» disse ai compagni «trovare i deportati chiusi in questa casa, che di nulla sospettano! Sono in nostro potere! Avanti!» I coloni penetrarono allora nel recinto con il fucile spianato. Il carro era stato lasciato fuori, sotto la sorveglianza di Jup e di Top, che per prudenza vi erano stati legati. Cyrus Smith, Pencroff, Gedeon Spilett da una parte, Harbert e Nab dall’altra, rasentando la palizzata, osservarono la parte del recinto che era assolutamente oscura e deserta. In breve tutti furono presso la casa, davanti alla porta, che era chiusa. Cyrus Smith fece ai suoi compagni un cenno con la mano, per comandar loro di non muoversi, e s’avvicinò al vetro, debolmente illuminato dalla luce interna. Il suo sguardo cadde nell’unica stanza che formava il pianterreno della casa. Sulla tavola brillava una lanterna accesa. Vicino alla tavola era il letto che serviva un tempo ad Ayrton. Sul letto riposava il corpo di un uomo. Di colpo Cyrus Smith indietreggiò e con voce soffocata: «Ayrton!» gridò. Tosto la porta fu più sfondata che aperta e i coloni si precipitarono nella stanza. Ayrton pareva dormire. Il suo viso attestava che aveva lungamente e crudelmente sofferto. Ai polsi e alle caviglie gli si vedevano larghe lividure. Cyrus Smith si chinò su di lui. «Ayrton!» chiamò l’ingegnere, afferrando le braccia di colui che veniva ritrovato in circostanze tanto inattese. A quella voce Ayrton aprì gli occhi e guardando in faccia prima Cyrus Smith e poi gli altri: «Voi!» esclamò «voi!» «Ayrton! Ayrton!» ripeté Cyrus Smith. «Dove sono?» «Nell’abitazione del recinto.» «Solo?» «Sì!» «Ma stanno per venire!» gridò Ayrton. «Difendetevi, difendetevi! E Ayrton ricadde giù estenuato.» «Spilett,» disse allora l’ingegnere «possiamo essere attaccati da un momento all’altro. Fate entrare il carro nel recinto. Poi, sprangate la porta e ritornate tutti qui.» Pencroff, Nab e il giornalista s’affrettarono a eseguire gli ordini dell’ingegnere. Non c’era un istante da perdere. Forse il carro era già in mano ai deportati. In un baleno, il giornalista e i suoi due compagni attraversarono il recinto e raggiunsero la porta della palizzata, dietro la quale si sentiva Top brontolare sordamente. L’ingegnere, staccandosi per un istante da Ayrton, uscì dalla casa, pronto a far fuoco. Harbert era al suo fianco. Ambedue sorvegliavano la cresta del contrafforte che dominava il recinto. Se i deportati erano nascosti in quel punto, potevano benissimo colpire i coloni uno dopo l’altro. In quel momento la luna apparve all’est sopra il nero velario della foresta, e una bianca distesa di luce dilagò nell’interno del recinto. Il recinto s’illuminò tutto, con i suoi gruppi d’alberi, il piccolo corso d’acqua che lo irrigava e il suo ampio tappeto d’erba. Dal lato della montagna la casa e una parte della palizzata spiccavano avvolte nel biancore lunare. Dalla parte opposta, verso la porta, il recinto rimaneva nell’oscurità. In breve, una massa nera si mostrò. Era il carro che entrava nel cerchio di luce, e Cyrus Smith poté udire il rumore della porta che i suoi compagni richiudevano e di cui assicuravano solidamente i battenti all’interno. Ma in quel momento, Top, rompendo violentemente il guinzaglio, si mise ad abbaiare con furore e si slanciò verso il fondo del recinto. «Attenzione, amici, e pronti a far fuoco!…» gridò Cyrus Smith. I coloni avevano spianato i fucili e aspettavano il momento di far fuoco. Top abbaiava sempre e Jup correndo dietro il cane mandò dei sibili acuti. I coloni lo seguirono e arrivarono sull’orlo del ruscelletto, ombreggiato da grandi alberi. E là, in piena luce, che cosa videro? Cinque corpi, stesi sulla proda! Erano i corpi dei deportati sbarcati quattro mesi prima nell’isola di Lincoln! CAPITOLO XIII CHE COS’ÈRA successo? Chi aveva colpito i deportati? Era stato Ayrton? No, perché un momento prima egli paventava il loro ritorno! Ayrton era allora in preda a un assopimento profondo, dal quale non fu possibile destarlo. Dopo le poche parole che aveva pronunciate, un pesante torpore s’era impadronito di lui ed era ricaduto immobile sul letto. I coloni, in preda a mille pensieri confusi, dominati da una violenta sovreccitazione, attesero tutta la notte, senza lasciare la casa di Ayrton, senza ritornare al luogo ove giacevano i corpi dei deportati. A proposito delle circostanze in cui questi avevano trovato la morte, era probabile che lo stesso Ayrton nulla potesse dir loro, poiché egli non sapeva nemmeno di trovarsi nel recinto. Ma sarebbe stato almeno in grado di raccontare i fatti che avevano preceduto quella terribile esecuzione. L’indomani Ayrton uscì da quel torpore e i suoi compagni poterono testimoniargli cordialmente tutta la gioia che provavano nel rivederlo, pressoché sano e salvo, dopo centoquattro giorni di separazione. Ayrton raccontò allora, in poche parole, quello che era accaduto, o, per lo meno, quello che egli sapeva. All’indomani del suo arrivo al recinto, il 10 novembre, al cader della notte, egli fu sorpreso dai deportati, che avevano scalato la cinta. Essi lo legarono e lo imbavagliarono; poi fu condotto in un’oscura caverna, ai piedi del monte Franklin, là dove i deportati si erano rifugiati. La sua morte era stata decisa e il giorno seguente sarebbe stato ucciso, quando uno dei deportati lo riconobbe e lo chiamò con il nome che portava in Australia. Quei miserabili volevano massacrare Ayrton! Rispettarono invece Ben Joyce! Ma, da quel momento, Ayrton fu tormentato dalle continue pressioni dei suoi complici d’un tempo. Essi volevano ricondurlo a loro, e contavano su di lui per impadronirsi di GraniteHouse, per penetrare in quell’inaccessibile dimora, e per diventare padroni dell’isola, dopo averne assassinato i coloni! Ayrton resistette. L’ex deportato, pentito e perdonato, sarebbe morto piuttosto che tradire i suoi compagni. Ayrton, legato, imbavagliato, guardato a vista, visse in quella caverna per quattro mesi. Intanto i deportati, che poco tempo dopo il loro arrivo nell’isola avevano scoperto il recinto, vivevano delle sue riserve, ma tuttavia non l’abitavano. L’11 novembre, due dei banditi, inopinatamente sorpresi dall’arrivo dei coloni, fecero fuoco su Harbert e uno di essi ritornò, vantandosi d’aver ucciso uno degli abitanti dell’isola, ma ritornò solo. Il suo compagno, com’è noto, era caduto sotto il pugnale di Cyrus Smith. Si può immaginare l’inquietudine e la disperazione di Ayrton, allorché ebbe la notizia della morte di Harbert! Dunque, pensava, i coloni non erano che quattro, ormai, e per così dire, alla mercé dei deportati! Dopo questo avvenimento e durante tutto il tempo che i coloni passarono al recinto, trattenutivi dalla malattia di Harbert, i pirati non abbandonarono la loro caverna, e nemmeno dopo aver devastato l’altipiano di Bellavista credettero prudente abbandonarla. Allora i cattivi trattamenti inflitti ad Ayrton raddoppiarono. Le sue mani e i suoi piedi portavano ancora la sanguinante impronta dei lacci, che lo stringevano giorno e notte. A ogni istante si aspettava la morte, cui gli pareva impossibile sfuggire. Le cose continuarono così fino alla terza settimana di febbraio. I deportati, spiando sempre un’occasione favorevole, lasciarono raramente il loro nascondiglio e non fecero che alcune battute di caccia nell’interno dell’isola o fino alla costa meridionale. Ayrton non aveva più notizie dei suoi amici, che più non sperava di rivedere! Infine, lo sventurato, indebolito dai maltrattamenti, cadde in una prostrazione profonda, che non gli permise più né di vedere, né di sentire. Cosicché, a datare da quel momento, cioè da due giorni, non sapeva nemmeno dire quello ch’era accaduto. «Ma, signor Smith,» aggiunse poi «se ero imprigionato in quella caverna, come mai mi ritrovo al recinto?» «Com’è che i deportati si trovano morti là, in mezzo al recinto?» rispose l’ingegnere. «Morti?» esclamò Ayrton, che, malgrado la debolezza, si sollevò a metà sul letto. I compagni lo sostennero. Egli volle alzarsi, il suo desiderio fu assecondato e tutti si diressero verso il ruscelletto. Era giorno fatto. Là, sulla riva, nella posizione in cui li aveva colti la morte, che doveva essere stata fulminea, giacevano i cinque cadaveri dei deportati! Ayrton era annichilito. Cyrus Smith e gli altri lo guardavano senza pronunciare una parola. A un segno dell’ingegnere, Nab e Pencroff esaminarono quei corpi, già irrigiditi. Apparentemente non portavano alcuna traccia di ferite. Dopo averli accuratamente esaminati, Pencroff scoperse sulla fronte dell’uno, sul petto dell’altro, sulla schiena di questo, sulla spalla di quello, soltanto un puntino rosso, simile a una contusione appena visibile e di cui era impossibile stabilire l’origine. «Lì sono stati colpiti!» disse Cyrus Smith. «Ma con quale arma?» esclamò il cronista. «Un’arma fulminante, di cui non abbiamo il segreto!» «E chi li ha fulminati?…» domandò Pencroff. «Il giustiziere dell’isola,» rispose Cyrus Smith «quello che vi ha trasportato qui, Ayrton, quello la cui influenza s’è testé ancora manifestata, quello che fa per noi tutto quanto noi non possiamo fare da soli e che, dopo aver agito, si nasconde.» «Cerchiamolo, dunque!» gridò Pencroff. «Sì, cerchiamolo,» rispose Cyrus Smith «ma l’essere superiore che compie simili prodigi non lo troveremo che quando gli piacerà di chiamarci finalmente a sé!» Quella protezione, che annullava completamente la loro azione, irritava e commoveva insieme l’ingegnere. La relativa inferiorità, ch’essa metteva in evidenza, era di quelle da cui può sentirsi ferita un’anima fiera. Una generosità che opera in modo da eludere ogni senso di riconoscenza, denota una specie di disprezzo per i beneficati, e questo, agli occhi di Cyrus Smith, diminuiva in certo modo il valore del beneficio. «Cerchiamo,» riprese «e Dio voglia che ci sia permesso un giorno di provare a questo altero protettore che non ha a che fare con degli ingrati! Che cosa non darei perché potessimo sdebitarci verso di lui, rendendogli a nostra volta, fosse pure a prezzo della nostra vita, qualche segnalato servigio!» E da quel giorno, questa ricerca fu l’unica preoccupazione degli abitanti dell’isola di Lincoln. Tutto li incitava a scoprire la chiave di quell’enigma, chiave che non poteva essere che il nome di un uomo dotato d’una potenza veramente inesplicabile e in certo qual modo sovrumana. Dopo alcuni istanti, i coloni rientrarono nell’abitazione del recinto, ove le loro cure ridonarono rapidamente ad Ayrton l’energia fisica e morale. Nab e Pencroff trasportarono i cadaveri dei deportati nella foresta, a qualche distanza dal recinto e li sotterrarono profondamente. Ayrton fu poi messo al corrente dei fatti verificatisi durante il suo sequestro. Seppe allora l’avventura di Harbert e conobbe attraverso quali lunghe prove i coloni erano passati. Essi, poi, non speravano più di rivedere Ayrton e temevano che i deportati l’avessero inesorabilmente massacrato. «E adesso,» disse Cyrus Smith terminando il suo racconto «ci rimane un dovere da compiere. La metà del nostro compito è adempiuta, ma se i pirati non possono più nuocere, non a noi dobbiamo la riconquista assoluta dell’isola.» «Ebbene!» esclamò Gedeon Spilett «frughiamo tutto il labirinto dei contrafforti del monte Franklin! Non lasciamo una sola caverna, non un buco inesplorati. Ah, se mai un giornalista si è trovato in presenza di un mistero emozionante, quel giornalista sono proprio io, amici, che vi parlo.» «E non ritorneremo a GraniteHouse» rispose Harbert «che quando avremo trovato il nostro benefattore.» «Sì,» disse l’ingegnere «faremo tutto quello che è umanamente possibile… ma, ripeto, non lo troveremo se non quando egli ce lo permetterà!» «Restiamo al recinto?» chiese Pencroff. «Restiamoci» rispose Cyrus Smith. «Le provviste sono abbondanti e qui siamo proprio nel centro del nostro campo d’investigazione. Del resto, se sarà necessario, il carro potrà sempre recarsi rapidamente a GraniteHouse.» «Bene!» rispose il marinaio. «Solamente, una osservazione.» «Quale?» «La bella stagione s’avanza e non bisogna dimenticare che abbiamo da fare una traversata.» «Una traversata?» disse Gedeon Spilett. «Sì, quella all’isola di Tabor» rispose Pencroff. «È necessario portarvi un messaggio, che indichi la posizione della nostra isola, dove si trova attualmente Ayrton, per il caso in cui lo yacht scozzese venisse a riprenderlo. Chi sa che non sia già troppo tardi?» «Ma, Pencroff,» chiese Ayrton «come contate di fare questa traversata?» «Sul Bonadventurel» «Il Bonadventurel» esclamò Ayrton… «Ma non esiste più!» «Il mio Bonadventure non esiste più?» urlò Pencroff, sobbalzando. «No!» rispose Ayrton. «I deportati l’hanno scoperto nel suo piccolo porto appena otto giorni fa, e…» «E?» fece Pencroff, il cui cuore palpitava. «E, non avendo più Bob Harvey per manovrare, si sono incagliati sugli scogli e l’imbarcazione è stata completamente sfasciata!» «Ah, i miserabili! I banditi! Gli infami!» esclamò Pencroff. «Pencroff,» disse Harbert, prendendo la mano del marinaio «noi costruiremo un altro Bonadventure, e ben più grande! Abbiamo tutte le parti in ferro, tutta l’attrezzatura del brigantino a nostra disposizione!» «Ma sapete,» rispose Pencroff «che occorrono almeno cinque o sei mesi per costruire un’imbarcazione di trenta o quaranta tonnellate?» «Impiegheremo il tempo necessario» rispose il giornalista «e rinunceremo per quest’anno a fare la traversata all’isola di Tabor.» «Che volete, Pencroff? Bisogna rassegnarsi» disse l’ingegnere. «Speriamo che questo ritardo non ci sia dannoso.» «Ah, il mio Bonadventurel Il mio povero Bonadventurel» esclamò Pencroff, veramente costernato per la perdita della sua imbarcazione, di cui era fiero. La distruzione del Bonadventure era stata senza dubbio un fatto deplorevole per i coloni e venne quindi stabilito che quella perdita sarebbe stata riparata al più presto. Fissato questo punto, non si occuparono d’altro che di condurre a buon fine l’esplorazione delle più recondite parti dell’isola. Le prime ricerche iniziarono il giorno stesso, 19 febbraio, e durarono una intera settimana. La base della montagna, tra i suoi contrafforti e le loro numerose ramificazioni, formava un labirinto di vallate e di controvallate, disposto molto capricciosamente. Evidentemente, là, in fondo a quelle strette gole, fors’anche nell’interno del monte Franklin, conveniva proseguire le ricerche. Nessun’altra parte dell’isola sarebbe stata più adatta a celare un rifugio, il cui ospite volesse rimanere incognito. Ma i contrafforti erano talmente intricati, che Cyrus Smith dovette procedere alla loro esplorazione metodicamente. I coloni visitarono dapprima tutta la vallata, che si apriva a sud del vulcano e che raccoglieva le prime acque del fiume della Cascata. Là Ayrton mostrò loro la caverna ove s’erano rifugiati i deportati e nella quale egli era stato sequestrato fino al momento del suo trasporto al recinto. Quella caverna era nell’identico stato in cui Ayrton l’aveva lasciata. Vi si trovava ancora una certa quantità di munizioni e di viveri, che i deportati avevano sottratto dalle provviste del recinto, con l’intenzione di crearsi una riserva. Tutta la vallata che terminava con la grotta, vallata ombreggiata da grandi alberi, fra cui dominavano le conifere, fu esplorata con estrema cura e avendo girato la punta del contrafforte di sudovest, i coloni si cacciarono in una gola più stretta che s’apriva in quell’ammasso tanto pittoresco dei basalti del lido. Qui gli alberi erano più rari. La pietra sostituiva l’erba. Le capre selvatiche e i mufloni saltavano sulle rocce. Là cominciava la parte arida dell’isola. Si poteva già constatare che, delle numerose vallate che si ramificavano alla base del monte Franklin, tre soltanto erano boscose e ricche di pascoli come quella del recinto, confinante a ovest con la vallata del fiume della Cascata e a est con quella del Creek Rosso. Questi due ruscelli, che più in basso diventavano fiumi per la confluenza di alcuni torrenti, raccoglievano tutte le acque della montagna e determinavano così la fertilità della parte meridionale dell’isola. Quanto al Mercy, era alimentato più direttamente da abbondanti sorgenti perdute sotto l’ombrosa volta della foresta dello Jacamar, e altre sorgenti della stessa natura, espandendosi in mille canaletti, bagnavano il suolo della penisola Serpentine. Ora, l’una o l’altra di queste tre vallate, ove l’acqua non mancava, avrebbe potuto benissimo ospitare qualche solitario, che vi avrebbe trovato tutto il necessario alla vita. Ma i coloni le avevano già esplorate e in nessuna parte avevano potuto constatare la presenza dell’uomo. Era dunque in fondo a quelle aride gole, in mezzo agli scoscendimenti delle rocce, nelle aspre forre del nord, tra le colate di lava, che si sarebbe forse trovato il segreto rifugio e il suo ospite? La parte nord del monte Franklin, alla sua base, si componeva unicamente di due vallate larghe, poco profonde, senza traccia di verde, sparse di blocchi erratici, striate da lunghe morene, lastricate di lave, rese disuguali da grossi tumori minerali, cosparse di ossidiane e labradoriti. Quella parte richiese lunghe e difficili esplorazioni. Ivi si trovavano mille cavità, poco comode senza dubbio, ma assolutamente dissimulate all’occhio e di difficile accesso. I coloni visitarono anche degli oscuri cunicoli, che risalivano all’epoca plutonica, ancora anneriti dal passaggio dei fuochi d’un tempo e che s’addentravano nell’immensa massa granitica del monte. Gli esploratori percorsero quelle buie gallerie, e con dei rami resinosi accesi frugarono le minime cavità, le minime profondità. Ma dappertutto era silenzio e oscurità. Sembrava che mai essere umano avesse calpestato il suolo di quegli antichi cunicoli, che mai il suo braccio avesse rimosso uno solo di quei blocchi. Essi erano ancora tali e quali il vulcano li aveva lanciati al disopra delle acque, all’epoca in cui l’isola era emersa. Ciò nonostante, se quelle sovrastrutture sembravano assolutamente deserte, se l’oscurità vi era completa, Cyrus Smith fu costretto a riconoscere che non vi regnava però un assoluto silenzio. Arrivando in fondo a una di quelle tenebrose caverne, che si prolungavano per una lunghezza di parecchie centinaia di piedi nell’interno della montagna, egli fu sorpreso di udire sordi boati, che la sonorità delle rocce accresceva d’intensità. Anche Gedeon Spilett, che l’accompagnava, udì quei lontani brontolii, che indicavano il rianimarsi del fuoco sotterraneo. A varie riprese, entrambi ascoltarono e furono d’accordo nel ritenere che qualche reazione chimica si stava sviluppando nelle viscere del suolo. «Il vulcano non è, dunque, totalmente spento?» disse il giornalista. «Può essere che dall’epoca della nostra esplorazione del cratere a oggi,» rispose Cyrus Smith «qualche lavorio si sia verificato negli strati inferiori. Ogni vulcano, benché lo si consideri spento, può, evidentemente, rimettersi in attività.» «Ma se si stesse preparando un’eruzione dal monte Franklin,» chiese Gedeon Spilett «ci sarebbe pericolo per l’isola di Lincoln?» «Non credo» rispose l’ingegnere. «Il cratere, cioè la valvola di sicurezza, esiste, e l’eccesso dei vapori e delle lave si sfogherà, come per il passato, per la sua via consueta.» «A meno che le lave non s’aprano un nuovo passaggio verso le parti fertili dell’isola!» «Perché, caro Spilett,» rispose Cyrus Smith «perché non dovrebbero seguire la strada che è già stata naturalmente tracciata?» «Eh, i vulcani sono capricciosi!» rispose il giornalista. «Osservate:» riprese l’ingegnere «l’inclinazione di tutto il monte Franklin favorisce l’effusione delle materie verso le vallate che stiamo ora esplorando. Bisognerebbe che un terremoto cambiasse il centro di gravità della montagna, perché la linea dell’effusione si modificasse.» «Ma un terremoto è sempre probabile nelle condizioni attuali» fece rilevare Gedeon Spilett. «Sempre,» rispose l’ingegnere «soprattutto quando le forze sotterranee cominciano a risvegliarsi e le viscere del globo, dopo un lungo riposo, rischiano d’essere ostruite. E così caro Spilett, un’eruzione sarebbe per noi un fatto grave. Molto meglio se questo vulcano non avesse la velleità di ridestarsi! Ma, a ogni modo, noi non ci possiamo far nulla, vi pare? In ogni caso, checché accada, non credo che il nostro dominio di GraniteHouse possa essere seriamente minacciato. Tra esso e la montagna il suolo è notevolmente depresso, e se per caso le lave prendessero la direzione del lago, sarebbero rigettate sulle dune e sulle zone vicine al golfo del Pescecane.» «Del resto, non abbiamo ancora veduto sul vertice del monte il fumo che indica una prossima eruzione» disse Gedeon Spilett. «No,» rispose Cyrus Smith «nessun gas esce dal cratere, di cui proprio ieri ho osservato la sommità. Ma può essere che nella parte inferiore dell’apertura il tempo abbia accumulato macigni, ceneri, lave indurite, e che la valvola di cui parlavo sia al momento troppo sotto pressione. Ma, al primo sforzo serio, ogni ostacolo scomparirà e potete essere sicuro, caro Spilett, che né l’isola, che è la caldaia, né il vulcano, che è il fumaiolo, scoppieranno sotto la pressione dei gas. Nondimeno, ripeto, sarebbe meglio che non vi fosse eruzione.» «Eppure, non c’inganniamo,» riprese il giornalista «si sentono proprio dei sordi boati nelle viscere stesse del vulcano!» «Infatti,» rispose l’ingegnere, ascoltando ancora con la massima attenzione «non ci si può sbagliare… Laggiù s’opera una reazione, di cui non possiamo valutare né l’importanza né il risultato definitivo.» Cyrus Smith e Gedeon Spilett uscirono all’aperto e, ritrovati i compagni, fecero loro conoscere questo stato di cose. «To’!» esclamò Pencroff «questo vulcano vorrebbe farne qualcuna delle sue? Ma ci si provi! Troverà chi lo metterà a dovere!…» «Chi mai?» domandò Nab. «Il nostro genio, Nab, il nostro genio, che imbavaglierà il suo cratere, se appena mostrerà l’intenzione di aprirlo!» Come si vede, la fiducia del marinaio nella speciale divinità dell’isola era assoluta, e invero, la potenza occulta, finora manifestatasi mediante tanti atti inesplicabili, sembrava illimitata; ma essa seppe anche sfuggire alle minuziose ricerche dei coloni, poiché, malgrado tutti i loro sforzi, malgrado lo zelo e, più che lo zelo, la tenacia impiegata nella loro esplorazione, il misterioso nascondiglio non poté essere scoperto. Dal 19 al 25 febbraio le investigazioni furono estese a tutta la regione settentrionale dell’isola di Lincoln, che venne frugata in tutti i più segreti angoli. I coloni giunsero sino a sondare ogni parete rocciosa, come fanno gli agenti sui muri di una casa sospetta. L’ingegnere fece anche un esattissimo rilievo topografico della montagna e spinse le sue ricerche fino all’ultimo strato di roccia che la sosteneva. Essa fu esplorata così fino all’altezza del cono tronco, che terminava il primo ordine di rocce, e poi fino alla cresta superiore di quell’enorme cappello, in fondo al quale s’apriva il cratere. Ma i coloni fecero di più: visitarono la voragine del vulcano, ancora spento, ma nelle cui profondità si sentivano distintamente dei brontolii. Ciò nonostante, non tracce di fumo, né di vapore, né riscaldamento delle pareti indicavano un’eruzione prossima. Ma né in quella, né in altra parte del monte Franklin, i coloni trovarono le tracce di colui che cercavano. Le esplorazioni furono allora spinte nella regione delle dune. Vennero visitate con cura le alte muraglie laviche del golfo del Pescecane, dalla base alla cresta, quantunque fosse estremamente difficile scendere al livello delle acque. Nessuno! Nulla! In queste due parole si riassunsero tante fatiche spese inutilmente, tanta ostinazione senza risultato. Nella delusione di Cyrus Smith e dei suoi compagni c’era una specie di collera. Bisognò, dunque, pensare al ritorno, giacché le ricerche non potevano protrarsi all’infinito. I coloni erano ormai veramente in diritto di credere che l’essere misterioso non risiedesse alla superficie dell’isola, e la loro immaginazione eccitatissima diede la stura alle più folli ipotesi. Pencroff e Nab particolarmente non s’accontentavano più dello strano e si lasciavano trasportare nel mondo del soprannaturale. Il 25 febbraio, i coloni rientrarono a GraniteHouse e per mezzo della doppia corda, che una freccia portò sul pianerottolo, dinanzi alla porta, ristabilirono la comunicazione fra il loro dominio e il suolo. Un mese dopo, nel venticinquesimo giorno di marzo, essi salutavano il terzo anniversario del loro arrivo sull’isola di Lincoln! CAPITOLO XIV TRE ANNI erano passati da che i prigionieri di Richmond erano fuggiti, e quante volte, durante quei tre anni, avevano parlato della patria, sempre presente al loro pensiero! Erano convinti che la guerra civile fosse ormai finita e sembrava loro impossibile che la giusta causa del Nord non avesse trionfato. Ma quali erano state le vicende di quella guerra terribile? Quanto sangue era costata? Quali dei loro amici erano caduti nella lotta? Ecco gli argomenti di cui spesso parlavano, pur senza immaginare ancora il giorno in cui avrebbero potuto rivedere il loro Paese. Ritornarvi, magari solo per pochi giorni, riannodare il vincolo sociale con il mondo abitato, stabilire una comunicazione fra la loro patria e la loro isola, poi passare la maggior parte, la migliore forse anche, della loro esistenza in quella colonia, che avevano fondata e che sarebbe dipesa allora dalla metropoli, era questo, dunque un sogno inattuabile? Ma non c’erano che due modi per realizzare questo sogno: o che un giorno o l’altro una nave si mostrasse nelle acque dell’isola di Lincoln, o che i coloni stessi costruissero uh bastimento abbastanza robusto per tenere il mare fino alle terre più vicine. «A meno che» diceva Pencroff «il nostro genio ci provveda egli stesso dei mezzi per rimpatriare!» Se, veramente, qualcuno avesse detto a Pencroff e a Nab che una nave di trecento tonnellate li aspettava nel golfo del Pescecane o a Porto Pallone, essi non avrebbero fatto nemmeno un gesto di sorpresa. È chiaro che con questa disposizione di spirito, nulla pareva loro impossibile. Nel campo dell’inverosimile, del miracoloso, s’aspettavano di tutto. Ma Cyrus Smith, meno fiducioso, consigliò loro di rientrare nella realtà, e questo appunto relativamente alla costruzione d’un bastimento, faccenda di vera e propria urgenza, perché si trattava di depositare al più presto all’isola di Tabor un documento indicante la nuova residenza di Ayrton. Non esistendo più il Bonadventure, sei — mesi sarebbero occorsi per la costruzione di un nuovo bastimento. Ora, l’inverno era alle porte e il viaggio non si sarebbe potuto effettuare prima della successiva primavera. «Abbiamo, quindi, il tempo di prepararci per essere pronti alla bella stagione,» disse l’ingegnere, parlando di queste cose con Pencroff. «Penso, dunque, amico mio, che dovendosi costruire la nostra imbarcazione, sarà preferibile darle delle dimensioni più considerevoli. L’arrivo dello yacht scozzese all’isola di Tabor è molto problematico. Può darsi che, giunto da vari mesi, esso ne sia già ripartito, dopo aver vanamente cercato qualche traccia di Ayrton. Non sarebbe, dunque, opportuno costruire una nave che, all’occorrenza, potesse trasportarci sia agli arcipelaghi della Polinesia, sia alla Nuova Zelanda? Che cosa ne pensate?» «Penso, signor Cyrus,» rispose il marinaio «penso che voi siete capace di fabbricare tanto una nave grande quanto una piccola. Né il legno, né gli utensili ci mancano. Non è che questione di tempo.» «E quanti mesi richiederebbe la costruzione di una nave di duecentocinquanta o trecento tonnellate?» domandò Cyrus Smith. «Sette od otto mesi almeno» rispose Pencroff. «Ma non bisogna dimenticare che l’inverno è prossimo, e che, con i grandi freddi, il legno è difficile da lavorare. Calcoliamo, dunque, alcune settimane d’inattività, e se il nostro bastimento sarà pronto per il prossimo novembre, dovremo ritenerci fortunatissimi.» «Ebbene,» osservò Cyrus Smith «sarà appunto il momento propizio a una traversata di qualche importanza, sia fino all’isola di Tabor, sia fino ad altra terra più lontana.» «È vero, signor Cyrus» disse il marinaio. «Fate, dunque, i vostri piani; gli operai sono pronti, e immagino poi che anche Ayrton potrà darci un buon aiuto in questa circostanza.» I coloni, consultati, approvarono il progetto dell’ingegnere. Ed era il meglio che si potesse fare. La costruzione di un bastimento da duecento a trecento tonnellate era certamente una grande impresa, ma i coloni avevano in se stessi una fiducia giustificata dai numerosi successi già ottenuti. Cyrus Smith s’occupò di tracciare il piano della nave e di determinare i garbi. Nel frattempo, i suoi compagni s’occuparono del taglio e del trasporto degli alberi, che dovevano servire per i braccioli, l’ossatura e il fasciame. La foresta del Far West diede le piante più adatte di quercia e d’olmo. I coloni approfittarono del piccolo sentiero già tracciato al tempo dell’ultima escursione per aprire una carrareccia, che prese il nome di strada del Far West, e gli alberi furono trasportati ai Camini, dove fu stabilito il cantiere. Quanto alla strada, era capricciosamente delineata, e fu un poco la scelta del legname che ne determinò il tracciato, rendendo anche più facile l’accesso a una notevole parte della penisola Serpentine. Era necessario che quel legname fosse rapidamente tagliato e segato, giacché non si poteva adoperarlo verde e bisognava lasciare al tempo la cura di stagionarlo. I carpentieri lavorarono, dunque, con ardore durante il mese d’aprile, che fu turbato solo da alcuni colpi di vento d’equinozio abbastanza violenti. Mastro Jup aiutava efficacemente, sia che s’arrampicasse sulla cima degli alberi per fissarvi le corde con cui tirarli a terra, sia che prestasse le sue robuste spalle per trasportare i tronchi spogliati dei rami. Tutto quel legname fu accatastato sotto una vasta tettoia di legno, che fu costruita vicino ai Camini, e ivi attese il momento d’essere messo in opera. Il mese d’aprile fu abbastanza bello, com’è spesso il mese d’ottobre della zona boreale. Nello stesso tempo i lavori agricoli furono mandati avanti attivamente, e in breve ogni traccia di devastazione disparve dall’altipiano di Bellavista. Il mulino fu riedificato e nuove costruzioni sorsero sull’area della corte degli animali. Era parso opportuno di farle stavolta più ampie, giacché la popolazione pennuta aumentava in proporzioni considerevoli. Le stalle contenevano ora cinque onagri, di cui quattro vigorosi e bene addomesticati, che si lasciavano attaccare o montare, e uno piccolo, appena nato. Il materiale della colonia s’era accresciuto di un aratro e gli onagri venivano adibiti all’aratura, come veri e propri buoi dello Yorkshire o del Kentucky. I coloni si dividevano il lavoro e le braccia non si fermavano un momento. Che splendida salute godevano in tal modo i lavoratori e di che buon umore animavano le serate a GraniteHouse, facendo mille disegni per l’avvenire! S’intende che Ayrton partecipava in tutto all’esistenza comune e non si parlava più di farlo vivere al recinto. Tuttavia, egli era sempre triste e poco espansivo, e s’univa piuttosto ai lavori che ai passatempi dei suoi compagni. Ma sul lavoro era un rude operaio, vigoroso, accorto, ingegnoso, intelligente. Era stimato e amato da tutti, ed egli lo sapeva. Il recinto non fu abbandonato. Ogni due giorni uno dei coloni, conducendo il carro o montando uno degli onagri, andava a curare il gregge dei mufloni e delle capre e ritornava con il latte, che serviva a rifornire la dispensa di Nab. Quelle escursioni erano, nello stesso tempo, occasioni di caccia. Così Harbert e Gedeon Spilett, preceduti da Top, correvano più spesso dei loro compagni sulla strada del recinto e con le armi eccellenti di cui disponevano, capibara, aguti, cinghiali, porci selvatici per la; grossa selvaggina di pelo, e anatre, tetraoni, galli cedroni, jacamar, beccaccini per la piccola selvaggina di piuma, non mancavano mai in casa. I prodotti della conigliera, quelli del banco di ostriche, alcune testuggini, che furono prese, una nuova pesca di quegli eccellenti salmoni, che ancora una volta penetrarono nelle acque del Mercy, gli ortaggi dell’altipiano di Bellavista, i frutti naturali della foresta, erano ricchezze inestimabili, e Nab, il capocuoco, bastava appena a immagazzinarle. È sottinteso che il filo telegrafico teso fra il recinto e GraniteHouse era stato riparato e funzionava quando l’uno o l’altro dei coloni si trovava al recinto e stimava necessario passarvi la notte. D’altronde, ormai, l’isola era sicura e nessuna aggressione era da temere, almeno da parte degli uomini. Tuttavia, quant’era avvenuto poteva ripetersi. Uno sbarco di pirati, oppure di deportati evasi era sempre probabile. Poteva darsi che dei compagni, dei complici di Bob Harvey, ancora detenuti a Norfolk, fossero a parte dei suoi progetti e avessero la tentazione di imitarlo. I coloni non mancavano quindi mai di vigilare gli approdi dell’isola e ogni giorno il loro cannocchiale esplorava il largo orizzonte, che chiudeva la baia dell’Unione e la baia di Washington. Quando andavano al recinto, esaminavano non meno attentamente la parte ovest del mare e, salendo poi sul contrafforte, il loro sguardo poteva percorrere un largo settore dell’orizzonte occidentale. Niente appariva di sospetto, ma bisognava star sempre in guardia egualmente. L’ingegnere una sera partecipò ai suoi amici l’idea da lui concepita di fortificare il recinto. Gli pareva prudente alzarne la palizzata e proteggerla con una specie di fortino nel quale, all’occorrenza, i coloni avrebbero potuto resistere a un numeroso stuolo di nemici. Infatti, dovendo GraniteHouse essere considerata inespugnabile per sua stessa posizione, il recinto, con le sue costruzioni, le provviste varie, con gli animali che accoglieva, sarebbe sempre stato l’obiettivo d’ogni specie di pirati, che fossero riusciti a sbarcare nell’isola, e quindi, se i coloni fossero stati costretti ad asserragliarvisi, bisognava che potessero resistere con il minor danno possibile. Era un progetto da far maturare, e la sua esecuzione, del resto, dovette essere per forza rimandata alla primavera successiva. Verso il 15 di maggio, la chiglia del nuovo bastimento s’allungava già nel cantiere e poco dopo la ruota di prua e il dritto di poppa, uniti ad incastro a ciascuna delle sue estremità, vi si drizzarono quasi perpendicolarmente. La chiglia, in buona quercia, misurava centodieci piedi di lunghezza, e questo avrebbe consentito di dare al baglio maestro una larghezza di venticinque piedi. Ma fu tutto quanto i carpentieri poterono fare prima dell’arrivo del freddo e del cattivo tempo. Nella settimana seguente furono ancora collocati i primi quinti di poppa; poi, si dovettero sospendere i lavori. Negli ultimi giorni del mese il tempo fu estremamente cattivo. Il vento soffiava da est e talvolta con la violenza di un uragano. L’ingegnere ebbe qualche inquietudine per le tettoie del cantiere, che, d’altra parte, non avrebbe potuto essere costruito in alcun altro punto prossimo a GraniteHouse, perché l’isolotto non proteggeva che imperfettamente il litorale dalla furia dell’alto mare, e durante le grandi tempeste i frangenti arrivavano contro la base della muraglia granitica. Ma, per fortuna, questi timori si rivelarono vani. Il vento soffiò piuttosto da sudest e, in queste condizioni, la spiaggia di GraniteHouse si trovava completamente riparata dalla sporgenza formata dalla punta del Relitto. Pencroff e Ayrton, i due più zelanti costruttori del nuovo bastimento, proseguirono i lavori più a lungo che poterono. Non erano affatto imbarazzati per il vento che arruffava loro la capigliatura, né per la pioggia che li inzuppava fino alle ossa, e una martellata è utile con il brutto quanto con il bel tempo. Ma quando un freddo acutissimo successe a quel periodo di umidità, il legno, acquistando nelle fibre la durezza del ferro, divenne estremamente difficile da lavorare e, verso il 10 giugno, bisognò abbandonare definitivamente la costruzione dell’imbarcazione. A Cyrus Smith e ai suoi compagni non era passato inosservato il rigore della temperatura degli inverni dell’isola di Lincoln. Il freddo era paragonabile a quello che colpisce gli Stati della Nuova Inghilterra, situati press’a poco alla stessa distanza dall’Equatore. Se nell’emisfero boreale o per lo meno nella parte occupata dalla Nuova Bretagna e dal nord degli Stati Uniti, questo fenomeno si piega mediante la conformazione piatta di territori confinanti con il polo e sui quali nessuna elevazione del suolo ostacola i gelidi venti iperborei, per l’isola di Lincoln questa spiegazione non poteva valere. «È stato anche osservato,» diceva un giorno Cyrus Smith ai suoi compagni «che, sebbene a uguali latitudini, le isole e le regioni del litorale sono meno provate dal freddo che le contrade mediterranee. Ho spesso sentito affermare che gli inverni di Lombardia, per esempio, sono più rigidi di quelli della Scozia, e questo starebbe a dimostrare che il mare restituisce durante l’inverno il calore ricevuto durante l’estate. Le isole sono, dunque, nelle migliori condizioni per beneficiare di questa restituzione.» «Ma allora, signor Cyrus,» chiese Harbert «perché l’isola di Lincoln sembra sfuggire alla legge comune?» «È difficile da spiegare» rispose l’ingegnere. «Tuttavia, sarei disposto ad ammettere che questa singolarità dipenda dalla posizione dell’isola nell’emisfero australe, il quale, come tu sai, figlio mio, è più freddo dell’emisfero boreale.» «Infatti,» disse Harbert «i ghiacci galleggianti s’incontrano in latitudini più basse nel sud che nel nord del Pacifico.» «È vero,» rispose Pencroff «e quando facevo, il baleniere, ho veduto degli icebergs persino all’altezza di capo Horn.» «Allora si potrebbe spiegare il freddo intenso che domina l’isola di Lincoln con la presenza di ghiacci o di banchise a una distanza relativamente piccola» disse Gedeon Spilett. «La vostra opinione è davvero molto ammissibile, mio caro Spilett» rispose Cyrus Smith; «evidentemente, il rigore dei nostri inverni è dovuto alla prossimità della banchisa. Vi farò, inoltre, osservare che una causa tutta fisica rende l’emisfero australe più freddo dell’emisfero boreale. Infatti, essendo il sole più vicino all’emisfero australe durante l’estate, ne è necessariamente più lontano d’inverno. Questo porta a un eccesso di temperatura nei due sensi; infatti, se troviamo freddissimi gli inverni dell’isola di Lincoln, non dobbiamo dimenticare che le estati, invece, vi sono caldissime.» «Ma perché dunque, per favore, signor Smith,» domandò Pencroff, aggrottando le sopracciglia «perché, dunque, il nostro emisfero, come voi dite, è trattato così male? Non è giusto!» «Amico Pencroff,» rispose l’ingegnere, ridendo «giusto o no, bisogna pur subire la situazione; ed ecco da che proviene questa particolarità. La terra non descrive un cerchio intorno al sole, bensì un’ellisse, come vogliono le leggi della meccanica razionale. La terra occupa uno dei fuochi dell’ellisse e, di conseguenza, a un certo punto del suo percorso, essa è al suo apogeo, vale a dire alla sua più grande lontananza dal sole, e a un’altra epoca al suo perigeo, cioè alla sua più breve distanza. Ora, precisamente durante l’inverno delle contrade australi, essa è al suo punto più lontano dal sole, e di conseguenza, nelle condizioni volute perché queste regioni soffrano i più grandi freddi. Contro tutto questo non c’è nulla da fare, e gli uomini, Pencroff, per quanto sapienti siano, non potranno mai cambiare alcunché nell’ordine cosmografico stabilito da Dio stesso.» «Eppure,» soggiunse Pencroff, che mostrava una certa difficoltà a rassegnarsi «il mondo è tanto dotto! Che grosso libro, signor Cyrus, si potrebbe fare con tutto quello che si sa!» «E che libro più grosso ancora con tutto quello che non si sa!» aggiunse Cyrus Smith. Insomma, per una ragione o per l’altra, nel mese di giugno ricominciarono i freddi, con la loro consueta violenza, e i coloni furono molto spesso costretti a rimanere chiusi in GraniteHouse. Ah! quella prigionia sembrava dura a tutti e forse più particolarmente a Gedeon Spilett. «Vedi,» diss’egli un giorno a Nab «io ti farei donazione, mediante atto notarile, di tutte le eredità che mi spetteranno un giorno, se tu fossi un ragazzo abbastanza bravo per andare, non importa dove, ad abbonarmi a un giornale qualsiasi! Certo, quello che più manca alla mia felicità è di sapere tutte le mattine, quel ch’è accaduto altrove il giorno prima!» Nab s’era messo a ridere. «In fede mia,» aveva risposto «quello che più m’interessa sono invece le faccende quotidiane.» E, in verità, sia dentro che fuori, il lavoro non mancava. La colonia dell’isola di Lincoln si trovava allora al massimo della sua prosperità; tre anni di fatiche l’avevano portata a quel punto. L’incidente del brigantino distrutto era stato una nuova fonte di ricchezze. Oltre l’attrezzatura completa, che sarebbe servita alla nave in costruzione, utensili e strumenti d’ogni sorta, armi e munizioni, vestiti e attrezzi, colmavano ora i magazzini di GraniteHouse. Non c’era stato più bisogno nemmeno di ricorrere alla fabbricazione di grosse stoffe di feltro. Se i coloni avevano sofferto il freddo durante la prima invernata, adesso la cattiva stagione poteva venire, senza ch’essi avessero a temerne i rigori. Anche la biancheria era abbondante e d’altronde veniva conservata con cura straordinaria. Dal cloruro di sodio, che non è altro che il sale marino, Cyrus Smith aveva facilmente estratto la soda e il cloro. La soda, che fu facile trasformare in carbonato di soda, e il cloro, di cui egli fece dei cloruri di calce e altri derivati, furono adoperati per diversi usi domestici e precisamente per il bucato. Del resto, i coloni facevano il bucato solo quattro volte l’anno, come si usava nelle famiglie antiche; e ci sia permesso d’aggiungere che Pencroff e Gedeon Spilett, quest’ultimo in attesa che il postino gli portasse il suo giornale, si dimostrarono eccellenti lavandai. Così passarono i mesi d’inverno, giugno, luglio e agosto. Furono mesi freddissimi, e la media delle osservazioni termometriche non diede più di otto gradi Fahrenheit (13°,33 centigradi sotto zero). Essa fu, dunque, inferiore alla temperatura dell’inverno precedente. Ma che bel fuoco fiammeggiava incessantemente nei focolari di GraniteHouse, mentre il fumo macchiava di lunghe liste nere la muraglia di granito. Il combustibile non veniva risparmiato, che, tanto, esso cresceva naturalmente a pochi passi dall’abitazione. Inoltre, il superfluo del legname destinato alla costruzione del bastimento, permise d’economizzare il carbon fossile, che richiedeva un più faticoso trasporto. Uomini e animali stavano tutti bene. Mastro Jup si mostrava un po’ freddoloso, bisognava riconoscerlo. Era forse il suo solo difetto, e bisognò fargli una buona veste da camera, bene ovattata. Ma che domestico accorto, zelante, infaticabile, non indiscreto, non chiacchierone! Si sarebbe potuto a ragione proporlo per modello a tutti i suoi colleghi bipedi del vecchio e del nuovo mondo! «Dopo tutto,» diceva Pencroff «quando si hanno quattro mani al proprio servizio, fare le proprie faccende con bel garbo è il meno che si possa!» E, difatti, l’intelligente quadrumane faceva così! Durante i sette mesi che seguirono le ultime ricerche fatte attorno alla montagna e durante il mese di settembre, che ricondusse le belle giornate, il genio dell’isola non fece parlare di sé. La sua azione non si manifestò in alcuna circostanza. D’altra parte, essa sarebbe stata inutile, poiché non si verificò nessun incidente, che potesse mettere i coloni in qualche penosa contingenza. Cyrus Smith osservò pure che, se per caso le comunicazioni fra lo sconosciuto e gli ospiti di GraniteHouse avevano avuto per tramite il massiccio granitico e se l’istinto di Top le aveva, per così dire, presentite, in quel periodo nemmeno da quella parte si notò alcunché di anormale. I brontolii del cane erano completamente cessati, e così pure le inquietudini della scimmia. I due amici, giacché erano amici, non giravano più intorno alla bocca del pozzo, l’uno non abbaiava, e l’altro non gemeva più nel modo singolare che aveva, fin dal principio, messo sull’avviso l’ingegnere. Ma poteva questi assicurare che sul tanto discusso enigma tutto era ormai detto, e che mai sarebbe stato possibile averne la chiave? Poteva affermare che non si sarebbe verificata di nuovo qualche circostanza atta a riportare sulla scena il misterioso personaggio? Chi sapeva che cosa riservava l’avvenire? Finalmente, l’inverno finì; ma un fatto, le cui conseguenze potevano, tutto sommato, essere gravi, avvenne appunto nei primi giorni che seguirono il ritorno della primavera. Il 7 settembre, Cyrus Smith, osservando la cima del monte Franklin, vide fluttuare sopra il cratere un pennacchio di fumo, i cui primi vapori si innalzavano nell’aria. CAPITOLO XV I COLONI, avvertiti dall’ingegnere, avevano sospeso i lavori e osservavano in silenzio la cima del monte Franklin. Il vulcano s’era, dunque, risvegliato, e i vapori erano filtrati attraverso lo strato minerale accumulatosi nel fondo del cratere. Ma i fuochi sotterranei avrebbero provocato qualche violenta eruzione? Ecco un’eventualità impossibile a prevenirsi. Tuttavia, anche ammettendo l’ipotesi di un’eruzione, era probabile che l’isola di Lincoln, nel suo insieme, non avesse a soffrirne. Le effusioni di materie vulcaniche non sono sempre disastrose. L’isola era già stata sottoposta a simili prove, come attestavano le colate di lava, che rigavano i pendii settentrionali della montagna. Inoltre, la forma del cratere e la sua bocca dovevano far si che le materie eruttate venissero proiettate in direzione opposta alle parti fertili dell’isola. Ma il passato non vincolava, naturalmente, l’avvenire. Spesso, sulla cima dei vulcani, antichi crateri si chiudono, ma se ne aprono di nuovi. Il fatto si è prodotto in tutt’e due i mondi: sull’Etna, sul Popocatepetl, sull’Orizaba, e alla vigilia di un’eruzione, tutto si può temere. Bastava, insomma, un terremoto — fenomeno che accompagna talvolta le manifestazioni vulcaniche «perché la disposizione interna della montagna si modificasse e nuove vie si aprissero alle lave incandescenti.» Cyrus Smith spiegò queste cose ai compagni, e senza esagerare la situazione, ne fece loro conoscere il pro ed il contro. Dopo tutto, i coloni non potevano far nulla. GraniteHouse, salvo che un terremoto avesse fatto sobbalzare violentemente il suolo, non sembrava minacciata. Ma il recinto aveva tutto da temere, se qualche nuovo cratere si fosse aperto nelle pareti sud del monte Franklin. Da quel giorno, i vapori non cessarono d’impennacchiare la cima della montagna, e venne anzi constatato che crescevano d’altezza e di densità, senza che però nessuna fiamma si mescolasse nelle loro dense volute. Il fenomeno si concentrava ancora nella parte inferiore del camino centrale. Intanto, con le belle giornate, i lavori erano stati ripresi. Veniva affrettata al massimo la costruzione della nave e, per mezzo della cascata della spiaggia, Cyrus Smith riuscì a creare una segheria idraulica, che segò più rapidamente i tronchi d’albero in tavole e in travi. Il meccanismo di quest’apparecchio fu semplice, quanto quelli che funzionano nelle rustiche segherie della Norvegia. Un primo movimento orizzontale da imprimere al pezzo di legno, un secondo movimento verticale da dare alla sega, era tutto quanto si trattava d’ottenere, e l’ingegnere vi riuscì per mezzo d’una ruota, di due cilindri e di pulegge opportunamente disposte. Verso la fine di settembre, lo scheletro del bastimento, che doveva essere attrezzato a goletta, s’ergeva nel cantiere. L’ossatura era quasi interamente terminata, ed essendo le costole tenute insieme da un’invasatura provvisoria, già si potevano intuire le forme dell’imbarcazione. Quella goletta, dalla prua molto affinata, sveltissima nello stellato di poppa, sarebbe stata evidentemente adatta per una traversata abbastanza lunga, in caso di bisogno; ma l’adattamento del fasciame esterno, interno e del ponte esigeva ancora un tempo considerevole. Per fortuna, le parti in ferro del brigantino distrutto avevano potuto essere salvate dopo l’esplosione sottomarina. Dai corsi e dai braccioli spezzati Pencroff e Ayrton avevano strappato perni, caviglie e una gran quantità di chiodi di rame. Tanto di guadagnato per i fabbri, ma per i carpentieri fu un duro lavoro. I lavori di costruzione dovettero essere interrotti durante una settimana per quelli della mietitura, della fienagione e per riporre i diversi raccolti, che abbondavano sull’altipiano di Bellavista. Terminati questi lavori, tutto il tempo fu poi consacrato al compimento della goletta. Quando scendeva la notte, i lavoratori erano veramente esausti. Per non perdere tempo avevano modificato le ore dei pasti: pranzavano a mezzogiorno e cenavano solo quando la luce del giorno veniva loro a mancare. Risalivano allora a GraniteHouse e si coricavano subito. Qualche volta, però, la conversazione, quando cadeva su qualche argomento interessante, ritardava alquanto l’ora del sonno. I coloni si lasciavano andare a parlar dell’avvenire e ragionavano volentieri dei cambiamenti, che avrebbe portati alla loro situazione un viaggio della goletta alle terre più vicine. Ma fra quei progetti dominava sempre il pensiero di un ulteriore ritorno all’isola di Lincoln. Mai avrebbero abbandonato quella colonia, fondata con tante fatiche e tanto successo e alla quale le comunicazioni con l’America avrebbero dato un nuovo efficace sviluppo. Pencroff e Nab soprattutto speravano di finirvi i loro giorni. «Harbert,» diceva il marinaio «non abbandonerai mai l’isola di Lincoln?» «Mai, Pencroff, specialmente se tu decidi di restarci!» «È già deciso, figliolo mio,» rispondeva Pencroff «ti aspetterò qui! Ritornerai, conducendo la tua sposa e i tuoi bimbi e io farò di essi degli uomini arditi e valorosi!» «Siamo intesi» soggiungeva Harbert, ridendo e arrossendo. «E voi, signor Cyrus,» riprendeva Pencroff entusiasta «sarete sempre il governatore dell’isola! Quanti abitanti potrà sfamare? Diecimila, almeno!» Si parlava così, lasciando che Pencroff galoppasse con l’immaginazione e, passando da un argomento all’altro, il giornalista finiva per fondare un giornale: il «NewLincoln Herald»! Così è il cuore umano. Il bisogno di compiere un’opera duratura, che gli sopravviva, è il segno della sua superiorità su tutto il resto del mondo vivente. Questo ha dato origine alla sua supremazia e la giustifica nel mondo intero. Dopo di ciò, chissà se Jup e Top non avevano anch’essi il loro piccolo sogno avvenire? Ayrton, silenzioso, diceva fra sé che avrebbe voluto rivedere lord Glenarvan e mostrarsi a tutti, riabilitato. Una sera, il 15 ottobre, la conversazione, avviata così a formulare ipotesi, s’era protratta più del solito. Erano le nove di sera. Già lunghi sbadigli, mal dissimulati, segnavano l’ora del riposo, e Pencroff s’era appena avviato verso il suo letto, quando il campanello elettrico suonò improvvisamente nella sala. Erano tutti là. Cyrus, Gedeon Spilett, Harbert, Ayrton, Pencroff, Nab. Nessuno dei coloni si trovava dunque al recinto. Cyrus Smith si era alzato. I suoi compagni si guardavano, credendo di aver sentito male. «Che cosa vuol dire ciò?» esclamò Nab. «È il diavolo che suona? Nessuno rispose.» «Il tempo è burrascoso» fece notare Harbert. «L’influenza dell’elettricità non può?…» Harbert non finì la frase. L’ingegnere, verso il quale erano rivolti tutti gli sguardi, crollava la testa negativamente. «Aspettiamo» disse allora Gedeon Spilett. «Se è un segnale, chiunque sia che l’ha fatto, lo ripeterà.» «Ma chi volete che sia?» esclamò Nab. «Ma,» rispose Pencroff «quello che…» La frase del marinaio fu troncata da un nuovo squillo della soneria elettrica. Cyrus Smith si diresse verso l’apparecchio e lanciando la corrente attraverso il filo, rivolse questa domanda: «Che cosa volete?». Alcuni istanti dopo, l’ago, muovendosi sul quadrante alfabetico, dava agli ospiti di GraniteHouse questa risposta: «Venite in fretta al recinto.» «Finalmente» gridò Cyrus Smith. Sì! Finalmente il mistero stava per svelarsi! Di fronte all’immenso interesse che li spingeva ora al recinto, ogni stanchezza dei coloni era scomparsa, ogni bisogno di riposo era cessato. Senza aver pronunciato una parola, in pochi istanti, avevano lasciato GraniteHouse e già si trovavano sul greto. Jup e Top soli erano rimasti. Si poteva fare a meno di loro. La notte era nera. La luna, nuova proprio in quel giorno, era sparita contemporaneamente al sole. Come aveva fatto rilevare Harbert, grosse nubi tempestose formavano una volta bassa e pesante, che nascondeva ogni scintillio di stelle. Alcuni lampi di caldo, riflessi di un temporale lontano, illuminavano l’orizzonte. Era possibile che, alcune ore dopo, la folgore tuonasse sull’isola. Era una notte minacciosa. Ma l’oscurità, quantunque profonda, non poteva arrestare delle persone abituate a quella strada. Essi risalirono la riva sinistra del Mercy, raggiunsero l’altipiano, passarono il ponte del Creek Glicerina e avanzarono attraverso la foresta. Camminavano di buon passo, in preda a un’emozione vivissima. Non v’era dubbio, essi stavano per aver finalmente la tanto cercata chiave dell’enigma, il nome di quell’essere misterioso, così profondamente entrato nella loro vita, così generoso nella sua azione e così potente! Per aver sempre potuto agire al momento opportuno, bisognava che quello sconosciuto si fosse interessato della loro esistenza, che ne conoscesse i minimi particolari, che udisse tutto quel che si diceva a GraniteHouse? Ciascuno, sprofondato nelle proprie riflessioni, affrettava il passo. Sotto quella volta vegetale l’oscurità era così fonda, che non si vedeva nemmeno l’orlo della strada. Nessun rumore nella foresta. Quadrupedi e uccelli, impauriti dalla pesantezza dell’atmosfera, erano immobili e silenziosi. Nessun soffio agitava le foglie. Solamente il passo dei coloni risuonava nell’ombra, sul suolo indurito. Durante il primo quarto d’ora di marcia il silenzio non fu interrotto che da questa osservazione di Pencroff: «Avremmo dovuto prendere una lanterna. E da questa risposta dell’ingegnere:» «Ne troveremo una al recinto.» Cyrus Smith e i suoi compagni avevano lasciato GraniteHouse alle nove e dodici minuti. Alle nove e quarantasette minuti avevano superato una distanza di tre miglia, sulle cinque che separavano la foce del Mercy dallo steccato del recinto. In quel momento, grandi lampi biancastri sbocciavano nell’oscurità del cielo, allargandosi poi sull’isola e disegnando in nero le frastagliature del fogliame. Quei lampi intensi abbagliavano e accecavano. Il temporale, evidentemente, non avrebbe tardato molto a scatenarsi. I lampi divennero a poco a poco più rapidi e più luminosi. Rombi lontani brontolavano sulle misteriose regioni del cielo. L’atmosfera era soffocante. I coloni andavano, come se fossero stati spinti innanzi da qualche forza irresistibile. Alle dieci e un quarto, un vivissimo lampo mostrava loro lo steccato del recinto, e non ne avevano àncora varcato la porta, che il tuono scoppiava con formidabile violenza. Il recinto fu attraversato in un attimo e Cyrus Smith si trovò davanti all’abitazione. Poteva darsi che la casa fosse occupata dallo sconosciuto, poiché appunto dalla casa stessa il telegramma era partito. Eppure, nessuna luce rischiarava la finestra. L’ingegnere batté alla porta. Nessuna risposta. Cyrus Smith aperse la porta e i coloni entrarono nella camera, avvolta in una profonda oscurità. Un colpo di acciarino di Nab accese la lanterna, che venne adoperata per esplorare ogni angolo della stanza. Non c’era nessuno. Tutto si trovava come era stato lasciato. «Siamo forse stati tratti in inganno da un’illusione?» mormorò Cyrus Smith. No, non era possibile! Il telegramma aveva proprio detto: «Venite in fretta al recinto». I coloni s’avvicinarono alla tavola destinata al telegrafo. Tutto era a posto, la pila e la scatola che la conteneva, e così pure l’apparecchio ricevente e trasmittente. «Chi è venuto qui per ultimo?» chiese l’ingegnere. «Io, signor Smith» rispose Ayrton. «E quando?» «Quattro giorni or sono.» «Ah, uno scritto!» esclamò Harbert, mostrando una carta posata sulla tavola. Su quella carta erano scritte, in inglese, queste parole: «Seguite il nuovo filo». «In cammino!» esclamò Cyrus Smith, che comprese come il dispaccio non fosse partito dal recinto, ma dal nascondiglio misterioso, che un filo supplementare, collegato a quello vecchio, univa direttamente a GraniteHouse. Nab prese la lanterna accesa e tutti lasciarono il recinto. Il temporale si scatenava allora con estrema violenza. L’intervallo che separava ogni lampo dal colpo di tuono diminuiva sensibilmente. Il fenomeno stava per dominare il monte Franklin e l’intera isola. Alla viva luce dei bagliori intermittenti, si poteva vedere la sommità del vulcano impennacchiata di vapori. In tutto il tratto del recinto, che separava la casa dalla cinta, non esisteva alcuna comunicazione telegrafica. Ma l’ingegnere, correndo direttamente al primo palo, dopo aver varcata la porta, vide al chiarore d’un lampo che un nuovo filo ricadeva dall’isolatore fino a terra. «Eccolo!» disse. Questo filo posava per terra, ma era avvolto per tutta la sua lunghezza da una sostanza isolante, come i cavi sottomarini, il che assicurava la libera trasmissione della corrente. Dalla sua direzione, pareva cacciarsi attraverso i boschi e i contrafforti meridionali della montagna, e correva verso l’ovest. «Seguiamolo!» disse Cyrus Smith. E ora alla luce della lanterna, ora sotto i lampeggiamenti della folgore, i coloni si slanciarono sulla via tracciata dal filo. Il rombare del tuono era allora continuo, e così forte, che nessuna parola avrebbe potuto essere udita. D’altra parte, non si trattava di parlare, ma di andare avanti. Cyrus Smith e i suoi salirono prima il contrafforte tra la vallata del recinto e quella del fiume della Cascata, che guadarono nella sua parte più stretta. Il filo, ora teso sui rami più bassi degli alberi, ora svolgentesi a terra, li guidava sicuramente. L’ingegnere supponeva che quel filo si sarebbe probabilmente arrestato in fondo alla valle e che ivi si sarebbe trovato il rifugio ignorato. Ma non fu così. Bisognò risalire il contrafforte di sudovest e ridiscendere sull’arido altipiano, limitato dalla muraglia di basalti, tanto stranamente ammonticchiati. Di tanto in tanto l’uno o l’altro dei coloni si chinava, tastava il filo con la mano e, all’occorrenza, rettificava la direzione. Ma non v’era più dubbio: il filo correva direttamente al mare. Là, indubbiamente, in qualche profondità delle rocce ignee, s’internava la dimora, invano cercata fino allora. Il cielo era in fiamme. Un lampo non aspettava l’altro. Parecchi percuotevano la cima del vulcano e si precipitavano nel cratere, in mezzo al fumo denso. A momenti, si sarebbe potuto credere che il monte sprigionasse fiamme. Pochi minuti prima delle dieci, i coloni erano arrivati sull’alto orlo roccioso, che dominava l’Oceano a ovest. S’era levato il vento. La risacca muggiva cinquecento piedi più sotto. Cyrus Smith calcolò ch’egli e i suoi compagni avevano percorso la distanza di un miglio e mezzo dal recinto. A questo punto il filo penetrava in mezzo alle rocce, seguendo la china abbastanza ripida d’un burrone stretto e capricciosamente conformato. I coloni cominciarono a discendervi, a rischio di provocare qualche franamento di macigni male equilibrati e di precipitare in mare. La discesa era estremamente pericolosa, ma essi non pensavano al pericolo, non erano più padroni di sé e un’irresistibile forza li attirava verso quel punto misterioso, come la calamita attira il ferro. Così, essi discesero quasi inconsciamente quel burrone, che, anche in piena luce, sarebbe stato pressoché impraticabile. Le pietre rotolavano e splendevano come bolidi infiammati, quando attraversavano le zone di luce. Cyrus Smith era in testa al gruppo. Ayrton chiudeva la marcia. Qui, procedevano a passo a passo; là, scivolavano sulla roccia levigata; poi si riamavano e continuavano la discesa. Alla fine, il filo, formando un angolo brusco, toccò le rocce del lido, disseminato di scogli, battuto senz’altro dalle grandi maree. I coloni avevano raggiunto il limite inferiore della muraglia basaltica. Là si apriva uno stretto corridoio, che correva orizzontalmente e parallelamente al mare. Il filo lo seguiva e i coloni fecero altrettanto. Non avevano fatto cento passi, che il riparo, inclinandosi moderatamente, scese a poco a poco fino al livello stesso delle onde. L’ingegnere afferrò il filo e vide che penetrava nel mare. I suoi compagni, fermi vicino a lui, erano stupefatti. Un grido di delusione, quasi di disperazione, sfuggì loro! Bisognava, dunque, tuffarsi sott’acqua e cercarvi qualche caverna sottomarina? Nello stato di sovreccitazione morale e fisica in cui si trovavano, non avrebbero esitato a farlo. Ma una riflessione dell’ingegnere li trattenne. Cyrus Smith condusse i suoi compagni sotto un’anfrattuosita delle rocce e disse: «Aspettiamo. La marea è alta. Con la bassa marea la via sarà aperta.» «Ma che cosa v’induce a credere?…» chiese Pencroff. «Non ci avrebbe chiamati, se fosse mancato il modo per arrivare fino a lui!» Cyrus Smith aveva parlato con accento di così profonda convinzione, che gli altri non sollevarono obiezione alcuna. Del resto, la sua osservazione era logica. Bisognava ammettere che un’apertura, praticabile a bassa marea e ostruita in quel momento dal flusso, s’aprisse ai piedi della muraglia. Bisognava aspettare alcune ore. I coloni rimasero, dunque, silenziosamente rannicchiati sotto una specie di portico profondo, scavato nella roccia. La pioggia cominciava allora a cadere, e poco dopo le nubi lacerate dalla folgore si sciolsero a torrenti. Gli echi ripercuotevano il fragore del tuono con una sonorità grandiosa. L’emozione dei coloni era estrema. Mille pensieri strani, straordinari, attraversavano il loro cervello rievocavano qualche grande e sovrumana apparizione, che solo avrebbe potuto corrispondere all’idea che essi si facevano del genio misterioso dell’isola. A mezzanotte, Cyrus Smith, portando con sé la lanterna, discese sino a livello della spiaggia, allo scopo di osservare la disposizione delle rocce. La bassa marea durava già da due ore. L’ingegnere non s’era ingannato. La curva della volta d’una vasta caverna cominciava a disegnarsi al di sopra delle acque. Per di là, il filo, piegandosi ad angolo retto, penetrava nella gola spalancata. Cyrus Smith ritornò presso i compagni e disse loro semplicemente: «Fra un’ora l’apertura sarà praticabile.» «Essa esiste, dunque?» domandò Pencroff. «Ne avete dubitato?» rispose Cyrus Smith. «Ma questa caverna sarà piena d’acqua fino a una certa altezza» fece notare Harbert. «O la caverna si prosciuga completamente,» rispose Cyrus Smith «e in questo caso la percorreremo a piedi, o, se non si prosciuga, un mezzo qualunque di trasporto sarà messo a nostra disposizione.» Trascorse un’ora. Tutti discesero sotto la pioggia al livello del mare. In tre ore la marea era calata di quindici piedi. La sommità dell’arco tracciato dalla curvatura della volta sovrastava il livello dell’acqua di otto piedi almeno. Era come l’arco di un ponte, sotto cui passavano le acque schiumose. Sporgendosi, l’ingegnere vide qualcosa di nero che galleggiava alla superficie del mare e lo trasse a sé. Era una lancia, ormeggiata con una cima a qualche sporgenza interna della parete. Era di lamiera chiodata. A pagliuolo, sotto i banchi vi erano i remi. «Imbarchiamoci» disse Cyrus Smith. Un momento dopo, i coloni erano nella lancia. Nab e Ayrton s’erano messi ai remi, Pencroff al timone, Cyrus Smith a prua; la lanterna, posata a prua, illuminava la strada. La volta, dapprima bassissima, sotto la quale la lancia passò, si alzava poi bruscamente; ma l’oscurità era troppo profonda e la luce del fanale insufficiente per poter conoscere l’estensione della caverna, la sua larghezza, altezza e profondità. In mezzo a quella costruzione basaltica regnava un silenzio imponente. Nessun rumore vi penetrava dal di fuori e gli scoppi del fulmine non potevano attraversare le sue spesse pareti. Esistono in certe parti del globo di queste caverne immense, specie di cripte naturali, che datano dalle epoche geologiche. Alcune sono invase dalle acque del mare; altre contengono dei laghi interi nei loro fianchi. Come la grotta di Fingal, nell’isola di Staffa, una delle Ebridi; così le grotte di Morgat, sulla baia di Douarnenez, in Bretagna; le grotte di Bonifacio, in Corsica, quelle del LyseFjord, in Norvegia; così l’immensa caverna del Mammouth, nel Kentucky, alta cinquecento piedi e lunga più di venti miglia! In parecchi punti del globo la natura ha scavato queste cripte e le ha conservate all’ammirazione dell’uomo. La caverna che i coloni stavano esplorando s’estendeva, dunque, sino al centro dell’isola? Da un quarto d’ora la lancia avanzava, facendo delle deviazioni che l’ingegnere indicava a Pencroff con voce breve, quando, a un certo momento: «Più a dritta!» comandò Cyrus Smith. La barca, modificando la sua direzione, andò tosto a rasentare la parete di destra. L’ingegnere voleva, con ragione, accertarsi se il filo correva sempre lungo la parete stessa. Il filo era là, appeso alle sporgenze rocciose. «Avanti!» disse Cyrus Smith. E i due remi, tuffandosi nelle acque nere, spinsero innanzi l’imbarcazione. La lancia proseguì per un altro quarto d’ora e doveva aver percorso una distanza di circa mezzo miglio, quando si udì la voce di Cyrus Smith. «Fermate!» disse. La lancia si fermò e i coloni scorsero una viva luce, che illuminava l’enorme cripta, profondamente scavata nelle viscere dell’isola. Allora fu possibile esaminare quella caverna, di cui nulla aveva mai potuto far supporre l’esistenza. A un’altezza di cento piedi s’incurvava una volta, sostenuta da colonne di basalto, che sembravano essere state fuse tutte nel medesimo stampo. Spigoli irregolari, modanature capricciose spiccavano su quelle colonne, che la natura aveva erette a migliaia nelle prime epoche della formazione del globo. I tronconi di basalto, incastrati l’uno nell’altro, misuravano da quaranta a cinquanta piedi d’altezza e l’acqua, tranquilla, malgrado le agitazioni esterne, andava a bagnarne la base. Lo splendore della sorgente di luce, segnalata dall’ingegnere, investendo tutti gli spigoli prismatici e picchiettandoli di punte di fuoco, penetrava, per così dire, le pareti, come se fossero state diafane, e cambiava in tante scintillanti pietre preziose le minime sporgenze di quella costruzione. Per un fenomeno di riflessione, l’acqua riproduceva quei diversi splendori alla sua superficie, in modo che la lancia sembrava galleggiare fra due zone sfavillanti. Non era possibile sbagliarsi sulla natura dell’irradiazione proiettata dal centro luminoso, i cui raggi, netti e rettilinei, s’infrangevano contro tutti gli angoli, contro tutte le modanature della cripta. Quella luce proveniva da una sorgente elettrica, il suo colore bianco ne tradiva l’origine. Era come il sole della caverna, che ne era invasa tutta. A un segno di Cyrus Smith, i remi ricaddero, facendo zampillare una vera pioggia di scintille, e la lancia si diresse verso la sorgente luminosa, dalla quale in breve si trovò distante solo la lunghezza di una mezza gomena. In quel punto la larghezza della distesa d’acqua era di circa trecentocinquanta piedi e, al di là del centro abbagliante, si poteva scorgere un enorme muro di basalto, che chiudeva ogni apertura da quella parte. La caverna s’era, quindi, notevolmente allargata e il mare vi formava un laghetto. Ma la volta, le pareti laterali, la muraglia dell’abside, tutti quei prismi, tutti quei cilindri, tutti quei coni, erano immersi nel fluido elettrico, al punto che quello splendore pareva fosse una loro naturale emanazione e si sarebbe potuto dire che quelle pietre, sfaccettate come diamanti di gran valore, trasudavano luce! Al centro del lago, un lungo oggetto fusiforme galleggiava alla superficie delle acque, silenzioso, immobile. Lo splendore che tutto illuminava usciva dai suoi fianchi, come da due gole di forno scaldate al calore bianco. Quell’apparecchio, simile al corpo di un enorme cetaceo, era lungo duecentocinquanta piedi circa e si elevava da dieci a dodici piedi sopra il livello del mare. La lancia gli si avvicinò lentamente. A prora, Cyrus Smith s’era alzato. Guardava, in preda a violenta agitazione. Poi, tutto a un tratto, afferrando con moto convulso il giornalista per le braccia: «Ma è lui! Non può essere che lui!» esclamò «Lui!… Poi ricadde sul sedile, mormorando un nome che solo Spilett udì.» Il giornalista indubbiamente conosceva quel nome, giacché fece su di lui un effetto prodigioso, ed egli rispose con voce sorda: «Lui! Un fuori legge!» «Lui!» disse Cyrus Smith. Per ordine dell’ingegnere la lancia s’avvicinò al singolare apparecchio galleggiante, attraccandosi al fianco sinistro, dal quale usciva un fascio di luce attraverso uno spesso vetro. Cyrus Smith e i suoi compagni montarono sulla piattaforma. Un boccaporto spalancato li attendeva. Tutti si slanciarono attraverso quell’apertura. Ai piedi della scala si presentava un corridoio illuminato elettricamente. All’estremità di questo corridoio s’apriva una porta, che Cyrus Smith spinse. Una sala riccamente ornata, che i coloni attraversarono rapidamente, dava in una biblioteca, nella quale un soffitto luminoso versava un torrente di luce. In fondo alla biblioteca una grande porta, ugualmente chiusa, fu aperta dall’ingegnere. Un vasto salone, specie di museo, ov’erano accumulate, con tutti i tesori della natura minerale, opere d’arte e meraviglie dell’industria, apparve agli occhi dei coloni, che dovettero credersi trasportati, per virtù di magia, nel mondo dei sogni. Disteso su di un ricco divano, videro un uomo che non parve accorgersi della loro presenza. Allora Cyrus Smith alzò la voce e, fra la più grande sorpresa dei suoi compagni, pronunciò queste parole: «Capitano Nemo, ci avete chiamati? Siamo qui!» CAPITOLO XVI A QUELLE parole, l’uomo sdraiato si sollevò e il suo viso apparve in piena luce: testa magnifica, fronte alta, sguardo fiero, barba bianca, capigliatura abbondante e gettata all’indietro. Quell’uomo s’appoggiò con la mano sulla spalliera del divano da cui s’era appena alzato. Il suo sguardo era calmo. Si vedeva che una malattia lenta l’aveva minato a poco a poco; però la sua voce sembrò forte ancora, quando disse in inglese, e con tono ch’esprimeva un’estrema sorpresa: «Io non ho nome, signore.» «Io vi conosco!» rispose Cyrus Smith. Il capitano Nemo fissò uno sguardo ardente sull’ingegnere, come se avesse voluto annientarlo. Poi, ricadendo sui cuscini del divano: «Che cosa importa, dopo tutto,» mormorò «sto per morire! Cyrus Smith s’avvicinò al capitano Nemo e Gedeon Spilett gli prese la mano, che trovò ardente. Ayrton, Pencroff, Harbert e Nab si tenevano rispettosamente in disparte, in un angolo del magnifico salone, saturo di emanazioni elettriche.» Il capitano Nemo ritrasse tosto la sua mano e con un segno pregò l’ingegnere e il giornalista di sedersi. Tutti lo guardavano con profonda emozione. Era dunque là, dinanzi a loro, colui che essi chiamavano il «genio dell’isola», l’essere potente il cui intervento era stato, in tante circostanze, così efficace; il benefattore cui dovevano tanta riconoscenza! Innanzi ai loro occhi non c’era che un uomo, laddove Pencroff e Nab credevano di trovare quasi un dio, ed era vicino a morire! Ma come poteva Cyrus Smith conoscere il capitano Nemo? Perché questi si era così vivacemente alzato sentendo pronunciare il suo nome, che doveva credere ignorato da tutti?… Il capitano aveva ripreso posto sul divano e, appoggiato su di un braccio, guardava l’ingegnere, che gli era vicino. «Voi sapete il nome ch’io ho portato, signore?» domandò. «Lo so,» rispose Cyrus Smith «come so il nome di questo mirabile apparecchio sottomarino…» «Il Nautilus?» disse con un mezzo sorriso il capitano. «Il Nautilus.» «Ma sapete… sapete chi sono?» «Lo so.» «Eppure, già da trent’anni non ho più nessuna comunicazione col mondo abitato, già da trent’anni vivo nelle profondità del mare, il solo luogo dove io abbia trovato la libertà! Chi, dunque, ha potuto tradire il mio segreto?» «Un uomo che non aveva mai preso nessun impegno verso di voi, capitano Nemo, e che, per conseguenza, non può essere accusato di tradimento.» «Quel francese, che il caso mi gettò a bordo sedici anni or sono?» «Precisamente.» «Quell’uomo e i suoi due compagni non sono, dunque, periti nel maelström, in cui il Nautilus s’era cacciato?» «Non sono periti, ed è uscita, sotto il titolo di Ventimila leghe sotto i mari, un’opera che narra la vostra storia.» «La mia storia di alcuni mesi soltanto, signore!» rispose vivacemente il capitano. «È vero,» riprese Cyrus Smith «ma alcuni mesi di questa strana vita sono bastati a farvi conoscere…» «Come un grande colpevole, senza dubbio!» interruppe il capitano Nemo, sulle cui labbra passò un sorriso altero. «Sì, un ribelle, messo, forse, al bando dall’umanità!» L’ingegnere non rispose. «Ebbene, signore?» «Io non ho il diritto di giudicare il capitano Nemo,» rispose Cyrus Smith» almeno per quél che riguarda la sua vita passata. Ignoro, come tutti,» quali siano stati i moventi di questa sua strana esistenza e non posso giudicare gli effetti senza conoscere le cause; ma so soltanto che una mano benefica s’è costantemente tesa su di noi dal nostro arrivo all’isola di Lincoln; so che noi tutti dobbiamo la vita a un essere buono, generoso, potente, e che questo essere potente, generoso e buono siete voi, capitano Nemo! «Sono io» rispose semplicemente il capitano. L’ingegnere e il giornalista s’erano alzati. 1 loro compagni s’erano avvicinati e la riconoscenza che traboccava dai loro cuori stava per manifestarsi con i gesti, con le parole… Ma il capitano Nemo li trattenne con un gesto, e con voce certamente più commossa di quanto avrebbe voluto: «Quando mi avrete udito» disse. (Nota: La storia del capitano Nemo è stata pubblicata col titolo di Ventimila leghe sotto i mari. Vale qui la stessa osservazione che abbiamo fatta sulle avventure di Ayrton riguardo alla discordanza di alcune date. Preghiamo il lettore di rileggere la nota pubblicata in proposito a pag. 305. (Avvertenza dell’Editore all’edizione originale francese). Fine nota) E il capitano, in poche frasi concise e affrettate, fece conoscere tutta la sua vita. La narrazione fu breve e, ciò nonostante, dovette concentrare in sé tutto quel che gli rimaneva d’energia per giungere alla fine. Si vedeva che lottava contro una straordinaria debolezza. Più volte Cyrus Smith lo pregò di riposarsi, ma egli scrollò il capo da uomo a cui il domani più non appartiene e quando il cronista gli offrì le sue cure: «È inutile,» rispose «le mie ore sono contate.» Il capitano Nemo era un indiano, il principe Dakkar, figlio d’un ragià del territorio allora indipendente del Bundelkund e nipote dell’eroe dell’India, Tippo Saib. Suo padre, all’età di dieci anni, lo mandò in Europa, perché vi ricevesse un’educazione completa e con la segreta speranza che potesse un giorno lottare, ad armi eguali, contro coloro ch’egli considerava come gli oppressori del proprio Paese. Dai dieci ai trent’anni, il principe Dakkar, dotato di un’anima superiore, grande di cuore e d’intelletto, si formò una vastissima, completa cultura e nelle scienze, nelle lettere, nelle arti spinse i suoi studi molto in alto e lontano. Il principe Dakkar viaggiò per tutta l’Europa. La nobiltà delle sue origini e la sua ricchezza lo facevano ricercare da tutti, ma le seduzioni del mondo non l’attirarono mai. Giovane e bello, egli rimase serio, malinconico, divorato dalla sete del sapere, ed esacerbato da un implacabile risentimento. Il principe Dakkar odiava. Odiava il solo Paese in cui non aveva mai voluto metter piede, la sola nazione di cui rifiutò costantemente le profferte: odiava l’Inghilterra e tanto più l’odiava in quanto, sotto certi aspetti, era costretto ad ammirarla. Gli è che quest’indiano riassumeva in sé tutti i fieri rancori del vinto contro il vincitore. L’invasore non aveva potuto trovar grazia presso l’invaso. Il figlio d’uno di quei sovrani, di cui il Regno Unito ha potuto assicurarsi soltanto nominalmente la soggezione, questo principe, della famiglia di Tippo Saib, allevato nelle idee di rivendicazione e di vendetta, innamorato del suo poetico Paese, gravato di catene inglesi, non volle mai posare il piede sulla terra, per lui maledetta, alla quale l’India doveva il suo servaggio. Il principe Dakkar divenne un artista, che le meraviglie dell’arte impressionavano nobilmente, uno scienziato cui nulla delle più ardue scienze era estraneo, un uomo di Stato formatosi alla scuola dei governi europei. Agli occhi di chi l’osservava superficialmente, egli passava forse per uno di quei cosmopoliti, curiosi di sapere, ma noncuranti d’agire; per uno di quegli opulenti viaggiatori, spiriti fieri e platonici, che corrono instancabilmente il mondo e non sono di nessun paese. Non era così. Questo artista, questo scienziato, quest’uomo, era rimasto indiano nel cuore, indiano nel desiderio di vendetta, indiano nella speranza, che nutriva di poter un giorno rivendicare i diritti del suo Paese, di scacciarne lo straniero, di rendere all’India l’indipendenza. Il principe Dakkar ritornò a Bundelkund nell’anno 1849. Si sposò con una nobile indiana, il cui cuore sanguinava come il suo per le sventure della patria. Ne ebbe due bambini, che amava teneramente. Ma la felicità domestica non poteva fargli dimenticare la schiavitù dell’India. Egli aspettava un’occasione. E questa si presentò. Forse il giogo inglese s’era troppo pesantemente abbattuto sulle popolazioni indù. Il principe Dakkar raccolse e fece sua la voce degli scontenti. Infuse nella loro anima tutto l’odio che egli provava contro lo straniero. Percorse non solo le contrade ancora indipendenti della penisola indiana, ma anche le regioni direttamente sottoposte all’amministrazione inglese. Rievocò i gloriosi tempi di Tippo Saib, morto eroicamente a Seringapatam, difendendo la patria. E nel 1857 scoppiò la grande rivolta dei sipoy. Il principe Dakkar ne fu l’anima. Egli organizzò l’immensa sollevazione. Mise la sua cultura e le sue ricchezze al servizio di quella causa. E pagò di persona; si batté in prima fila; arrischiò la vita come il più umile di quegli eroi che s’erano sollevati per riscattare il proprio Paese; fu ferito dieci volte in venti scontri, e ciò nonostante, quando gli ultimi soldati dell’indipendenza caddero sotto i proiettili inglesi, non aveva ancora potuto trovare la morte tanto cercata. Mai la potenza britannica in India corse più serio pericolo; se, come avevano sperato, i soldati indiani avessero ricevuto aiuti dal di fuori, probabilmente sarebbe stata finita, in Asia, per l’influenza e la dominazione del Regno Unito. Il nome del principe Dakkar fu illustre a quei tempi. L’eroe che lo portava non si nascose e lottò apertamente. Fu messa una taglia sulla sua testa, e poiché non si trovò un traditore che la desse nelle mani al nemico, suo padre, sua madre, sua moglie, i suoi figli pagarono per lui, prima ancora ch’egli potesse conoscere i pericoli che correvano per causa sua… Una volta ancora il diritto era caduto di fronte alla forza. Ma la civiltà non indietreggia mai e sembra prendere a prestito tutti i diritti dalla necessità. I sipoy furono vinti e il Paese degli antichi ragià ricadde sotto la dominazione, ancora più dura, dell’Inghilterra. Il principe Dakkar, che non aveva potuto morire, ritornò fra le montagne del Bundelkund. Colà, solo ormai, preso da un immenso disgusto contro tutto ciò che portava nome umano, provando odio e orrore per il mondo civile, volendo fuggirlo per sempre, riunì i resti della sua fortuna, raccolse una ventina dei suoi fedeli compagni e un giorno tutti scomparvero. Dove era, dunque, andato il principe Dakkar a cercare la libertà che la terra abitata gli rifiutava? Sott’acqua, nella profondità dei mari, ove nessuno poteva seguirlo. All’uomo di guerra si sostituì lo scienziato. In un’isola deserta del Pacifico impiantò i suoi cantieri, e là, con i suoi piani, venne costruita una nave sottomarina. L’elettricità, della quale, mediante mezzi che saranno un giorno conosciuti, egli aveva saputo utilizzare l’incommensurabile forza meccanica e che attingeva a inesauribili fonti, fu impiegata in tutte le necessità del suo apparecchio galleggiante, come forza motrice, forza illuminante, forza calorifica. Il mare, con i suoi infiniti tesori, le sue miriadi di pesci, le sue raccolte di alghe e di sargassi, i suoi enormi mammiferi e non soltanto con tutto quello che la natura vi prodigava, ma anche con tutto quello che gli uomini vi avevano perduto, bastò ampiamente ai bisogni del principe e del suo equipaggio; e questo costituì il soddisfacimento pieno del suo più vivo desiderio, poiché egli non voleva avere più nessuna comunicazione con la terra. Chiamò il suo apparecchio sottomarino Nautilus, prese il nome di capitano Nemo e scomparve sotto i mari. Nel corso di vari anni il capitano navigò per tutti gli oceani, da un polo all’altro. Paria dell’universo abitato, raccolse in quei mondi sconosciuti tesori ammirevoli. I milioni perduti nella baia di Vigo nel 1702 dai galeoni spagnoli gli fornirono una miniera inesauribile di ricchezze, di cui dispose sempre, e sempre anonimamente, a favore dei popoli che si battevano per l’indipendenza del loro Paese. (Nota: Si tratta della sollevazione di Candia che il capitano Nemo aiutò per l’appunto in queste condizioni. Fine nota) Già da gran tempo egli non aveva più alcuna comunicazione con i suoi simili, quando, nella notte del 6 novembre 1866, tre uomini furono raccolti a bordo del Nautilus. Erano un professore francese, il suo domestico e un pescatore canadese. Questi tre uomini erano finiti in mare durante un urto avvenuto fra il Nautilus e la fregata degli Stati Uniti Abraham Lincoln, che gli dava la caccia. Il capitano Nemo seppe da quel professore che il Nautilus, preso ora per un mammifero gigante della famiglia dei cetacei, ora per un’imbarcazione sottomarina, racchiudente un equipaggio di pirati, era inseguito su tutti i mari. Il capitano Nemo avrebbe potuto restituire all’oceano quei tre uomini, che il caso gettava, così, attraverso la sua misteriosa esistenza. Non lo fece; li tenne invece prigionieri; perciò, durante sette mesi, essi poterono contemplare tutte le meraviglie di un viaggio, che continuò per ventimila leghe sotto i mari. Un giorno, il 22 giugno 1867, quei tre uomini, che nulla sapevano del passato del capitano Nemo, riuscirono a fuggire, dopo essersi impadroniti del canotto del Nautilus. Ma siccome in quel momento il Nautilus era trascinato sulle coste della Norvegia, nei turbini del maelström, il capitano credette che i fuggitivi, travolti in quegli spaventevoli gorghi, avessero trovato la morte in fondo all’abisso. Ignorava, dunque, che il francese e i suoi due compagni fossero stati miracolosamente gettati sulla costa, che dei pescatori delle isole Lofoten li avessero raccolti e che il professore, al suo ritorno in Francia, avesse pubblicato l’opera in cui sette mesi della strana e avventurosa navigazione del Nautilus erano raccontati e offerti in pasto alla curiosità pubblica. Per lungo tempo ancora, il capitano Nemo continuò a vivere così, correndo i mari. Ma a poco a poco i suoi compagni morirono e andarono a riposare nel loro cimitero di corallo, in fondo al Pacifico. Il vuoto si fece sul Nautilus e alla fine il capitano Nemo rimase il solo, di quanti si erano rifugiati con lui nelle profondità dell’oceano. Il capitano Nemo aveva allora sessant’anni. Quando fu solo, ricondusse il suo Nautilus verso uno dei porti sottomarini, che gli servivano talvolta da ridosso e da scalo. Uno di quei porti era sotto l’isola di Lincoln, ed era appunto quello che dava in quel momento asilo al Nautilus. Da sei anni il capitano era là, non navigava più, ma aspettava la morte, vale a dire il momento in cui si sarebbe riunito ai suoi compagni, quando il caso lo fece assistere alla caduta del pallone, che portava i prigionieri dei sudisti. Rivestito del suo scafandro, passeggiava sotto le acque, alla distanza di alcune gomene dal lido, allorché l’ingegnere fu precipitato in mare. Un generoso impulso del cuore trascinò il capitano… e salvò Cyrus Smith. A tutta prima volle fuggire lontano da quei cinque naufraghi, ma il suo porto di rifugio era chiuso e, in seguito a un sollevamento prodotto nel basalto sotto l’influenza di azioni vulcaniche, egli non poteva più varcare l’entrata della cripta. Dove c’era ancora abbastanza acqua per una leggera imbarcazione, non ce n’era più abbastanza per il Nautilus, il cui pescaggio era relativamente notevole. Il capitano Nemo, quindi, rimase; poi osservò quegli uomini gettati, privi di tutto, su di un’isola deserta, ma non volle essere veduto. A poco a poco, quando li vide onesti, energici, uniti gli uni agli altri da un’amicizia fraterna, s’interessò ai loro sforzi. Così, suo malgrado, penetrò anche tutti i segreti della loro esistenza. Per mezzo dello scafandro, gli era facile arrivare in fondo al pozzo interno di GraniteHouse, e salendo su per le sporgenze della roccia fino alla sua apertura superiore, udiva i coloni raccontare il passato, studiare il presente e l’avvenire. Seppe da essi l’immenso sforzo dell’America contro l’America stessa, per abolire la schiavitù. Sì! quegli uomini erano degni di riconciliare il capitano Nemo con quell’umanità ch’essi rappresentavano tanto onestamente nell’isola! Il capitano Nemo aveva salvato Cyrus Smith. Fu ancora lui che condusse il cane ai Camini, che rigettò Top dalle acque del lago, che fece arenare alla punta del Relitto la cassa contenente tanti oggetti utili per i coloni, che rimandò il canotto lungo la corrente del Mercy, che gettò la corda dall’alto di GraniteHouse in occasione dell’attacco delle scimmie, che fece conoscere la presenza di Ayrton all’isola di Tabor per mezzo del documento rinchiuso nella bottiglia, che fece saltare il brigantino con una torpedine messa in fondo al canale, che salvò Harbert da sicura morte provvedendo il solfato di chinino; lui, infine, che fulminò i pirati con quei proiettili elettrici di cui aveva il segreto e che usava nelle sue cacce sottomarine. Così si spiegavano tanti incidenti che dovevano sembrare soprannaturali e che attestavano la generosità e la potenza del capitano. Malgrado tutto, questo grande misantropo aveva sete di bene. Gli rimaneva da dare ai suoi protetti degli utili consigli, e, d’altra parte, sentendo battere il proprio cuore, restituito a se stesso dall’avvicinarsi della morte, egli chiamò, com’è noto, i coloni di GraniteHouse per mezzo d’un filo, mediante il quale allacciò il recinto al Nautilus, ch’era munito d’un apparecchio telegrafico. Forse non l’avrebbe fatto, se avesse saputo che Cyrus Smith conosceva abbastanza la sua storia per salutarlo con il nome di Nemo. Il capitano aveva finito il racconto della sua vita. Cyrus Smith allora prese la parola; ricordò tutti gli eventi che avevano esercitato sulla colonia una si provvida influenza, e per sé e a nome dei compagni, ringraziò l’essere generoso cui dovevano tanto. Ma il capitano Nemo non pensava a chiedere il premio dei servigi resi. Un ultimo pensiero agitava il suo spirito, e prima di stringere la mano che l’ingegnere gli porgeva: «Adesso, signore,» disse «adesso che conoscete la mia vita, giudicatela!» Così parlando, il capitano alludeva evidentemente a un grave incidente, di cui i tre stranieri gettati a bordo del Nautilus erano stati testimoni, incidente che il professore francese aveva necessariamente raccontato nel suo libro e la cui impressione sull’opinione pubblica doveva essere stata terribile. Infatti, pochi giorni prima della fuga del professore e dei suoi compagni, il Nautilus, inseguito da una fregata nell’Atlantico del nord, s’era precipitato come un ariete su di essa e l’aveva affondata senza pietà. Cyrus Smith comprese l’allusione e tacque. «Era una fregata inglese, signore,» esclamò il capitano Nemo, ridiventato per un istante il principe Dakkar «una fregata inglese, capite! Essa m’attaccava! Ero chiuso in una baia stretta e poco profonda, dovevo passare e… sono passato!» Poi, con voce più calma: «Ero nella giustizia e nel diritto» soggiunse. «Ho fatto ovunque il bene che ho potuto e anche il male che ho dovuto. La giustizia non è sempre nel perdono!» Seguirono alcuni istanti di silenzio, poi il capitano Nemo pronunciò di nuovo questa frase: «Che cosa pensate di me, signori?» Cyrus Smith tese la mano al capitano e rispose con voce grave: «Capitano, il vostro torto è d’aver creduto che si potesse resuscitare il passato; avete lottato contro il progresso inevitabile. Fu uno di quegli errori che alcuni ammirano, e altri biasimano, ma di cui Dio solo è giudice e che la ragione umana deve assolvere. Colui che s’inganna ma con un’intenzione che crede buona, si può combattere, ma non si cessa di stimarlo. Il vostro errore è di quelli che costringono all’ammirazione e il vostro nome non ha da temere il giudizio della storia. Essa ama le follie eroiche, pur condannandone i risultati.» Il petto del capitano Nemo si sollevò ed egli tese la mano verso il cielo. «Ho avuto torto o ragione?» mormorò. Cyrus Smith riprese: «Tutte le grandi azioni risalgono a Dio, giacché vengono da lui! Capitano Nemo, i galantuomini che vi stanno dinanzi, e che voi avete soccorsi, vi piangeranno sempre!» Harbert s’era avvicinato al capitano. Il giovinetto s’inginocchiò, gli prese la mano e gliela baciò. Una lacrima scese dagli occhi del morente. «Figlio mio,» diss’egli «sii benedetto!…» CAPITOLO XVII ERA SORTO il giorno. Nessun raggio luminoso penetrava in quella cripta profonda. La marea, alta in quel momento, ne ostruiva l’apertura. Ma la luce artificiale, che si sprigionava in lunghi fasci attraverso le pareti del Nautilus, non s’era affievolita e la distesa d’acqua risplendeva sempre intorno all’apparecchio galleggiante. Un’estrema stanchezza abbatteva allora il capitano Nemo, ch’era ricaduto sul divano. Non si poteva pensare di trasportarlo a GraniteHouse, perché egli aveva manifestato la volontà di rimanere in mezzo alle meraviglie del Nautilus, che non si sarebbero potute acquistar con milioni, e di aspettarvi una morte, che non poteva tardare. Durante una prostrazione assai lunga, che lo ridusse quasi fuori di conoscenza, Cyrus Smith e Gedeon Spilett osservarono attentamente lo stato del malato. Era evidente che il capitano si spegneva a poco a poco. Le forze stavano per mancare a quel corpo un tempo così robusto, e ora fragile involucro di un’anima che stava per involarsi. Tutta la vita era concentrata nel cuore e nella testa. L’ingegnere e il giornalista si erano consultati a bassa voce. C’era qualche cura da prodigare a quel morente? Era possibile, se non salvarlo, almeno prolungarne per alcuni giorni la vita? Egli stesso aveva detto che non c’era alcun rimedio e attendeva tranquillamente la morte, che non temeva. «Non possiamo far nulla» disse Gedeon Spilett. «Ma di che cosa muore?» domandò Pencroff. «Si spegne» rispose il cronista. «Tuttavia,» riprese il marinaio «se lo trasportassimo all’aria aperta, in pieno sole, forse si rianimerebbe?» «No, Pencroff,» rispose l’ingegnere «non possiamo tentare nulla! D’altra parte, il capitano Nemo non acconsentirebbe ad abbandonare il suo Nautilus. Da trent’anni vive sul Nautilus e sul Nautilus egli vuole morire.» Indubbiamente il capitano Nemo udì la risposta di Cyrus Smith, perché si sollevò un poco e con voce debolissima, ma ancora intelligibile: «Avete ragione, signore» disse. «Io devo e voglio morire qui. Anzi, ho qualcosa da chiedervi.» Cyrus Smith e i suoi compagni si avvicinarono di nuovo al divano e ne disposero i cuscini in modo che il morente fosse meglio appoggiato. Si poté allora vedere il suo sguardo fermarsi su tutte le meraviglie di quel salone, illuminato dai raggi elettrici, che filtravano dagli arabeschi d’un soffitto luminoso. Guardò, l’uno dopo l’altro, i quadri appesi alle splendide tappezzerie delle pareti, quei capolavori dei maestri italiani, fiamminghi, francesi e spagnoli; le riproduzioni scultoree in marmo e in bronzo, che si ergevano sui loro piedestalli; l’organo magnifico, addossato alla paratia di poppa; poi le vetrine disposte attorno a una vasca centrale, nella quale facevano splendida mostra i più ammirevoli prodotti del mare, piante marine, zoofiti, collane di perle d’inestimabile valore e, alla fine, i suoi occhi si fermarono sul motto scritto sul frontone di quel museo, il motto del Nautilus: Mobilis in mobili. Sembrava che il moribondo volesse un’ultima volta accarezzare con lo sguardo quei capolavori dell’arte e della natura, che avevano formato il suo limitato orizzonte, durante un soggiorno di tanti anni, negli abissi marini! Cyrus Smith aveva rispettato il silenzio del capitano Nemo. Ora aspettava che il morente riprendesse la parola. Dopo alcuni minuti, durante i quali aveva indubbiamente visto passare davanti a sé la sua vita intera, il capitano Nemo si volse ai coloni e disse loro: «Credete, signori, di dovermi un po’ di riconoscenza?…» «Capitano, daremmo la nostra vita per prolungare la vostra!» «Bene!» riprese il capitano Nemo «bene!… Promettetemi d’eseguire le mie ultime volontà, e io sarò compensato di tutto quanto ho fatto per voi.» «Ve lo promettiamo» rispose Cyrus Smith. E con questa promessa egli impegnava i suoi compagni e sé. «Signori,» riprese il capitano «domani sarò morto.» E fermò con un gesto Harbert, che avrebbe voluto protestare. «Domani sarò morto e desidero non avere altra tomba che il Nautilus. È la mia bara! Tutti i miei amici riposano in fondo al mare, e anch’io voglio riposare laggiù.» Un silenzio profondo accolse queste parole del capitano Nemo. «Ascoltatemi bene, signori» riprese. «Il Nautilus è imprigionato in questa grotta, il cui ingresso s’è sollevato. Ma, se non può abbandonare la sua prigione, può per lo meno sprofondarsi nell’abisso, ch’essa ricopre, e custodirvi la mia spoglia mortale.» I coloni ascoltavano religiosamente le parole del morente. «Domani, dopo la mia morte, signor Smith,» riprese il capitano «voi e i vostri compagni abbandonerete il Nautilus, giacché tutte le ricchezze ch’esso contiene devono sparire con me. Un solo ricordo vi rimarrà del principe Dakkar, di cui voi sapete adesso la storia. Quel cofanetto… là… racchiude diamanti per parecchi milioni, per la maggior parte ricordi del tempo in cui, sposo e padre, ho quasi creduto alla felicità, e una collezione di perle raccolte dai miei amici e da me nel fondo dei mari. Con questo tesoro potrete fare, un giorno, delle opere buone. In mani come le vostre e in quelle dei vostri compagni, signor Smith, il denaro non può essere un pericolo. Io sarò dunque, di lassù, associato alle vostre opere, e non dubito che saranno ottime!» Dopo alcuni istanti di riposo, reso necessario dalla sua estrema debolezza, il capitano Nemo riprese in questi termini: «Domani prenderete quel cofanetto e abbandonerete questa sala, di cui chiuderete la porta; poi, risalirete sulla piattaforma del Nautilus, di cui abbasserete il portello, che fisserete per mezzo delle sue chiavarde.» «Lo faremo, capitano» rispose Cyrus Smith. «Bene. Vi imbarcherete poi sulla lancia che vi ha condotti. Ma prima d’abbandonare il Nautilus, andate a poppa e là aprite due grosse valvole, che si trovano sulla linea di galleggiamento. L’acqua penetrerà nelle casse e il Nautilus s’immergerà a poco a poco per andare ad adagiarsi sul fondo dell’abisso.» E vedendo Cyrus Smith fare un gesto, il capitano soggiunse: «Non abbiate alcun timore! Non seppellirete che un morto!» Né Cyrus Smith, né alcuno dei suoi compagni credettero di dover muovere qualche obiezione al capitano Nemo. Egli trasmetteva loro le sue ultime volontà, ed essi non avevano che da eseguirle. «Ho la vostra promessa, signori?» aggiunse il capitano Nemo. «L’avete, capitano» rispose l’ingegnere. Il capitano fece un segno di ringraziamento e pregò i coloni di lasciarlo solo per alcune ore. Gedeon Spilett insistette per rimanere presso di lui, nel caso che sopraggiungesse una crisi, ma il morente rifiutò, dicendo: «Vivrò fino a domani, signore!» Tutti lasciarono il salone, attraversarono la biblioteca e la sala da pranzo, e giunsero a prua, nel locale delle macchine, dov’erano installati gli apparecchi elettrici che, oltre al calore e alla luce, fornivano al Nautilus la forza meccanica. Il Nautilus era un capolavoro, che conteneva dei capolavori, e l’ingegnere ne fu meravigliato. I coloni salirono sulla piattaforma, che emergeva di sette od otto piedi sull’acqua. Là essi si distesero presso una spessa lastra di vetro lenticolare, che otturava una specie di grosso occhio, dal quale scaturiva un fascio di luce. Dietro quest’occhio si scorgeva una cabina, che conteneva le ruote del timone e nella quale stava il timoniere quando dirigeva il Nautilus attraverso gli strati liquidi, che i raggi elettrici dovevano rischiarare per una notevole distanza. Cyrus Smith e i suoi compagni rimasero in silenzio, vivamente impressionati da ciò che avevano veduto e sentito, e il loro cuore si stringeva pensando che l’uomo che li aveva tante volte soccorsi, il protettore che avevano conosciuto da poche ore appena, era sulle soglie della morte! Qualunque giudizio la posterità avesse pronunciato sugli atti di quell’esistenza, per così dire sovrumana, il principe Dakkar sarebbe rimasto sempre una di quelle straordinarie figure di cui non può cancellarsi il ricordo. «Ecco un uomo!» disse Pencroff. «Si può credere che un uomo simile abbia vissuto così in fondo all’oceano? E dire che, forse, egli non ci ha trovato maggior tranquillità che altrove!» «Il Nautilus,» fece allora osservare Ayrton «avrebbe forse potuto servirci a lasciare l’isola di Lincoln e a raggiungere qualche terra abitata.» «Per mille diavoli!» esclamò Pencroff «io di certo non mi arrischierei a governare una simile nave. Correre sui mari, sta bene! ma sotto i mari, no davvero!» «Credo» rispose il giornalista «che la manovra d’un apparecchio sottomarino come il Nautilus debba essere facilissima, Pencroff, e che faremmo presto a impratichircene. Non tempeste, non abbordi da temere. A pochi piedi sotto la superficie, le acque del mare sono calme come un lago.» «Possibilissimo!» ribatté il marinaio «ma preferisco una bella burrasca a bordo d’una nave bene attrezzata. Un bastimento è fatto per andare sopra l’acqua e non sotto!» «Amici,» rispose l’ingegnere «è inutile, almeno per quanto concerne il Nautilus, discutere il problema dei sottomarini. Il Nautilus non è nostro e noi non abbiamo il diritto di disporne. D’altra parte, esso non potrebbe servirci in alcun caso. Oltre a non poter più uscire da questa caverna, il cui ingresso è ora chiuso da un sollevamento delle rocce basaltiche, il capitano Nemo vuole ch’esso s’inabissi con lui dopo la sua morte. La sua volontà è formale e noi l’eseguiremo.» Cyrus Smith e i suoi compagni, dopo una conversazione che si prolungò per qualche tempo ancora, ridiscesero nell’interno del Nautilus. Presero qualche cibo, poi rientrarono nel salone. Il capitano Nemo era rinvenuto dalla prostrazione che l’aveva precedentemente abbattuto e i suoi occhi avevano ripreso il loro splendore. Si vedeva come un sorriso spuntar sulle sue labbra. I coloni gli si avvicinarono. «Signori,» disse loro il capitano «voi siete degli uomini coraggiosi, onesti e buoni. Vi siete tutti votati interamente al bene comune. Vi ho spesso osservati, e vi amo, vi amo!… La vostra mano, signor Smith!» Cyrus Smith porse la mano al capitano, che la strinse affettuosamente. «Questo fa bene!» mormorò. Poi riprese: ^ «Ma basta parlare di me! Devo parlarvi di voi stessi e dell’isola di Lincoln, sulla quale avete trovato asilo… Avete intenzione di abbandonarla?» «Per ritornarvi, però, capitano!» rispose vivacemente Pencroff. «Ritornarvi?… Infatti, Pencroff,» rispose il capitano sorridendo «so quanto amate quest’isola. Essa s’è modificata mercé le vostre fatiche ed è ben vostra!» «Il nostro disegno, capitano,» disse allora Cyrus Smith «sarebbe di offrirla agli Stati Uniti e di fondarvi, per la nostra marina, uno scalo, che sarebbe felicemente situato in questa parte del Pacifico.» «Voi pensate al vostro Paese, signori!» rispose il capitano. «Lavorate per la sua prosperità, per la sua gloria. Avete ragione. La patria!… Là bisogna ritornare! Là si deve morire!… E io, io muoio lontano da tutto quello che ho amato!» «Avreste qualche ultima volontà da esprimere?» disse calorosamente l’ingegnere «qualche ricordo da recare agli amici, che avete dovuto lasciare nelle montagne dell’India?» «No, signor Smith. Non ho più amici. Sono l’ultimo della mia razza… e sono morto da un pezzo, per tutti coloro che ho conosciuto… Ma ritorniamo a voi. La solitudine, l’isolamento sono cose tristi, al di sopra delle forze umane… Io muoio per aver creduto di poter vivere solo!… Voi dovete, dunque, tentare di tutto per lasciare l’isola di Lincoln e per rivedere la terra ove siete nati. So che quei miserabili hanno distrutto l’imbarcazione che avevate costruita…» «Adesso stiamo costruendo una nave,» disse Gedeon Spilett «una nave abbastanza grande per trasportarci fino alle terre più vicine; ma se anche riusciamo, presto o tardi, a lasciarla, ritorneremo all’isola di Lincoln. Troppi ricordi ci avvincono a essa, perché possiamo dimenticarla!» «Qui abbiamo conosciuto il capitano Nemo» disse Cyrus Smith. «Soltanto qui ritroveremo tutto intero il vostro ricordo!» aggiunse Harbert. «E qui io riposerò nell’eterno sonno, se…» rispose il capitano. Esitò e, invece di finire la frase, si limitò a dire: «Signor Smith, vorrei parlare… a voi solo!» I compagni dell’ingegnere, rispettando il desiderio del moribondo, si ritirarono. Cyrus Smith rimase soltanto pochi minuti con il capitano Nemo e tosto richiamò i suoi amici, ma nulla disse loro dei segreti che il morente aveva voluto confidargli. Gedeon Spilett osservò allora il malato con attenzione estrema. Era evidente che il capitano non era più sostenuto che da una grande energia morale e che tra poco non avrebbe potuto più reagire al suo indebolimento fisico. La giornata finì senza che alcun cambiamento si manifestasse. I coloni non lasciarono un istante il Nautilus. Era sopraggiunta la notte, benché in quella cripta fosse impossibile accorgersene. Il capitano Nemo non soffriva, ma veniva meno. Il suo nobile volto, reso pallido dall’avvicinarsi della morte, era calmo. Dalle sue labbra sfuggivano talvolta parole quasi inafferrabili, che si riferivano a diversi eventi della sua strana esistenza. Si sentiva che la vita si ritraeva a poco a poco da quel corpo, le cui estremità erano già fredde. Una o due volte ancora egli rivolse la parola ai coloni disposti intorno a lui e sorrise loro con quel sorriso estremo proprio dei morenti, che continua anche quando la morte è sopraggiunta. Poco dopo mezzanotte, il capitano Nemo fece un movimento supremo e riuscì a incrociare le braccia sul petto, come se avesse voluto morire in quell’atteggiamento. Verso l’una del mattino tutta la sua vita s’era unicamente rifugiata nello sguardo. Un ultimo fuoco brillò in quella pupilla, da cui un tempo tante fiamme erano scaturite. Poi, mormorando queste parole: «Dio e Patria!» spirò dolcemente. Allora Cyrus Smith, inchinandosi, chiuse gli occhi di colui ch’era stato il principe Dakkar e che non era nemmeno più il capitano Nemo. Harbert e Pencroff piangevano. Ayrton s’asciugava una lacrima furtivamente. Nab era inginocchiato vicino al giornalista, mutato in statua. Cyrus Smith, levando una mano sopra il capo del morto: «Che Dio abbia l’anima sua!» disse. E voltandosi verso i suoi amici, soggiunse: «Preghiamo per colui che abbiamo perduto!» Alcune ore dopo, i coloni mantenevano la promessa fatta al capitano, mettendo in esecuzione le sue ultime volontà. Cyrus Smith e i compagni abbandonarono il Nautilus, portando via l’unico ricordo ch’era stato a essi legato dal loro benefattore, quel cofanetto che racchiudeva tante fortune. Il meraviglioso salone, sempre inondato di luce, era stato chiuso accuratamente. Quindi, il portello di lamiera del boccaporto fu inchiavardato, in modo che nemmeno una goccia d’acqua potesse penetrare all’interno del Nautilus. Poi, i coloni discesero nella lancia ch’era attraccata al fianco della nave sottomarina. La lancia fu condotta a poppa. Là, sulla linea di galleggiamento, s’aprivano due grosse valvole, ch’erano in comunicazione con le casse destinate a determinare l’immersione dell’apparecchio. Le valvole furono aperte, le casse si empirono e il Nautilus, immergendosi a poco a poco, scomparve sotto la liquida distesa. Però i coloni poterono seguirlo ancora attraverso gli strati subacquei. La sua luce possente rischiarava le acque trasparenti, mentre la cripta ridiventava oscura. Poi, quella vasta sorgente d’emanazioni elettriche alla fine si spense e poco dopo il Nautilus, divenuto la bara del capitano Nemo, giaceva in fondo al mare. CAPITOLO XVIII ALLO SPUNTAR del giorno, i coloni avevano di nuovo raggiunto, in silenzio, l’ingresso della caverna, cui diedero il nome di «cripta Dakkar», in memoria del capitano Nemo. La marea era bassa ed essi poterono agevolmente passare sotto l’arcata, la cui base era battuta dal flusso. La lancia in ferro fu lasciata in questo luogo sicuro, opportunamente al riparo, e per maggior precauzione Pencroff, Nab e Ayrton la alarono sul piccolo greto, confinante con uno dei lati della grotta, in un luogo ove non correva nessun pericolo. L’uragano era cessato con la notte. Gli ultimi rombi del tuono s’allontanavano spegnendosi verso ovest. Non pioveva più, ma il cielo era ancora carico di nubi. Insomma, questo mese d’ottobre, inizio della primavera australe, non si presentava sotto i migliori auspici e il vento aveva tendenza a saltare da un quadrante all’altro, e non permetteva di fare assegnamento su di un tempo stabile. Cyrus Smith e i compagni, lasciando la cripta Dakkar, avevano ripreso la via del recinto. Cammin facendo, Nab e Harbert ebbero cura di staccare il filo teso dal capitano tra il recinto e la cripta, perché avrebbe potuto essere utilizzato. Camminando, i coloni parlavano poco. I diversi avvenimenti della notte dal 15 al 16 ottobre li avevano vivamente impressionati. Lo sconosciuto che li aveva sino allora così efficacemente protetti, l’uomo che la loro immaginazione elevava a genio, il capitano Nemo, non era più. Il suo Nautilus e lui erano sepolti in fondo a un abisso. Sembrava a ciascuno che il loro isolamento fosse maggiore di prima. S’erano, per così dire, abituati a contare su quel potente intervento, che ormai mancava loro per sempre. Gedeon Spilett e lo stesso Cyrus Smith non potevano sottrarsi a quell’impressione. Perciò mentre andavano lungo la strada del recinto, tutti serbavano il più profondo silenzio. Verso le nove della mattina, i coloni erano rientrati a GraniteHouse. Era stato convenuto che la costruzione della nave sarebbe stata attivamente sollecitata, e Cyrus Smith le dedicò più che mai il suo tempo e le sue cure. Non si poteva sapere quel che riservasse l’avvenire. Era una garanzia per i coloni avere a loro disposizione un solido bastimento, capace di tenere il mare anche con il cattivo tempo e abbastanza grande per tentare, all’occorrenza, una traversata di qualche importanza. Se, terminato il bastimento, i coloni non si fossero decisi ancora a lasciare l’isola di Lincoln, per raggiungere o un arcipelago polinesiano del Pacifico, o le coste della Nuova Zelanda, si sarebbero per lo meno recati al più presto all’isola di Tabor, allo scopo di depositarvi lo scritto relativo ad Ayrton. Era una precauzione indispensabile da prendere, per il caso in cui lo yacht scozzese fosse ricomparso in quei mari. I lavori furono, dunque, ripresi. Cyrus Smith, Pencroff e Ayrton, aiutati da Nab, da Gedeon Spilett e da Harbert, salvo quando qualche altra faccenda urgente li richiamava altrove, lavoravano senza posa nel cantiere. Era necessario che il nuovo bastimento fosse pronto entro cinque mesi, vale a dire per il principio del mese di marzo, se si voleva visitare l’isola di Tabor prima che i venti equinoziali avessero reso quella traversata impossibile. Così i carpentieri non perdettero un momento. D’altronde, non avevano da preoccuparsi per l’attrezzatura, giacché quella del brigantino era stata salvata per intero. Bisognava dunque, innanzi tutto, portare a termine lo scafò della nave. La fine dell’anno 1868 passò in questi importanti lavori, escludendone quasi completamente ogni altro. In capo a due mesi e mezzo, le coste erano state sistemate e i primi corsi di fasciame inchiodati. Già si poteva vedere che i piani disegnati da Cyrus Smith erano eccellenti e che la nave si sarebbe comportata bene in mare. Pencroff si applicava al lavoro anima e corpo e non si faceva riguardo di brontolare, quando l’uno o l’altro abbandonava l’ascia del carpentiere per il fucile del cacciatore. Tuttavia, bisognava pur mantenere fornite le riserve di GraniteHouse, in vista del prossimo inverno. Ma il bravo marinaio non era contento, quando gli operai mancavano al cantiere. In quelle occasioni, brontolando, egli faceva, per collera, il lavoro di sei uomini. Tutta quella stagione estiva fu cattiva. Durante alcuni giorni il calore fu estenuante e l’atmosfera, satura di elettricità, si scaricava poi mediante violenti temporali, che turbavano assai gli strati atmosferici. Era raro che non si udissero dei lontani rombi di tuono. Era come un brontolio sordo, ma permanente, simile a quello che si fa udire nelle regioni equatoriali del globo. Il 1° gennaio 1869 si distinse per una burrasca di estrema violenza e il fulmine colpì più volte l’isola. Grossi alberi furono abbattuti, fra gli altri uno di quegli enormi bagolari, che ombreggiavano il pollaio all’estremità sud del lago. Quel fatto aveva forse una qualche relazione con i fenomeni che si svolgevano nelle viscere della terra? Si stabiliva forse una specie di connessione fra le perturbazioni dell’aria e quelle delle parti interne del globo? Cyrus Smith fu indotto a crederlo, poiché lo sviluppo di quei temporali fu contraddistinto da una recrudescenza dei sintomi vulcanici. Il 3 gennaio Harbert, essendo fin dall’alba salito all’altipiano di Bellavista per sellare uno degli onagri, scorse un enorme pennacchio, che si sprigionava dalla cima del vulcano. Harbert preavverti tosto i coloni, che andarono subito a osservare la vetta del monte Franklin. «Eh!» esclamò Pencroff «non sono vapori, stavolta! Mi pare che il gigante non si contenti più di respirare, ma che fumi!» L’immagine usata dal marinaio rappresentava giustamente la modificazione operatasi alla bocca del vulcano. Già da tre mesi il cratere emetteva dei vapori più o meno intensi, ma che provenivano ancora da un’ebollizione interna delle materie minerali. Stavolta, ai vapori era seguito un fumo denso, che s’elevava sotto forma di colonna grigiastra, larga più di trecento piedi alla base e aprentesi come un immenso fungo a un’altezza da sette a ottocento piedi sopra la cima del monte. «Il fuoco è nel camino» disse Gedeon Spilett. «E noi non potremo spegnerlo!» rispose Harbert. «Si dovrebbero pulire anche i vulcani» fece osservare Nab, che sembrava parlare con la maggior serietà del mondo. «Bell’idea, Nab!» esclamò Pencroff. «T’incaricheresti tu di quella pulitura?» E Pencroff proruppe in una larga risata. Cyrus Smith osservava attentamente il fumo proiettato dal monte Franklin e tendeva anche l’orecchio, come se avesse voluto sorprendere qualche lontano brontolio. Poi, tornando verso i compagni, da cui s’era allontanato un poco: «Infatti, amici, si è prodotta un’importante modificazione, non dobbiamo nascondercelo. Le materie vulcaniche non sono più solamente allo stato di ebollizione; hanno preso fuoco e noi siamo certamente minacciati da una prossima eruzione!» «Ebbene, signor Smith, si vedrà l’eruzione,» esclamò Pencroff «e la si applaudirà, se sarà ben riuscita! Penso che non ci sia di che preoccuparci!» «No, Pencroff,» rispose Cyrus Smith «perché l’antica strada delle lave è sempre aperta, e il cratere, grazie alla sua disposizione, le ha finora sempre riversate verso il nord. Eppure…» «Eppure, poiché da un’eruzione non c’è da trarre alcun vantaggio, sarebbe meglio che non si verificasse» disse il giornalista. «Chi sa?» rispose il marinaio. «Forse in questo vulcano c’è qualche utile e preziosa materia, ch’esso vomiterà compiacentemente e di cui faremo buon uso!» Cyrus Smith crollò il capo, da uomo che non s’aspettava niente di buono dal fenomeno, il cui svolgimento si presentava così improvviso. Egli non considerava leggermente, come Pencroff, le conseguenze di un’eruzione. Se le lave, dato l’orientamento del cratere, non minacciavano direttamente le parti boschive e coltivate dell’isola, altre complicazioni potevano presentarsi. Infatti, non è raro che le eruzioni siano accompagnate da terremoti, e un’isola della natura di quella di Lincoln, formata di materie così diverse — basalti da una parte, granito dall’altra, lave al nord, suolo friabile a mezzogiorno, materie che, di conseguenza, non potevano essere solidamente unite fra loro — avrebbe corso il rischio di disgregarsi. Se, quindi, l’effusione delle sostanze vulcaniche non costituiva un pericolo molto serio, ogni movimento della struttura terrestre, che avesse scosso l’isola, poteva produrre conseguenze molto gravi. «Mi sembra,» disse Ayrton, ch’era disteso a terra in modo da posare l’orecchio sul suolo «mi sembra di udire sordi rumori, come farebbe un carro carico di sbarre di ferro.» I coloni ascoltarono con estrema attenzione e poterono constatare che Ayrton non s’ingannava. Ai rumori cui aveva accennato si mescolavano talvolta dei sordi muggiti sotterranei, che formavano una sorta di «crescendo» e poi si spegnevano a poco a poco, come fosse passato del vento nelle profondità del globo. Ma non si udiva ancora nessuna vera e propria detonazione. Da tutto questo si poteva dunque dedurre che i vapori e il fumo trovavano libero passaggio attraverso il camino centrale e che, essendo la valvola abbastanza larga, nessuno spostamento si sarebbe prodotto, nessuna esplosione sarebbe stata da temere. «Ah! diamine,» disse allora Pencroff «non ritorniamo al lavoro? Che il monte Franklin fumi, sbraiti, gema, vomiti pure fuoco e fiamme finché gli piacerà; non è questa una ragione per star senza far niente! Andiamo, Ayrton, Nab, Harbert, signor Cyrus, signor Spilett; bisogna che oggi tutti diano mano all’opera. È il momento di sistemare le cinte e una dozzina di braccia non saranno di troppo. Fra meno di due mesi voglio che il nostro nuovo Bonadventure — perché gli conserveremo questo nome, non è vero? — galleggi sulle acque di Porto Pallone! Dunque, non c’è un’ora da perdere!» Tutti i coloni, di cui Pencroff aveva chiesto l’aiuto, discesero al cantiere e lavorarono alla posa delle cinte, le costole dello scheletro che formano la cintura di un bastimento e uniscono solidamente fra loro spessi corsi di fasciame. Era un’operazione difficile e faticosa, alla quale tutti dovettero partecipare. I coloni lavorarono, dunque, assiduamente per tutta quella giornata, 3 gennaio, senza preoccuparsi del vulcano, che, d’altra parte, dalla spiaggia davanti a GraniteHouse non era visibile. Ma una volta o due delle grandi ombre, velando il sole, che descriveva il suo arco diurno in un cielo estremamente puro, indicarono che una densa nube di fumo passava fra il suo disco e l’isola. Il vento, soffiando dal largo, portava tutti quei vapori verso l’ovest. Cyrus Smith e Gedeon Spilett notarono benissimo quegli oscuramenti passeggeri e ragionarono più volte dei progressi che evidentemente faceva il fenomeno vulcanico, ma il lavoro non fu interrotto. Era, d’altronde, del più alto interesse, sotto tutti i punti di vista, che il bastimento fosse ultimato nel minor tempo possibile. In presenza delle eventualità, che potevano verificarsi, la sicurezza dei coloni sarebbe stata, a nave terminata, molto meglio garantita. Chi poteva sapere se quella nave non avrebbe rappresentato un giorno il loro unico asilo? La sera, dopo cena, Cyrus Smith, Gedeon Spilett e Harbert salirono sull’altipiano di Bellavista. Era già notte fatta e l’oscurità doveva permettere di constatare se ai vapori e al fumo accumulati alla bocca del cratere si mescolavano fiamme o materie incandescenti, proiettate dal vulcano. «Il cratere è in fiamme!» gridò Harbert, che, più svelto dei suoi compagni, era arrivato per primo sull’altipiano. Il monte Franklin, distante circa sei miglia, appariva allora come una gigantesca torcia, in cima alla quale si contorcevano delle fiamme fuligginose. Fumo, scorie e ceneri erano forse commiste a quelle fiamme, cosicché il loro splendore, molto attenuato, non spiccava vivo nelle tenebre della notte. Ma una specie di chiarore fulvo si diffondeva sull’isola e mostrava confusamente la massa boscosa dei primi piani. Immensi vortici offuscavano gli strati superiori dell’atmosfera, attraverso i quali scintillavano alcune stelle. «I progressi sono rapidi!» disse l’ingegnere. «Non c’è da meravigliarsi» rispose il giornalista. «Il risveglio del vulcano data già da un certo tempo. Vi ricordate, Cyrus, che i primi vapori sono apparsi quando abbiamo esplorato i contrafforti della montagna, per scoprire il nascondiglio del capitano Nemo? Era, se non m’inganno, verso il 15 ottobre.» «Sì,» rispose Harbert «e sono già passati due mesi e mezzo da allora!» «Il fuoco sotterraneo ha dunque covato per dieci settimane,» riprese Gedeon Spilett «e non c’è proprio da stupirsi che si sviluppi adesso con tanta violenza!» «Non sentite delle vibrazioni del suolo?» domandò Cyrus Smith. «Infatti,» rispose Gedeon Spilett «ma da questo a un terremoto…» «Non dico che siamo minacciati da un terremoto,» rispose Cyrus Smith «che Dio ce ne preservi. No. Queste vibrazioni sono dovute all’effervescenza del fuoco centrale. La crosta terrestre non è altro che la parete d’una caldaia, e come sapete la parete d’una caldaia, sotto la pressione dei gas, vibra come una piastra sonora. Questo è appunto l’effetto che ora si produce.» «Che magnifici fasci di fuoco!» esclamò Harbert. In quel momento scaturiva dal cratere una specie di fuoco d’artificio, di cui i vapori non avevano potuto attenuare lo splendore. Migliaia di frammenti luminosi e di punti infocati si proiettavano in opposte direzioni. Taluni, sfondando la cupola di fumo, la squarciavano con rapidissimo getto e si lasciavano dietro una vera polvere incandescente. Quel fulgore di luci fu accompagnato da detonazioni successive, che producevano lo stesso fragore lacerante di una batteria di mitraglie. Cyrus Smith, il giornalista e il giovanetto, dopo aver passato un’ora sull’altipiano di Bellavista, ridiscesero sulla spiaggia e ritornarono a GraniteHouse. L’ingegnere era pensieroso, preoccupato anzi, tanto che Gedeon Spilett credette di dovergli domandare se presentiva qualche pericolo prossimo, di cui l’eruzione potesse essere la causa diretta o indiretta. «Si e no» rispose Cyrus Smith. «Tuttavia,» riprese il giornalista «la più grande disgrazia che potrebbe capitarci sarebbe un terremoto, che sconvolgerebbe l’isola, vero? Ora, non credo che questo sia da temersi, perché i vapori e le lave hanno trovato un passaggio libero per riversarsi all’esterno.» «Perciò,» rispose Cyrus Smith «non temo tanto un terremoto, nel senso che ordinariamente si dà alle convulsioni del suolo, provocate dall’espansione di vapori sotterranei; ma penso che altre cause possano produrre grandi disastri.» «Quali, caro Cyrus?» «Non so bene… bisogna che veda… che visiti la montagna… Fra pochi» giorni saprò qualche cosa di preciso. Gedeon Spilett non insistette e poco dopo, malgrado le detonazioni del vulcano che aumentavano d’intensità e che gli echi dell’isola ripetevano, gli abitanti di GraniteHouse dormivano d’un sonno profondo. Tre giorni passarono, il 4, il 5 e il 6 gennaio. Il lavoro ferveva sempre attorno al bastimento e, senza spiegarsi altrimenti, l’ingegnere intensificava l’opera stessa quanto più gli era possibile. Il monte Franklin era allora incappucciato da un’oscura nube di sinistro aspetto e con le fiamme eruttava anche pietre incandescenti, alcune delle quali ricadevano nel cratere stesso, la qual cosa faceva dire a Pencroff, che non voleva considerare il fenomeno se non dal lato divertente: «To’! Il gigante gioca a bilboquet! Il gigante fa giochi di prestigio! E, infatti, le materie vomitate ricadevano nel baratro e le lave, spinte verso» l’alto dalla pressione interna, sembrava che non fossero ancora salite fino all’apertura del cratere. Almeno, lo sbocco nordest, ch’era visibile in parte, non versava alcun torrente sul pendio settentrionale del monte. Però, per quanto urgenti fossero i lavori di costruzione, anche altre faccende esigevano la presenza dei coloni in diversi punti dell’isola. Prima di tutto, bisognava andare al recinto, dove era rinchiuso il gregge di mufloni e di capre, e rinnovare la provvista di foraggio di quegli animali. Fu stabilito allora che Ayrton vi si sarebbe recato il giorno seguente, 7 gennaio, e siccome egli poteva bastare da solo a quell’operazione, cui era abituato, Pencroff e gli altri manifestarono una certa sorpresa quando udirono l’ingegnere dire ad Ayrton: «Poiché andate domani al recinto, vi accompagnerò.» «Eh! signor Cyrus!» esclamò il marinaio «i nostri giorni di lavoro sono contati e, se voi pure partite, saranno quattro braccia di meno!» «Saremo di ritorno l’indomani,» rispose Cyrus Smith «ma ho bisogno d’andare al recinto. Desidero stabilire a che punto si trova l’eruzione.» «L’eruzione! L’eruzione!.» rispose Pencroff, con aria poco soddisfatta. «Questa eruzione è certamente una cosa importante, eppure non m’inquieta per nulla!» Checché ne dicesse il marinaio, l’esplorazione stabilita dall’ingegnere venne fissata per l’indomani. Harbert avrebbe desiderato vivamente accompagnare Cyrus Smith, ma non volle contrariare Pencroff assentandosi. L’indomani, allo spuntar del giorno, Cyrus Smith e Ayrton, montando sul carro tirato da due onagri, correvano a gran trotto sulla via del recinto. Sul cielo della foresta passavano grosse nuvole, che il cratere del monte Franklin formava incessantemente con le sue materie fuligginose. Quelle nubi, che si movevano pesantemente nell’atmosfera, erano evidentemente composte di sostanze eterogenee. Non al solo fumo del vulcano esse dovevano la loro strana opacità e pesantezza. Scorie allo stato di polvere, pozzolana polverizzata e ceneri grigiastre, finì quanto la più fine fecola, erano sospese fra le loro dense volute. Queste ceneri sono così tenui, che talvolta si videro mantenersi nell’aria per mesi interi. Dopo l’eruzione del 1783, in Islanda, durante più di un anno l’atmosfera fu così carica di polveri vulcaniche da lasciare a malapena passare i raggi del sole. Ma più spesso queste materie polverizzate s’abbassavano, e così accadde anche in quell’occasione. Cyrus Smith e Ayrton erano appena giunti al recinto, che una specie di neve nerastra, simile a una leggera polvere da sparo, cadde e modificò istantaneamente l’aspetto del suolo. Alberi, prati, tutto fu ricoperto da uno strato di parecchi pollici di spessore. Fortunatamente, però, tirava vento da nordest, e la maggior parte della nuvola andò a dissolversi sul mare. «Ecco un fatto singolare, signor Smith» disse Ayrton. «Ecco un fatto grave» rispose l’ingegnere. «Questa pozzolana, queste pietre pomici polverizzate, in una parola tutta questa polvere minerale, dimostra quanto profondo è lo sconvolgimento negli strati inferiori del vulcano.» «Ma non c’è nulla da fare?» «Nulla. Non c’è che da rendersi conto dei progressi del fenomeno. Voi, dunque, Ayrton, occupatevi delle faccende del recinto. Nel frattempo, io risalirò le sorgenti del Creek Rosso ed esaminerò lo stato del monte alla sua pendice settentrionale. Poi…» «Poi… signor Smith?» «Poi faremo una visita alla cripta Dakkar… Voglio vedere… Insomma, ritornerò a prendervi fra due ore.» Ayrton entrò allora nella corte del recinto e, aspettando il ritorno dell’ingegnere, s’occupò dei mufloni e delle capre, che sembravano provare un certo malessere davanti a quei primi sintomi di un’eruzione. Intanto, Cyrus Smith, dopo essersi avventurato sulla cresta dei contrafforti orientali, aggirò il Creek Rosso e arrivò nel punto ove lui e i suoi compagni avevano scoperto una sorgente solforosa, al tempo della loro prima esplorazione. Le cose erano molto cambiate; invece d’una sola colonna di fumo, egli ne contò tredici, che si sprigionavano fuori dalla terra come se fossero state violentemente spinte all’insù da qualche stantuffo. Era evidente che la crosta terrestre subiva, in quel punto del globo, una spaventosa pressione. L’atmosfera era satura di gas solforosi, d’idrogeno, d’acido carbonico, frammisti a vapore acqueo. Cyrus Smith sentiva fremere i tufi vulcanici, di cui la pianura era sparsa e che non erano se non ceneri polverulente, che il tempo aveva solidificato; ma non vide nessuna traccia di lave recenti. L’ingegnere poté assicurarsi ancora più completamente di ciò, quando ebbe osservato tutto il versante settentrionale del monte Franklin. Vortici di fumo e di fiamme uscivano dal cratere; una gragnuola di scorie cadeva al suolo; ma nessuna fuoruscita di lava si operava attraverso l’apertura del cratere, e ciò provava che il livello delle materie vulcaniche non aveva ancora raggiunto la sommità del camino centrale. «Preferirei, invece, che fosse il contrario!» si disse Cyrus Smith. «Almeno sarei certo che le lave hanno ripreso il loro corso normale. Chi sa, se non si scaricheranno per qualche nuova bocca? Ma non è questo il pericolo! Il capitano Nemo l’ha giustamente presentito! No! il pericolo non è questo!» Cyrus Smith avanzò sino all’enorme rialzo, il cui prolungamento circondava lo stretto golfo del Pescecane. Così poté esaminare sufficientemente da quel lato le vecchie striature lasciate dalle lave. Dopo questo attento esame non vi fu più dubbio per lui: l’ultima eruzione risaliva a epoca lontanissima. Allora ritornò sui suoi passi, prestando orecchio ai boati sotterranei, che si propagavano susseguendosi come un tuono continuo, sul quale emergevano a tratti fragorose detonazioni. Alle nove della mattina era di ritorno al recinto. Ayrton l’aspettava. «Gli animali sono rifocillati, signor Smith» disse Ayrton. «Sta bene, Ayrton.» «Sembrano inquieti, signor Smith.» «Sì, l’istinto parla in loro, e l’istinto non inganna.» «Quando vorrete…» «Prendete una lanterna e un acciarino, Ayrton,» disse l’ingegnere «e partiamo.» Ayrton fece quanto gli era stato ordinato. Gli onagri, staccati dal carro, vagavano per il recinto. La porta fu chiusa esternamente, e Cyrus Smith, precedendo Ayrton, prese, verso ovest, lo stretto sentiero che conduceva alla costa. Ambedue camminavano su di un suolo ovattato dalla polvere caduta dalle nubi. Nessun quadrupede si scorgeva nei boschi. Anche gli uccelli erano fuggiti. A tratti, una leggera brezza sollevava lo strato di cenere e i due coloni, presi in un vortice opaco, non sì. vedevano più. Avevano cura allora di applicarsi un fazzoletto sugli occhi e sulla bocca, giacché correvano rischio d’essere accecati e soffocati. Cyrus Smith e Ayrton, in quelle condizioni, non potevano camminare rapidamente. Inoltre, l’aria era pesante, come se il suo ossigeno fosse stato in parte bruciato e fosse divenuto inadatto alla respirazione. Ogni cento passi dovevano fermarsi a riprender fiato. Erano già passate le dieci quando l’ingegnere e il suo compagno raggiunsero la cresta dell’enorme cumulo di rocce basaltiche e porfiriche, che formava la costa nordovest dell’isola. Ayrton e Cyrus Smith cominciarono a discendere quella costa scoscesa, seguendo press’a poco l’accidentato percorso che nella notte della tempesta li aveva condotti alla cripta Dakkar. In pieno giorno, questa discesa fu meno pericolosa e, d’altronde, lo strato di ceneri, ricoprendo le rocce altrimenti troppo levigate, permetteva d’assicurare più solidamente il piede sulle superfici in pendio. Il rialzo che costeggiava il lido, a un’altezza di quaranta piedi circa, fu in breve raggiunto. Cyrus Smith si ricordava che quel corridoio declinava per un dolce pendio fino al livello del mare. Benché la marea fosse bassa in quel momento, nessun arenile si mostrava e le onde, sporche di polvere vulcanica, andavano a battere direttamente contro il basalto del litorale. Cyrus Smith e Ayrton ritrovarono senza fatica l’apertura della cripta Dakkar e si fermarono sotto l’ultimo scoglio che formava il ripiano inferiore del rialzo. «La lancia dev’essere là» disse l’ingegnere. «C’è, signor Smith» rispose Ayrton, tirando a sé la leggera imbarcazione, ch’era ricoverata sotto la volta dell’arcata. «Imbarchiamoci, Ayrton.» I due coloni s’imbarcarono nella lancia. Una leggera ondulazione li spinse ancor più sotto la bassissima volta della cripta; ivi, Ayrton, dopo aver battuto l’acciarino, accese la lanterna. Poi afferrò i due remi; la lanterna fu posta sul tagliamare della lancia, in maniera da proiettare i suoi raggi in avanti e Cyrus Smith prese la barra, governando in mezzo alle tenebre della cripta. Non c’era più il Nautilus a illuminare con la sua vivida luce l’oscura caverna. Probabilmente, l’irradiazione elettrica, sempre nutrita dalla sua potente sorgente, si propagava ancora in fondo alle acque, ma nessun chiarore usciva, naturalmente, dal baratro ove riposava il capitano Nemo. La luce della lanterna, benché insufficiente, permise tuttavia all’ingegnere di avanzare, seguendo la parete destra della cripta. Un silenzio sepolcrale regnava sotto quella volta, per lo meno nella sua parte anteriore, giacché ben presto Cyrus Smith udì distintamente i brontolii, che partivano dal seno della montagna. «È il vulcano» disse. Poco dopo, un acuto odore rivelò l’esistenza di agenti chimici, e dei vapori solforosi presero alla gola l’ingegnere e il suo compagno. «Ecco quello che temeva il capitano Nemo» mormorò Cyrus Smith, impallidendo leggermente. «Bisogna, tuttavia, andar sino in fondo.» «Andiamo!» rispose Ayrton, che si curvò sui remi e spinse la lancia verso il fondo della cripta. Venticinque minuti dopo aver varcato l’apertura, la lancia arrivava alla parete terminale e si fermava. Allora Cyrus Smith, salendo sul sedile, esplorò con la lanterna le diverse zone della parete, che separava la cripta dal camino centrale del vulcano. Quale era lo spessore di questa parete? Era di cento piedi o soltanto di dieci? Non era possibile dirlo. Ma i rumori sotterranei erano troppo percettibili, perché fosse molto grossa. L’ingegnere, dopo avere esplorato la muraglia seguendo una linea orizzontale, fissò la lanterna all’estremità di un remo, e lo fece muovere di nuovo su e giù per la parete basaltica, ma più in alto. Là, da alcune fessure appena visibili, attraverso i prismi mal connessi, traspirava un fumo acre, che infettava l’atmosfera della caverna. Delle fratture solcavano la muraglia e alcune di esse, più nettamente visibili, s’abbassavano sino a due o tre piedi soltanto dalle acque della cripta. Cyrus Smith rimase a tutta prima pensieroso. Poi mormorò ancora queste parole: «Sì! il capitano aveva ragione! Il pericolo è qui, ed è un pericolo terribile! Ayrton non disse nulla, ma, a un segno di Cyrus Smith, riprese i remi e dopo una mezz’ora usciva, assieme all’ingegnere, dalla cripta Dakkar.» CAPITOLO XIX LA MATTINA seguente, 8 gennaio, dopo un giorno e una notte passati al recinto, e aver lasciato tutto in ordine, Cyrus Smith e Ayrton tornarono a GraniteHouse. Tosto l’ingegnere adunò i compagni e comunicò loro che l’isola di Lincoln correva un grandissimo pericolo, che nessuna potenza umana poteva scongiurare. «Amici miei,» disse, e la sua voce tradiva un’emozione profonda «l’isola di Lincoln non è di quelle destinate a durare quanto il globo. È votata a una distruzione più o meno prossima, la cui causa è nell’isola stessa, e nulla potrà sottrarla al suo destino.» I coloni si guardarono e guardarono l’ingegnere. Non potevano seguirlo. «Spiegatevi, Cyrus!» disse Gedeon Spilett. «Mi spiego,» rispose Cyrus Smith «o, piuttosto, non farò che trasmettervi la spiegazione che, durante i nostri pochi minuti di colloquio segreto, mi fu data dal capitano Nemo.» «Il capitano Nemo!» esclamarono i coloni. «Sì, è l’ultimo servigio che ha voluto renderci, prima di morire!» «L’ultimo servigio!» esclamò Pencroff. «L’ultimo servigio! Vedrete, che, anche da morto, ce ne renderà ancora degli altri!» «Ma che cosa vi ha detto il capitano Nemo?» chiese il cronista. «Sappiatelo, dunque, amici» rispose l’ingegnere. «L’isola di Lincoln non è nelle condizioni in cui si trovano le altre isole del Pacifico, e una conformazione particolare, che il capitano Nemo mi ha fatto conoscere, condurrà, presto o tardi, allo smembramento della sua struttura sottomarina.» «Uno smembramento! L’isola di Lincoln! Andiamo, dunque!» esclamò Pencroff, che, malgrado tutto il rispetto per Cyrus Smith, non poté trattenersi dall’alzare le spalle. «Ascoltatemi, Pencroff» riprese l’ingegnere. «Ecco quanto aveva constatato il capitano Nemo e quello che ho constatato io stesso, ieri, durante l’esplorazione da me fatta alla cripta Dakkar. Questa cripta si prolunga sotto l’isola fino al vulcano e soltanto la sua parete di fondo la separa dal camino centrale. Ora, questa parete è solcata da fratture e da fessure, che lasciano già passare i gas solforosi dall’interno del vulcano.» «Ebbene?» domandò Pencroff, corrugando fortemente la fronte. «Ebbene, mi sono reso conto che quelle fratture vanno gradatamente ingrandendosi sotto la pressione interna, che la muraglia di basalto si spacca a poco a poco e che, in un tempo più o meno breve, essa lascerà via libera alle acque del mare, di cui è piena la caverna.» «Bene!» replicò Pencroff, tentando ancora una volta di scherzare. «Il mare spegnerà il vulcano e tutto sarà finito!» «Sì, tutto sarà finito!» rispose Cyrus Smith. «Il giorno in cui il mare si precipiterà attraverso la parete e penetrerà per il camino centrale, fin nelle viscere dell’isola, ove bollono le materie eruttive, quel giorno, Pencroff, l’isola di Lincoln salterà, come salterebbe la Sicilia, se il Mediterraneo si precipitasse nell’Etna!» I coloni non risposero a quelle parole, così crudamente chiare dell’ingegnere. Avevano capito quale pericolo li minacciava. Infatti, Cyrus Smith non esagerava in alcun modo. Molti ebbero già l’idea che sarebbe forse stato possibile spegnere i vulcani, i quali si elevano quasi tutti in riva al mare o ai laghi, aprendo un passaggio alle acque. Ma non sapevano che avrebbero così corso il rischio di far saltare una parte del globo, come una caldaia il cui vapore salga improvvisamente di pressione per effetto di un eccesso di fuoco. L’acqua, precipitandosi in un ambiente chiuso, la cui temperatura può essere valutata a migliaia di gradi, evaporerebbe con una così subitanea energia, che nessun involucro potrebbe resistere. Non c’era dubbio, dunque, che l’isola, minacciata da uno sconvolgimento spaventevole e prossimo, sarebbe durata solo finché fosse durata la parete della cripta Dakkar. Quindi, non era nemmeno questione di mesi, né di settimane, ma era questione di giorni, di ore, forse! Il primo sentimento dei coloni fu un dolore profondo! Essi non pensarono al pericolo che li minacciava direttamente, ma alla distruzione di quel suolo, che aveva dato loro asilo, di quell’isola che avevano fecondato, che amavano e che avrebbero voluto rendere fiorentissima. Tante fatiche inutilmente spese, tanto lavoro perduto! Pencroff non poté trattenere una grossa lacrima, che scivolò lungo la sua guancia, e che egli non cercò nemmeno di nascondere. La conversazione continuò ancora per qualche tempo. Furono esaminate tutte le probabilità su cui i coloni potevano ancora far assegnamento; ma, per concludere, tutti riconobbero che non c’era un’ora da perdere, e che la costruzione e l’allestimento della nave dovevano essere accelerati con una prodigiosa attività, poiché in essa, ormai, stava la sola probabilità di salvezza per gli abitanti dell’isola di Lincoln! Tutte le braccia furono dunque mobilitate. A che cosa avrebbe servito oramai mietere, raccogliere, cacciare, accrescere le riserve di GraniteHouse? Ciò che contenevano ancora il magazzino e le dispense di GraniteHouse sarebbe stato più che sufficiente ad approvvigionare il bastimento per una traversata, per quanto lunga. L’indispensabile era che potesse essere a disposizione dei coloni prima che si verificasse l’inevitabile catastrofe. I lavori furono ripresi con ardore febbrile. Verso il 23 gennaio, il fasciame era per metà fissato. Fino allora nessuna modificazione s’era prodotta alla sommità del vulcano. Dal cratere uscivano sempre vapori e fumo misti a fiamme e a pietre incandescenti. Ma durante la notte dal 23 al 24, sotto la violenza della lava, che arrivò a livello del primo ripiano del vulcano, questo perdette il cono, che formava come un cappello sulla sua vetta. Rimbombò un fragore spaventoso. I coloni credettero dapprima che l’isola si smembrasse e si precipitarono fuori di GraniteHouse. Erano circa le due del mattino. Il cielo era in fiamme. Il cono superiore del vulcano, un massiccio alto mille piedi e pesante miliardi di libbre, era stato precipitato sull’isola, che ne aveva tremato. Fortunatamente, l’inclinazione di quel cono era dal lato nord, ed esso cadde quindi sulla pianura di sabbie e di tufi che si stendeva fra il vulcano e il mare. Il cratere, ormai largamente aperto, proiettava verso il cielo una luce così intensa, che il solo effetto del riverbero bastava a far sembrare l’atmosfera incandescente. Nello stesso tempo, un torrente di lava, affluendo abbondantemente al nuovo sbocco, si riversava in lunghe cascate, come l’acqua che trabocca da una vasca troppo piena, e mille serpenti di fuoco strisciavano sulle pendici del vulcano.. «Il recinto! Il recinto!» gridò Ayrton. Era verso il recinto che la lava si dirigeva in seguito all’orientamento del nuovo cratere; di conseguenza le parti fertili dell’isola, le sorgenti del Creek Rosso, i boschi dello Jacamar erano minacciati di una distruzione immediata. Al grido di Ayrton, i coloni s’erano precipitati verso la stalla degli onagri. Il carro era stato attaccato, Tutti non avevano che un pensiero! Correre al recinto e mettere in libertà gli animali che vi erano chiusi. Prima delle tre del mattino erano giunti al recinto. Spaventosi ululati indicavano chiaramente quale era lo spavento dei mufloni e delle capre. Un torrente, di materie incandescenti, di minerali liquefatti cadeva già dal contrafforte sulla prateria e rodeva quel lato della palizzata. La porta fu bruscamente aperta da Ayrton e gli animali fuggirono come pazzi in tutte le direzioni. Un’ora dopo, la lava ribollente empiva il recinto, volatilizzava l’acqua del ruscelletto che l’attraversava, incendiava l’abitazione, che arse come una stoppia, e divorò sino all’ultimo palo dello steccato. Del recinto non rimaneva più nulla! I coloni, però, vollero lottare contro questa invasione, e vi si provarono, ma la loro fu una follia inutile, giacché l’uomo è disarmato di fronte a questi grandi cataclismi. Era sorto il nuovo giorno, il 24 gennaio. Cyrus Smith e i suoi compagni, prima di tornare a GraniteHouse, vollero osservare la direzione definitiva, che stava per prendere quell’inondazione di lava. La pendenza generale del suolo s’abbassava dal monte Franklin alla costa est e c’era, quindi, da temere che, nonostante i fitti boschi dello Jacamar, il torrente si propagasse sino all’altipiano di Bellavista. «Il lago ci proteggerà» disse Gedeon Spilett. «Lo spero!» rispose Cyrus Smith, e fu tutta la sua risposta. I coloni avrebbero voluto avanzare sino alla pianura, su cui s’era abbattuto il cono superiore del monte Franklin, ma la lava sbarrava loro il passaggio. Essa seguiva, da una parte, la vallata del Creek Rosso, e dall’altra, la vallata del fiume della Cascata, facendo evaporare questi due corsi d’acqua sul suo passaggio. Non c’era alcuna possibilità di attraversare quel torrente infocato; bisognava, invece, indietreggiare davanti a esso. Il vulcano, senza il cono, non era più riconoscibile. Terminava ormai con una specie di tabula rasa, che aveva preso il posto dell’antico cratere. Per due brecce nel suo orlo sui fianchi sud ed est, traboccava continuamente la lava, che formava così due torrenti distinti. Sopra al nuovo cratere, una nube di fumo e di ceneri si confondeva con i vapori del cielo, ammassati sull’isola. Tremendi scoppi di tuono si propagavano e si confondevano con i boati della montagna, dalla cui bocca sfuggivano rocce ignee che, lanciate a più di mille piedi, esplodevano nella nube, disperdendosi poi come mitraglia. Il cielo rispondeva con lampeggiamenti all’eruzione vulcanica. Verso le sette della mattina, i coloni, rifugiatisi al confine del bosco dello Jacamar, non potevano più tenere la posizione. Non solo i proiettili cominciavano a piovere loro d’attorno, ma la lava, straripando dal letto del Creek Rosso, minacciava di tagliare la strada del recinto. Le prime file d’alberi presero fuoco e la loro linfa, subitamente trasformata in vapore, li fece esplodere come mortaretti, mentre altri, meno umidi, rimanevano intatti in mezzo all’inondazione. I coloni avevano ripreso la via del recinto. Procedevano lentamente, a ritroso, per così dire. Ma, a causa dell’inclinazione del suolo, il torrente avanzava rapidamente verso est e, appena alcuni strati di lava s’erano solidificati, altre distese ribollenti sopraggiungevano tosto a ricoprirli. Intanto, la principale corrente della vallata del Creek Rosso diventava sempre più minacciosa. Tutta quella parte della foresta era incendiata ed enormi spire di fumo volteggiavano al di sopra degli alberi, ai cui piedi crepitava già la lava. I coloni si fermarono presso il lago, a circa mezzo miglio dalla foce del Creek Rosso. Una questione di vita o di morte stava decidendosi per loro. Cyrus Smith, avvezzo a guardare in faccia le situazioni gravi e sapendo di rivolgersi a uomini capaci di ascoltare la verità, qualunque essa fosse, disse allora: «O il lago arresterà la corrente, e in questo caso una parte dell’isola sarà preservata dalla completa devastazione, o la corrente invaderà le foreste del Far West, e allora non un albero, non una pianta rimarrà alla superficie del suolo. Non avremo allora, su queste rocce denudate, altra prospettiva che la morte, che, per l’esplosione dell’isola, non si farà molto aspettare!» «Allora,» esclamò Pencroff, incrociando le braccia e battendo il piede a terra «è inutile lavorare al bastimento, vi pare?» «Pencroff,» rispose Cyrus Smith «bisogna fare il proprio dovere fino all’ultimo!» In quel mentre il fiume di lava, dopo essersi aperto un passaggio attraverso i begli alberi che divorava, arrivò al limite del lago. Là esisteva un certo rialzo del suolo che, se fosse stato di maggiori proporzioni, sarebbe bastato a contenere il torrente. «All’opera!» gridò Cyrus Smith. Il pensiero dell’ingegnere fu immediatamente compreso. Bisognava arginare quel torrente e obbligarlo così a scaricarsi nel lago. I coloni corsero al cantiere. Ne ritornarono con delle vanghe, delle zappe, delle scuri, e a furia di terra accumulata e d’alberi abbattuti, essi riuscirono a elevare in alcune ore una diga alta tre piedi e lunga alcune centinaia di passi. Quand’ebbero finito, parve loro di aver lavorato appena pochi minuti! Era tempo. Le materie liquefatte raggiunsero quasi subito la parte inferiore dello spalto. Il fiume lavico si gonfiò, come un corso d’acqua in piena che cerchi di straripare, e minacciò di superare il solo ostacolo che potesse impedirgli d’invadere tutto il Far West… Ma la diga riuscì a contenerlo e, dopo un minuto d’esitazione, che fu terribile, si precipitò nel lago Grant, con una cascata alta venti piedi. I coloni, ansanti, senza fare un gesto, senza pronunciar parola, guardarono allora quella lotta dei due elementi. Quale spettacolo quel combattimento fra l’acqua e il fuoco! Quale penna potrebbe descrivere questa scena di orrore meraviglioso e quale pennello potrebbe dipingerla? L’acqua sibilava evaporandosi al contatto della lava ardente. I vapori, proiettati nell’aria, turbinavano a un’altezza incommensurabile, come se le valvole di un’immensa caldaia fossero state aperte improvvisamente. Ma per quanto considerevole fosse la massa d’acqua contenuta nel lago, doveva pur finire per evaporare tutta, giacché non si rinnovava, mentre il torrente lavico, alimentandosi a una fonte inesauribile, riversava incessantemente nuovi fiotti di materie incandescenti. La prima lava che cadde nel lago si solidificò immediatamente e s’accumulò, in modo da emergere molto presto. Sulla sua superficie scese poi altra lava, che si fece pietra a sua volta, ma avanzando verso il centro del lago. Una diga si formò, che minacciò di colmare il lago, il quale non poteva traboccare, perché l’eccedenza delle acque si dissipava in vapore. Sibili e crepitii laceravano l’aria con rumore assordante e i vapori umidi, trascinati dal vento, ricadevano in pioggia sul mare. La diga si allungava e i blocchi di lava solidificata s’ammucchiavano gli uni sugli altri. Là dove si stendevano un tempo le acque tranquille, appariva ora un enorme cumulo di macigni fumanti, come se un sollevamento del suolo avesse fatto emergere migliaia di scogli. Si pensi ad acque sconvolte durante un uragano, poi improvvisamente solidificate da una temperatura di venti gradi sotto zero, e si avrà l’aspetto del lago, tre ore dopo che l’irresistibile torrente vi ebbe fatto irruzione. Stavolta l’acqua sarebbe stata inevitabilmente vinta dal fuoco. Nondimeno, fu per i coloni una favorevole circostanza che l’invasione lavica avesse potuto esser diretta verso il lago Grant. Avevano così davanti a loro alcuni giorni di respiro. L’altipiano di Bellavista, GraniteHouse e il cantiere erano momentaneamente preservati. Ora, questi pochi giorni bisognava usarli per finire il fasciame della nave e per calafatarla con cura. Poi l’avrebbero varata, e vi si sarebbero rifugiati, salvo ad attrezzarla dopo, quando fosse nel suo elemento. Con il timore dell’esplosione, che minacciava di distruggere l’isola, non vi era più nessuna sicurezza a terra. L’asilo costituito da GraniteHouse, così sicuro fino allora, poteva a ogni momento richiudere le sue pareti di granito. Durante i sei giorni che seguirono, dal 25 al 30 gennaio, i coloni lavorarono al bastimento come venti uomini. Prendevano appena qualche riposo, e il chiarore delle fiamme, che scaturivano dal cratere, permetteva loro di lavorare notte e giorno. L’eruzione continuava sempre, ma forse un po’ meno abbondantemente. E fu gran ventura, giacché il lago Grant era quasi interamente colmo, e se nuova lava fosse discesa a sovrapporsi alla precedente, avrebbe inevitabilmente invaso l’altipiano di Bellavista e dopo questo la spiaggia. Ma se da quel lato l’isola era in parte protetta, non lo era egualmente dalla parte occidentale. Infatti, la seconda corrente di lava, che aveva seguito la vallata del fiume della Cascata, vallata ampia, i cui terreni s’abbassavano da ciascun lato del creek, non poteva trovare alcun ostacolo. Il liquido incandescente s’era, dunque, propagato nella foresta del Far West. In quella stagione dell’anno le piante erano state essiccate da un calore torrido, e la foresta prese, quindi, fuoco con si fulminea rapidità, che l’incendio si propagò a un tempo alla base dei tronchi e ai rami, il cui intreccio favoriva i progressi del fuoco. Sembrava persino che la corrente di fiamme, alla cima degli alberi, si scatenasse più velocemente che la corrente di lava ai loro piedi. Accadde allora che gli animali «le belve e le altre bestie, giaguari, cinghiali, capibara, la selvaggina di pelo e di piuma — pazzi di terrore, si rifugiarono dalla parte del Mercy e nella palude delle tadorne, al di là della strada di Porto Pallone. Ma i coloni erano troppo occupati nel. loro lavoro per fare attenzione anche ai più temibili fra questi animali. Avevano, d’altronde, abbandonato GraniteHouse e non avevano nemmeno voluto cercar ricovero ai Camini; si erano accampati sotto una tenda, presso la foce del Mercy.» Ogni giorno Cyrus Smith e Gedeon Spilett salivano all’altipiano di Bellavista. Harbert qualche volta li accompagnava, ma Pencroff mai, che egli non voleva vedere l’isola sotto il suo nuovo aspetto, e così miseramente devastata! Era, infatti, uno spettacolo desolante. Tutta la parte boschiva dell’isola era oramai denudata. Un solo gruppo d’alberi verdi si rizzava ancora all’estremità della penisola Serpentine. Qua e là si scorgevano grossi ceppi sfrondati e anneriti. L’area delle foreste distrutte era più arida che la palude delle tadorne. L’invasione da parte della lava era stata completa. Dove prosperava un tempo tutto quel verde, il suolo non era ormai che un selvaggio accumulo di tufi vulcanici. Le vallate del fiume della Cascata e del Mercy non avevano più una sola goccia d’acqua e i coloni non avrebbero avuto alcun mezzo di dissetarsi, se il lago Grant fosse stato interamente prosciugato. Ma, fortunatamente, la punta sud di esso era stata risparmiata e formava una specie di stagno, contenente tutto quanto rimaneva di acqua potabile nell’isola. Verso nordest si delineavano, in aspre e vive creste, i contrafforti del vulcano, che sembravano un gigantesco artiglio affondato nel suolo. Che spettacolo doloroso, che spaventoso aspetto e quale dolore per quei poveri coloni, che da un dominio fertile, coperto di foreste, irrigato da corsi d’acqua, ricco di raccolti, si trovavano di colpo trasportati su una roccia devastata, la quale, se non fosse stato per le loro riserve, non avrebbe loro dato nemmeno da vivere! «Tutto questo spezza il cuore!» disse un giorno Gedeon Spilett. «Sì, Spilett» rispose l’ingegnere. «Il Cielo ci dia il tempo di finire questo bastimento, ormai nostro solo rifugio!» «Non vi pare, Cyrus, che il vulcano sembra volersi calmare? Erutta ancora della lava, ma meno abbondantemente, se non m’inganno.» «Poco importa» rispose Cyrus Smith. «Il fuoco è sempre ardente nelle viscere della montagna e il mare può precipitarvisi da un momento all’altro. Noi siamo nella situazione di passeggeri su una nave divorata da un incendio, che essi non possono estinguere, e che sanno che questo, presto o tardi, raggiungerà la cala delle polveri. Venite, Spilett, venite, e non perdiamo un’ora!» Per otto giorni ancora, vale a dire sino al 7 febbraio, la lava continuò a scorrere, ma l’eruzione si mantenne nei limiti indicati. Cyrus Smith temeva soprattutto che le materie liquefatte andassero a riversarsi sulla spiaggia, nel qual caso il cantiere non sarebbe stato risparmiato. Inoltre, i coloni cominciarono a sentire che l’isola aveva delle vibrazioni e ne furono inquietissimi. Era il 20 febbraio. Occorreva ancora un mese prima che il bastimento fosse in grado di prendere il mare. L’isola avrebbe resistito fino allora? L’intenzione di Pencroff e di Cyrus Smith era di procedere al varo della nave, appena lo scafo fosse stato sufficientemente stagno. Il ponte, le soprastrutture, l’allestimento interno e l’attrezzatura sarebbero stati fatti dopo, ma l’essenziale era che i coloni avessero un rifugio assicurato fuori dell’isola. Fors’anche sarebbe stato bene condurre la nave a Porto Pallone, cioè più lontano ch’era possibile dal centro eruttivo, giacché alla foce del Mercy, fra l’isolotto e la muraglia di granito, correva rischio d’essere schiacciata, nel caso di una dislocazione geologica dell’isola. Tutti gli sforzi dei lavoratori mirarono, dunque, al compimento dello scafo. Arrivarono così al 3 marzo e poterono allora calcolare che l’operazione del varo sarebbe stata possibile entro una decina di giorni. La speranza rifiorì nel cuore dei coloni, tanto provati durante quel quarto anno del loro soggiorno all’isola di Lincoln! Pencroff stesso parve uscire dal cupo mutismo in cui l’aveva piombato la rovina e la devastazione del suo dominio. Ormai egli non pensava che a quel bastimento, su cui si concentravano tutte le sue speranze. «Lo finiremo,» diceva all’ingegnere «lo finiremo, signor Cyrus; ed è tempo, perché la stagione s’avanza e presto saremo in pieno equinozio. Se occorre, si farà sosta all’isola di Tabor per passarvi l’inverno! Ma, l’isola di Tabor, dopo l’isola di Lincoln! Ah, che sciagura! Non avrei mai creduto di vedere una cosa simile!» «Affrettiamoci!» rispondeva invariabilmente l’ingegnere. E tutti lavoravano senza perdere un minuto. «Padrone,» chiese Nab alcuni giorni dopo «credete voi che, se il capitano Nemo fosse ancora vivo, tutto questo sarebbe accaduto ugualmente?» «Sì, Nab» rispose Cyrus Smith. «Ebbene, io non lo credo!» mormorò Pencroff all’orecchio di Nab. «Neanch’io!» rispose seriamente Nab. Durante la prima settimana di marzo, il monte Franklin ridivenne minaccioso. Migliaia di vetri filiformi di lava fluida caddero come pioggia sul suolo. Il cratere s’empì di nuovo di lava, che si sparse su tutte le pendici del vulcano. Il torrente di lava corse alla superficie dei tufi induriti e finì di distruggere i pochi scheletri d’alberi che avevano resistito alla prima eruzione. Quella corrente, seguendo questa volta la riva sudovest del lago Grant, superò il Creek Glicerina e invase l’altipiano di Bellavista. Quest’ultimo colpo, che s’abbatteva sull’opera dei coloni, fu terribile. Del mulino, delle costruzioni del cortile rustico, delle stalle, non rimase più nulla. I volatili, spaventati, fuggirono in tutte le direzioni. Top e Jup davano segni del più grande sgomento: il loro istinto li avvertiva che una catastrofe era prossima. Molti animali dell’isola erano periti durante la prima eruzione. Quelli ch’erano sopravvissuti non trovarono altro rifugio che la palude delle tadorne, salvo alcuni, cui l’altipiano di Bellavista offrì ancora asilo. Ma anche quest’ultimo ricovero fu loro alla fine precluso, e il fiume di lava, scavalcando la cresta della muraglia granitica, cominciò a precipitare sulla spiaggia le sue cateratte di fuoco. Il sublime orrore di quello spettacolo sfugge a ogni descrizione. Durante la notte si sarebbe detto un Niagara di metallo fuso, con i vapori incandescenti in alto e le masse ribollenti in basso! I coloni erano cacciati a viva forza anche dal loro ultimo trinceramento e, benché i comenti superiori del bastimento non fossero ancora calafatati, risolsero di vararlo ugualmente. Pencroff e Ayrton procedettero ai preparativi del varo, che doveva aver luogo l’indomani, nella mattinata, cioè, del 9 marzo. Ma durante la notte dall’8 al 9 un’enorme colonna di vapori, uscendo dal cratere, si elevò fra detonazioni spaventevoli a più di tremila piedi di altezza. La parete della cripta Dakkar aveva evidentemente ceduto sotto la pressione dei gas, e il mare, precipitandosi per il camino centrale nell’abisso ignivomo, vaporò immediatamente. Ma il cratere non poté dare uno sfogo sufficiente a quei vapori. Un’esplosione, che si sarebbe udita a cento miglia di distanza, sconvolse gli strati dell’aria. Interi pezzi di montagna caddero nel Pacifico e in pochi istanti l’oceano ricoperse l’area ov’era stata l’isola di Lincoln. CAPITOLO XX UNO SCOGLIO isolato, lungo trenta piedi, largo quindici, emergente di dieci appena, tale era il solo punto solido, che i flutti del Pacifico non avessero inghiottito. Era tutto quello che restava del massiccio di GraniteHouse! La muraglia era stata rovesciata, poi aveva subito uno smembramento e alcune rocce del salone s’erano ammonticchiate in modo da formare quel punto culminante. Tutto era scomparso nell’abisso circostante: il cono inferiore del monte Franklin, squarciato dall’esplosione, le mascelle laviche del golfo del Pescecane, l’altipiano di Bellavista, l’isolotto della Salvezza, i graniti di Porto Pallone, i basalti della cripta Dakkar, la lunga penisola Serpentine, pur sì lontana dal centro eruttivo! Dell’isola di Lincoln non si vedeva più che quello stretto scoglio, che serviva di rifugio ai sei coloni e al loro cane Top. Gli animali erano tutti periti nella catastrofe, anche gli uccelli, come gli altri rappresentanti della fauna dell’isola, tutti schiacciati o annegati, e lo sfortunato Jup pure aveva, ahimè! trovato la morte in qualche crepaccio del suolo! Se Cyrus Smith, Gedeon Spilett, Harbert, Pencroff, Nab, Ayrton erano sopravvissuti, era stato perché, riuniti al momento della catastrofe sotto la loro tenda, erano stati precipitati in mare nell’istante in cui le macerie dell’isola piovevano da tutte le parti. Quando ritornarono alla superficie non videro che quell’ammasso di rocce, alla distanza di una mezza gomena, e verso di esso nuotarono, approdandovi. E da nove giorni vivevano su quel nudo macigno. Poche provviste prelevate, prima della catastrofe, dal magazzino di GraniteHouse, un po’ d’acqua dolce che la pioggia aveva versata in una cavità della roccia, era tutto ciò che gli sventurati possedevano. La loro ultima speranza, la loro nave, era stata distrutta. Non avevano nessun mezzo per abbandonare quello scoglio. Niente fuoco, né di che farne. Erano destinati a perire! Quel giorno, 18 marzo, non rimaneva loro nutrimento che per due giornate, benché avessero consumato solo lo stretto necessario. Tutto il loro sapere, tutta la loro intelligenza a nulla potevano giovare in quella situazione. Erano unicamente nelle mani di Dio. Cyrus Smith era calmo. Gedeon Spilett, più nervoso e Pencroff, in preda a una sorda collera, andavano e venivano sullo scoglio. Harbert non si staccava dall’ingegnere e lo guardava, come per chiedergli un soccorso, che questi non era purtroppo in grado di dargli. Nab e Ayrton erano rassegnati alla loro sorte. «Ah! miseria! miseria!» ripeteva spesso Pencroff. «Se avessimo sia pure un guscio di noce, che ci conducesse all’isola di Tabor! Ma niente, niente!» «Il capitano Nemo ha fatto bene a morire» disse una volta Nab. Durante i cinque giorni successivi, Cyrus Smith e i suoi sfortunati compagni vissero con la massima parsimonia, mangiando appena quel che occorreva per non morire di fame. Il loro indebolimento era estremo. Harbert e Nab cominciarono a dar segni di delirio. In questa situazione potevano conservare una sola ombra di speranza? No! Qual era la sola probabilità che rimaneva ancora? Che una nave passasse in vista dello scoglio! Ma sapevano bene, per esperienza, che i bastimenti non transitavano mai per quella parte del Pacifico. Potevano contare che, per una coincidenza veramente provvidenziale, lo yacht scozzese venisse proprio allora a ricercare Ayrton all’isola di Tabor? Era improbabile e, d’altra parte, pur ammettendo che venisse, siccome i coloni non avevano potuto depositare all’isola di Tabor uno scritto indicante i cambiamenti sopravvenuti nella situazione di Ayrton, il comandante dello yacht, dopo aver frugato l’isolotto senza risultato, avrebbe ripreso il mare tornando verso latitudini più basse. No! essi non potevano avere alcuna speranza d’essere salvati, e una morte orribile, la morte per fame e per sete, li attendeva su quello scoglio! E già erano distesi sulla roccia, inanimati, non avendo più coscienza di quanto accadeva intorno a loro. Ayrton solo, con uno sforzo supremo, rialzava ancora il capo di tratto in tratto e gettava uno sguardo disperato su quel mare deserto!… Ma ecco che nella mattina del 24 marzo le braccia di Ayrton si tesero verso un punto dello spazio. Egli si mise prima in ginocchio, poi in piedi; la sua mano sembrò fare un segnale… Una nave era in vista dell’isola! Quella nave non batteva il mare alla ventura. Lo scoglio occupato dai coloni era la mèta verso la quale aveva messo la prora, con tutta la forza delle sue macchine, e gli sventurati l’avrebbero scorta già molte ore prima, se avessero avuto ancora la forza d’osservare l’orizzonte! «Il Duncan!» mormorò Ayrton e ricadde svenuto. Quando Cyrus Smith e i suoi compagni ebbero ripreso i sensi, grazie alle cure loro prodigate, si trovarono nella cabina di un piroscafo, senza poter comprendere com’erano sfuggiti alla morte. Una parola di Ayrton bastò a illuminarli. «Il Duncan!» mormorò egli. «Il Duncan!» fece eco Cyrus Smith. E, alzando le braccia al cielo, esclamò: «Ah! Dio onnipotente! Tu hai, dunque, voluto che fossimo salvati! Il Duncan, infatti, lo yacht di lord Glenarvan, allora comandato da Robert,» il figlio del capitano Grant, era stato spedito all’isola di Tabor per cercarvi Ayrton e rimpatriarlo, dopo dodici anni d’espiazione!… I coloni erano salvi, erano già sulla via del ritorno! «Capitano Robert,» domandò Cyrus Smith, «chi ha potuto suggerirvi l’idea, dopo aver lasciato l’isola di Tabor, dove non avete più trovato Ayrton, di fare rotta nordest per cento miglia?» «Signor Smith,» rispose Robert Grant «è stato per venire a cercare, non solamente Ayrton, ma voi e i vostri compagni!» «Me e i miei compagni?» «Certamente! All’isola di Lincoln!» «L’isola di Lincoln!» esclamarono a una voce Gedeon Spilett, Harbert, Nab e Pencroff, al colmo dello stupore. «Come conoscete l’isola di Lincoln?» domandò Cyrus Smith «se quest’isola non è nemmeno indicata sulle carte?» «L’ho conosciuta per mezzo dello scritto che avete lasciato all’isola di Tabor» rispose Robert Grant. «Uno scritto?» esclamò Gedeon Spilett. «Certo, ed eccolo» rispose Robert Grant, presentando un documento, che indicava in longitudine e in latitudine la posizione dell’isola di Lincoln, «residenza attuale di Ayrton e di cinque coloni americani». «Il capitano Nemo!…» disse Cyrus Smith, dopo aver letto lo scritto e riconosciuto ch’era della stessa mano che aveva vergato il documento trovato al recinto. «Ah!» disse Pencroff «era stato lui, dunque, che aveva preso il nostro Bonadventure, lui che s’era arrischiato, solo, fino all’isola di Tabor!…» «Per depositarvi questo foglio!» rispose Harbert. «Avevo proprio ragione di dire» esclamò il marinaio «che anche dopo morto, il capitano ci avrebbe reso un ultimo servigio!» «Amici,» disse Cyrus Smith, con voce profondamente commossa «che il Dio di tutte le misericordie riceva l’anima del capitano Nemo, nostro salvatore!» I coloni, a quest’ultima frase di Cyrus Smith, s’erano scoperti, mormorando il nome del capitano. In quel momento, Ayrton, avvicinandosi all’ingegnere, gli disse semplicemente: «Dove bisogna depositare questo cofanetto?» Era il cofanetto che Ayrton aveva salvato, con pericolo della propria vita, nel momento in cui l’isola s’inabissava e che fedelmente rimetteva ora nelle mani dell’ingegnere. «Ayrton! Ayrton!» disse Cyrus Smith, con profonda emozione. Poi, rivolgendosi a Robert Grant: «Signore,» soggiunse «dove avevate lasciato un colpevole, ritrovate un uomo, che l’espiazione ha rifatto onesto e al quale sono fiero di porgere la mano!» Robert Grant fu allora messo al corrente della strana storia del capitano Nemo e dei coloni dell’isola di Lincoln. Poi, fatto il rilevamento di quel che rimaneva di quello scoglio, che doveva, d’allora in poi, figurare sulle carte del Pacifico, diede l’ordine di virare di bordo. Quindici giorni dopo i coloni sbarcavano in America e ritrovavano la loro patria pacificata, dopo la terribile guerra, che aveva portato al trionfo della giustizia e del diritto. Delle ricchezze contenute nel cofanetto lasciato in eredità dal capitano Nemo ai coloni dell’isola di Lincoln, la massima parte fu impiegata nell’acquisto di un vasto dominio nello Stato dello Iowa. Una sola perla, la più bella, fu tolta da quel tesoro e inviata a lady Glenarvan, a nome dei naufraghi rimpatriati dal Duncan. E là, su quel possedimento, i coloni chiamarono al lavoro, vale a dire alla fortuna e alla felicità, tutti coloro cui avevano desiderato di offrire l’ospitalità dell’isola di Lincoln. Ivi fu fondata una vasta colonia, alla quale diedero il nome dell’isola scomparsa nelle profondità del Pacifico. V’era un fiume e fu chiamato Mercy, una montagna, che prese il nome di Franklin, un laghetto, che fu il lago Grant, delle foreste, che divennero le foreste del Far West. Era come un’isola in terraferma. Là, sotto la guida intelligente dell’ingegnere e dei suoi compagni, tutto prosperò. Non uno degli antichi coloni dell’isola di Lincoln mancava, perché avevano giurato di vivere sempre insieme; Nab, là dove era il suo padrone; Ayrton, pronto a sacrificarsi in ogni occasione; Pencroff, più agricoltore di quanto fosse mai stato marinaio; Harbert, che perfezionò i suoi studi, sotto la guida di Cyrus Smith; e Gedeon Spilett, anche lui, che fondò il «NewLincoln Herald», il quale fu il giornale meglio informato del mondo intero. Là, Cyrus Smith e i suoi compagni ricevettero parecchie volte la visita di lord e di lady Glenarvan, del capitano John Mangles e di sua moglie, sorella di Robert Grant, di tutti coloro che erano stati protagonisti nella doppia storia del capitano Grant e del capitano Nemo. Là, insomma, tutti furono felici, uniti nel presente, com’erano stati uniti nel passato. Ma non dimenticarono mai l’isola, sulla quale erano arrivati poveri e nudi, l’isola che durante quattro anni era bastata a tutte le loro necessità e di cui non rimaneva ormai che un masso di granito battuto dalle onde del Pacifico, tomba di colui ch’era stato il capitano Nemo! FINE DELLA TERZA E ULTIMA PARTE SPIEGAZIONE DEI TERMINI MARINARESCHI USATI IN QUESTO LIBRO A Abbrivare, abbrivo — L’iniziarsi del moto di una nave. Accelerare. Alare — Tirare con forza un cavo per portarlo alla tensione voluta o per sollevare un peso. Albero — Fusto di abete, di pino o di ferro che serve a sostenere i pennoni e le vele delle navi a vela. Sui velieri, quando gli alberi sono più di uno, hanno il seguente nome: 1. Bompresso: l’albero non verticale che sporge di prora e destinato a sostenere il lato inferiore dei fiocchi. 2. Trinchetto: il primo albero verticale a cominciare dalla prora. 3. Albero di maestra: l’albero più alto di tutti al centro della nave. 4. Albero di mezzana: l’albero a poppa della maestra. 5. Palo: è il nome che prende la mezzana quando non ha vele quadre, ma solo vele àuriche e in generale l’albero poppiero di una nave a vele quadre quando sia guarnito di vele àuriche. Gli alberi destinati a portare vele quadre sono costituiti in tre pezzi che hanno i seguenti nomi, a seconda degli alberi cui appartengono: TRONCO MAGGIORE DEL BOMPRESSO — ASTA DI FIOCCO — ASTA DI CONTROFIOCCO. TRONCO MAGGIORE DI TRINCHETTO — ALBERO DI PARROCCHETTO — ALBERETTO DI TRINCHETTO O ALBERETTO DI VELACCINO. TRONCO MAGGIORE DI MAESTRA — ALBERO DI GABBIA — ALBERETTO DI MAESTRA O ALBERETTO DI GRAN VELACCIO. TRONCO MAGGIORE DI MEZZANA — ALBERO DI CONTROMEZZANA — ALBERETTO DI MEZZANA O ALBERETTO DI BELVEDERE. Nei punti di congiunzione degli alberi verticali vi sono dei terrazzini. Quelli più bassi si chiamano coffe e quelli più alti crocette o barre. Gli alberi sono tenuti fissi e assicurati allo scafo mediante un sistema di tiranti, generalmente in cavo di acciaio. Quelli che fissano lateralmente e alquanto verso poppa i tronchi maggiori e gli alberi di gabbia si chiamano sàrtie. Quelli che fissano allo stesso modo gli albereta si chiamano paterazzi. Si chiamano stralli quelli che sostengono gli alberi verso prora. Ammainare — Far discendere qualsiasi oggettosospeso a cavi (vele, bandiere, pennoni, imbarcazioni, ecc.). Ancora — Strumento di ferro con raffi uncinati per far presa sul fondo del mare e trattenere la nave mediante catene o gomene. Ancoraggio — Tutti gli specchi d’acqua dove è conveniente ancorarsi, perché riparati dal vento, dal mare, e con buon fondo per la presa delle ancore. Argano — Macchina per sollevare pesi e in genere per compiere un grande sforzo di trazione; è composta di un cilindro (campana) ad asse verticale od orizzontale, che ruota a mano o a motore, e intorno al quale si avvolge il cavo o la catena che compie lo sforzo. Si chiama anche, se ad asse orizzontale, molinello o verricello. Attelare — Disporre le vele degli alberi in modo che si spieghino e si tendano al vento. Attraccare — L’avvicinarsi di una nave o di una imbarcazione a una banchina o a un’altra nave fino a toccarla per compiere operazioni di imbarco e sbarco. B Baglio — I bagli sono le grosse travimesse attraverso la nave, da un fianco all’altro, per legarne l’ossatura e per sostenere il tavolato dei ponti. Banda (Alla) — Posizione inclinata della nave; essere o dare alla banda: essere sbandata. Barra — Leva o manovella che serve a far ruotare il timone sui suoi cardini. Battagliola — Ringhiera di protezione lungo i bordi del ponte di coperta (vedi coperta). Beccheggiare, beccheggio — Il movimento oscillatorio di una nave che solleva alternativamente la prora e la poppa. Bitta — Specie di bassa colonna di ferro fissata saldamente sul ponte, sulla quale si danno volta (sono legati) catene o cavi che debbono fare molta forza. Boccaporto — Apertura rettangolare o quadrata sui ponti per dare accesso ai ponti sottostanti e alle stive. Prende nome dalla sua ubicazione: b. di prora, b. di poppa, b. del centro (gran boccaporto). Bolina (Di) — È l’andatura che segue la nave per andare verso la direzione del vento. (Stringere il vento (v.).) Di bolina stretta: stringere il vento quanto è possibile. Si dice anche: correre o navigare o stringere la bolina. Bome (o boma) — Asta di legno che serve a fissare la ralinga inferiore della randa. Bompresso — L’albero che sporge obliquamente dalla prua e su cui si distendono i lati inferiori di quelle vele triangolari dette fiocchi. La sua parte mediana si chiama asta di fiocco. «Asta di fiocco» è anche il bastone che sostituisce il bompresso nelle navi più piccole e nelle imbarcazioni. L’estremità inferiore del b. penetra in quél ponte parziale sopraelevato a prua detto castello e quindi nel sottostante locale destinato ad alloggio dei marinai. Bordata — Ognuno di quei percorsi a zigzag che un veliero compie per raggiungere un punto situato dalla parte di dove proviene il vento (bordeggiare). Bordeggiare — Vedi bordata; Bracciare — Allentare i bracci da un lato e tirarli dall’altro per far ruotare i pennoni e quindi dare alle vele l’orientamento voluto in modo che piglino o non piglino vento. Bracciare in croce: portare i pennoni perpendicolarmente alla chiglia, cioè nel senso della larghezza della nave. Bracciare di punta: portare i pennoni alla minima inclinazione rispetto al piano longitudinale della nave. Braccio — Cavo agganciato all’estremità dei pennoni (v.) per dare loro, e quindi alle vele, l’orientamento voluto. Bratto (remo a) — Remo unico usato su piccole imbarcazioni a poppa quadra per farle avanzare e dirigerle. Brigantina (Vela di) — Meglio randa: vela di taglio della specie chiamata «àurica», a forma trapezoidale. Brigantino — Veliero con due alberi a vele quadre e bompresso. C Cabotaggio — La navigazione e il traffico lungo le coste. Cala — Magazzino dove si conservano i materiali di dotazione di bordo. Carena — La parte dello scafo di una nave o di una imbarcazione che rimane normalmente immersa. Casseretto — Nei velieri è il ponte parziale sopraelevato rispetto al cassero, che va dall’estrema poppa all’albero posteriore. Contiene gli alloggi degli ufficiali e funge da ponte di comando. Cassero — Nelle navi a vela del passato è la parte scoperta del ponte superiore a poppa, compresa tra l’albero centrale e il casseretto. Oggi questa denominazione è usata spesso in luogo di casseretto o anche per indicare un ponte parziale, sopraelevato alla coperta, al centro della nave. Castello — È il ponte parziale sopraelevato alla coperta che va dall’estrema prora fin quasi all’albero di trinchetto. Lo spazio sottostante è generalmente destinato ad alloggiare l’equipaggio. Caviglia — Perno mobile di legno duro o di metallo che si infila nei fori della cavigliera e che serve per legarvi quei cavi detti manovre correnti. Cavigliera — Specie di rastrelliera di legno o di ferro fissata nei punti della nave dove scendono dall’alberatura quei cavi detti manovre correnti: vi si infilano le caviglie per legarvi le manovre correnti stesse. Cavo — Nome dato a qualsiasi tipo di corda, di qualsiasi materia sia formata. Le parole «corda» e «fune» sono assolutamente estranee al linguaggio marinaresco. Chiglia — Situata nella parte più bassa della carena, è l’autentica spina dorsale dello scafo. Cima — Qualunque cavo di media grossezza e fatto di fibra vegetale. Più propriamente è l’estremità di un cavo. Comento — Linea di giunzione fra le tavole in legno che costituiscono il fasciame della nave. Controfiocco — Vedi fiocco. Coperta o ponte di coperta — Il ponte superiore che si estende per tutta la lunghezza della nave. Si chiama «coperta» perché copre tutti i piani inferiori della nave. La parola «tolda», per indicare la coperta, è termine letterario e non è assolutamente usata nel vero linguaggio marinaresco. Corvetta — Tipo di nave da guerra dell’antica marina a vela. Cubia (Occhio di C.) — Ciascuno dei fori praticati lateralmente sulle prue delle navi per il passaggio delle catene delle ancore. D Doppiare — Oltrepassare, girare un capo o una punta della costa. Si dice anche montare, scapolare. Dritta — Lato destro della nave guardando verso prua. Il francesismo «tribordo» non è mai stato usato nel linguaggio marinaresco italiano. Drizza — Cavo che ha la funzione di sollevare una vela, un pennone, ecc. F Fasciame — Il complesso di tavole e di lamiere che formano la superficie esterna e interna dello scafo. Fiocco — Nome generico di quelle vele di taglio a forma triangolare, stese fra l’albero di trinchetto e il bompresso. Forza del vento — L’intensità del vento è misurata secondo una scala convenzionale, detta di Beaufort, così graduata: Grado o ForzaVelocità in miglia per ora 0: Calmameno di 1 1: bava di ventoda 1 a 3 2: brezza leggera«4 «6 3: brezza tesa«7» 10 4: vento moderato«11»16 5: vento teso«17 «21 6: vento fresco«22 «27 7: vento forte«28 «33 8: burrasca moderata«34 «40 9: burrasca forte«41 «47 10: burrasca fortissima«48 «55 11: fortunale«56 «63 12: uragano«64 «71 Frangente — L’insieme delle onde del mare che si rompono su un bassofondo, una secca o scogli affioranti. Per estensione con lo stesso termine si designano la secca, il bassofondo e gli scogli sui quali si formano i frangenti delle onde. Freccia — Meglio controranda: vela di forma triangolare o trapezoidale che si alza sopra la randa ed è inferita (allacciata) all’albero e al picco. G Gabbia — La seconda vela, a cominciare dal basso, dell’albero di maestra. «Gabbie» è il nome generico dato alla vela di gabbia e alle vele degli altri alberi che si trovano nella stessa posizione. Le gabbie possono essere due per ogni albero: in questo caso le più basse sono le basse gabbie o gabbie fisse e le più alte le gabbie volanti. Garbo — Modello in legno dei vari elementi di costruzione dello scafo di una nave. Goletta — Veliero con bompresso e due alberi leggermente inclinati verso poppa portanti vele àuriche (vele di forma trapezoidale) disposte lungo il piano longitudinale della nave. Gómena — Il più grosso cavo di canapa usato a bordo per ormeggio, rimorchio, ecc. Come unità di misura di distanza, equivale a un decimo di miglio (m 182). Attualmente in disuso. Governare — Dirigere una nave usando il timone. Governa?: domanda per sapere se la nave obbedisce o no al timone. Governare alla puggia: orientare il timone in modo da allontanare la prora dalla direzione del vento. I Imbardata — Il volgere repentinamente la prora a dritta o a sinistra per l’azione del mare o del vento, o a causa del cattivo governo della nave. Si dice anche guizzata. Imbrogliare — Raccogliere le vele a festoni tirando quei cavi detti imbrogli, allo scopo di sottrarre le vele stesse all’azione del vento. Impavesata — Parapetto della nave formato dalla murata che si eleva al di sopra del ponte di coperta. L Lancia — Ciascuna delle imbarcazioni a remi con poppa quadra aventi da cinque a otto banchi di voga di cui sono dotate le navi da guerra e mercantili (L. di salvataggio). Linea d’acqua — Qualunque linea formata dall’intersezione della carena con piani paralleli al piano di galleggiamento. Linea di galleggiamento — Linea formata dall’intersezione della carena della nave con la superficie dell’acqua. M Maestra — La vela più bassa dell’albero di maestra: è la vela maggiore della nave. Maestra (Albero di) — Il maggiore degli alberi di una nave; nelle navi a tre alberi è quello di mezzo e in quelle a due è quello di poppa. Anche albero maestro. Manovra — Nome generico di tutti i cavi e di tutte le cime che si usano a bordo. Le «manovre» si distinguono in due grandi categorie: m. fisse o dormienti, cioè quei cavi che tengono in posizione fissa l’alberatura (sartie, stragli, ecc.); m. correnti o volanti, e cioè quei cavi che servono per manovrare le vele, i pennoni, ecc. (bracci, imbrogli, ecc.). Marea — Fenomeno, dovuto all’attrazione della luna e a quella del sole combinate con il moto di rotazione della terra, per il quale il livello del mare in una data località si alza e si abbassa periodicamente quattro volte nelle ventiquattro ore. Alta marea: il livello del mare più elevato, dovuto al fenomeno di marea; bassa marea: il livello del mare più basso, dovuto al fenomeno di marea; corrente di marea: la corrente marina che si produce verso costa quando il livello si alza, e verso il largo quando il livello si abbassa; marea calante o riflusso: l’abbassarsi del livello del mare dopo l’alta marea; marea crescente a flusso: l’innalzarsi del livello del mare dopo la bassa marea; marea delle quadrature: quella che si verifica nel primo ed ultimo quarto della lunazione e che presenta il minimo dislivello fra alta e bassa marea; marea delle sizigie: quella che si verifica nel plenilunio e nel novilunio e che presenta il massimo dislivello fra alta e bassa marea. Mura — Cavo fissato a ciascuno degli angoli inferiori (bugne) delle due vele quadre più basse e più grandi (vela di trinchetto e vela di maestra): serve ad alare e fermare verso prua l’angolo della vela per far sì che il vento, quando spira da una direzione obliqua rispetto a quella della nave, possa colpire la superficie della vela stessa. Il cavo che tira invece le bugne verso poppa si chiama scotta. Murata — Ciascuno dei due fianchi della nave, sopra la linea di galleggiamento (v.). L’insieme delle due murate costituisce quella parte emersa dello scafo detta opera morta (v.) in contrapposto alla parte immersa detta opera viva (v.). O Opera morta — Nome di tutta la parte dello scafo al di sopra della linea di galleggiamento. Opera viva — Nome di tutte le partìdello scafo immerse nell’acqua (carena (v.)). Ormeggiare — Fermare la nave con ancore e cavi (ormeggi) legati a dei punti fissi in modo che la nave non subisca l’azione del vento e delle correnti. Ormeggio — L’atto e il modo di ormeggiare e anche il nome di ogni cavo impiegato per ormeggiare. Orzare — Dirigere una nave portando la sua prua ad avvicinarsi alla direzione di dove spira il vento. È il contrario di poggiare (v.). Orza quanto leva, è il comando dato al timoniere per orzare al massimo senza far sbattere le vele. Caviglia all’orza: ordine dato al timoniere per portare la prua della nave verso la direzione del vento. P Pagliolo — L’insieme delle tavole o lamiere mobili che costituiscono il pavimento delle stive o dei locali delle macchine e caldaie. Panna — Lo stato di relativa immobilità nel quale si può tenere un veliero con un opportuno orientamento di vele. Pappafico (Albero di) — Termine disusato per indicare il penultimo pennone e la penultima vela del trinchetto. Paranco — Attrezzo formato da due carrucole (bozzelli), una fissa e l’altra mobile, e da un cavo che passa per ambedue. Serve per sollevare dei pesi e, più in generale, a ridurre la forza necessaria per vincere una resistenza. Parasartie — Tavola orizzontale posta fuori bordo delle navi, alla quale sono fissate per ogni lato le sartie dell’albero corrispondente. Parrocchetto — Vela di una nave a vele quadre sostenuta dall’albero di parrocchetto. Pennone — Trave orizzontale che assicurato agli alberi sostiene le vele quadre. Sospeso per mezzo delle drizze e tenuto aderente all’albero per mezzo delle trozze può compiere movimenti angolari mediante i bracci nei limiti consentiti dalle sartie (v.) e dai ‘paterazzi e orientare in questo modo le vele. Prende il nome dalle vele che regge, tracciare i pennoni: la manovra per far ruotare orizzontalmente i pennoni per presentare le vele al vento e per ottenere il massimo moto progressivo oppure i movimenti di accostata. Picco — Specie di mezzo pennone, disposto obliquamente all’albero e sul quale si allaccia il lato superiore di quella vela di taglio detta randa. Poggiare — Dirigere una nave in modo che la sua prua si allontani dalla direzione del vento per riceverlo più favorevolmente. Ponte — Ciascuno dei piani orizzontali in cui si divide la nave. Il ponte superiore scoperto si chiama coperta. Poppa — Estremità posteriore della nave. Portello — Vedi quartiere. Prora o prua — Estremità anteriore della nave. Punto (Fare il) — Le osservazioni e i calcoli necessari per la determinazione della posizione della nave, sia geografica (latitudine e longitudine), sia riferita alla costa. Q Quadro di poppa — Parte estrema piana superiore della poppa col nome della nave. Quartiere (di boccaporto) — Ognuna delle tavole mobili che servono per chiudere i boccaporti (v.) delle stive. R Ralinga — Cima cucita agli orli delle vele per aumentarne la resistenza. Si chiama anche gratile. Randa — Vela di taglio della specie chiamata «àurica», a forma trapezoidale. Il suo lato anteriore è addossato all’albero, il lato superiore è legato a un’asta inclinata detta picco, e il lato inferiore ad un trave detto boma. Rotta — Il percorso compiuto o da compiere da una nave. Ruota di prua — Il pezzo di costruzione che si innalza dalla estremità della chiglia per formare il dritto di prua. S Salpare — Tirar l’ancora dal fondo e portarla fuori acqua. Per estensione: lasciare l’ancoraggio, partire. Sàrtia — Ciascuno dei cavi che sostengono gli alberi lateralmente e verso poppa. Scafo — Tutto il corpo di una nave, cioè l’ossatura e il suo rivestimento. Scandaglio — Strumento per misurare la profondità delle acque. Il tipo più semplice è costituito da un peso di piombo attaccato ad una sàgola graduata. Scapolare — Vedi doppiare. Scarrocciare, scarroccio — Lo spostamento laterale, fuori della rotta stabilita, che una nave subisce per effetto della componente del vento sull’opera morta (v.), sull’alberatura e sulle vele. Scotta — Il cavo con il quale si tira e si fissa, in basso e verso poppa, l’angolo inferiore (bugna) della vela per bordarla (cioè per spiegarla e distenderla al vento). Prende il nome dalla vela cui si riferisce: scotta di gabbia, ecc. Serrare — Chiudere, arrotolare una vela sul pennone o sull’asta, dopo averla raccolta (imbrogliata). Sestante — Strumento per misurare gli angoli, serve per l’osservazione degli astri e per fare il punto quando non si è in vista della costa. Sinistra — Il fianco sinistro della nave guardando verso prua. Il francesismo «babordo» per indicare la sinistra non è assolutamente usato nel linguaggio marinaresco italiano. Sizigia — La fase lunare che corrisponde al pienilunio o al novilunio. Vedi marea. Sopravvento — Lato da cui spira il vento. Sottovento — Lato opposto a quello da cui spira il vento. Stanca — L’intervallo tra il flusso e il riflusso della marea, durante il quale il livello del mare rimane costante. Stazza — La capacità di una nave di portare in locali chiusi un certo numero di tonnellate di merce (stazzare). Stiva — Lo spazio destinato a contenere il carico nelle navi mercantili. Straglio — Ognuno di quei cavi, in genere metallici, che sostengono gli alberi verso prua. Stringere il vento — Navigare quanto più possibile verso la direzione da cui proviene il vento. Si dice anche andare di bolina. T Trinchetto (Pennone di) — Il pennone più basso dell’albero di trinchetto sul quale è inferita (allacciata) la vela di trinchetto. Trinchetto (Vela di) — La vela più bassa dell’albero di trinchetto. Tagliamare — Lo spigolo del dritto di prora con cui la nave fende l’acqua. Tambuccio (o tambuggio) — Specie di casotto sistemato intorno e sopra i boccaporti per impedire l’accesso di vento o acqua piovana. Tavolato — Insieme di tavole. Tavolato della coperta: l’insieme delle tavole che ricoprono la coperta. Terzaruolo (o terzarolo) — Porzione di vela che può essere ripiegata per diminuire la superficie della tela esposta al vento. Secondo, l’ampiezza della vela ci possono essere più «terzaruoli». Prendere una o più mani di terzaruolo vuol dire diminuire la superficie della tela di una o più porzioni di vela. Tesare — Tendere un cavo o distendere bene una vela per diminuirne la curvatura che subisce per l’azione del vento. Timone — L’organo che sulle navi e in genere in ogni galleggiante serve a produrre i movimenti angolari necessari per guidarli nel loro cammino. Traverso — Direzione perpendicolare alla chiglia e quindi al fianco stesso e alla rotta della nave. Prolungata a dritta e a sinistra, questa direzione serve per indicare la direzione del vento, del mare, della corrente, ecc. Vento di traverso: vento che viene in direzione perpendicolare. Trinchettina — La più bassa di quelle vele di taglio sistemate tra l’albero di trinchetto e il bompresso, dette fiocchi. Trinchetto (Albero di) — L’albero più vicino alla prua. V Vela — La superficie formata dall’unione di più strisce (ferzi) di tela Olona che utilizza la pressione del vento per imprimere il moto ad un galleggiante. Le vele si dividono in due specie: vele quadre e vele di taglio. Le prime sono di forma trapezoidale e si inferiscono (si allacciano) a quelle travi orizzontali incrociate sugli alberi dette pennoni; le seconde sono in genere triangolari e sono inferite a verghe oblique (antenne, picchi) o a cavi fissi (stragli e draglie) lungo il piano longitudinale della nave. Le vele di taglio si suddividono in: fiocchi, véle di straglio, vele latine e vele àuriche. Controbracciare le vele: manovra per dare alle vele, nel senso orizzontale, l’inclinazione opposta. Imbrogliare le vele: raccogliere le vele a festoni (gli imbrogli) allo scopo di sottrarre le vele all’azione del vento. Mettere alla vela: spiegare le vele per lasciare l’ancoraggio. Far portare le vele: si dice delle vele quando ricevono il vento dal lato favorevole per ottenere il moto in avanti. Serrare le vele: piegare e arrotolare le vele lungo i pennoni e le antenne. Velatura — L’insieme delle vele di una nave. Virare — Far forza per tendere (alare) un cavo o una catena con una delle macchine di bordo. Virare (di bordo) — Manovrare per far voltare la nave in modo che cambi il lato (bordo) dal quale prende il vento. Si può virare in prora o virare in poppa. La prima maniera è la più normale, mentre la seconda si effettua in circostanze eccezionali e quando non sia possibile fare diversamente. Volta (dare) — Legare un cavo o fissare una catena. Volta (Levare) — Slegare un cavo o liberare una catena. Yacht — Imbarcazione da diporto a vela o a motore. Z Zavorra — Materiali vari (sabbia, ghiaia, ecc.) che si mettono nella stiva di una nave che non ha un carico sufficiente, perché possa raggiungere la giusta linea d’immersione e rimanere così nel suo centro di gravità.